Antonio Jiménez Ortiz, UN MONDO SENZA FEDE?, Elledici 1995


ALCUNE PREMESSE DI METODO

Un approccio sociologico al problema della lontananza dei giovani può offrire diversi spunti di riflessione e quindi può anche imporre una scelta di argomenti e di taglio. Può, ad esempio, mirare a ricostruire una tipologia della «lontananza», dopo aver tentato in qualche modo di darne una definizione accettabile; può anche cercare di spiegare il perché della «lontananza», utilizzando categorie più o meno ampie che si rivelino utili alla comprensione del fenomeno.
In ogni caso l'approccio sociologico può dare della lontananza una interpretazione che non pretende l'esaustività e che esige sempre una lettura complementare.
Non voglio qui problematizzare troppo il concetto di «lontano»; accetto però come punto di partenza le considerazioni che sottolineano la relatività (rispetto ai punti di riferimento), la complessità (rispetto alle motivazioni), la differente problematicità (rispetto agli esiti o agli sbocchi). Come ipotesi di partenza tengo presente anche la distinzione che si può introdurre tra «lontananze» riferite a criteri di ortodossia, ortoprassi, appartenenza istituzionale.
Sulla base di queste considerazioni condurrò la mia analisi e cercherò di arrivare a un abbozzo di «tipologia» dei giovani lontani, partendo da una comprensione generale del fenomeno della lontananza mediante l'uso di alcune categorie interpretative.

COMPLESSITÀ E PROCESSI DI «ALLONTANAMENTO» DEI GIOVANI

1. Nella categoria «complessità» come «condizione generale dei processi di "allontanamento" dei giovani», possiamo distinguere alcuni caratteri generali e alcune conseguenze.

I caratteri della società complessa

1.1. I caratteri principali di una società complessa sono, ad esempio, questi:
- non è solo una società pluralista di fatto (competitivo-conflittuale), ma è una società che legittima ed estremizza il pluralismo in linea di principio;
- essa è caratterizzata dalla mancanza di egemonia strutturale e culturale, stabile e dotata di fondamento etico-valoriale;
- pertanto essa mette in evidenza il cambio rapido dei rapporti sociali in vista dell'egemonia, la non governabilità, la non riducibilità all'unità degli elementi che compongono il sistema.

Alcune conseguenze della complessità

1.2. Alcune conseguenze generali (a livello soprattutto culturale) della progressiva complessificazione della società:
1.2.1. La prima è la relativizzazione dei sistemi di significato elaborati e dei processi di socializzazione che intendono trasmetterli.
La relativizzazione (come rifiuto della pretesa di egemonia) implica:
- crisi dei contenuti trasmessi;
crisi dei metodi utilizzati;
crisi della identità e dei ruoli dei trasmettitori;
- crisi delle finalità adottate nel processo di trasmissione.

1.2.2. Una seconda conseguenza è l'emergere di una dimensione «debole» come necessaria qualità del vivere individuale e sociale. A vari livelli questa concezione implica:
- la crisi del concetto di identità; se ne tematizza come necessaria l'assenza di fondamento e si considera normale un'identità scissa, composita, processuale, incoerente, contraddittoria, mai completamente adattata allo statu quo, né esaurita in qualche appartenenza stabile;
- l'assunzione di una posizione fragile verso la realtà: non più comprensibile o dominabile mediante categorie teoriche e approcci pragmatici efficaci, ma ricuperabile solo attraverso il silenzio o l'interrogazione che non pretende risposta.

1.2.3. A livello di sistemi di significato interiorizzato (cioè di quadro di norme, valori, atteggiamenti, ecc., fatti propri dagli individui) sono possibili due opposti esiti della socializzazione primaria:
a) iposocializzazione: cioè una interiorizzazione carente dei valori, norme, atteggiamenti elaborati collettivamente dalla società. Ciò include, più dettagliatamente:
- relativizzazione dei bisogni; difficoltà a identificare i bisogni reali e profondi; cambio rapido della gerarchia dei bisogni, ecc.;
- relativizzazione delle risposte istituzionali date ai bisogni, cioè privatizzazione (rifiuto delle mediazioni istituzionali alla soddisfazione dei bisogni) che si esprime attraverso pratiche occasionali, utilitariste, cortocircuitanti di soddisfazione del bisogno (l'esempio è dato dal modello consumista);
- adozione di atteggiamenti caratterizzati da incoerenza, pragmatismo, cinismo, opportunismo, ecc., che denotano una certa incapacità a gestire con successo la precarietà;
b) ipersocializzazione: cioè una tendenza a reagire alla crisi dei processi di socializzazione mediante l'adozione di risposte ideologiche rigide, che danno il senso della sicurezza.
Ciò include, in dettaglio:
- l'assenza di flessibilità verso il pluralismo e la sue dinamiche (con possibilità di gravi ritardi storici rispetto alla cultura che cambia);
- il rischio dell'integrismo, che è una forma di applicazione «materiale» della verità «assoluta» alle situazioni contingenti;
- un alto grado di manipolabilità, conformismo, mancanza di criticità, tipico di ogni forma di pensiero «forte» o sedicente tale.

Complessità e problema religioso

1.2.4. La complessità (e le sue conseguenze) rispetto al problema religioso.
Si possono facilmente identificare alcuni riflessi della complessità sui processi di socializzazione religiosa.
a) L'approfondimento del processo di secolarizzazione della società, in termini di:
- privatizzazione del discorso religioso;
- marginalizzazione dell'istituzione religiosa.
b) La crisi dei processi di socializzazione religiosa, dovuta a una serie di fattori concomitanti:
- relativizzazione dei sistemi di significato religiosi nel quadro di una relativizzazione generale dei valori. Il discorso religioso non è più al vertice della cultura trasmessa: non è più parte integrante dei processi di socializzazione «tout court» di tutti (e ciò nonostante gli sforzi della istituzione ecclesiale per resistere a questa espropriazione); è solo oggetto di socializzazione opzionale;
- separatezza e privatizzazione del processo di socializzazione religiosa, delegato ad una istituzione declassata che ne gestisce con difficoltà l'esito ( = status/ruoli/comportamenti rilevanti solo nella sfera privata).
Tutto ciò indica chiaramente che è sempre più fondata l'ipotesi di una crescente condizione di iposocializzazione religiosa delle nuove generazioni, da due punti di vista: quantitativo: meno persone vengono raggiunte dai processi di socializzazione primaria (religiosa); qualitativo: più persone interiorizzano la cultura religiosa come un contenuto periferico (e relativizzato) della cultura complessiva trasmessa dal sistema.
c) Per comprendere in maniera adeguata questa condizione di iposocializzazione occorre tener presente anche tutta una serie di difficoltà e condizioni concrete che attraversano il processo di socializzazione primaria religiosa nel nostro paese:
- la crescente disaffezione di nuove famiglie verso il compito della socializzazione religiosa dei bambini (vige un'ampia delega se non proprio il rifiuto);
- le incertezze che accompagnano la socializzazione religiosa impartita attraverso l'insegnamento religioso nella scuola primaria (programmi, opzionalità, insegnanti);
- le ambivalenze che accompagnano l'iniziazione sacramentale nel contesto della catechesi parrocchiale (metamessaggi familiari controproducenti, indottrinamento, impreparazione dei catechisti);
- il carattere progressivamente più selettivo delle pratiche di socializzazione religiosa post-primaria (adolescenza e giovinezza), per effetto congiunto di più fattori: un più elevato livello di esigenza formativa da parte della Chiesa (preoccupata di più forti identità, di più radicata appartenenza, di più cosciente fede e prassi); il progressivo abbandono delle «opportunità» istituzionali di socializzazione religiosa da parte degli adolescenti e dei giovani a causa dell'uscita dal sistema scolare, dell'utilizzo della possibilità di «non avvalersi» dell'IR nella scuola e delle «crisi religiose» (la cui radice esistenziale va studiata più attentamente con l'aiuto di molteplici scienze antropologiche).
In definitiva, la categoria della complessità lascia intendere che il problema della «lontananza» ha le sue radici profonde in una crisi di credibilità/legittimazione dei valori religiosi e della istituzione che ne è custode/garante/testimone; tale crisi non si riferisce solo a carenze interne al discorso religioso, ma a condizioni più generali di difficoltà dello stesso discorso religioso all'interno della società complessa.

SOCIETÀ POST-INDUSTRIALE E PROCESSI DI «ALLONTANAMENTO» DEI GIOVANI

2. Esaminiamo ora la categoria della «società postindustriale» come riferimento generale dei processi di «allontanamento» dei giovani.

Tenendo presente che in Italia il «post-industriale» è fenomeno non del tutto generalizzabile all'intero sistema economico, politico e sociale, e ricordando che esso si viene sviluppando in un'area di libero mercato, ancorché ad economia mista (pubblica-privata), se ne possono indicare alcune caratteristiche generali.

Alcune caratteristiche strutturali

2.1. Sul piano «strutturale»:
- è rilevante il grado di riorganizzazione dei processi produttivi sotto l'impatto di vari fenomeni concomitanti: innovazione scientifico-tecnologica, nuova divisione internazionale del lavoro, ecc. di cui l'automatizzazione della produzione, la terziarizzazione avanzata... non sono che gli aspetti più significativi;
- è importante tutta una serie di conseguenze che poi ridondano anche sul piano culturale, tra cui: la modificazione della stratificazione sociale (ampliamento dei quadri intermedi, dequalificazione della classe operaia, emergere di nuove marginalità, come ad esempio anziani, stranieri, dequalificati-declassati-obsoleti...). La modificazione delle relazioni sociali (emergere di stili di vita nuovi, legati a una diversa distribuzione del potere, all'emergere di nuovi soggetti «centrali» capaci di soddisfare nuovi e più esigenti bisogni, più e contro le esigenze degli altri).

Alcune caratteristiche culturali

2.2. Sul piano «culturale»:
- è importante lo spostamento dall'asse economico/acquisitivo a quello espressivo; cioè dalla soddisfazione dei bisogni primari alla soddisfazione dei bisogni post-materialistici (legati cioè a una concezione della vita più alta, qualitativamente; e con caratteristiche di scarsa negoziabilità: pace, guerra, salute, sicurezza, cultura, ambiente...);
- è rilevante la critica al Welfare State (sua crisi di credibilità per sopravvenuta impotenza a soddisfare i bisogni creati e per incapacità di sollecitare partecipazione dal basso degli utenti), e l'emergere di un nuovo conflitto attorno ai processi e ai centri di produzione di senso collettivo (grande potere tecnocratico versus cittadini marginali: mediazione del volontariato).

Società post-industriale e problema religioso

2.3. Circa l'impatto del modello «post-industriale» sul discorso religioso: indubbiamente il dibatti to sui bisogni può aprire spazi per il reinserimento del discorso religioso tra le esigenze di una nuova qualità della vita. Tuttavia il «post-materialistico» non coincide automaticamente con la sfera del religioso: ne è solo una delle tante ipotesi o possibilità teoriche. Di fatto:
- l'esigenza di nuova qualità della vita privilegia bisogni che pretendono solamente di realizzare pienamente le premesse poste dalla società industriale e non di invertire radicalmente la direzione di senso e di sviluppo. Il riferimento prevalente è quello dello «star bene», anzi dello «star meglio» entro le coordinate del tutto intramondane che hanno come base la sicurezza materiale, il denaro, la tranquillità del possesso, ecc. Scarsi sono i riferimenti all'etica in senso preciso, ed anche i valori cosiddetti superiori (cultura, tempo libero, partecipazione, solidarietà, ecc.) sono generalmente intesi al di fuori di un quadro esplicitamente religioso;
- in questa logica il post-industriale tende a espungere il discorso religioso dalle componenti essenziali della nuova società, confermandone la marginalità già prodotta dalla complessità sociale e dalla sua esigenza di relativizzazione dei valori.
La «non rilevanza» del discorso religioso (anzi la sua estraneità radicale) rispetto alla logica della società post-industriale diventa così l'oggetto ineludibile di un'opzione (pro o contro) da parte di chi si affaccia alla vita (i giovani, per l'appunto) e persegue il successo in essa secondo i canoni prevalenti. Lasciar perdere il discorso religioso diventa condizione generale essenziale di modernità post-industriale. A meno che ci si ponga verso il nuovo modello di sviluppo con criticità radicale, contestando l'equivoco dei bisogni post-materialistici e sottolineando le contraddizioni (e la mancanza di significato profondo) di una società fondata su questi presupposti.

Quali effetti sulla socializzazione religiosa?

2.4. I problemi connessi con il modello «postindustriale» sembrano incidere più direttamente sui processi di socializzazione religiosa secondaria (cioè tra l'adolescenza e l'ingresso nell'età adulta).
In dettaglio:
- In concomitanza con l'interruzione di ogni rapporto con le agenzie di socializzazione religiosa, per molti giovani (studenti e non studenti) l'impatto con la società nel momento della transizione formazione- lavoro si trasforma in un confronto serrato con due modelli di vita dotati di opposte caratteristiche; da una parte sta il richiamo esigente della fede e dell'etica cristiana (talvolta banalizzate, nella soggettiva percezione che ne hanno i giovani, dal metamessaggio di segno contrario veicolato dalle contraddizioni dell'istituzione ecclesiale); dall'altra sta il messaggio apertamente più moderno, aperto al futuro, carico di promesse della società post-industriale, della sua etica e dei suoi valori.
Non è difficile notare che nella nostra società secolarizzata esistono forti pressioni culturali in favore della seconda opzione, mentre la prima acquista sempre più, almeno a livello pubblico, il carattere di esperienza legittimabile solo sul piano privato, del tutto irrilevante per le scelte che riguardano famiglia, lavoro, impegno sociale e politico, tempo libero e convivialità, ecc.
In questo contesto la «lontananza» si configura come rottura più o meno radicale e più o meno reversibile, alla cui radice vi è un'opzione che rende progressivamente marginale il discorso religioso.
- Se ciò che abbiamo or ora analizzato corrisponde a una sorta di auto-emarginazione o allontanamento intenzionale dei giovani dal discorso religioso, si può anche ipotizzare un processo di positiva emarginazione o allontanamento di cui è responsabile (magari non in modo intenzionale) la comunità ecclesiale e in particolare l'istituzione ecclesiastica. La consapevolezza del processo di secolarizzazione in atto può aver spinto la comunità e l'istituzione a privilegiare modi di socializzazione religiosa che mirano a rafforzare una identità personale finalizzata alla difesa e all'isolamento, posizioni tipiche di una chiesa in situazione di polemica verso la società soggettivamente in situazione di «assedio». Inoltre un processo di socializzazione volto solo a livello di privato può favorire un vissuto schizofrenico.
La mancanza di integrazione tra processi globali di socializzazione e processi specifici di socializzazione religiosa può provocare infatti, a lungo andare, difficoltà insormontabili di affiliazione; in questo contesto infatti «essere cristiani» può significare sempre di più «essere devianti», emarginati in aree periferiche della società e della cultura. L'ipotesi di un parcheggio prolungato nella devianza può motivare molte persone all'abbandono dell'appartenenza religiosa.
Di qui la necessità di aperture e di presenze dialoganti nel sociale, che abbiano il carattere di vera interrogazione critico-costruttiva, anche per evitare il rischio opposto dell'integrismo, del fanatismo, dell'isolamento polemico.
In definitiva, il modello post-industriale incide sui processi di allontanamento nella misura in cui è in grado di drammatizzare il confronto tra discorso religioso ed esigenze valoriali del modello di sviluppo, sottolineandone l'inconciliabilità e sollecitando un'opzione favorevole, appunto, al modello stesso.

VERSO UNA «TIPOLOGIA» DEI GIOVANI LONTANI

3. Sulla base di quanto si è detto fino a questo momento e utilizzando anche altre riflessioni di tipo psicosociologico, cercherò ora di delineare una certa tipologia dei giovani lontani, sottolineandone maggiormente gli aspetti qualitativi e dinamici, e meno quelli quantitativi.

Un approccio descrittivo

3.1. Un primo approccio, che prescinde dalle «cause» dell'allontanamento, utilizza due criteri di catalogazione:
- il «riferimento», cioè l'oggetto rispetto al quale si può parlare di «lontananza»;
- «l'atteggiamento», cioè il grado di consapevolezza (oggettiva-soggettiva) che accompagna la collocazione rispetto al riferimento.
Naturalmente si tratta di una catalogazione solo indicativa che può essere utile parzialmente e provvisoriamente, in attesa di migliori proposte.
Un breve commento al grafico può aiutare a comprenderne il senso.

VERSO UNA TIPOLOGIA DELLA LONTANANZA RELIGIOSA

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3.1.1. Il punto o parametro di riferimento per valutare la «lontananza» è, logicamente, quello in cui si raggruppano al livello soggettivo e si integrano i criteri dell'appartenenza, ortodossia e ortoprassi (3B + 4B + 5B).
A rigore, tutte le altre posizioni sono in qualche misura «lontane». Di fatto la «lontananza» può verificarsi anche in chi aderisce alla proposta cristiana, sia perché ad una posizione oggettiva positiva non corrisponde la consapevolezza soggettiva, sia perché non vi è coerenza tra appartenenza, credenza e pratica. Le varie combinazioni che si possono verificare nella realtà tra le posizioni 3,4,5 rispetto agli atteggiamenti A,B,C,D danno origine a forme di lontananza interne all'accettazione o alla attenzione rispetto al discorso cristiano.

3.1.2. Il riferimento alla «consapevolezza etica» tende a sottolineare le forme più radicali di «lontananza» (il moralmente immaturo e il moralmente insensibile), che denotano una distanza/rottura non tanto e non solo con il discorso religioso, ma con lo stesso processo di umanizzazione della persona. In questi casi è la persona che è anzitutto lontana da sé, prima ancora che lontana dalla proposta di salvezza offerta da Dio attraverso la Chiesa.
Per converso la presenza di una certa consapevolezza etica sminuisce il senso della lontananza e lascia aperta l'ipotesi di un ricupero.

3.1.3. Il riferimento alla «religiosità in generale» ha due risvolti.
Sotto l'aspetto «positivo» (sì) si vuole sottolineare l'esistenza di soggetti che pur lontani dal sentimento di appartenenza e da una corretta ortodossia e orto- prassi cristiana, mantengono un rapporto oggettivo/ soggettivo con il discorso religioso. Sono probabilmente degli iposocializzati, «non ancora» evangelizzati/educati, ma aperti all'annuncio cristiano; tra loro, forse, non pochi non battezzati.
Sotto l'aspetto «problematico» (no) si annoverano invece due fattispecie di «lontani»: coloro che hanno fatto un'opzione consapevole non religiosa e coloro che vivono il discorso religioso come esperienza residuale, cadendo progressivamente nell'indifferenza e nell'agnosticismo senza problematizzare la propria lontananza.
In ambedue i casi si possono ipotizzare precedenti in cui si combinano iposocializzazione, carenze di educazione religiosa specifica, conflitti tra valori religiosi e modelli sociali prevalenti, traumi e complessi psicologici irrisolti.

3.1.4. Rispetto al riferimento «proposta cristiana» si può osservare che:
- l'essere oggettivamente appartenente, credente e praticante può di fatto costituire una forma di «lontananza» quando ciò non implica una presa di coscienza soggettiva, un'opzione personale: si tratterebbe pertanto di un cristianesimo «culturale» e non
esperienziale», di un'identità «giuridica» più che di una «vitale»;
- il non essere oggettivamente un appartenente, un credente e un praticante può di fatto coesistere con una soggettiva consapevolezza (o pretesa) polemica di esserlo. Questa lontananza «oggettiva» è compatibile con altre forme di religiosità (2A, 2B oppure 6A e 6B) o di consapevolezza etica (1A e 1B); in questi casi chi «si crede cristiano» è in realtà più vicino ad altre modalità di impegno religioso e morale;
- l'appartenenza, la credenza e la pratica selettive sono molto comuni in soggetti critici, che coscientemente si pongono in situazioni di «distanza/conflitto» specialmente con l'istituzione, senza peraltro voler consumare la lontananza nella separatezza. Questo tipo di «lontananza» è in realtà una forma particolare di appartenenza, ortodossia e ortoprassi che mette in discussione elementi non essenziali della proposta.

3.1.5. Resta infine il caso delle religiosità «altre»; oggettivamente vi sono giovani che sono «lontani» solo perché appartengono ad altre denominazioni o confessioni (ebree, protestanti, sette di vario tipo). Soggettivamente la loro diversità può diventare «lontananza polemica» quando l'appartenere o praticare o credere a forme di religiosità «altra» costituisce l'oggetto di un'opzione cristiana o anticristiana. Questa «lontananza attiva» dovrebbe essere perciò più resistente al cambio.

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Un approccio esplicativo

3.2. Un secondo approccio in vista di una tipologia dei giovani lontani utilizza soprattutto l'analisi delle «cause» presunte dell'allontanamento o della semplice lontananza, distribuendole lungo l'asse dello sviluppo psicologico e sociale della persona.
Qualche rilievo sugli elementi riportati nel grafico.

3.2.1. Si può notare anzitutto che il punto su cui si accumulano fattori problematici è il momento dell'adolescenza; ma anche in stati precedenti dello sviluppo è possibile trovare esperienze negative o carenze che mantengono a lungo il loro influsso, cumulandosi con successivi eventi problematici. Questo ci porta a dire che risulta difficile stabilire una tipologia di «lontani», aventi come caratteristica un solo fattore causale, ad es. il lontano «precocemente iposocializzato», o «insufficientemente evangelizzato», ecc.
L'essere lontani è dunque frutto di una dinamica complessa in cui giocano fattori soggettivi e oggettivi difficilmente separabili, anche se utilmente distinguibili.

3.2.2. 11 fattore «mancanza di strutturazione religiosa della personalità» si riferisce alla dinamica psicologica prodotta dal rapporto tra io infantile e funzioni simboliche parentali; non si tratta dell'azione socializzante dei genitori, ma della loro capacità di creare nello psichismo infantile, attraverso l'impronta dei simboli di cui sono portatori, le premesse e le condizioni dell'esperienza religiosa.
Questo aspetto, studiato soprattutto in sede di psicologia della religione, risulta oggi sempre più rilevante, a causa della crescente inadeguatezza di molti genitori rispetto alle proprie funzioni fondamentali.

3.2.3. Il «dubbio» religioso costituisce un fattore complesso che non si esaurisce in un problema unicamente cognitivo, ma include anche altri tipi di «problematizzazione» del vissuto religioso, fino a identificarsi talora con il processo di «conversione» religiosa.
Collocato attorno e durante la fase adolescenziale, il dubbio rivela la necessità funzionale di una revisione critica dei contenuti (più o meno organici) provenienti dalla precedente socializzazione religiosa. Il soggetto è in un'età in cui avverte progressivamente di acquistare nuovi strumenti conoscitivi e di poter sviluppare nuovi comportamenti sociali, morali, sessuali, affettivi, emotivi: di essi si serve per riconquistare criticamente il «condizionamento» di cui è stato oggetto fino a tale momento, per farne uso selettivamente in vista di un progetto personale di vita. Comincia ad emergere in questo contesto quella variabile della «libertà» che le moderne scienze dell'uomo tendono a rivalutare, dopo averne lasciato a lungo il monopolio in mano alla filosofia e alla teologia. Si cerca infatti di capire perché e come il soggetto, di fronte a proposte o messaggi alternativi, si «decide» per l'uno o per l'altro; quali sono le condizioni interne ed esterne che facilitano l'orientamento verso questa o quella opzione; si analizza il carattere sostanzialmente «processuale» della decisione, ecc. In ogni caso emerge da questi studi l'impressione che il soggetto normale, dall'adolescenza in poi, è progressivamente in grado di pilotare le sue scelte, di giudicare se questa o quella soluzione (ad esempio la fede religiosa o l'ateismo) è la risposta ottimale, di fatto cioè funzionale, ai bisogni di significato parziale o totale che nascono dalle esperienze quotidiane. Per questi motivi il «lontano» che ne può risultare è sempre un soggetto in fase di orientamento e ricerca, e l'esito di questa sua storia personale è quanto mai legato alla presenza di efficaci stimoli educativi (che peraltro non neutralizzano la sua libertà di scelta).

3.2.4. La mancanza di precisi interventi educativi è forse una delle chiavi interpretative fondamentali del fenomeno della «lontananza» dei giovani. Abbiamo sottolineato le difficoltà prodotte da un'insufficiente socializzazione religiosa; ma anche in presenza di una riuscita socializzazione religiosa non si può parlare di soddisfacente garanzia contro il rischio dell'allontanamento. I processi di socializzazione sono in sostanza dei meccanismi di adattamento del soggetto alla cultura (in questo caso religiosa) che viene trasmessa a mezzo di forti condizionamenti affettivi, emotivi, cognitivi. Questi meccanismi garantiscono la riproduzione di modelli di comportamento religioso da una generazione all'altra, ma non producono necessariamente e automaticamente la fede, anche se ne costituiscono una premessa, un contesto, una precondizione. La socializzazione religiosa assicura la continuità, ma non necessariamente genera la novità.
In altre parole è necessario integrare i processi di socializzazione mediante interventi qualitativamente diversi (io li chiamo educazione) che mirano a suscitare l'adesione personale, critica e profonda, alla proposta cristiana. In questo senso l'educazione religiosa è una proposta che, entro una relazione intenzionale e libera, mira a risvegliare nel soggetto la sua autonoma capacità di riconoscere nel messaggio cristiano la risposta al bisogno radicale di felicità, di realizzazione piena, di significato definitivo.
Socializzazione ed educazione religiosa si completano a vicenda e sono ugualmente necessarie per anticipare la «lontananza». Di fatto a molti giovani e a non pochi adolescenti viene a mancare il supple mento di educazione nel momento in cui ne avrebbero più bisogno; tale mancanza è dovuta talora al loro libero rifiuto, ma anche alla intrinseca fragilità di contenuti, modalità di presentazione, contesto vitale del messaggio, in altre parole alla sostanziale inadeguatezza della comunicazione religiosa.

3.2.5. Sul «problema etico» dovremmo soffermarci a lungo, anche perché la letteratura della «crisi» religiosa ha sempre sottolineato questo problema come uno dei nodi cruciali della rottura e dell'abbandono della religione. Anzitutto va sottolineato che a livello di adolescenza e giovinezza scoppiano le contraddizioni di certa socializzazione/educazione infantile che moltiplica inutilmente i tabù morali (specie nella sfera sessuale) garantendoli con sanzioni religiose.
A ciò si aggiunga la forte spinta psicologica verso la conquista dell'autonomia morale che nell'adolescente di oggi, immerso in una cultura individualistica, sfocia nel rifiuto del fondamento dell'etica, specie se qualificato sul piano religioso, e porta a esiti anarcoidi.
E più ampiamente emerge in questa età il rifiuto di una religione intesa come limite, imposizione, legge elaborata in sede di istituzione e non in sede di coscienza; anche se spesso il concetto di coscienza è ben lontano dalle esigenze di responsabilità, onestà, coerenza, ecc. che essa implica.
Il problema etico viene dunque a configurarsi in molti giovani come un momento del processo di auto-liberazione; la «lontananza» coincide con la conquista dell'autonomia e dell'indipendenza di giudizio.
In definitiva questo secondo approccio evolutivo e causale non permette di formulare una chiara tipologia di giovani «lontani»; le «lontananze» per «scarsa socializzazione» o per «insufficiente educazione» o per «conflitti morali» o per «dubbio irrisolto» non sono che costrutti alquanto astratti che non si trovano in natura allo stato puro.
Queste approssimazioni possono comunque essere utili come categorie da utilizzare di volta in volta e cumulativamente per conoscere meglio la complessità del fenomeno dei lontani.

(Giancarlo Milanesi, in NPG 9/1986, pp. 4-11).