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L’emergenza educativa. Persona, intelligenza, libertà, amore


Card. Camillo Ruini

IX Forum del Progetto culturale Roma,

27 marzo 2009

 

 

Questo IX Forum del Progetto culturale sembra aver suscitato particolare interesse, forse perché il suo tema ha una concretezza immediata, oltre che uno stretto legame con l’argomento degli Orientamenti pastorali della CEI per il prossimo decennio 2010-2020, che dovrebbero anch’essi essere dedicati all’educazione. Si tratta chiaramente dell’educazione intesa nelle sue dimensioni globali, non limitata alla scuola o alla famiglia, ma coinvolgente la società intera.

La parola “emergenza” è stata usata da Benedetto XVI nelle varie occasioni in cui ha incoraggiato la Diocesi di Roma ad uno speciale impegno nell’ambito dell’educazione, fino ad affermare che questa “grande emergenza” è oggi “inevitabile”. L’espressione è stata abbondantemente ripresa e rilanciata, assai al di là degli spazi del “mondo cattolico”, ma ha suscitato anche delle riserve, perché indica propriamente una situazione imprevista, di crisi o di pericolo, da affrontare con tempestività e risolutezza.

 

Si è obiettato cioè che non abbiamo a che fare con qualcosa d’improvviso da dover affrontare con misure urgenti, ma con un fenomeno di lungo periodo, connesso con le tendenze di fondo della società in cui viviamo. Gli interventi di Benedetto XVI non andavano però in una direzione diversa e la parola “emergenza” stava a significare la gravità e acutezza della crisi, di cui è ormai diffusa la consapevolezza e che richiede una risposta non rinviabile, ma anche capace di andare alle radici, bisognosa quindi di un impegno di lungo e ampio respiro.

Giuseppe De Rita e Giorgio Israel ci offriranno un quadro più preciso sia della situazione sia delle vie per incidere su di essa.

Già le “Linee generali” del Rapporto-proposta sull’educazione che vi sono state inviate offrono inoltre varie indicazioni in merito. Per parte mia mi limiterò pertanto, sotto questo profilo, a due constatazioni abbastanza ovvie: la prima è che accanto alle difficoltà esistono non pochi aspetti e fattori positivi, per cui, anche in ambito educativo, non è il caso di indulgere ad un globale e unilaterale pessimismo. La seconda riprende però un’osservazione di Salvatore Natoli, contenuta nella sua intervista ad Avvenire del 28 febbraio scorso, in preparazione al Forum: Natoli sostiene che la situazione di questi ultimi anni corrisponde in qualche misura a quel tipo di soggettività e di rivoluzione che propugnava de Sade, basata sul trionfo delle pulsioni individuali piuttosto che su un ideale di regolamentazione razionale, con effetti che Natoli non esita a definire di perversione, dato che “molti praticano normalmente la perversione, perché ritengono di avere il diritto su tutto”.

 

In questa breve prolusione mi concentrerò sulla convinzione che all’origine delle difficoltà dell’educazione stiano anzitutto alcune idee-forza, o dinamiche profonde della nostra civiltà. Lo dico con la speranza di non cadere nelle unilateralità di una Geistesgeschichte, storia dello spirito, che pretenda di ricondurre – e quasi dedurre – tutto ad una dialettica delle idee. Mi incoraggia a muovermi in questa direzione il fatto che Benedetto XVI, nei suoi interventi sull’educazione, ha ricondotto l’emergenza educativa anzitutto al relativismo che permea la nostra cultura e vita sociale. Non troppo diversa, anzi complementare è la diagnosi del disagio giovanile proposta da Umberto Galimberti nel libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, che da più di un anno sta avendo molto fortuna e che individua nel nichilismo stesso la decisiva causa culturale del malessere diffuso tra la gioventù. Tra relativismo e nichilismo è infatti stretta la parentela ed è diffusa nell’aria la convinzione che anzitutto ad essi risalgano le difficoltà dell’educazione, oltre che i più profondi motivi di inquietudine e di crisi della civiltà a cui apparteniamo.

 

Personalmente sono del parere che, restando sempre sul piano delle idee-guida della vita sociale, questi motivi si concretizzino ulteriormente nella mutazione del concetto di uomo che di fatto sta avendo luogo, sebbene non sia ancora avvertita come tale dalla grande maggioranza della popolazione. Se cambia infatti il nostro concetto di uomo, e a maggior ragione se dovesse cambiare, in virtù delle applicazioni della tecnoscienza al soggetto umano, la realtà stessa dell’uomo – come da varie parti viene ormai ipotizzato –, cambia necessariamente anche il concetto di educazione, il cui fine è propriamente la formazione della persona umana.

Per conseguenza entrano in crisi, o comunque in grande movimento, i fondamentali parametri educativi.

 

I segni e le cause di questa mutazione del concetto di uomo sono in realtà facili da individuare. Si tratta anzitutto di una certa interpretazione dell’evoluzione cosmica e biologica, per la quale il soggetto umano non sarebbe altro che un risultato dell’evoluzione stessa: certamente il suo risultato più alto, almeno per ora e nella piccola porzione dell’universo da noi meglio conosciuta, ma pur sempre un risultato omogeneo a tutti gli altri, in particolare agli animali superiori a noi più vicini nelle linee evolutive. All’interno di questa cornice, ma anche come sua in certo senso autonoma conferma, sta assumendo crescente rilievo un’interpretazione delle neuroscienze che, facendo leva sulla stretta connessione, che indubbiamente esiste e viene sempre meglio determinata e precisata, tra l’attivazione delle diverse aree, strutture e architetture del nostro cervello e le attività conoscitive e volitive, tende a ridurre la nostra intelligenza e la nostra libertà a funzioni dell’organo cerebrale, quindi in ultima analisi a funzioni della materia-energia di cui è composta tutta la natura.

 

Non possiamo inoltre trascurare la tendenza delle scienze empiriche a considerare l’uomo come un “oggetto”, come tale conoscibile e “misurabile” attraverso le forme dell’indagine sperimentale: questo approccio è certamente legittimo, anzi indispensabile per il progresso della conoscenza e della cura di noi stessi, ad esempio per la cura delle malattie fisiche e mentali, o anche per indirizzare più puntualmente le varie metodologie educative. Quando però si considera quella scientifica come l’unica forma di conoscenza del nostro essere che sia davvero valida e universalmente proponibile, come di fatto avviene in una pubblicistica diffusa e influente anche se di per sé largamente superata, si finisce con il negare che l’uomo sia anzitutto e irriducibilmente “soggetto” il quale, proprio nella sua intrinseca e ineliminabile soggettività, non può mai essere totalmente oggettivato e conosciuto in maniera adeguata attraverso le scienze empiriche.

 

Vengono così rimesse in discussione tutte e due le principali concezioni dell’uomo che hanno retto e caratterizzato attraverso i secoli la nostra civiltà: anzitutto quella classica di animal rationale, che è stata corroborata e internamente potenziata dall’idea ebraico-cristiana dell’uomo come immagine di Dio. Il suo senso concreto è che l’uomo, in quanto animale, appartiene a pieno titolo alla natura ed è sottomesso alle sue vicende e alle sue leggi, ma in quanto ragionevole, o razionale, ha un insormontabile differenziale ontologico rispetto a tutto il resto della natura: questo differenziale viene ora radicalmente ridimensionato, anzi negato nel suo carattere di differenza essenziale e ineliminabile. La seconda concezione dell’uomo è quella, moderna, di “soggetto”. Essa in realtà non è antitetica e nemmeno alternativa alla precedente, ma sottolinea in modo nuovo la centralità e l’autonomia proprie dell’uomo: rimetterla in discussione equivale a prendere le distanze dalla storia e dal significato della modernità.

 

Mettere in luce la profondità di questa rottura con il nostro passato, antico e recente, non basta evidentemente a mostrare l’infondatezza delle prospettive che potremmo chiamare “post-umanistiche”. Al riguardo osserverò soltanto che a livello teoretico importanti chiarificazioni e argomentazioni sono state da tempo addotte, specialmente per quanto riguarda la distinzione dei saperi e i limiti connaturati all’indole e ai metodi delle scienze empiriche. Anche su questo piano ritengo comunque che il lavoro maggiore rimanga da compiere, con atteggiamento positivo e non soltanto critico, partecipando dal di dentro sia all’impegno per il rapido avanzare della ricerca scientifica sia al lavoro di chiarimento del suo significato e dei suoi possibili apporti a quelle questioni che non sono propriamente scientifiche ma che l’uomo porta dentro di sé.

 

E’ sul piano del fare però, cioè dei risultati operativi delle tecnoscienze, che la sfida appare di gran lunga più difficile, come del resto sono anzitutto questi risultati quelli che assicurano l’attenzione della società e ormai una vera leadership culturale al mondo delle scienze. Sembra fondata la tesi che una nuova ed ingente rivoluzione è da poco iniziata, in particolare con gli sviluppi delle biotecnologie, e che essa ci condurrà – anzi ci sta conducendo – in tempi sostanzialmente brevi a traguardi sconvolgenti e largamente imprevedibili.

Una formula che riassume efficacemente il senso di questi mutamenti è quella proposta da Aldo Schiavone, secondo la quale l’evoluzione potrebbe essere sottratta ai ritmi lentissimi della natura e affidata invece a quelli rapidissimi della tecnologia.

 

Per quanto grandi possano essere le perplessità e le preoccupazioni che la prospettiva di simili sviluppi genera in noi, dobbiamo anzitutto essere consapevoli che essi non possono essere arrestati, e nemmeno lo devono, dato che rappresentano un’importante espressione di quelle potenzialità che sono intrinseche all’intelligenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio.

Ciò non significa, naturalmente, che tutto quel che è tecnicamente possibile debba essere attuato: cosa questa che nessuno può seriamente sostenere, basti pensare all’uso delle armi nucleari. Significa però che questo macro-processo, come tale, non può e non deve essere impedito. Può e deve, invece, essere orientato, resistendo all’idea ingannevole e anti-umana di uno sviluppo deterministico e neutrale della tecnoscienza: anch’essa, infatti, è opera di uomini, che agiscono, e scelgono, secondo le proprie convinzioni e i propri interessi. In concreto questo aspetto interagisce e si condiziona reciprocamente con l’altro, anch’esso innegabile, per il quale la ricerca scientifica segue una sua logica interna.

La vera domanda è dunque chi, e a quali fini, darà a questa nuova fase di sviluppo il suo orientamento prevalente. Tutto ciò conferma e rafforza grandemente la necessità di un pieno coinvolgimento in “quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita” (Gaudium et spes, 34).

 

La domanda sui fini che, nel partecipare a questo “ingente sforzo”, i credenti in Cristo devono proporsi trova a mio parere una chiara risposta già nelle fonti stesse della nostra fede, e non soltanto in sviluppi e deduzioni ulteriori. Tutta la Sacra Scrittura, infatti, e con essa la grande Tradizione ecclesiale, ci parlano di Dio e dell’uomo, hanno in Dio e nell’uomo i poli e i centri di gravità del loro discorso: un discorso che a partire dal Nuovo Testamento assume un carattere marcatamente cristologico.

L’uomo, il suo autentico bene, la sua tutela e promozione, il suo integrale sviluppo rimangono dunque il fine di tutto il nostro agire e “fare”, compreso il fare tecnologico. La consapevolezza di una “eclissi” dell’uomo nelle tendenze più recenti della cultura, in particolare – come abbiamo accennato – di una sua riduzione ad oggetto e a parte della natura, non deve generare in noi credenti il timore di attardarci su posizioni superate mantenendo l’uomo al centro. Certamente questo non significa guardare all’uomo come a qualcosa di immobile e respingere a priori le prospettive nuove che si aprono a suo riguardo. Significa però tener fermo il suo carattere di fine e cercare di orientare a questo fine anche la crescita tumultuosa dei poteri della tecnoscienza.

Proprio operando in questa direzione daremo il miglior contributo alla stessa tecnoscienza dato che, se essa venisse rivolta contro l’uomo, inevitabilmente anche l’uomo finirebbe con il rivolgersi contro di lei.

 

Mi rendo conto che questi pensieri possono risuonare molto lontani e astratti, rispetto alle problematiche educative che stanno davanti a noi. Dedicherò quindi la parte finale di questa prolusione al tentativo di mostrare che tra i due ordini di questioni esiste oggi un solido rapporto. In primo luogo, secondo le parole pronunciate da Benedetto XVI a Verona e riportate nell’invito al nostro Forum, un “rischio per le sorti della famiglia umana… è costituito dallo squilibrio tra la crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali”: per contrastare questo rischio “fondamentale e decisiva è… l’educazione della persona”. Con queste parole il Papa ha sicuramente intercettato un sentimento diffuso ed una preoccupazione “trasversale”. Reciprocamente, la qualità dell’educazione ha molto da guadagnare se non si accontenta di orizzonti limitati ma punta alla formazione di soggetti capaci di farsi carico delle grandi problematiche che riguardano il presente e il futuro dell’umanità.

 

Gli interventi sull’educazione che Benedetto XVI ha rivolto alla Diocesi di Roma, in particolare il discorso dell’11 giugno 2007 e la lettera del 21 gennaio 2008, hanno un fondamentale tratto comune. Legano cioè la proposta educativa direttamente a quelle istanze e a quei bisogni che sono costitutivi del soggetto umano e pertanto fanno parte, in profondità, dell’esperienza quotidiana. In concreto si tratta del bisogno di essere accolti ed amati, per poter a propria volta accogliere ed amare, del bisogno di conoscere e di capire, del desiderio di libertà e del suo essenziale rapporto con la responsabilità, con l’autorevolezza dell’educatore e con la disciplina, del senso della sofferenza e di quella speranza che fa crescere la fiducia nella vita. Collegare l’educazione ai fondamentali parametri antropologici non è certo qualcosa di nuovo. E’ tuttavia profondamente attuale, se vogliamo assicurare all’educazione stessa quello spessore, e quel fascino, senza i quali la formazione della persona rimane fragile e oserei dire “posticcia”. E’ interessante notare che, puntando sui grandi parametri antropologici, Benedetto XVI utilizza un metodo e un approccio assai vicini a quelli che hanno caratterizzato il Convegno ecclesiale di Verona, articolato in cinque ambiti di esercizio della testimonianza cristiana – la vita affettiva e la famiglia, il lavoro e la festa, l’educazione e la cultura, le condizioni di povertà e di malattia, i doveri e le responsabilità della vita sociale e politica – ciascuno dei quali è assai rilevante nell’esperienza umana mentre tutti insieme confluiscono nell’unità della persona e della sua coscienza. Questa intuizione del Convegno di Verona merita di essere ripresa e fatta ulteriormente fruttificare.

Abbiamo impostato i lavori del nostro Forum in modo da favorire uno sviluppo di questo genere.

 

Negli interventi sull’educazione Benedetto XVI fa riferimento ai suoi diversi ambiti e protagonisti, tra cui la famiglia, la scuola, la comunità cristiana e in maniera propria e peculiare le stesse nuove generazioni. Il Rapporto-proposta in corso di preparazione da parte del Comitato per il Progetto culturale, per il quale saranno particolarmente utili i contributi di questo Forum, si occuperà con auspicabile concretezza di ciascuno di questi ambiti. Per parte mia desidero solo sottolineare come il Papa, in rapporto all’educazione, inviti i credenti a non disinteressarsi “dell’orientamento complessivo della società a cui apparteniamo, delle tendenze che la animano e degli influssi positivi o negativi che essa esercita sulla formazione delle nuove generazioni” (Discorso dell’11 giugno 2007).

In effetti, l’orientamento complessivo della società e della cultura ha un ruolo fondamentale per la formazione dei più giovani e per la direzione che prenderà il nostro futuro.

 

In questa prospettiva di globalità, terminerò con un accenno al ruolo che può esercitare il cristianesimo in rapporto al bene umano. All’origine di questo ruolo sta la fondamentale verità di fede che in Gesù Cristo giunge al suo vertice e compimento l’unione dell’uomo con Dio e in tal modo la dignità intrinseca di ogni essere umano ottiene il suo riconoscimento più alto.

Karl Löwith, in una pagina che ho spesso citato perché mi sembra particolarmente puntuale e significativa, ha descritto la realizzazione nella storia di questa convinzione di fede affermando che il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possiede come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo della semplice umanità, ma il mondo del cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo.

Löwith aggiunge la controprova storica che “soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità” (Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, ed. Einaudi 1949, p. 482).

In concreto, né la riduzione dell’uomo alla natura né un totale relativismo né una prospettiva nichilistica possono affermarsi pienamente e diventare egemoni finché la fede cristiana è viva e riesce a generare cultura. Non si tratta però soltanto di contrastare derive pericolose, ma ancor più di contribuire positivamente all’educazione delle nuove generazioni e più in generale agli sviluppi della storia, rimanendo aperti e desiderosi verso tutte le possibili collaborazioni e sinergie e tenendo come unico criterio di discernimento quel fine dell’educazione e del divenire storico che è l’uomo stesso.

 

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