Coscienza / autocoscienza

Giuseppe Angelini


1. Non si può dire che «coscienza» sia parola molto usata nel linguaggio odierno: l'uso una volta più frequente e ovvio, e cioè quello nell'espressione «esame di coscienza», è anzi praticamente scomparso dai discorsi consueti, per ritirarsi al massimo nelle Chiese e nelle aule di catechismo.
Ci sono tuttavia due espressioni caratteristiche, oggi assai più frequenti che un tempo, le quali fanno riferimento alla coscienza: «libertà di coscienza» e «presa di coscienza» (o anche, nello stesso senso, il barbaro «coscientizzazione»).
Le due espressioni sembrano, a prima vista, fare riferimento a due distinti significati di «coscienza», che sono di sempre, anche se nel tempo abbiamo assistito al progressivo passaggio dalla prevalenza del primo alla prevalenza del secondo. Il primo significato è quello di coscienza morale, il secondo significato è invece quello di autoconsapevolezza.

2. Della coscienza morale si tratta in espressioni come: buona coscienza, cattiva coscienza, aver la coscienza pulita, far l'esame di coscienza e così via. Ma cos'è la coscienza morale? Potremmo in prima approssimazione chiamarla conoscenza dei principi ideali a cui deve conformarsi la nostra vita, e quindi anche giudizio sul proprio comportamento e sui propri atteggiamenti esistenziali alla luce di quei principi. In tal senso, la coscienza morale è coscienza «eccentrica»: coscienza che guarda al sè nell'ottica di ciò che è sopra di sé.

3. Della coscienza nel senso di consapevolezza si parla di solito accompagnando al termine un genitivo: coscienza dei propri limiti o delle proprie capacità; coscienza della propria storia, delle proprie origini, delle proprie tradizioni, e soprattutto dei propri diritti. Non a caso il genitivo è qualificato di solito dall'aggettivo «proprio»: coscienza si può avere solo di ciò che è «proprio», che addirittura ci qualifica nella nostra identità personale. Di ciò che non attiene alla persona si ha conoscenza e non coscienza.

a) Il pensiero marxista
Già sotto questo profilo sorprende l'espressione «coscienza di classe». La classe sociale di appartenenza ci definisce nell'identità personale? Sì, certamente, così come tante altre forme di appartenenza sociale (famiglia, città, regione, nazione, chiesa, eccetera). Quello che sorprende nella espressione «coscienza di classe» è quell'uso assoluto di «classe». Esso sottintende ovviamente che la classe - quella unita da un'unica e coerente coscienza - sia una sola, quella operaia. Già nell'uso tecnico marxista l'espressione «coscienza di classe» non suona come equivalente di «consapevolezza della propria classe di appartenenza», ma, in senso assai più impegnativo, come modo di pensare e di valutare a proposito della realtà tutta, come modo d'essere, e dunque in qualche modo come equivalente di coscienza in senso morale: il bene infatti è nella prospettiva marxista la volontà della classe storica virtualmente egemone.
L'espressione «coscienza di classe» realizza in maniera abbreviata, e d'altra parte in maniera tale da valere come paradigma per molti altri usi analoghi successivi, la trasformazione di una verità di fatto in una verità di diritto: il fatto d'essere operaio, quando sia riconosciuto in tutte le sue implicazioni, quando se ne abbia consapevolezza o «coscienza», diventa principio etico di comportamento. La trasformazione dei fatti in principi, e dunque della consapevolezza in coscienza etica, non si produce inavvertitamente nel pensiero di Marx e degli epigoni; essa è, al contrario, una delle caratteristiche qualificanti del «materialismo storico», e della polemica contro ogni morale «idealista».
Inavvertitamente invece si produce la tacita conversione dei fatti in principi nella coscienza diffusa; e quella conversione si esprime facilmente appunto attraverso l'imperativo della «presa di coscienza».
Ogni scacco esistenziale, ogni sofferenza psicologica, ogni disagio e malessere della vita, è facilmente inteso come conseguenza di una mancata consapevolezza di sè, e quindi di una soggezione acritica, immatura, minorile, a norme e modelli di comportamento abusivamente imposti alla persona dal contesto sociale. Il rimedio alla sofferenza passa attraverso la «presa di coscienza» di ciò che in realtà si è, e dunque - così si conclude ma con passaggio logico troppo rapido e acritico - si ha il diritto di essere. In tal senso la «presa di coscienza» è di fatto intesa generalmente come presa di coscienza dei propri diritti. Soprattutto nella stagione culturale inquieta che si fa convenzionalmente iniziare nel '68 (ma si tratta al più di una ripresa e di una più clamorosa divulgazione di un principio assai più antico), «presa di coscienza» o «coscientizzazione» diventa espressione sintetica e programmatica d'ogni «liberazione», d'ogni processo emancipatorio, sia a livello di esistenza individuale che a livello di esistenza collettiva. La donna deve prendere coscienza di sè per emanciparsi da servitù secolari; i popoli del terzo mondo debbono essere promossi alla coscienza di sè per liberarsi dal dominio dei primi due mondi; i giovani procederanno dalla coscienza di sè alla creazione di un mondo nuovo; eccetera.

b) Il pensiero psicoanalitico
La convinzione che la coscienza di sé possa valere come principio etico - ossia come principio ideale capace di orientare l'agire buono - deve molto al pensiero psicoanalitico: un pensiero questo che, nato inizialmente come pensiero clinico volto alla guarigione della malattia nervosa, di fatto sempre più diffusamente si è imposto quale paradigma per l'interpretazione di tutti i fatti umani. Nel pensiero psicoanalitico, la salute psichica o la «salvezza» dell'uomo è fondamentalmente intesa come «coscienza»: ossia, come consapevolezza delle proprie pulsioni e delle resistenze obiettive che la realtà oppone alle proprie pulsioni. Dalla duplice consapevolezza di sé e della realtà potrà scaturire anche la soluzione ottimale del conflitto tra pulsione individuale e realtà obiettiva, soprattutto realtà civile. Il conflitto tra eros e civiltà è riconosciuto come ineluttabile: esso non si abolisce, ma solo si amministra, a patto d'essere coscienti di sé.
Il pensiero psicoanalitico, per altro, deve la propria fortuna a fattori civili obiettivi, che debbono dunque essere ricordati come cause concorrenti alla diffusione della parola d'ordine dell'autocoscienza. L'individuo nella società contemporanea conosce una progressiva riduzione di autorevolezza morale dell'universo civile entro il quale vive. La rivendicazione della «libertà di coscienza» - ovviamente legittima e sacrosanta, se rettamente intesa - vale spesso quale affermazione della differenza della propria coscienza morale rispetto ad ogni norma civile, e quale proclamazione dell'insindacabilità della «coscienza» personale (ma è coscienza in senso morale, o semplice autoconsapevolezza? coscienza di valori umani generali o coscienza di sè come unico valore riconosciuto?). Il codice di comportamento che l'universo civile prescrive è sempre più inteso come un complesso di limiti materiali imposti alla propria autonomia, anzichè come un complesso di significati e di valori offerti alla propria libertà.
Freud stesso riconosceva però la necessità di un'elaborazione culturale delle pulsioni, perché l'uomo acceda alla propria umanità; e riconosceva sotto tale profilo l'imprescindibilità della funzione della civiltà, non solo come regola di coesistenza degli «egoismi» pulsionali, ma come patrimonio simbolico capace di consentire le realizzazioni «superiori» dell'uomo.
Indipendentemente da Freud, in ogni caso, occorre riconoscere che l'uomo non è possibile - non può pensarsi, nè può volersi - se non riferito a ciò che lo «trascende», a ciò che si mostra a lui come «valore», come degno di essere approvato e voluto per se stesso, al di là d'ogni «sperimentale» vantaggio misurato in termini di benessere psicologico. Correlativamente, l'uomo ripiegato su sè stesso, alla ricerca della sua più «profonda» identità, scopre di essere senza fondo; l'uomo che cerca nell'assoluta coscienza di sè il fondamento della vita, perde ogni fondamento e vive l'esperienza dello sprofondare in un abisso di non-senso. I documenti di questa tragedia dell'«homo incurvatus» -come lo chiamava Sant'Agostino - sono innumerevoli nella letteratura del '900.

4. Questi spunti frammentari di riflessione sulla parola «coscienza» sembrano dunque orientare verso un esito che per altro chiederebbe ben altro approfondimento per essere adeguatamente illustrato e fondato. È vero che la distinzione tra «coscienza» in senso morale e «coscienza» come autoconsapevolezza è solo provvisoria. Ma la riunificazione tra i due significati, alla quale si dovrà in ultima analisi approdare, non può prodursi per riduzione della coscienza morale ad autocoscienza - come invece tendenzialmente accade nella cultura corrente - ma deve al contrario prodursi per ancoraggio della consapevolezza di sé alla più fondamentale coscienza dei valori morali capaci di offrire un fondamento alla vita umana. La persona che riconosce e approva e persegue quei valori, potrà anche acquistare consapevolezza di sé e del proprio difetto (del proprio peccato e del proprio limite), senza disperare di sè; ma la persona che non dispone di tale «cielo» di stelle fisse, nella ricerca della propria identità si smarrirà, come ci si smarrisce appunto in un bosco tanto fitto da non consentire la visione del cielo.

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano