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L'educabilità indiretta della fede

 

cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"

 

La pastorale giovanile si definisce normalmente come «educazione al­la fede». Si tratta di un modo di dire solo analogico o, invece, la pastorale possiede una sua reale dimensione educativa, tanto da poter parlare di «educa­bi­lità» del­la fede?


13.      Modelli nel vissuto pastorale attuale

 

Di risposte ce ne sono tante, sul piano teorico e soprattutto su quello pratico. Questo è uno degli ambiti in cui il pluralismo è presente in modo deciso.

Analizzo i diversi modelli, raccogliendoli attorno ad alcuni indicatori principali.

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13.1.   Primo model­lo: ricomprendere l’educativo a partire dal teologico

 

Nel model­lo che per tanto tempo ha dominato il campo del­la pastorale, si parla molto di educazione al­la fede e s’insiste sugli interventi necessari per attuarla. In esso però la voce «educazione» è assunta solo in una visione ana­logica rispetto a quel­la caratteristica del­le scienze del­l’educazione. Il suo contenuto è derivato, quasi deduttivamente, dal dato teologico. Così, in ultima analisi, è svuotata ogni seria preoccupazione educativa nel­l’azione pastorale.

Questo modo di comprendere il rapporto tra teologia ed educazione è ormai in concreto superato nel­la riflessione e nel­la prassi pastorale. Sono pos­sibili però quel­le sue rivisitazioni, accorte e intel­ligenti, che conservano l’a­bitudine di comprendere i problemi pastorali solo a partire dal­le esigenze del dato teologico. Nel­la definizione del­le procedure relative al­l’evangeliz­za­zione, per esempio, si insiste molto sul­la dimensione oggettiva e veritativa del­l’esperienza cristiana. È attivato un continuo confronto critico tra la sapien­za del­l’uomo e il dato del­la fede, quasi per restaurare quel­le esigenze a ca­rattere «apologetico», troppo frettolosamente accantonate nel recente pas­­­sato. I giovani sono sol­lecitati ad apprendere, con pazienza e fermezza, i contenuti oggettivi del­la fede nel­la loro precisa codificazione linguistica. Si parte dal­l’ipotesi che l’educazione ad accogliere e a comprendere il linguaggio oggettivo del­la fede aiuta e sostiene la vita di fede, sotto il profilo del­la consapevolezza riflessa e del confronto con le varie istanze del sapere umano.


13.2.   Secondo model­lo: la prevalenza del­l’educativo

 

Il model­lo precedente ha una specie di rovescio del­la medaglia in quel­le prassi che tendono a far prevalere l’educativo sopra ogni impegno di evangelizzazione.

Lo logica è semplice: la coscienza di quanto sia stretto il rapporto tra dimensioni antropologiche e teologiche porta a concludere che i compiti del­la pastorale sono già egregiamente assolti quando si realizza una corretta azione educativa. Prevale l’abitudine di chiamare le cose con i loro nomi concreti, evitando l’astrattismo del linguaggio religioso. Sono accolti i ritmi e i tem­pi dei normali processi evolutivi. La fiducia verso le scienze del­l’educazione sol­lecita a programmare con serietà e competenza gli interventi adeguati. L’azione pastorale parte di conseguenza da una gerarchia di preoccupazioni e di esigenze, diversa da quel­la tradizionale. Molti problemi religiosi passano in secondo piano, per fare spazio ad altri, vissuti come più urgenti.


13.3.   Terzo model­lo: la separazione netta degli ambiti

 

Lo stimolo del­la «teologia dialettica» si è fatta sentire presto anche nel­l’ambito del­la pastorale. Alcune sue indicazioni, particolarmente incisive, hanno trovato facile risonanza in operatori di pastorale, reattivi rispetto al­l’eccessiva pedagogizzazione del­la fede e del­la vita cristiana.

Al­la base sta l’affermata irriducibilità del mondo del­la fede con il mondo profano e la constatazione teologica che nel­la Rivelazione c’è solo un discorso soteriologico, estraneo ad ogni interesse educativo. Dio è Dio; egli è il totalmente altro, colui che è nascosto e avvolto nel mistero. Al­l’assoluta e som­­ma superiorità di Dio va contrapposta l’estrema e infinita inferiorità del­l’uomo.

Cito alcune indicazioni pratiche che, in qualche modo, si ispirano a questa prospettiva teologica:

– il rifiuto di ogni mescolamento del­l’educativo nel­l’ambito del­l’evangelizzazione;

– l’affermazione che l’unica preoccupazione veramente urgente è quel­la in fondo più semplice: moltiplicare le occasioni di contatto tra Dio e l’uo­mo. Di qui l’insistenza sui momenti di preghiera, sul­le celebrazioni liturgiche e sacramentali, sul­l’ascolto del­la Parola di Dio;

– la contestazione, almeno pratica, del­l’esistenza di un problema origina­le di «pastorale giovanile», come se i giovani avessero titoli e difficoltà particolari rispetto al­la salvezza di Dio;

– l’enfasi sul­la comunità di fede e di vita ecclesiale, come luogo, accogliente e pervasivo, dove tutti i problemi possono essere risolti.


13.4.   Quarto model­lo: la scelta educativa in uno «sguardo di fede»


Esistono model­li pastorali che affermano di cercare il confronto con le mo­dalità storiche mediante le quali Dio ha voluto realizzare la Rivelazione. Essi sottolineano così la convergenza e complementarità tra atto pastorale e atto educativo.

Non sviluppo questa prospettiva perché è quel­la in cui mi riconosco. Le pagine che seguono sono una giustificazione del­la scelta e una sua concretizzazione.

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14.      Nel­la logica del­l’Incarnazione: l’educabilità del­la fede

 

Chiariti i termini, posso entrare nel merito, al­la ricerca di soluzioni.

È certo che la risposta deve nascere da una chiara meditazione sul­la fede: la questione è pastorale e non metodologica. Riguarda cioè la natura del­l’esperienza di fede e non le modalità operative del­la sua trasmissione. Per sapere se si può parlare di educabilità del­la fede ed eventualmente in che sen­so, dobbiamo perciò considerare l’evento che dà origine al­la decisione di fede: la Rivelazione.

Il contenuto del­la Rivelazione è Gesù Cristo: il mistero di Dio in Gesù Cristo. E cioè l’al­leanza: un’al­leanza d’amore tra tre Persone nel­l’unità di una stessa vita (ciò che Dio è); un’al­leanza d’amore tra Dio e l’uomo per la realizzazione del­la salvezza (ciò che Dio fa); un’al­leanza d’amore tra gli uomini e Dio nel­la e per la fede (ciò che Dio attende). Questo annuncio presenta un carattere trascendente. Possiamo intervenire con azioni educative in una esperienza che è tutta dal­la parte del­la trascendenza?

Il riferimento al­l’Incarnazione ci ha ricordato che la Parola di Dio è «in­car­nata». Assume cioè una sua visibilità umana, per farsi conoscere, per ren­dersi vicina e accessibile al­l’uomo, in vista del­la fede. C’è quindi un aspetto del­la Rivelazione, inseparabile da quel­lo trascendente, che è al­la portata del­le capacità di apprendimento umano. Possiamo dire che esiste, nel­la Rivelazione, un visibile rivelatore del­l’invisibile, un contenente veicolo al contenuto, un significante che conduce al significato.

Questo visibile è la vita umana, nel­la sua consistenza concreta e quotidia­na, come ho mostrato nel­le pagine precedenti.

Nel­la Rivelazione è importante distinguere tra il dono di Dio e il modo con cui questo dono si rende presente, vicino, provocante. La presenza di Dio è sempre «mistero» santo, sottratto ad ogni possibilità di manipolazione e di comprensione esaustiva. Dal dono di Dio scaturisce l’appel­lo al­la libertà e responsabilità di ogni uomo. Tutto questo investe innegabilmente il dia­logo diretto e immediato tra Dio e ogni uomo e tocca quel­le profondità del­l’e­sistenza umana che sfuggono ad ogni processo educativo. Dono e chiamata si realizzano però «in parole umane» (DV 13): assumono cioè una dimensione di visibilità storica e quotidiana, legata a quel­le modalità educativo-comunicative, che sono oggetto anche del­le scienze del­l’educazione e, in generale, del­l’approccio antropologico.

Se il mistero ineffabile di Dio è incontrabile solo nel suo visibile (quel visibile che l’incarna, l’esprime, lo rende vicino e comunicabile), tutto ciò che permette al visibile di diventare più trasparente, rispetto al mistero che si porta dentro, favorisce l’accoglienza del mistero stesso. Si giunge perciò al «contenuto» solo passando attraverso il «segno»: il dialogo immediato e diretto di Dio che chiama al­la salvezza è normalmente servito e condizionato dal­le mediazioni pastorali in cui questo dialogo si esprime.


15.      Il criterio: educabilità indiretta del­la fede

 

La conclusione è immediata: se la Rivelazione assume la vita quotidiana e i suoi dinamismi come suo strumento espressivo, il rapporto tra educazione e fede risulta molto stretto. Si può intervenire educativamente nel processo di educazione del­la fede, non in modo diretto ma in modo indiretto.

Questo orientamento fondamentale va compreso secondo tre punti di riferimento complementari. Il loro intreccio fornisce il «criterio».


15.1.   La priorità fontale del dono di Dio per la fede


Prima di tutto è indispensabile riconoscere che la fede si sviluppa sul piano misterioso del dialogo tra Dio e ogni uomo. Questo spazio di vita sfug­ge ad ogni tentativo di intervento del­l’uomo. In esso va riconosciuta la priorità del­l’iniziativa di Dio.

La risposta del­l’uomo consiste nel­l’obbedienza accogliente: la fede è un dono, in senso totale; proviene quindi dal­l’udire e non dal riflettere, è accoglienza e non elaborazione.


15.2.   L’educazione al­la fede sul piano del­le mediazioni educative

 

L’appel­lo di Dio che costituisce il fondamento del processo di salvezza, si fa sempre parola d’uomo, per risuonare come parola comprensibile dal­l’uomo, e cerca una risposta personale, espressa in gesti e parole del­l’esisten­za quotidiana.

C’è quindi una dimensione del processo di salvezza che si svolge secondo modalità comuni ad ogni processo educativo e comunicativo. Non rappresenta un aspetto che si aggiunge a quel­lo del­la immediatezza del­l’azione di Dio, ma un’esigenza che la pervade tutta.

L’atto pastorale è, nel­lo stesso tempo e con la stessa intensità, tutto sottratto al­la qualità del­la relazione interpersonale, perché attinge direttamente nel mistero di Dio potenza ed efficacia, e tutto intensamente condizionato dal­la qualità umana dei gesti e del­le parole poste e dal­la disponibilità «edu­ca­bile» del soggetto.

Il condizionamento (positivo o negativo) è col­locato nel rapporto del «se­gno» rispetto al­l’evento. Attraverso le modalità antropologiche in cui si svolge, il segno diventa sempre più significativo rispetto al­le attese del sogget­to e sono ricostruite queste attese per sintonizzarle con l’offerta del­la fede e del­la salvezza.

Questo è l’ambito tipico del­l’azione pastorale. Per questo, essa riconosce la funzione insostituibile di tutti gli interventi educativi rispetto al­l’edu­cazione del­la fede: essi hanno il compito di attivare, sostenere, mediare il processo di salvezza, nel doppio movimento di proposta e di risposta.


15.3.   La potenza di Dio investe anche gli interventi educativi


Le due modalità (quel­la misteriosa in cui si esprime l’appel­lo di Dio al­la libertà del­l’uomo e quel­la del­le mediazioni educative) non sono sul­lo stesso piano né possono essere considerate al­la pari. Bisogna riconoscere, in una fede confessante, la priorità del­l’intervento divino anche nel­l’ambito educativo, quel­lo su cui l’uomo può intervenire attraverso processi culturali.

La fede dunque riconosce la grandezza del­l’educazione: il fatto cioè che liberando la capacità del­l’uomo e rendendo trasparenti i segni del­la salvezza, libera e sostiene la sua capacità di risposta responsabile e matura a Dio. Ma la fede riconosce che anche l’educazione rimane, come tutti i fatti umani, sotto il segno del peccato. La fede dunque deve esprimere un giudizio sul­l’educazione del­l’uomo in genere e, in particolare, sul model­lo educativo umano che può essere utilizzato nel proporre la fede al­le nuove generazioni.

Questo non è attentato al dovere di rispettare l’autonomia dei fatti umani. Significa invece che l’approccio educativo e comunicativo è giudicato dal­l’evento al cui servizio si pone. Nel nostro caso comporta la constatazione che questo approccio, anche se è legato ad esigenze tecniche, avviene sempre nel mistero di una potenza di salvezza che tutto avvolge: la grazia salvifica possiede una sua rilevanza educativa, certa e intensa anche se non è misurabile attraverso gli approcci del­le scienze del­l’educazione.

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16.      Una pastorale giovanile attenta al­l’educazione


Queste considerazioni portano a concludere sul­la necessità di assumere gli atti educativi anche nei processi di educazione al­la fede, almeno fino ad un certo punto. Il confine non è di quantità ma di qualità. Infatti non c’è un primo tratto di strada percorribile in compagnia con i dinamismi antropologici, e un secondo tratto dove tutto resta affidato al­l’imponderabile presenza del­lo Spirito. Potenza di Dio e competenza umana sono invece compagni di viaggio dal­la partenza al­l’arrivo, anche se sono interlocutori diversi, cui va riconosciuto uno spazio pratico molto differente.

Il confronto tra educazione e evangelizzazione sol­lecita a realizzare i due processi in modo da assicurare a ciascuno il guadagno che il contributo del­l’altro è in grado di offrire.

L’evangelizzazione assume le esigenze del­l’educativo, con disponibilità e attenzione, superando ogni tentazione di strumentalizzazione. Il pluralismo, però, investe e attraversa anche l’educazione e la frammenta in diverse figure. Il riferimento antropologico sotteso non è indifferente per la qualità del servizio di promozione del­la vita e del­la speranza, cui l’educazione tende. Essa cerca quindi un’ispirazione che la col­lochi pienamente dal­la parte del­la vita e del­la sua qualità.

Un dialogo e un confronto possono introdurre nei due processi un principio interessante di verifica e di rinnovamento.

Tra i tanti modi attraverso cui si può realizzare l’evangelizzazione, chi cre­de al­l’educazione preferisce quel­li in cui è rispettata meglio la preoccupazione del­la gradualità, del­la chiamata al­la responsabilità. Essa si realizza sempre in una presenza accogliente, che fa dei gesti di vicinanza, di servizio, di promozione e di amore la sua parola più convincente.

In un tempo in cui lo scontro tra le culture avviene sempre di più attorno al­la qualità del­la vita, al­la ricerca di senso e ai fondamenti del­la speranza, chi è impegnato sul­la frontiera nel­l’educazione riconosce di avere un compito che riempie di gioia e di responsabilità, riguardo al­la vita e al­la sua promozione.

La col­laborazione, teorica e pratica, con chi opera nel­l’ambito del­l’e­van­gelizzazione aiuta ad inventare e sperimentare model­li di esistenza, capaci di dire oggi chi è l’uomo e la donna al cui servizio tutti sono sol­lecitati a piegarsi.

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