Morte e fede
Paolo Ricca

Affrontando il problema della morte dal punto di vista della fede cristiana, ci limiteremo, anche qui, alle poche affermazioni che ci sembrano essenziali.

1. Anzitutto, il fatto e il problema della morte mettono in gioco e chiamano in causa la nostra fede (VOUGA, Réconciliation avec la mort cit., p. 35). Nel colloquio con Marta in Giovanni 11, Gesù sposta il centro della conversazione dalla morte di Lazzaro alla fede di Marta. «Credi tu questo?» le chiede alla fine. La morte mette in movimento, e in crisi, pensieri, affetti e sentimenti, ma sottopone anche la fede a una severa verifica. Solo una fede superficiale si accosta imperturbabile alla realtà della morte. Davanti alla morte di qualcuno non mi pongo anzitutto il problema della mia morte ma quello della mia fede.

2. Com'è noto, il Nuovo Testamento ha rimescolato tutte le carte del discorso sulla vita e sulla morte. Il Nuovo Testamento chiama sovente morte quello che noi chiamiamo vita, e vita quello che noi chiamiamo morte. Chi perde la sua vita, la trova; chi la conserva, la perde. Vivere significa morire a se stessi, morire significa vivere per se stessi. L'esistenza cristiana e, in prospettiva, ogni esistenza umana, non è un passaggio dalla vita alla morte ma un passaggio dalla morte alla vita. Il cristiano e, in prospettiva, ogni uomo, non è un vivente destinato alla morte ma un morto fatto vivente. «Voi moriste» dice Paolo ai cristiani «e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi 3,3): non più la vita alle spalle e la morte davanti ma la morte alle spalle e la vita davanti. Questo vero e proprio capovolgimento di prospettiva dipende dal fatto che, secondo il Nuovo Testamento, l'uomo nuovo non è più sospeso sull'estremo confine escatologico della storia ma è una realtà già apparsa nella storia, e la risurrezione non è più relegata in un futuro imprecisato ma è anch'essa già datata storicamente, e la vita eterna non è più la vita di domani dopo la morte ma la vita di oggi contro la morte. Alla base di questa vera «rivoluzione culturale» cristiana in ordine al problema vita-morte, stanno due fondamentali intuizioni e convinzioni di fede. La prima è che il vero potere della morte non consiste tanto nella sua capacità di porre fine alla vita quanto nella sua capacità di isolarla e alienarla da Dio e dal prossimo. La morte più insidiosa e anche più irreparabile non è quella che sta davanti a noi ma quella che sta dentro e in mezzo a noi. La seconda intuizione, collegata con la precedente, è che il problema fondamentale non è il prolungamento indefinito della vita ma il suo senso o, come dice la Bibbia, la sua pienezza; e la pienezza della vita non sta nella sua durata ma nella sua qualità.

3. Il cristiano davanti alla morte, il cristiano davanti alla vita, il cristiano davanti alla risurrezione. Riprendendo un detto antico, ERNST BLOCH scrive nel suo Ateismo nel cristianesimo: «Nel mezzo della vita siamo circondati dalla morte; come le si diventa amici?» (E. BLOCH, Ateismo nel cristianesimo, Milano, Feltrinelli, 1971, p. 317). Ma già Lutero suggeriva di rovesciare i termini della questione: «Capovolgi la frase così: "In mezzo alla morte siamo nella vita", e saprai come il cristiano parla e crede» (JÜNGEL, Morte, Queriniana 1972, p. 164). Di conseguenza non si tratta di sapere come diventare amici della morte ma come restare amici della vita. Il nostro tema si trasforma: non è più «il cristiano davanti alla morte» ma «il cristiano contro la morte». Che dire al riguardo? Si possono indicare due linee fondamentali: una di mobilitazione contro la morte e l'altra di umanizzazione della morte.

 

A) La mobilitazione contro la morte dovrà consistere almeno in questi compiti particolari: 

 

a) Snidare e smascherare la morte in tutte le sue molteplici manifestazioni, dirette e indirette, individuali e collettive, manifeste e nascoste. Questo compito di discernimento che è, insieme, spirituale, politico, culturale e morale, è tanto più urgente nella nostra società in cui la morte è resa il più possibile invisibile oppure contrabbandata per il suo contrario, ma anche molto arduo perché ci siamo abituati, come ai tempi di Isaia, a «chiamare bene il male e male il bene [...] e a mutare l'amaro in dolce e il dolce in amaro» (cfr. Isaia 5,20). Poche cose sono oggi diventate così difficili come distinguere il bene dal male, eppure dovrebbe essere la più elementare delle operazioni. In realtà, nella nostra civiltà che non a torto è stata definita, almeno per molti suoi aspetti, una «civiltà omicida», è diventato estremamente difficile distinguere quello che è per la vita da quello che è per la morte. Tanto più quindi occorre farlo.

 

b) Combattere la morte e le «strutture della morte» creando un'istituzione medica al servizio del malato e progettando una società che non produca la morte. Non è vero che siamo tutti uguali davanti alla morte, come si è soliti dire, al contrario siamo tutti disuguali (anche se è vero che la morte non risparmia nessuno). Le stesse disuguaglianze che ci sono nella vita, ci sono anche nella morte. Neanche dopo morti, nei cimiteri, siamo tutti uguali! La speranza di due socialisti degli anni Venti, Fischer e Bärbig, di realizzare il socialismo almeno nei cimiteri, dove a prima vista sembrerebbe più facile, non è ancora diventata realtà (FUCHS, Le immagini della morte nella società moderna, Einaudi 1973, p. 167)! Ma queste, va da sé, sono inezie. Il fatto veramente grave non è che non siamo uguali dopo morti ma è che non lo siamo prima. Per essere davvero uguali nella morte occorre esserlo nella vita. Un criterio di uguaglianza potrebbe essere quello evocato precedentemente della «morte naturale». Giustamente è stato detto che questo criterio «porta in sé potenzialità di critica sociale» (FUCHS, Le immagini, cit., p. 215), in quanto postula la creazione di un ordinamento sociale in cui questa morte sia o possa diventare la regola. Si tratta, in sostanza, di creare una società in cui la morte, per il massimo numero di persone e nella massima misura possibile, ridiventi epilogo e non distruzione della vita.

 

c) Tuttavia la morte non va combattuta soltanto a livello dei rapporti sociali ma anche a quello dei rapporti interpersonali. È stato detto che «l'essenza della morte è l'assenza di relazioni» e che la morte è «il trionfo dell'irrelazionalità totale» (JÜNGEL, Morte cit., p. 163). Ma assenza di relazioni non è altro, in fondo, che assenza di amore. Per questo, a nostro avviso, è l'evangelista Giovanni che ha detto la parola più vera e profonda che mai sia stata pronunciata sul nostro tema, quando ha scritto nella sua prima lettera: «Chi non ama, rimane nella morte» (I Giovanni 3,14). Dove non c'è amore non ci sono rapporti, e dove non ci sono rapporti c'è la morte. In questo senso ha ragione GARAUDY di dire: «Soltanto l'amore ci salva dalla morte» (GARAUDY, Parola di uomo cit., p. 37). Creare rapporti, accettare i rapporti che mi vengono offerti, superare le frontiere del mio individualismo sempre risorgente, liberarmi dall'ossessione di me stesso, fare degli altri il punto di riferimento della mia vita, fare della mia vita, comprese le sue colpe e le sue ferite, una vita offerta agli altri - questo è mobilitarsi contro la morte e passare dalla morte alla vita.

 

d) Donare la vita significa sottrarla all'impero della morte. È in questo movimento del dono che in realtà tutto si gioca. L'ex segretario generale dell'Onu Hammarskjöld scrive nel suo diario: «Se tu dessi tutto fuorché la vita, sappi che non hai ancora dato nulla» (D. HAMMARSKÖLD, Linea della vita, Milano, Rizzoli, 1966, p. 98). Ed è in questa stessa linea che si situa una bella pagina di BONHOEFFER, che ci permettiamo di riprodurre per esteso. È tratta da una sua lettera circolare, la prima, scritta il 20 settembre 1939, che si apre con la notizia della morte di un giovane pastore amico, anch'egli della chiesa confessante, caduto in Polonia, Bonhoeffer scrive:

La morte s'è di nuovo affacciata in mezzo a noi e dobbiamo, ci piaccia o no, pensarci sopra. Nel corso di questa riflessione due cose, negli ultimi tempi, hanno acquistato importanza per me: la morte è fuori di noi e dentro di noi. La morte fuori di noi e il tremendo nemico che si avvicina a noi quando vuole. È la morte con la falce in mano, sotto il cui colpo il fiore cade. Essa dirige la palla in modo che colpisca il bersaglio. Noi nulla possiamo contro di lei, «ha il potere dall'altissimo Iddio». È la morte dell'intero genere umano, l'ira di Dio e la fine di ogni vita. Ma l'altra è la morte in noi, la nostra propria morte. Anch'essa è in noi dalla caduta di Adamo. Ma ci appartiene. Moriamo ogni giorno di questa morte oppure la rifiutiamo. Questa morte dentro di noi ha qualcosa a che fare con l'amore per Cristo e per gli uomini. Noi moriamo di questa morte quando amiamo di cuore Cristo e i fratelli; amare infatti significa donarsi totalmente a chi si ama. Questa morte è grazia e compimento della vita. Che noi moriamo di questa morte, che ci sia dato di essere raggiunti dalla morte di fuori solo quando ci saremo preparati a essa mediante questa nostra morte quotidiana - questa sia la nostra preghiera. Allora la nostra morte sarà davvero soltanto il passaggio nell'amore compiuto di Dio (D. BONHOEFFER, Gesammelte Schriften, Monaco di B., Kaiser, 1965, pp. 557 s.).

 

B) La seconda direzione in cui ci si deve muovere è quella dell'umanizzazione della morte, come espressione o prolungamento dell'umanizzazione della società e della vita. È chiaro infatti che solo umanizzando vita e società si potrà anche umanizzare la morte. Ma in che modo?

a) Anzitutto è necessario che l'uomo si riappropri, se così si può dire, della propria morte. Questo presuppone una crescita non solo psicologica ma anche spirituale e sociale grazie alla quale l'uomo sia in grado di farsi carico della sua morte come parte integrante di una vita di cui ci si assume fino in fondo tutta la responsabilità. Morire fa parte del «mestiere di vivere» (C. PAVESE). Non si tratta di «riconciliare l'uomo con la morte», come qualcuno ha proposto, ma di riconciliarlo con se stesso, con il suo destino di uomo, rendendolo pienamente consapevole e direttamente responsabile anche per quanto concerne la sua morte. Se la nostra vuol essere veramente un'umanità diventata adulta, deve dimostrarlo non solo nel suo rapporto con la vita ma anche e altrettanto nel suo rapporto con la morte. Saper vivere implica anche saper morire. Prolungando le linee di questo discorso ci imbatteremmo inevitabilmente nel problema dell'eutanasia. In questa sede non possiamo fare altro che menzionarlo. Tutti sappiamo quanto il problema sia delicato e controverso. Vorremmo però dire che a nostro avviso l'eutanasia intesa non come diritto di uccidere ma come diritto di morire dovrebbe in qualche modo essere resa legalmente possibile.

b) Umanizzare la morte significa in secondo luogo riuscire a instaurare con essa un rapporto non solo negativo di rassegnazione fatalistica o di semplice ripulsa ma un rapporto più costruttivo, non di accettazione ma di libertà nei suoi confronti. È anche questo un aspetto non secondario della libertà cristiana. Un rapporto lucido ma non angosciato, consapevole ma non patologico, fiducioso anche se non spensierato, con la morte, può trovare il suo modello nel comportamento di Gesù che dice: «Bisogna ch'io compia le opere di Colui che mi ha mandato, mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare» (Giovanni 9,4). La coscienza che viene la notte non paralizza l'azione ma le dà la sua giusta cadenza. C'è nella vita e nella storia (e nel vangelo!) un «troppo tardi» irrevocabile che non rende ansiosi ma tempestivi. Il modo più costruttivo di affrontare la morte è dunque di «operare mentre è giorno», cioè di dare fino a quando è possibile spessore e consistenza alla nostra vita. In questo quadro sarà anche possibile ricuperare un uso legittimo, non terroristico, dell'antico memento mori tipico di una certa tradizione cristiana (peraltro con scarsi addentellati biblici), nella misura in cui esso servirà a ricordare non già la caducità ineluttabile dell'esistenza umana, ma piuttosto il fatto che essa costituisce l'occasione unica, irrepetibile e insostituibile che ci è offerta.

c) Un terzo aspetto dell'umanizzazione della morte riguarda l'atto stesso del morire. Quelli di voi che hanno visto come si muore nelle corsie dei nostri ospedali, o della maggior parte di essi, sanno cos'è un modo non umano di morire. Quando un malato sta per morire, un paravento viene posto intorno al suo letto in modo da isolarlo ancora di più e nasconderlo alla vista degli altri malati: un uomo muore e, a pochi passi, c'è chi chiacchiera con i parenti, più sottovoce del solito, c'è chi fuma, chi ascolta una radiolina portatile... Un uomo muore e, come dice Isaia, <messuno vi pon mente» (Isaia 57,1). Un uomo muore, solo, dietro un paravento. La sua morte riguarda solo lui; tutti gli altri si occupano della loro vita. E proprio il contrario di quello che dovrebbe accadere, se è vero che la cosa più importante che un vivo può fare per uno che sta morendo è: essere presente (E. KUBLER-ROSS, La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976). Amore è anzitutto presenza. Esserci. Non anticipare la morte di chi muore creando un vuoto, mettendo un paravento, tra lui e noi. Finché c'è presenza, c'è vita. «Essere significa essere presenti» (P. TILLICH, Teologia sistematica, vol. Il, Torino, Claudiana, 2001, p. 80). Questo esserci, questa presenza si esprimeranno più in gesti che in parole: gesti per lui, non per noi. Sederglisi accanto, tenergli la mano, sorridergli, quando il tipo di morte e di agonia lo consentono. Essere presenti, dunque, accanto a chi muore, come segno esile, certo, eppure reale, vivo, di un'altra Presenza, quella nella quale siamo, sia che viviamo sia che moriamo.

d) Umanizzare la morte significa, infine, saper affrontare il dolore della separazione che essa porta con sé. Qui bisogna imparare la lezione degli amici di Giobbe, i quali, come prima cosa, «rimasero seduti per terra, vicino a lui, sette giorni e sette notti; nessuno di loro gli disse verbo, perché vedevano che il suo dolore era molto grande» (Giobbe 2,13). Imparare dunque a non invadere il dolore altrui con il rumore delle nostre parole. Imparare il silenzio. La morte è tanto più eloquente dei nostri discorsi! Ma poi gli amici di Giobbe si mettono a parlare, senza riuscire a trovare le parole giuste. Giobbe allora li definisce «consolatori molesti» (Giobbe 16,1). È meglio tacere piuttosto che dire delle pie banalità. La semplice presenza partecipe, solidale, non «di circostanza» sarà più apprezzata di tante parole. Le quali dovranno comunque essere poche, misurate, meditate, possibilmente non scontate. Potrà essere una parola di fede, o di amore, o di speranza, o una semplice preghiera, o anche un discorso come quello fatto da Bonhoeffer a proposito delle separazioni che ci capitano nel corso della vita ma che vale anche per le separazioni provocate dalla morte.

... non c'è nulla che possa sostituire l'assenza di una persona a noi cara; non c'è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tener duro e sopportare; ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l'uno all'altro per suo mezzo. E falso dire che Dio riempie il vuoto; egli non lo riempie affatto ma lo tiene espressamente aperto aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore. Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in gioia silenziosa. I bei tempi passati si portano in sé non come una spina ma come un dono prezioso. Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarsi a essi; così come non si resta a contemplare del continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari, e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto, di cui si ha la certezza; allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli (BONHOEFFER, Gesammelte Schriften cit., p. 37).

 

Tutto quello che abbiamo detto sinora sulla mobilitazione contro la morte e sulla sua umanizzazione, e quanto ancora vi si potrebbe aggiungere, ha il suo fondamento nella speranza-certezza nata con l'esperienza fatta in quel lontano «primo giorno della settimana» da uno sparuto gruppo di donne palestinesi che, recatesi al sepolcro, lo trovarono vuoto e dissero di aver incontrato Gesù vivente; ne parlarono ai discepoli, ma a questi il racconto delle donne «parve un vaneggiare» (Luca 24,11). Ma poi anch'essi fecero un'esperienza analoga, acquistarono la stessa certezza e si misero a «vaneggiare» come le donne. E da allora fino a oggi questa esperienza-speranza-certezza, racchiusa nel termine evangelico «risurrezione», questo «vaneggiare» di alcuni in mezzo al sapiente scetticismo di molti, va avanti. È la speranza-certezza che consente a noi di credere in un mondo nuovo.

Certo, questa speranza-certezza è sovente «concepita egoisticamente», e quindi fraintesa, nel senso che anche qui il nostro individualismo ha facilmente il sopravvento: ciascuno pensa alla risurrezione in primo luogo in funzione di se stesso o dei suoi cari, mentre l'evangelo ne parla sempre al plurale, in termini prevalentemente collettivi: il Risorto è «il primogenito di molti fratelli» (Romani 8,29), «di ogni creatura» (Colossesi 1,15); in Dio «vivono tutti» (Luca 20,38), e il vero sbocco della risurrezione non è che io diventi eterno ma che Dio «sia tutto in tutti» (I Corinzi 15,28), non è che la mia eternità sia assicurata ma che l'eternità abbia cambiato segno e non sia più morte eterna ma vita eterna.

Ma al di là di ogni possibile fraintendimento, resta il fatto che l'evangelo è la risurrezione e la risurrezione è l'evangelo. Immaginate il Nuovo Testamento senza questo annuncio: che cosa resta? Vorremmo terminare quindi con un appello. A che cosa? Ad amare la vita, certo, in primo luogo quella degli altri ma anche la nostra. Appello necessario, specialmente in questi nostri giorni tristi e insanguinati, in cui qualunque motivo è buono per uccidere. Ma c'è un altro appello, forse ancora più necessario, che vorremmo rivolgere concludendo. Questo: Custodite la parola «risurrezione»! Non scambiatela con nessun'altra! Non con «sopravvivenza», non con «immortalità», non con «trasformazione», non con «progresso», non con «riforma», neppure con «rivoluzione». Custodite la parola «risurrezione», anche se supera, come supera, ogni vostra capacità di immaginazione e persino le vostre più ardite speranze. Custodite la parola «risurrezione» e il segreto che essa racchiude. Perché la risurrezione è un segreto. Il mondo non ne sa nulla. Solo i discepoli ne erano al corrente. Ma attraverso i secoli abbiamo talmente sbandierato questo fatto, che non sappiamo più che è un segreto, il segreto del mondo e dell'intera vicenda umana. Un segreto non da nascondere, certo, ma neppure da sbandierare come se fosse nostro anziché di Dio. Piuttosto siamo chiamati a vivere questo segreto come potenza di cose nuove nella storia.

 

Siamo chiamati a vivere il segreto della risurrezione come potenza di insurrezione, certo, che ricrea il mondo rendendolo giusto, ma anche come potenza di perdono, che ricrea il mondo rendendolo innocente, e come potenza di riconciliazione, che ricrea il mondo rendendolo fraterno, e come potenza di pace, che ricrea il mondo rendendolo umano - mondo di esseri umani e non di belve, un luogo per vivere e non per morire.

Custodiamo la parola «risurrezione» e non scambiamola con nessun'altra. Custodiamo il segreto che essa racchiude e ad un tempo rivela: credere in Dio e credere nella risurrezione è proprio la stessa cosa.                                                                   

(Il cristiano davanti alla morte, Claudiana 2005. pp. 41-53)