Autentico

Giuseppe Angelini 

1. L'aggettivo ha una gamma di usi estremamente vasta e varia, sicché appare difficile dirne in generale il significato.
A noi qui interessa descriverne il significato limitatamente ad un ambito preciso, e cioè all'ambito che potremmo qualificare 'morale'.
Precisiamo però che intendiamo come ambito morale non semplicemente quello definito dalla considerazione dei comportamenti umani sotto il profilo del bene e del male, ma, più in generale, l'intero ambito dei mores, cioè dei costumi e dei comportamenti umani.
L'impiego di «autentico» in questo campo è notevolmente cresciuto in questi ultimi decenni. Suggeriamo solo qualche esempio: una persona autentica, un gesto autentico, una reazione autentica, un sentimento autentico; oppure, in forma più articolata, una persona di autentica generosità, di autentica umanità, di autentica religiosità, di autentica virtù, e così via.
«Autentico» è detto in generale per qualificare un oggetto per contrapposizione rispetto alle sue falsificazioni. Il termine greco corrispondente significava 'di autore certo'. In tal senso ancora si parla di 'opera autentica', 'dipinto autentico', e così via.
Si sa quanto i problemi di autenticità occupino i cultori d'arte: problemi tanto più complessi quanto minore è la facilità di distinguere l'autentico dalle contraffazioni in base ad un apprezzamento estetico intuitivo.
Si può osservare a tale riguardo uno strano fenomeno: moltiplicandosi le possibilità della riproduzione tecnica, e insieme diffondendosi quel mezzo di circolazione dell'opera d'arte che è il mercato, sempre più si fa viva la necessità del 'certificato' che accompagni l'opera e ne attesti l'autenticità. Non è raro il caso che l'apprezzamento del cliente - appunto perché di un cliente si tratta, e non di una persona capace di rapporto immediato e competente con la realtà in questione - si rivolga assai più al certificato che all'opera. Quello che succede per l'opera d'arte, succede anche, moltiplicato per mille o per un milione, a proposito di tutti i prodotti di prestigio: il prestigio sta nell'autenticità, e l'autenticità sta nel marchio.

2. Dicevamo di volerci occupare dell'uso di «autentico» nel campo della morale. E confermiamo l'intenzione. Ma questa breve escursione nel campo del mercato illumina - crediamo - la comprensione degli usi morali del termine, e dei rischi in essi implicati.
L'uso di «autentico» per qualificare ad esempio virtù umane come la religiosità, l'umanità, o la generosità tradisce innanzitutto il diffuso timore della contraffazione.
Non si avvertirebbe la necessità di qualificare come «autentica» la religiosità di questa o quell'altra persona, se non operasse sullo sfondo -più o meno consapevole - un diffuso timore, o addirittura una tendenziale presunzione che la religiosità sia atteggiamento falso e solo esteriormente dimostrato. Non a caso il termine «autentico» accompagna i sostantivi indicanti virtù, o comunque buone qualità dell'uomo; in genere accompagna i termini che esprimono valori morali. Di essi l'uomo contemporaneo parla poco volentieri e con imbarazzo, quasi temesse di apparire ingenuo, così come il cliente teme nell'apprezzare il prodotto di prestigio.
L'aggettivo «autentico» svolge in tal senso una funzione analoga a quella del marchio o del certificato: intendetemi bene - esso dice - non mi riferisco alle contraffazioni che tutti conosciamo, ma alla rara opera autentica che solo eccezionalmente ci è dato di incontrare.
Se valgono queste considerazioni, allora dobbiamo vedere nella diffusione dell'uso di «autentico» riferito a giudizi morali un segno del processo di 'inflazione' che conosce il linguaggio morale. Già lo dicevamo, le parole, come la moneta, perdono valore. Per dire quello che una volta era il loro significato ovvio devono essere moltiplicate per due o per tre; a ciò provvedono i superlativi, gli aggettivi enfatici, oppure l'aggettivo «autentico».
Ma occorre notare che non basta un'enfasi verbale per restituire alle parole il loro significato; non basta «autentico» per certificare le qualità di una virtù. Meglio sarebbe riuscire a mostrare quelle qualità, senza necessità di ricorrere ai marchi di fabbrica che sono tendenzialmente autoritari.

3. Non si può non accennare ad un uso specialistico, ma anche più fondamentale, dell'aggettivo «autentico», che ci pare poi alla base di ogni altro uso morale del termine. Intendiamo riferirci all'espressione «esistenza autentica», che poi equivale nella sostanza alle altre meno ricercate: 'uomo autentico', 'comportamento autentico', 'vita autentica', e simili. Che cos'è «esistenza autentica»? Come si sa, l'espressione è stata messa in circolo soprattutto dagli scritti di Heidegger, e in genere dalla letteratura esistenzialistica. Essa definisce l'esistenza 'vera' per contrapposizione rispetto all'esistenza 'comune'. Quest'ultima poi è quella forma di esistenza umana che tutta s'affida ai luoghi comuni, alle convenzioni, ai pregiudizi sociali, a ciò che - essendo da tutti condiviso -non ha bisogno d'essere giustificato. «Autentico» diventa in tal senso equivalente di 'singolare', 'esclusivo', 'originale', o meglio 'proprio'. Notiamo - chiedendo scusa per le puntigliosità delle osservazioni filologiche - che l'italiano «autentico» corrisponde al tedesco eigentlich, che significa 'inerente a ciò che è proprio' (eigen). L'esistenza «autentica» dunque sarebbe l'esistenza che corrisponde a ciò che è proprio ed esclusivo del singolo, e che non si rifugia invece nell'anonimato e nell'impersonalità del `si' (si fa, si legge questo o quest'altro).
Se «autenticità» significa condanna dell'impersonale certo significa un indubitabile valore. Ma lo significa soltanto negativamente. Quanto invece a determinare positivamente ciò che è 'proprio', del singolo, il compito è assai meno semplice. E forse sotto questo riguardo occorre riconoscere che l'uomo non ha nulla di 'proprio' e che quindi - se vuole trovare un'effettiva «autenticità» -deve trovare un autore. Varrebbe dunque anche per lui il significato originario del termine: l'uomo autentico è l'uomo che, mediante la propria vita, manifesta di avere un autore certo. «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente...».

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano