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PG salesiana

Incontro-intervista col Rettor Maggiore

 

D. Frisoli. Benvenuto, carissimo Rettor Maggiore. La ringraziamo di cuore della disponibilità del suo tempo per un incontro che è certamente di famiglia, dei figli con il padre, e anche un incontro di riflessione su temi di PG.
Le vogliamo augurare anzitutto - all’inizio del nuovo anno - un buon anno 2010 e insieme il compimento dei desideri del suo cuore. Nel cuore del Rettor Maggiore ci sono tanti desideri, tante preghiere, tanti sogni: ci uniamo con la nostra preghiera.
Di fronte a lei ha la CISI, cioè la Conferenza degli Ispettori d’Italia o meglio ancora la Conferenza della Regione Italia-Medio Oriente; e il CSPG, cioè il Centro Salesiano di PG, che fu voluto dagli Ispettori italiani all’indomani del CG Speciale nel 1972 come strumento operativo per l’attuazione del CG, e che gli Ispettori italiani nel 2008, all’indomani del CG 26, hanno voluto rifondare, ridefinendone lo statuto, proprio perché sia uno strumento a servizio della consegna delle linee d’azione offerte dal CG 26.
Il CSPG è composto da tutti i delegati della PG delle Ispettorie della Regione, e insieme tutti i responsabili degli uffici nazionali e di servizi nazionali (vocazione, animazione missionaria, comunicazione, emarginazione e disagio) e per gli ambienti (parrocchia e oratorio, scuola e formazione professionale), i membri della comunità S. Lorenzo; è poi sempre invitato il delegato della formazione, in modo da creare anche sintonia con tutti i cammini formativi. È quindi il gruppo che orienta e coordina l’animazione delle Ispettorie italiane.
La CISI ha un suo ritmo di incontri con quattro incontri annuali; il CSPG si incontra tre volte nell’anno (nel mese di gennaio, di aprile e di luglio). L’incontro di gennaio si svolge insieme agli Ispettori, proprio per definire alcune scelte comuni.
In questo nostro incontro abbiamo riflettuto nel primo giorno su una delle nuove frontiere, che ci è stata consegnata dal CG: quella della comunicazione, e in particolare il rapporto tra evangelizzazione, cultura, comunicazione, con l’intervento di don Filiberto González del Dicastero e di don Domenico Pompili dell’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali della CEI.
Ieri ci siamo suddivisi nel lavoro. Al mattino la CISI ha lavorato con le Ispettrici FMA e nel pomeriggio attorno ad alcune scadenze proprie delle Ispettorie italiane; mentre il CSPG ha lavorato sul contributo per la relazione al Rettor Maggiore sulla Regione Italia e Medio Oriente che verrà consegnata alla fine di gennaio, e successivamente ha affrontato alcune tematiche sul rapporto educazione-evangelizzazione, in particolare un confronto con un’esperienza in atto nella diocesi di Roma di itinerario di educazione alla fede dei giovani adulti, una proposta di PG che sta riscuotendo molta attenzione.
L’incontro con Lei è stato preparato, come ha visto, con una serie di domande, proprio per poter attingere direttamente al magistero del Successore di Don Bosco. Toccano vari aspetti della vita e della impostazione pastorale delle nostre Ispettorie.
Detto questo, nuovamente La ringrazio per la Sua consueta disponibilità, già ben sperimentata, e soprattutto per l’affetto con cui segue le cose italiane.

Rettor Maggiore. Bene, buongiorno! Ringrazio delle parole rivoltemi da don Pier Fausto e ovviamente per l’invito a condividere con voi alcune riflessioni sul tema, “portare il vangelo ai giovani”, che è anche il tema della Strenna del 2010, e che io - fin dall’inizio del mio Rettorato – ho tanto a cuore: andare oltre la soglia della pre-evangelizzazione e dunque essere più esplicitamente evangelizzatori.
Ho ricevuto le vostre domande mentre sono impegnato a preparare le giornate di spiritualità della Famiglia Salesiana e il messaggio che i giovani riceveranno il 31 gennaio. Sono, le vostre, domande davvero impegnative. Parlerò in modo colloquiale, intessendo con voi un dialogo, in risposta ai vostri desideri, espressi nelle domande che mi avete rivolte, su argomenti da voi stessi indicati.
Lo faccio in un giorno in cui la Chiesa celebra l’evento, per così dire, dirompente nella vita di Gesù, che è il suo battesimo. Il primo Vangelo incomincia proprio con la narrazione del battesimo di Gesù e l’ultimo Vangelo, quello di Giovanni, fa lo stesso presentandoci il racconto del battesimo di Gesù subito dopo l’inno che canta la preesistenza della Parola e la sua incarnazione: questo vuol dire che il battesimo è il momento in cui Gesù prende consapevolezza della sua identità profonda, vivendo fino in fondo il mistero della sua incarnazione; il battesimo è il momento in cui Gesù si sente investito della forza dello Spirito, che lo guiderà poi fino alla fine; sarà soprattutto il momento in cui comincerà decisamente ad annunciare il vangelo e, di pari passo, rendere presente il Regno di Dio. Non a caso, nel vangelo di Marco tutta l’attività di Gesù sembra sintetizzarsi in questo versetto: “Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo”.
Ecco, cari confratelli, il contesto liturgico in cui mi piace venire incontro alle vostre domande.
Anche se sono intrecciate l’una con l’altra, le riprendo una ad una. Dopo avrete l’opportunità di fare o chiedere ulteriori approfondimenti o chiarimenti.

Abbiamo preparato – scrivete – alcune domande che vertono su temi a Lei e a noi cari, per riportare con entusiasmo nelle Ispettorie e nelle comunità le linee che stiamo perseguendo, a partire dalla Visita d'insieme alla Regione Italia del 2004, il CG 26, la programmazione del sessennio, le Strenne.
Ed ecco la prima domanda: Lei invita a un ripensamento della PG e traccia delle linee e punti fermi, con grande insistenza sul tema dell'annuncio esplicito, sulla centralità di Gesù e del suo messaggio. Qual è la modalità salesiana in cui questo può avvenire, come la si verifica, chi ne è il soggetto? Come si può declinare specificamente per l'Italia in questo nostro contesto, con questi nostri giovani? Come vede l'impegno di noi della PG in Italia e quali linee dovremmo perseguire e su quali particolarmente insistere?

R.M. Comincio col dire che sono convinto che la pastorale giovanile va ripensata. È la prima cosa, e su questo non voglio transigere.
Per questo lavoro di ripensamento ho impegnato in primo luogo il Dipartimento di Pastorale Giovanile e Catechesi dell’UPS, in confronto anche con persone esterne al Dipartimento, per vagliare quella che nel passato si è mostrata una proposta feconda, una risposta veramente indovinata e vero punto di riferimento per la Chiesa, che però oggi sembra aver un po’ esaurito la sua carica. In effetti, un elemento che non può essere ignorato è la diminuzione drastica di allievi in questo Dipartimento: il che vuol dire che i Vescovi stanno cercando altrove quanto noi non stiamo riuscendo a dare.
La realtà è che quello che è cambiato è tutto il contesto in cui viviamo, in cui vivono i giovani. Se non prendiamo sul serio questo cambiamento di contesto, non siamo rispettosi nemmeno con il punto di partenza di quella proposta, il principio di incarnazione. Sto finendo di leggere l’ultimo libro di Galimberti I miti del nostro tempo: ve lo raccomando perché vi può veramente aiutare a capire quali sono gli elementi che più stanno influenzando, in maniera conscia o inconscia, la vita dei nostri giovani, elementi che stanno creando un nuovo modello di uomo, di donna, un nuovo modello sociale, di rapporti interpersonali, una nuova cultura. (Se poi volete entrare direttamente nel campo della vita dei giovani vi raccomando alcuni libri di Federico Moccia, che è diventato veramente - attraverso il romanzo - un fenomenologo della vita degli adolescenti).
Ebbene, nel leggere queste pubblicazioni si resta sbalorditi al vedere qual è la realtà di questi giovani. Possiamo trovare delle sorprese interessanti, come è capitato qui in una delle giornate della spiritualità della Famiglia Salesiana, quando - dopo la presentazione della sua esperienza - alla fondatrice del gruppo “Nuovi Orizzonti”, Chiara Amirante, è stata fatta un’osservazione critica: «Quello che lei sta presentando è una realtà estrema, è una realtà che non rispecchia il quadro della gioventù». La sua risposta potrebbe suonare un insulto a chi ha fatto la domanda, una persona che pensa di conoscere la realtà giovanile: «Quello che non conosce la realtà giovanile è lei: non conosce veramente i giovani di oggi. Non sto indicando il caso limite in cui si trovano a vivere i giovani, la situazione è proprio questa».
Se parlo di un ripensamento della PG è per questo fatto del nuovo contesto in cui viviamo, testimoniamo la nostra fede, realizziamo la missione. Ma non solo; un’altra ragione viene dalla riflessione proprio sulla pastorale, sulla sua “epistemologia”.
Non è che si ignori di dover prendere in considerazione le scienze umane (psicologia, sociologia…), ma non si può prescindere da quello che è propriamente la pastorale. Essa è la scienza della salvezza, essa cerca la salvezza della persona, non soltanto lo sviluppo umano.
Dunque noi non possiamo giocare tutto sul termine “educativo”, quando la nostra azione è pastorale-educativa o educativo-pastorale. E pastorale vuol dire che attraverso la nostra opera noi cerchiamo per i giovani non solo, né principalmente, il loro successo nella vita, non solo offriamo l’aiuto a collocarsi, ma cerchiamo la loro salvezza. E lo facciamo - sì - attraverso l’educazione: l’educazione è la via metodologica che permette effettivamente di sviluppare quanto di meglio il giovane si porta nella sua mente, nella sua libertà, nella sua capacità di scelte, di organizzare la vita.
Ecco, io continuo a insistere soprattutto su questo, perché penso che l’elemento che meno persuadeva nella proposta anteriore era proprio la mancanza di esplicitazione del Vangelo, l’annuncio del Vangelo, che affermo deve essere molto più esplicito.
Perché insisto su questo? Perché - ripeto - è cambiata la società. In molti ambienti il vangelo, il riferimento ecclesiale, la religione stanno scomparendo non solo dal tessuto sociale, dalle scelte politiche, ma anche dalla coscienza della persona, da cui si sta cercando di cancellare la presenza di Dio. E allora non si può non affrontare questa grande sfida: ecco dunque perché ripensare la pastorale.
Qual è la modalità salesiana? La modalità salesiana naturalmente deve realizzarsi, come finora, attraverso le nostre opere, che sono prevalentemente educative. Però “educativo” non vuol dire che lascia in disparte il tratto essenziale di cui parlava Don Bosco: dei tre elementi che costituiscono il Sistema Preventivo il più strategico di tutti è la religione, e non può essere che la religione sia l’ultimo elemento su cui facciamo leva, dopo gli altri due, per “completare” l’opera.
Non sto parlando di questo per la prima volta: basta prendere in mano la Strenna del 2008, nella quale parlo esplicitamente dell’educazione, riprendendo una espressione dirompente di don Viganò: “C’è bisogno – diceva – di una nuova educazione, c’è bisogno di un nuovo sistema preventivo”. È proprio così! Oggi si avverte – e già lo diceva allora – che “educare è aiutare ciascuno a diventare pienamente persona attraverso il mezzo della coscienza, lo sviluppo dell’intelligenza, la comprensione del proprio destino. Attorno a questa nuova visione si raccolgono i problemi e si scontrano le diverse concezioni dell’educazione”.
È proprio questo il problema: le diverse concezioni dell’educazione. Chiediamoci: con quale antropologia educhiamo? Un’antropologia ispirata al cristianesimo o un’antropologia riduttiva? Si avverte oggi una specie di scompenso tra libertà, potere e coscienza, tra progresso tecnologico e progresso sociale. E tale scompenso viene sovente indicato con altre espressioni: la corsa al lavoro, la disattenzione verso l’essere, il desiderio di possedere, l’incapacità di condividere, il consumare senza riuscire a valorizzare. Tutti “miti del nostro tempo”, individuali e sociali, come vi dicevo a proposito del libro citato.
Noi non possiamo attuare un ripensamento della PG al margine del nostro carisma, della nostra missione, della nostra prassi, della nostra tradizione, e di come essa si può declinare per l’Italia in questo nostro contesto, con questi nostri giovani. E da questo punto di vista voi avete la risposta meglio di me, perché siete in contatto giornaliero con i ragazzi.
Sono comunque convinto che si deve andare oltre il semplice principio di incarnazione, quando esso lo si riduce a una “solidarietà” che non raggiunge veramente la pienezza della stessa incarnazione nella risurrezione e quanto di nuovo questo comporta.
Dico che a volte siamo timidi nel modo di parlare. Io vi posso dire che, almeno nelle opportunità diverse in cui incontro i giovani - e sono tante -, quando parlo sono molto esplicito. Chi ha partecipato per esempio all’Agorà a Loreto, alla festa dei giovani a Jesolo, ultimamente a Catania… nei diversi momenti di incontro, avrà sentito il dialogo diretto, senza sottointesi né abbellimenti, con i ragazzi, non soltanto il momento dell’omelia. Perfino con quelli che potrebbero essere i giovani più tosti, indifferenti o non sensibili.

Una seconda domanda: “Come vede l’impegno di noi della PG Italia? su quali linee dovremmo insistere e quali perseguire?”.

R.M. Qui di nuovo voi siete privilegiati, in paragone con altre zone dell’Europa; parlo ad esempio della Spagna, che conosco bene perché vi ho fatto il dottorato e poi vi ho fatto una visita straordinaria: ho visto veramente come essere cristiano e appartenere alla Chiesa in Spagna oggi occupi l’ultimo gradino della scala di valori, quando si chiede ai giovani a quale istituzione della società vorrebbero sentirsi appartenenti o collegati.
In Italia non mi sembra sia così. Quando vedo ancora le migliaia di ragazzi che abbiamo nelle nostre opere, constato che c’è ancora ricettività, apertura, accoglienza: questo vuol dire che c’è ancora un humus, una generazione che è molto migliore di quanto viene descritta nella presentazione che si fa dei giovani, anche da noi stessi, e tanto più dai politici. Basterebbe pensare all’altissimo numero di giovani italiani volontari nel mondo per sapere qual è la materia prima di cui ancora disponiamo.

Una terza domanda. Entriamo in un tema delicato e a noi caro. Il rapporto educazione-evangelizzazione. Sembra a volte che su questo ci si scontri, ci si divida…

R.M. In effetti sta accadendo così. Già nella preparazione del CG 26, quando abbiamo individuato i temi attorno ai quali articolare il grande tema del “ritorno a Don Bosco” (l’urgenza di evangelizzare, il bisogno di convocare, una vita povera e semplice, le nuove frontiere), ci siamo detti che il problema sarebbe esploso al trattare dell’urgenza di evangelizzare. Non era solo una intuizione; perché già avevamo visto, nel convegno organizzato da don Alencherry e don Domenech su “Europa, terra di missione”, come proprio su questo punto ci si spaccava, per le diverse concezioni di evangelizzazione, le sue diverse accentuazioni, e sul suo modo di realizzarla. È proprio su questo tema che oggi l’équipe di don Fabio Attard sta lavorando e presto presenterà il primo frutto dell’incontro degli esperti di PG.

(Continua la domanda) … Nella prassi come è possibile garantirne l’equilibrio, anche in vista della nostra opera con giovani a diverso livello della loro fede?

R.M. Stiamo parlando in Europa, non in un paese in cui è bandito il discorso religioso. Stiamo parlando in Italia, dove c’è la possibilità di farlo. E qui torno a dire: qual è la nostra proposta? La nostra è sempre una proposta ‘pastorale-educativa’: questo significa che i due elementi sono inscindibili, e non soltanto perché - come si dice - la pastorale indica la meta, il ‘dove’ verso cui dobbiamo portare i ragazzi, e l’educazione ci indica la via. Non soltanto quello. Diceva don Viganò che i nostri giovani, che sono il soggetto dell’evangelizzazione, sono gli stessi soggetti dell’educazione. Dunque non possiamo cedere a quell’ipocrisia della società politica europea contemporanea che dice che si è liberi di credere quanto uno vuole, purché la fede non abbia a che vedere né con il tessuto sociale né con le scelte politiche. Ma come posso dividere il cittadino del credente?
E a noi può capitare lo stesso. Don Bosco l’aveva perfettamente capito quando lo sintetizzò magistralmente in una formula inseparabile: formare ‘l’onesto cittadino e il buon cristiano’.
Nel Commento alla Strenna di due anni fa, che citavo prima, parlando dell’educazione dicevo che è il momento di rilanciare l’«onesto cittadino»: «La riconsiderazione della qualità sociale dell'educazione, già presente in Don Bosco, anche se imperfettamente realizzata, dovrebbe incentivare la creazione di esplicite esperienze di impegno sociale nel senso più ampio. Ciò suppone una profonda riflessione sia a livello teorico, data l’estensione dei contenuti della promozione umana, giovanile, popolare e la diversità delle considerazioni antropologiche, teologiche, scientifiche, storiche, metodologiche, sia sul piano dell’esperienza e della riflessione operativa dei singoli e delle comunità. In ambito salesiano il Capitolo Generale 23º aveva già parlato di “dimensione sociale della carità” e di “educazione dei giovani all’impegno e alla partecipazione alla politica“, “ambito da noi un po’ trascurato e disconosciuto”. La presenza educativa nel sociale comprende queste realtà: la sensibilità educativa, la politica educativa, la qualità educativa del vivere sociale, la cultura. Chi è veramente preoccupato della dimensione educativa cerca di influire attraverso gli strumenti politici perché essa sia presa in considerazione in tutti gli ambiti, dall’organizzazione del turismo, dallo sport, dal sistema radiotelevisivo, e così via».
C’è poi l’aspetto specifico delle politiche educative giovanili… E il rilancio del «buon cristiano»: «come attualizzare il buon cristiano di Don Bosco? come salvaguardare oggi la totalità umano-cristiana del progetto in iniziative formalmente o prevalentemente religiose e pastorali, contro il pericolo di antichi e nuovi integralismi ed esclusivismi? come trasformare la tradizionale educazione religiosa in una educazione a vivere con la propria identità in un mondo plurireligioso, pluriculturale, plurietnico?».
Questo è il problema. Voi dite che ci si divide su questi temi. Sì, è proprio così; ci si accusa reciprocamente: questi sono integralisti perché parlano di evangelizzazione ed escludono l’educazione; questi altri parlano di educazione ed escludono l’evangelizzazione. Dunque, come tradurre oggi la duplice finalità? È appunto questo lo sforzo che siamo invitati a fare.
Penso che a volte, non escludendo certo la buona volontà, ci sia un po’ d’ideologia, e cioè il dare per presupposto che parlare di evangelizzazione esplicita significhi immediatamente un versante integralista. Ma perché dovrebbe essere così? In alcune nostre opere “normali” di tipo educativo formale, non formale e informale si è maturata questa convinzione. Si dice: “Noi non entriamo in un discorso di evangelizzazione; quello che stiamo facendo è già evangelizzazione. Inoltre facciamo quello che possiamo fare, e basta”. Sì, ma se alla fine quello che possiamo fare è solo gestire opere educative, avere una holding di imprese educative… questo non è essere salesiani. Perché non è essere imprenditori dell’educazione quello che ci rende salesiani, ma essere educatori. Non escludo quindi che a volte ci sia una tale ideologizzazione.

Nella vostra domanda chiedete: nella prassi come è possibile garantirne l’equilibrio? Questo è lo sforzo che si deve fare, e noi lo facciamo.

R.M. Ritorno nuovamente a quello che era la prassi naturale: prima di tutto l’accoglienza, la creazione dell’ambiente, cosa che è importantissima per l’educazione, ma anche per l’evangelizzazione; il rapporto educatore-educando o adulto-giovane, fino ad arrivare all’autentica paternità: proprio gli elementi tipici dell’educazione salesiana.
Parlando a Torino-Lingotto, proprio alla prima domanda che mi era stata fatta («Qual è stato il successo di Don Bosco?»), rispondevo: prima di tutto la vicinanza. E facevo riferimento a un incontro che non è per niente aneddotico, quello di Don Bosco con Bartolomeo Garelli. Lo ripeto, non è un aneddoto dell’inizio dell’opera salesiana. Quasi si può dire che in quell’incontro, in quel dialogo, viene sintetizzato il genio educativo di Don Bosco, e il primo elemento del suo metodo è la vicinanza. Che cosa dice Don Bosco a quel sacrestano che stava picchiando quel ragazzo? “È un mio amico!”. Non lo conosce, non sa come si chiama. Però il punto di partenza è la vicinanza: “È mio amico”. E oggi noi non possiamo fare un vero incontro se il punto di partenza non è questo atteggiamento di chi fa il primo passo. Poi viene la seconda domanda: “Da dove vieni?”: Don Bosco cerca di capire immediatamente il mondo da cui viene quel ragazzo. Per cui ripeto che non è un aneddoto. Si dovrebbe cercare di rileggere che cosa Don Bosco sta comunicando nel descrivere quell’incontro.
Non possiamo fermarci alla questione se Bartolomeo Garelli sia veramente esistito o no, se c’è un verbale di questo inizio dell’opera di Don Bosco. È più importante quanto Don Bosco ha scritto su ciò che era avvenuto lì: oggi non c’è educazione se non c’è la vicinanza, se non c’è l’intelligenza del contesto da dove il giovane viene. Il terzo elemento è il rapporto interpersonale. “I tuoi genitori?”; “Sono morti”. Allora comincia a interessarsi della persona e non si ferma al contesto: “Chi sei?”. E finalmente partirà da quelli che sono i suoi talenti: non sa leggere, non sa scrivere, non sa servire la messa, ma sa fischiare; ecco! sa fischiare.
Don Bosco non aspettava mai di trovare delle situazioni ideali per cominciare il suo lavoro educativo, ma partiva dalla situazione in cui si trovavano i giovani. In questo si vede come giungere all’equilibrio di cui parliamo. L’equilibrio lo si va facendo; la cosa importante è che sappiamo che il punto di partenza è la situazione non ideale dei giovani, sappiamo verso dove vogliamo portarli e li porteremo fino a dove sarà possibile.
Altre volte ho anche detto: «Don Bosco non lasciò un diario spirituale, perciò la parte apparentemente meno conosciuta di Don Bosco è la sua spiritualità. Però se la vogliamo approfondire dobbiamo andare alle “Memorie dell’Oratorio” e alle biografie dei giovani da lui scritte: tutta la spiritualità di Don Bosco è lì. Praticamente ha versato nella vita sua e in quella dei giovani quella che era la sua spiritualità».
Don Bosco ha scritto tre biografie di giovani, anzi quattro, non perché fosse uno scrittore prolifico, non per la gloria narcisistica di vedere come cresceva il numero di volumi da lui scritti. Voleva offrire percorsi differenti, percorsi educativi differenti. Non tratta allo stesso modo Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco. Da lì si potrà vedere come trovare l’equilibrio di educazione ed evangelizzazione. Se invece vogliamo impegnarci ad ogni costo in uno solo dei due elementi, allora questo diventa ideologia, perché significa voler restare ad ogni costo nelle nostre scelte senza entrare in quella che è veramente la prassi di Don Bosco.

Ulteriore domanda: Un’ermeneutica dei Capitoli Generali, tra superamento e continuità. A volte si invoca il CG 23 quasi in contrapposizione al CG 26, e sembra che l'urgenza di evangelizzare sia quasi in contrapposizione alla prassi ordinaria quotidiana dell'educazione attraverso il rapporto personale, l'ambiente, le discipline... Ma certo accanto alla continuità ci sono anche i “superamenti” della riflessione e urgenze nuove: può dire qualcosa di questa “continuità” del Magistero salesiano (Capitoli Generali, Rettori Maggiori) e dei “superamenti”?

R.M. In questa domanda avete voluto riprendere - quasi con le stesse parole - quello che sta cercando di fare il Papa a riguardo del Concilio Vaticano II.
Io vedo effettivamente che c’è una continuità nel Magistero salesiano.
Il CG 23 - non dobbiamo dimenticarlo - si è realizzato nel 1990: era appena caduto il muro di Berlino, una situazione nuova stava emergendo. In quel contesto naturalmente si doveva anzitutto cercare di vedere una specie di tipologia dei giovani; e voi ricordate come essa viene descritta: giovani che vivono in paesi tradizionalmente cristiani; giovani che vivono in paesi che sono fondamentalmente poveri; giovani che vivono in paesi che sono coinvolti in lotte di liberazione; giovani che vivono in paesi che vengono dal blocco sovietico, dal totalitarismo, senza esperienza di democrazia, di libertà e di tante cose... Questa è una prima cosa non indifferente, cercare cioè di conoscere la realtà dei giovani.
In seguito che cosa si è fatto? Praticamente si è assunto definitivamente il modello di PG che stava portando avanti don Vecchi, con le quattro grandi aree, sottolineando - e don Vecchi insisteva in questo - che esse devono essere vissute non successivamente ma contemporaneamente (anche se con accentuazioni diverse, dipendendo da tanti fattori), per cui non bisogna aspettare che si raggiunga in pienezza l’area della educazione e cultura per cominciare con quella dell’evangelizzazione-catechesi, e continuare poi con quella dell’associazionismo, e concludere con quella dell’inserimento nella società della Chiesa, cioè l’aspetto vocazionale. Si dica lo stesso quando si parla prima della vita, poi di Cristo, quindi della Chiesa e dopo della società: non è che siano fasi temporali da percorrere, ma aree di vita d’approfondire ed assumere. Forse per noi è importante distinguere queste aree, perché ciò ci aiuta ad avere chiara la nostra proposta educativo- pastorale, ma restando fermo che esse vanno vissute in forma circolare, anche se poi dipende dal giovane che si ha davanti vedere che cosa occorre sottolineare, da dove partire. Questo non significa che non si abbia chiaro il progetto, la proposta. Quando sappiamo da dove si può cominciare e dove si vuole arrivare, possiamo liberamente prendere la strada più adeguata.
Allora, il CG 23 non è in contrapposizione al CG 26, perché questo mette a fuoco in particolare una delle grandi aree della proposta educativa pastorale, che è l’evangelizzazione e la catechesi. Ma c’è continuità, contiguità e complementarietà con educazione e cultura, per cui vicendevolmente evangelizzazione ed educazione si intersecano, si aprono, si dischiudono l’una all’altra. Un’educazione che non apra veramente a una dimensione di trascendenza, che non porti a una visione religiosa della vita, è monca, carente.
Fu criterio di Don Bosco sviluppare quanto il giovane si porta dentro come spinta o desiderio positivo, mettendolo a contatto anche con un patrimonio culturale (appunto, l’educazione) fatto di visioni, costumi, credenze; offrendogli la possibilità di un’esperienza profonda di fede; inserendolo in una realtà sociale della quale si sentisse parte attiva attraverso il lavoro, attraverso la corresponsabilità nel bene comune, l’inserimento sociale l’impegno per una convivenza pacifica. Don Bosco espresse ciò in formule semplici, che i giovani potevano capire ed assumere: ‘buoni cristiani e onesti cittadini’, ‘sanità, sapienza e santità’, ‘ragione e fede’.
Dunque io non vedo assolutamente un’opposizione tra il CG23 e il CG 26.
Il CG 26 vuole rispondere ad una situazione nuova, caratterizzata da una società sempre più post-cristiana, almeno in occidente, da una società sempre più neopagana.
Altre volte ho riferito quali sono le immagini usate da alcuni sociologi della religione per parlare dell’attuale modello sociale. La prima immagine che usano è quella del cristianesimo - impalcatura, vale a dire un cristianesimo che ha giovato alla costruzione dell’edificio di questa Europa odierna. Ma che cosa capita poi quando l’edificio è già costruito? Devi togliere l’impalcatura. Da questa prospettiva, non si nega che la religione abbia giocato un ruolo nella costruzione della società odierna, ma si è convinti che oggi non serva più, anzi che solo renda brutto l’edificio, e dunque sia necessario toglierla. La seconda immagine adoperata è quella dell’Europa odierna come un grande magazzino dove ci sono tante cose: l’influsso dell’ebraismo, la filosofia greca, il diritto romano, l’illuminismo francese, il positivismo inglese … tutto questo è lì, a disposizione, perché ciascuno se ne serva a volontà, prenda ciò che gli serve o vuole. Ovviamente, non ci sarebbe nessun elemento che possa reclamare per sé il primato, per cui tutto debba essere capito ed organizzato attorno ad esso. Quel che c’è è pluralismo e relativismo.
Dicevo che oggi ci troviamo in una società culturalmente, socialmente, politicamente, religiosamente assai diversa da quello che funse come scenario del CG 23. E in questa società c’è più che mai l’urgenza di annunciare di nuovo la Buona Novella.
Io cerco di farlo, anche ad esempio nel messaggio che manderò il 31 gennaio al Movimento Giovanile Salesiano, scritto a forma di dialogo. Ci sono i ragazzi che mi dicono: «Don Pascual, vogliamo vedere Gesù»; bene e io cerco di far loro vedere Gesù. E dopo che ho cominciato a parlar loro di Gesù, essi dicono: «È proprio Lui che cerchiamo, portagli la nostra domanda». Dopo aver dato una risposta, dicendo ancora alcune cose di Gesù, essi proseguono: «Ma, don Pascual, il regno di Dio non è per noi, è una cosa troppo alta, è difficile»; e io torno a rispondere, torno a dialogare con loro. «Credi davvero allora – domandano – che Dio abbia bisogno di noi?», e io do la mia risposta. E alla fine: «Don Pascual, Gesù prende tutto questo da noi?». Insomma, bisogna cercare di parlare ai giovani con un linguaggio che veramente possa rispondere a quelli che sono i loro desideri e le loro attese più profonde, non sempre esplicite, anzi che forse non sanno nemmeno formulare.
Quando nasce infatti l’emergenza educativa? Nasce nel momento in cui i ragazzi non sono capaci di porre quelle domande esistenziali definitive e quando i genitori non sono capaci né di rispondere né di risvegliarle: ecco, questa è l’emergenza educativa. Questo avviene quando la tradizione, che era importante per la formazione del cittadino (e nel caso nostro anche del cristiano), non esiste più.
Penso che i Capitoli Generali siano andati su quella linea.
Il CG 23 aveva definito molto bene la proposta educativo-pastorale dei Salesiani.
Il CG 24 ci invitava a cambiare anche la mentalità nel nostro confronto con i laici, facendoci vedere che i laici non erano semplici collaboratori, ma corresponsabili nella missione, nel vivere il carisma, con diversi modelli dunque di gestione delle opere (e su questo penso che si sia fatto tanto in Congregazione).
Il CG 25 si centrava sul rinnovamento della vita salesiana attraverso il rinnovamento delle comunità, impegnandoci a creare delle comunità umanamente attraenti, pastoralmente significative, spiritualmente feconde.
Da parte sua il CG 26 ha voluto ripartire da Don Bosco e dai giovani, assumendo l’eredità dei Capitoli Generali precedenti e deciso a rispondere al nuovo contesto sociale e culturale.
E cosa hanno fatto i Rettori Maggiori?
Don Viganò ha scritto lettere sul nuovo Sistema Preventivo, la nuova educazione, la nuova scuola. So che in quelle lettere ha collaborato molto don Vecchi; dunque insieme con quello di don Viganò c’è anche il pensiero di don Vecchi.
Don Vecchi – lo sappiamo – ha avuto un rettorato molto breve, però il suo magistero non si riduce al suo rettorato: non gli si farebbe giustizia se non si considerassero gli anni in cui era Consigliere per la pastorale giovane. Anche se formalmente non si può parlare di ‘Magistero’ di don Vecchi in quegli anni, non c’è dubbio che la proposta pastorale, il modello pastorale che si propose alla Congregazione era quello che lui stava portando avanti. È chiaro, comunque, che nei suoi quattro anni pieni di rettorato non poteva non riprendere tale progetto con tutta la ricchezza della sua sensibilità pedagogica ed educativa.
Da parte mia, ho cercato di portare avanti questo Magistero: io mi sento in linea di continuità sia con don Viganò che con don Vecchi, nella originalità di ciascuno di noi tre.
Si tratta di un “superamento” delle ulteriori indicazioni del Magistero? Non nel senso qualitativo, semplicemente è un’accentuazione diversa, è una sensibilità diversa, e in questo ci ritroviamo in pieno con Don Bosco, che sapeva che cosa doveva fare ma che faceva quello che poteva fare senza dover attendere sempre le condizioni ideali.

Domanda. La Strenna invita a ripensare la missionarietà: in quale senso e in quale direzione?

R.M. In tre sensi: prima di tutto nel senso di capire che ormai tutto il mondo è diventato “terra di missine”. In tutto il mondo c’è di nuovo l’urgenza di far sentire la Bella Notizia, che è che Dio ci ama tanto da volerci figli nel Figlio e di sapere che siamo figli e figlie di Dio.
Se pensiamo a un dato di cui ci parlava don José Luis Plascencia negli Esercizi Spirituali al CG 26, che cioè dei sei miliardi e più di popolazione nel mondo, meno di un terzo conoscono la Bella Notizia, l’hanno ascoltata; constatiamo che la stragrande maggioranza della popolazione non è cristiana. La “missionarietà” deve dare una spinta, quella di voler condividere con altri la ricchezza più grande che mai abbiamo avuto (io mi domando davvero se mai abbiamo avuto una notizia migliore di questa; sono convinto che no). È una spinta che naturalmente ci porta a voler che altri conoscano il Vangelo: non è un voler convertire a forza, non si tratta di proselitismo, si tratta di non tacere quanto ci portiamo di gioia nel cuore, di sapere che cosa offre… oltre al fatto chiaro che l’evangelizzazione prima di tutto è un comando che fa Gesù: “Sarete miei testimoni fino all’ultimo confine del mondo”, e che il suo comando è: “Andate ed evangelizzate tutte le nazioni”.
In secondo luogo c’è per noi la convinzione che tutte le culture hanno bisogno di essere purificate e lievitate. Ed è fuori dubbio che il Vangelo ha il dinamismo per farlo.
E in terzo luogo, per noi Salesiani basta che ci siano i giovani per cercare di essere missionari, andando verso dove essi si trovano.
Allora occorre davvero far crescere la missionarietà, manifestarla concretamente, e non essere soddisfatti di attendere i ragazzi che vengono nelle nostre opere.
Su questo don Vecchi aveva un’idea chiara e illuminante parlando di ‘ambiente’. Per lui non era soltanto l’atmosfera, il clima che si crea all’interno di un’opera: è il territorio in cui si opera. Quando parlava della significatività di un’opera educativa diceva proprio questo: altrimenti è lo stessa cosa che avere un centro commerciale, se la nostra opera non ha niente da offrire: è solo un nuovo centro di scambio economico, di domanda-offerta e non una proposta significativa.
Quando si parla di missionarietà è anche in questo senso: non possiamo restare chiusi nelle nostre opere, le nostre mura non possono essere un limite della presenza; la presenza deve raggiungere l’ambiente, l’ambiente significa territorio.

Domanda. Le sue lettere ai giovani del MGS sono sempre accolte con riconoscenza e gioia. Essi amano Don Bosco e il Suo successore, si innamorano del carisma salesiano e intendono collaborare alla missione. Ma non trovano facilmente sbocchi per il loro futuro in un “Movimento Salesiano” o nella figura dei Cooperatori. Dove la possibilità e gli sbocchi per i giovani in un modo adulto di condividere la missione? Quale il nostro ruolo nei loro confronti?

R.M. Non trovano sbocchi… ma perché no? perché non li trovano? Penso che questo renda palese la nostra incapacità a volte, qua e la, a coinvolgerli. Qui ci troviamo con tutta la questione a riguardo delle opere educative formali. E, d’altra parte, emerge la questione degli ex-allievi che continua ad essere un’associazione tanto bisognosa veramente di identità e di impegno.
Parlando degli ex-allievi, io dico che incontriamo quattro tipi di ex-allievi, e secondo questo si può dire chi appartiene o no alla Famiglia Salesiana, anche se l’articolo 5 dice in generale che gli ex-allievi sono membri della Famiglia Salesiana “in virtù dell’educazione ricevuta”.
Il primo tipo comprende coloro che considerano l’essere stati allievi salesiani semplicemente come un fatto di vita: o perché era l’opera più vicina, o perché i genitori li hanno inviati lì, o perché non c’era altra alternativa. Purtroppo per molta parte l’essere ex-allievi è soltanto un fatto di vita, probabilmente casuale, che non ha lasciato nessun segno indelebile nella loro esistenza.
Il secondo tipo è quello di coloro che considerano l’essere stati allievi di Don Bosco una grazia, una benedizione, e sviluppano un grande amore, una grande ammirazione, una grande riconoscenza a Don Bosco e alla istituzione dove lo hanno conosciuto. E qui ne troviamo tanti, tanti ex-allievi che veramente restano identificati con Don Bosco, anche se non diventeranno mai membri dell’Associazione, né locale né nazionale né tanto meno mondiale. E sono quelli che in senso stretto si potrebbero considerare, come diceva don Viganò, ”amici di Don Bosco”, per la simpatia, perché li si può trovare a fianco.
Viene poi il terzo modello di ex-allievi: coloro che pensano che essere ex-allievo è una missione. Sono coloro che sentono il dovere di ridare alla società quanto hanno ricevuto nella loro educazione salesiana, e di poter arricchire il tessuto sociale con i valori che hanno sperimentato e vissuto in una opera salesiana. Mi fa piacere vedere ex-allievi che si sentono disponibili, per esempio, anche semplicemente a pagare borse di studio perché altri giovani poveri possano aver accesso all’educazione salesiana; o che sono coinvolti nel mondo della politica o in altri ambiti dove non esprimono soltanto una professionalità, ma una missione. È singolare, ad esempio, che il presidente della Federazione degli ex-allievi dell’India non è un cristiano, come del resto quasi tutti gli ex-allievi dell’India, e occupa un ruolo importante nel campo politico. Nell’incontro ultimo avuto con loro a Shillong, mi è piaciuto constatare quanti dei nostri ex-allievi erano coinvolti nel campo della politica. Dicevo loro appunto che dobbiamo redimere prima di tutto la politica, perché la politica è un servizio alla società, non è semplicemente un lavoro. E questo è il momento in cui gli ex-allievi devono rendersi più presenti nella politica, e ne abbiamo tanti… però è importante farlo in virtù della convinzione che è una missione.
E c’è poi il quarto tipo degli ex-allievi, quelli che esprimono la loro identità più autentica, quelli che considerano l’essere ex-allievi un progetto di vita. E questi sono quelli che si associano, creano i centri locali, i centri nazionali. Ed è importante, perché soltanto uniti, con un’integrazione maggiore, con una maggiore chiarezza di proposta potranno essere più efficaci.
E allora che cosa sta succedendo? Perché non riusciamo a dare uno sbocco a tutto l’entusiasmo di tanti giovani del MGS, a tutto l’affetto per Don Bosco e per la Congregazione? Ovviamente questo non tocca a me dirlo, tocca a voi stessi rispondere a questa domanda.

Domanda. Il ”Progetto Europa” potrebbe portare entusiasmo e rinnovamento anche nelle nostre un po' stanche comunità... se maggiormente conosciuto e se apre davvero prospettive di futuro. Come e dove vede l'impegno della Regione Italia in questo progetto? Lei aveva espresso un “sogno” per le Ispettorie d'Italia: è un sogno ancora valido, ed è a occhi aperti? È riproponibile per singole Ispettorie o è possibile e pensabile per tutta la Regione Italia?

R.M. Innanzitutto è interessante constatare che il Progetto Europa, cominciato da noi, adesso è stato assunto da altre Congregazioni. Le prossime due assemblee dell’Unione dei Superiori Generali avranno come tema “la vita consacrata in Europa”, e noi Salesiani siamo stati invitati proprio a presentare quanto sta portando avanti la nostra Congregazione. Questo vuol dire che mentre appena pochi anni fa intere Congregazioni erano arrivate quasi - direi - alla rassegnazione di dover sparire di questo Continente che vide nascere la vita consacrata, dopo che noi abbiamo iniziato a parlare del Progetto Europa (che la rivista “Testimoni” ha fatto conoscere pubblicando al completo i nostri documenti), altre Congregazioni hanno fatto loro questo progetto.
Penso allora che tale Progetto debba essere meglio conosciuto da parte dei confratelli, nelle singole Ispettorie e comunità, perché penso che ci apra prospettive di futuro con una consapevolezza molto chiara: noi nel futuro non saremo tanti quanti siamo oggi, ma saremo più significativi, appunto per il contesto sempre più secolarizzato e laicista in cui viviamo.
Il 28 dicembre ho avuto la riunione del Consiglio esecutivo dell’Unione dei Superiori Generali: c’era il Padre Superiore dei Gesuiti, il Superiore dei Francescani, il Superiore dei Claretiani e dei Benedettini. È interessante che si parlava di questo “spostamento” della vita religiosa, come d’altronde nella Chiesa, dal centro alla periferia, in Europa e da altre parti; però alla fine tutti dicevano che in nessuna parte del mondo la vita religiosa è tuttora così forte, così consistente come in Europa; e a dimostrarlo stava il fatto che di tutto il Consiglio esecutivo l’unico non europeo ero io. E questo non è indifferente, ed è mia convinzione che se la vita religiosa non si rigenera in Europa, morirà più tardi egualmente negli altri continenti. Essa è nata qui, qui si è sviluppata, in nessuna parte è stata tanto ben capita come qui. Per cui quando si parla della rigenerazione endogena, questo significa tornare di nuovo prima di tutto a far conoscere e apprezzare la vita consacrata come tale da parte dei consacrati stessi.
Uno dei grandi sbagli fatti è stato il pensare che quello che urgeva era di mantenere le opere e dunque - come è accaduto, ad esempio, presso tanti Istituti femminili - portare qui Suore soprattutto dall’India e dall’Africa per mantenere aperti i conventi: è stato un fallimento che ha procurato grossi problemi.
Non è così che si è voluto impostare il Progetto Europa: al rovescio, prima di tutto dobbiamo prendere consapevolezza che, essendo nata e sviluppata qui, è qui che la vita religiosa può e deve rigenerarsi.
La seconda indicazione è naturalmente che c’è bisogno di una ristrutturazione. Ristrutturare indica due cose diverse: rinnovare il carisma e ricollocare le presenze. Il carisma non è lo stesso che la “presenza”: il carisma fa riferimento prima di tutto all’esperienza del singolo religioso nei confronti del suo Fondatore, dunque di un progetto di vita che viene assunto nella misura in cui uno veramente si identifica e lo sogna. La presenza fa riferimento alla comunità, al tipo di opera, alla capacità o no di suscitare ancora interrogativi, di provocare coinvolgimento, di avere ricaduta nel territorio. Abbiamo bisogno di entrambe le cose: rinnovare il carisma e ricollocare le presenze.
Ricollocare le presenze vuol dire domandarsi se veramente tutte le presenze sono allo stesso livello. Può anche essere che alcune vanno bene, ma se le lasciamo perdere non cambia nulla.
La domanda che dobbiamo porci è quella sulla collocazione delle nostre risorse umane. E mi riferisco alla quantità e qualità dei confratelli.
Dobbiamo anche domandarci: quali opere possiamo affidare in corresponsabilità ai laici o alla Famiglia Salesiana, quali chiudere, o quali dobbiamo aprire per essere più rispondenti a nuove situazioni? L’entusiasmo e il rinnovamento non vengono semplicemente perché si lancia un progetto, ma nella misura in cui ci si mette dentro tale progetto con la riflessione e le scelte necessarie.
Come vedo l’impegno della Regione Italia in questo progetto?
Per il fatto che la Regione Italia continua ad essere - non c’è dubbio - ancora la parte più consistente di presenza salesiana, di identificazione carismatica. E se noi oggi abbiamo più novizi in Italia che in Polonia, vuol dire che se riusciamo a far sì che questa rigenerazione si traduca anche nella rinascita vocazionale, pure le altre Ispettorie potranno fare dei passi in avanti.
In Italia l’impegno è grande, e vedo che si sta facendo uno sforzo di risignificazione delle opere, anche a livello vocazionale.
Nella domanda fattami si chiede poi del “sogno” che ho per le Ispettorie in Italia. L’avevo per così dire formulato nella ‘Visita di insieme’: al termine avevo concretamente indicato alle Ispettorie alcune scelte emerse durante i giorni di raduno, proprio come possibilità per la suddetta ricollocazione e rinascita. Devo dire però che quasi nessuna ha fatto grande cose (interviene l’Ispettore del Nord-Est ricordando la presenza avviata in Moldavia). Beh, allora alcune delle cose che avevo indicate non sono andate avanti, però l’avevo espresso come indicazione di quanto era emerso.
Certo, sono consapevole anche della diminuzione delle forze, per cui si fa fatica con il personale realmente disponibile ad andare incontro a tutte le richieste che ci sono. Però vedremo adesso come tornare a riformulare il sogno.

Domanda. A volte le difficoltà nel rinnovamento della PG stanno nella divaricazione tra riflessione (su cui tutti siamo d'accordo) e prassi-governo, dove poi... si fa quello che si può, con le forze che si hanno e le priorità e urgenze a cui si vuole rispondere. Come superare questa frattura? Ci piacerebbe avere delle direttive (o delle direzioni) a cui come Regione possiamo tutti collaborare, condividere per lavorare uniti e moltiplicare così le forze...

R.M. Intanto non è proprio vero che tutti andiamo d’accordo nella riflessione, nei principi. Questo lo diciamo sovente: “Andiamo d’accordo nei principi e nei criteri, divergiamo solo nella loro applicazione”. Ma sono proprio i principi la prima cosa su cui non si è d’accordo: la divergenza comincia già proprio nella “visione”, non è soltanto sul terreno della prassi educativa.
Comunque, il tema della divaricazione tra riflessione e prassi (e governo) era in qualche modo anticipato quando si parlava di contrapposizione tra evangelizzazione ed educazione, circa il che cosa sono e come si relazionano.
Io mi auguro allora che lo studio che si sta facendo nella PG (quel “ripensamento” di cui ho parlato e che sta impiegando tante energie) possa aiutarci ad avere nuovamente una piattaforma comune, condivisa, che in questo momento non c’è. Per questo – ripeto - sto chiedendo alle due facoltà di Teologia e di Scienze dell’Educazione di tornare a fare una riflessione seria sul rapporto che c’è tra educazione ed evangelizzazione. Il Dipartimento di Pastorale Giovanile e Catechetica è chiamato a rinnovarsi facendo una verifica seria sulla sua impostazione e proposta, e dunque sulla sua epistemologia. Diversamente si rischia di presupporre che il problema sia solo di prassi, mentre non è così. La prassi in fondo porta alla vita quando uno è consapevole di avere in mente un progetto che debba essere realizzato. E noi abbiamo un ricco patrimonio su cui basarci: i Capitoli Generali dal CG23 fino ad ora, quanto scritto da don Viganò, da don Vecchi: documenti preziosi per la costruzione appunto di questa auspicata piattaforma comune e condivisa. Se è così allora si potrà superare il divario di cui si parla, e lavorare meglio.
Sono convinto che l’educazione oggi sia più difficile che nel passato, come pure l’evangelizzazione, perché non si tratta di portare il Vangelo a un paese che mai lo ha sentito, ma a un paese che è già in una situazione di post-cristianità.
Ci sono esperienze però positive in atto, e nel video della Strenna 2010 ne sono segnalate alcune che si stanno portando avanti: sono soltanto alcuni esempi, non una raccolta completa di tutto quanto c’è di nuovo.
Ho terminato la risposta alle domande scritte. Adesso se c’è ancora qualche altra domanda, qualche approfondimento o commento, avete la possibilità di farlo.

Domanda. Nel cammino ispettoriale ci troviamo tutti a lavorare sul POI e quindi anche sul tema della ricollocazione e ridimensionamento per rilanciare le nostre presenze. Una duplice domanda: quanto l’evangelizzazione deve essere (o è) un criterio di ridimensionamento nella nostra presenza o nel ricollocarci? e poi - partendo da quanto diceva poco fa - ci sono dei fronti precisi delle nostre opere in Europa su cui insistere e altri che invece forse siamo chiamati a ridimensionare, o è solo una situazione di contesto concreto? Ad esempio: oratori, parrocchie, scuole… tutto va bene, oppure c’è qualcosa di più significativo in questo contesto?

R.M. La scuola continua ad essere un ambito da privilegiare, proprio perché la grande crisi che viviamo è una crisi culturale, e la cultura difficilmente potrà cambiare se non lo si fa attraverso una nuova generazione di uomini e donne. Però educare implica oggi molte sfide, e occorre certamente conoscere meglio tutti i condizionamenti che frenano la crescita. Se non li si smaschera e se non li si riconosce non si è in grado di rispondervi.
Ritorno al libro che sto leggendo di Galimberti, I miti del nostro tempo. L’autore compie un’analisi filosofica ad esempio sul mito del potere, sul mito della giovinezza, della felicità. Sono ovviamente miti costruiti non con argomenti logici, ma mediatici, cioè sono le immagini che li creano, e dunque possiedono un impatto ancora maggiore, perché le generazioni attuali sono meno portate a procedere per idee e ragionamenti logici, e molto di più sull’impatto emotivo delle immagini. Parlando del “mito della giovinezza”, egli lo sintetizza in tre elementi: essere fisicamente giovane, professionalmente competente, economicamente produttivo. Il messaggio è chiaro: se non si entra in questo modello o mito, non si è parte di questa società. Ecco, Galimberti fa un’analisi completa, ma la parte importante è il modo in cui inizia un processo di demitizzazione. Questo è oggi determinante: come demitizzare questi miti che oggi si stanno presentando come modello, come punto di riferimento a cui i giovani pensano di ispirarsi e plasmare con essi la loro vita.
La scuola continua allora ad essere un punto chiave: ogni presenza in tutti i nostri centri è – o dovrebbe essere – educativa, ma la scuola come campo di azione continua ad essere un elemento da privilegiare.
Qual è il peso che può giocare in questa ricollocazione il fronte dell’evangelizzazione? Penso che è un elemento essenziale perché è uno dei due obiettivi che Don Bosco indicava negli scopi della sua offerta educativa, nella formazione dei giovani: essere ‘onesto cittadino e buon cristiano’. E in una società sempre più bisognosa di sperimentare il lievito anche della Buona Notizia, questo è assolutamente importante.

Domanda-Risposta. Sempre più nei livelli giovanili delle Associazioni di Cooperatori ed Exallievi stanno emergendo giovani che provengono dal MGS, ed è normale e giusto che sia così. Ma, come ha già sentito da una delle domande anteriormente fatte, ci sono delle difficoltà. Non è che forse noi come Salesiani abbiamo una responsabilità chiara e definita anche dalle Costituzioni, per cui dovremmo sollecitare con più forza il consolidamento delle consulte locali della Famiglia salesiana, per non correre il rischio che queste diventino delle realtà un po’ “informali”, che si ritrovino magari solo a condividere dei momenti fra di loro? Già nella Strenna dello scorso anno segnalava questo pericolo. Ho l’impressione che noi come Salesiani facciamo fatica a sentirci responsabili animatori della Famiglia Salesiana…
Sì, proprio nel senso dell’articolo 5 che dice che noi abbiamo - all’interno della Famiglia Salesiana - un ruolo di animatori, anzi siamo i primi responsabili.
Quando oggi si afferma che i Salesiani, le FMA e i Cooperatori - che sono i primi tre gruppi della Famiglia Salesiana fondati da Don Bosco, cui si dovrebbe aggiungere quello dell’ADMA - sono il nucleo animatore di tutta la Famiglia salesiana… questo è certamente corretto, ma l’animazione come tale è primariamente responsabilità del salesiano SDB.
Dobbiamo perciò perseguire la linea che è indicata dalle nostre Costituzioni nel capitolo primo. Ho cercato di insistere su questo ruolo di animazione nella Strenna dell’anno scorso.
È importante insistere che le Consulte siano sempre più vive, perché può davvero esserci il pericolo che alla fine diventino solo un pro-forma e che non abbiano veramente un peso nella maggiore condivisione di intenti e di progetti.

Domanda: Al discorso del rapporto tra evangelizzazione ed educazione, se ne aggiunge uno che riemerge parecchie volte e riguarda il rapporto tra PG e il MGS. Non mi pare che le due realtà coincidano. Educare al MGS e promuoverlo significa oggi cogliere la vera dimensione di una pastorale fortemente evangelizzatrice? In sintesi: PG e MGS coincidono nella nostra visione pastorale?

R.M. Torno a don Vecchi che diceva che il MGS non è una sovrastruttura, ma uno spirito di collegamento di tutti i nostri gruppi giovanili. Lui aveva paura che il MGS soppiantasse questi, come quando avviene che non esistono gruppi giovanili e ci sono soltanto degli eventi, ad esempio il “Confronto Europeo”. Non c’è MGS se non c’è la base, vale a dire, il centro locale, il gruppo, che è dove si gioca la vita. I gruppi sono l’esperienza di aggregazione, di formazione e di impegno. Se mancano gli elementi di base, il MGS alla fine diventa uno show, uno spettacolo, un evento di 3-4 giornate. Bello… ma questo non è MGS come è nell’intuizione salesiana.
Ricordo che don Vecchi qualche volta diceva di essere preoccupato per il peso a volte esagerato che si dava a queste manifestazioni, dando per assodato che se non esiste la base del MGS, questo non è niente, anzi può significare la rovina della PG, che ovviamente non si riduce ai gruppi.
Allora coincide o non coincide la PG con il MGS? Io direi che coincidono se siamo dentro il pensiero e la preoccupazione suddetti, non quando si presenta diversamente, perché allora si corre il rischio di dire che il MGS incarna senz’altro la dimensione evangelizzazione e la catechesi, e questo sarebbe molto pericoloso. Perché prescinderebbe dall’area dell’educazione e della cultura e si identificherebbe con un generico aggregazionismo, e non sempre del tutto con la parte vocazionale di inserimento sociale.
Il nostro rischio è di andare avanti senza vero riferimento a tutte quattro le grandi aree attorno a cui la nostra proposta educativo-pastorale è impostata, perché quando non si vive a fondo questa integralità si finisce col fare differenziazioni che conducono a riduzionismi nella pastorale.

Domanda. Mi chiedevo se lo sbilanciamento nell’interpretazione tra educazione ed evangelizzazione non sia nato anche forse da uno sbilanciamento parallelo, quello tra consacrazione e missione; e se ci possono essere delle attenzioni nella formazione iniziale che permettano un corretto dialogo tra questi poli.

R.M. Si può fare una specie di analogia tra le realtà di consacrazione e missione, e tra educazione ed evangelizzazione, e allora può capitare quello che dici.
Dobbiamo ricordare che dopo il CG speciale tanti salesiani hanno rifiutato le opere classiche salesiane, perché dicevano: “Non portano all’evangelizzazione”. E c’è stato un momento in cui per essere salesiani si pensava di dover andare in altri tipi di opere. Questo l’ho sentito anche qui, in un incontro con i “quinquennisti” di sei anni fa a Loreto; forse era presente anche qualcuno di voi. In quell’occasione più di uno ha detto: “A portare avanti queste strutture che non aprono alla nuova evangelizzazione, io non ci sto”.
Ma io dico che non esistono opere che evangelizzino e altre no: sono le persone che hanno una formazione che permette loro di educare ed evangelizzare, di evangelizzare ed educare.
E da questo punto di vista bisogna dire che è la formazione che deve preparare tale mentalità, altrimenti ci troveremo sempre con chi si sente di dover andare solo in un tipo d’opera come una parrocchia perché lì può evangelizzare, o che si sente di andare solo in un CFP o in una scuola, in un liceo perché lì può educare.
Quest’ultima forma di pensare dà ragione a quanto ho detto sopra. Si tratta di visioni riduttive di quello che è il pensiero salesiano e di quella che è la proposta educativa salesiana. Quando parlo della parrocchia salesiana (ne ho trattato in un incontro avuto con i parroci lo scorso anno), dico proprio questo: che non esistono “parrocchie salesiane”; esistono salesiani, salesiani capaci di fare di una parrocchia una presenza salesiana.
Che cos’è una parrocchia salesiana? Viene data dall’identità dei salesiani che la guidano: e allora ecco il perché della predilezione per i giovani. Immaginare un buon salesiano parroco che non abbia un centro giovanile, che è l’espressione giovanile della parrocchia, è un assurdo. Se l’oratorio - centro giovanile non diventa veramente educazione ad essere Chiesa, che cosa fa? Ecco, dunque, che tutto si gioca sempre sulla identità prima di tutto dei confratelli e degli agenti educativo-pastorali. Il CG 26 ha detto che la formazione deve garantire meglio la formazione pastorale dei nuovi salesiani. Penso che questa nota sia emersa nel Capitolo appunto perché si è notata una mancanza a tale riguardo. Non è dunque una novità questa forma sbagliata di pensare la propria azione educativa e pastorale, questo tentativo di scissione tra educazione ed evangelizzazione. Per me è chiaro che la nostra carità è una carità pastorale-educativa. Per noi i due elementi sono inseparabili, perché come pastori cerchiamo la salvezza dei giovani, e come educatori sappiamo che è la modalità per la crescita integrale della persona, e per questo non c’è di meglio che l’educazione.
Ecco, dunque, la mia risposta alle vostre domande, che mi auguro aiuti voi e tutti i Salesiani ad essere sempre meglio educatori-pastori dei giovani.

(CISI-CSPG, Roma Pisana, 10 gennaio 2010)

 

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