Antonio Jiménez Ortiz, UN MONDO SENZA FEDE?, Elledici 1995


Analizzando l'evoluzione della religiosità, è possibile constatare un progressivo passaggio dalla sfera religiosa a quella dell'indifferenza.
Se teniamo presenti i dati delle fonti più accessibili negli ultimi vent'anni, al di là della loro disparità di metodologia e di classificazioni, si può anche facilmente constatare che i cattolici non praticanti sono andati diminuendo, mentre nello stesso periodo andava aumentando il numero degli indifferenti. Tanto più che i cattolici non praticanti conservano una adesione alquanto vaga, per contenuti e motivazioni, alla «etichetta cattolica», trasformandosi in questo modo in una specie di ponte che porta verso posizioni di indifferenza religiosa.
Questo vale ancora di più per i giovani dell'ultima generazione, che soffre gravi deficienze nella sua educazione religiosa all'interno della famiglia. Questa generazione si va caratterizzando per una religiosità vaga e senza forma e per il suo stato d'animo critico di fronte alle istituzioni religiose. Nella famiglia la trasmissione di contenuti religiosi ha come finalità primaria la realizzazione personale del bambino, determinando in questo modo una esperienza individuale della religione, in pratica disgiunta dalla Chiesa come istituzione. In questi ambienti l'allontanamento dalla pratica religiosa, la progressiva mancanza di interesse religioso e i conflitti religiosi personali (dubbi, frustrazioni, rifiuti...) possono continuare ad alimentare il numero degli indifferenti.
Però attraverso i dati di cui si dispone non è possibile riuscire a discernere la radicalità di questa indifferenza religiosa. Di fatto tra coloro che vengono chiamati indifferenti incontriamo degli autentici non credenti, persone senza sensibilità religiosa e credenti che si sono allontanati dalle istituzioni ecclesiastiche e che soffrono crisi di carattere religioso. L'indifferenza non presuppone di per sé il fine assoluto di ogni preoccupazione religiosa. Essa è piuttosto il confuso risultato finale di un rifiuto di ogni «fede» che abbia un carattere assoluto: si abbandona l'ateismo come sistema integrale di pensiero ed azione e si ignora la fede cristiana come sottomissione incondizionata ad un sistema religioso totalizzante. È una sorta di nostalgia di libertà di fronte ai condizionamenti che sfocia di norma nel vuoto e nella mancanza di impegno.
Con questi dati è possibile affermare che la vera sfida alla fede è rappresentata oggi dall'indifferenza religiosa.

1. CARATTERISTICHE DELL'INDIFFERENZA RELIGIOSA E I SUOI DIVERSI TIPI

Come potremmo descrivere questa indifferenza religiosa? Parliamo per ora di descrizione, perché la comprensione esaustiva di questo fenomeno sembra impossibile. Non esiste l'indifferente allo stato puro. Si tratta infatti di una complessa situazione umana nella quale i valori considerati fondamentali fino ad ora appaiono velati o mutilati da altri interessi quotidiani, i quali di per sé sono in grado di orientare ed accaparrarsi le forze dell'intelligenza e soprattutto della volontà di una persona, spingendo l'individuo verso un atteggiamento di soddisfazione esistenziale e di assenza di interrogativi.
Non appare possibile definire adeguatamente questo fenomeno, ed è piuttosto difficile riuscire a rappresentarlo con precisione, però possiamo descriverlo come una tendenza molto complessa, caratterizzata dal punto di vista soggettivo dall'assenza di inquietudine religiosa, ed oggettivamente dall'affermazione della irrilevanza di Dio e della dimensione religiosa: anche se Dio esistesse, per l'individuo indifferente egli non sarebbe un valore. Si tratta quindi di un disinteresse per la questione religiosa la cui origine è complessa ed anche confusa.
L'indifferente si ritrova perso nella superficie della realtà. La sua dimensione religiosa è bloccata. Egli vive senza nessuna forma di preoccupazione rispetto alle questioni religiose, nella insensibilità di fronte a certi valori, di fronte alle esperienze di significato e di totalità. Non si esprime né a favore né contro Dio. Senza affermarlo esplicitamente, nega qualunque consistenza al problema religioso. Si tratta di un atteggiamento poco meditato e per nulla critico, che per principio non permette nessuna possibilità di essere coinvolto in un dialogo. Quello che importa non è la salvezza. Fondamentali sono la realtà immediata: gli obiettivi professionali, l'arte, il potere, la felicità, il successo, il piacere, il denaro, il consumo, il vivere senza orizzonte trascendente. Questa indifferenza religiosa non si propone come una ideologia. Si diffonde come una mentalità, come una atmosfera avvolgente.
Questo fenomeno di massa è relativamente recente. Soltanto a partire dal XVIII secolo si ha notizia di gruppi di indifferenti nel mondo della cultura, dell'aristocrazia e anche della borghesia. Però come realtà sociale numericamente significativa è possibile rilevare questo fenomeno soltanto per il periodo che va dalla fine del secolo XIX fino ai giorni nostri: in nessuna altra tappa della storia Dio era morto nella mente e nel cuore di masse così grandi, per le quali si estingue il sentimento religioso, senza crisi vistose né traumi. Il passaggio all'indifferenza religiosa si va concretizzando in maniera lenta, a volte impercettibile, come un fuoco che si spegne silenziosamente per mancanza di combustibile.
L'evento terribile della Seconda Guerra Mondiale sembra essere stato decisivo per il diffondersi del fenomeno dell'indifferenza: nel periodo postbellico la vita quotidiana, soprattutto nell'Europa centrale, è stata segnata, stigmatizzata dalla esperienza dell'assurdo e della distruzione di tutti i valori. Questa esperienza determinò un nichilismo attivo, sostenuto da una lotta appassionata dell'essere umano che continuava a ribellarsi, ponendo molte domande anche se era assolutamente convinto dell'impossibilità di trovare le risposte. Oltre a ciò, proprio nelle persone più stanche, spiritualmente esauste, quelle che non avevano neanche il desiderio di chiedere, si diffuse anche una forma di nichilismo passivo. La crudeltà della guerra, con tutte le sue conseguenze, con la distruzione di valori apparentemente eterni, la fame, la solitudine, l'abbandono, l'angoscia, provocò in modo brutale il diffondersi di un atteggiamento di indifferenza di fronte ai quesiti esistenziali e andò pian piano determinando l'atmosfera giusta per l'attuale indifferenza religiosa.
Di un fenomeno tanto massiccio ed informe, dai contorni tanto confusi, non è possibile stabilire una classificazione rigida, per la conformazione stessa dell'indifferenza. Però a questo punto è necessario fare uno sforzo per individuare certi elementi caratteristici che ci permettano di raggruppare in una forma più o meno omogenea i diversi atteggiamenti che si manifestano tra gli indifferenti, cercando di sottolineare le motivazioni o esperienze che hanno portato all'indifferenza religiosa.
Esiste un'indifferenza religiosa per allontanamento progressivo.
Questo processo di decomposizione o banalizzazione della fede sfocerebbe in una assenza reale di identità credente, provocata da una progressiva separazione dalla fede. A poco a poco la persona che probabilmente ha avuto gravi difficoltà per esprimere e condividere la propria fede, si allontana dalla pratica sacramentale e religiosa. Taglia i lacci che la uniscono all'istituzione ecclesiale, una reazione che è spiegabile anche come una conseguenza ulteriore dell'individualismo ambientale. Si considera l'individuo come il valore dominante ed i suoi criteri sono determinanti nel momento di confermare la propria convinzione di fede o nella decisione per la rottura. I contenuti della fede vanno perdendo importanza quando non sono compresi, essendo magari già stati trasmessi in forma insufficiente o molto condizionati da circostanze negative di carattere biografico, quando non si percepisce la loro importanza nell'esistenza quotidiana, o quando ci troviamo nella fase finale di un «cristianesimo à la carte», frammentario e individualista, nel quale sono state selezionate a piacere le verità e le norme morali. L'indifferenza emerge silenziosamente come una soluzione comoda e sostenuta dall'ambiente.
Possiamo poi distinguere un altro tipo di indifferenza religiosa, quella per assorbimento psicologico. Con una scarsa formazione e informazione religiose dovute a una debole educazione cristiana, gli individui possono trovarsi di fronte ad interessi, compiti, desideri che presuppongono un appassionamento a livello psicologico, il quale copre e a poco a poco annulla la scelta religiosa. È un autentico conflitto di valori che non si vive in modo drammatico. Semplicemente si canalizzano le forze verso progetti personali che riempiono la vita quotidiana senza che si percepisca il vuoto religioso che si è così determinato.
Altro tipo possibile può essere considerata l'indifferenza religiosa per un impegno di carattere sociale, politico, culturale. È intimamente connessa con quella precedente, però in pratica la distinguiamo perché in questo caso è possibile evidenziare un atteggiamento più consapevole, una volontà che sceglie di fronte a una falsa alternativa: la fede o l'impegno umano. Una falsa alternativa perché in realtà non è stato compreso il senso profondo dell'esperienza cristiana, la quale non è possibile nella sua integrità senza una pratica consequenziale. Forse è il risulta- to della mancanza di significato esistenziale della fede: il credente non percepisce più che la fede contribuisce in modo specifico al suo impegno umano. La missione scoperta ai margini della fede riempie certi settori dell'esistenza, e la complessità dominante nel mondo attuale, le sfide che questo mondo propone occupano e preoccupano in tale misura l'individuo che non esiste più posto per la dimensione religiosa. Questa si dissolve nell'indifferenza psicologica e intellettuale.
Per ultimo desideriamo segnalare una possibile indifferenza religiosa come soluzione per uscire da un conflitto personale. In tutte le forme di mancanza di fede la vita dell'individuo svolge una funzione decisiva, molte volte totalmente disconosciuta dal suo ambiente. Nel caso dell'indifferenza questa si manifesta, come abbiamo detto prima, in forma graduale e in modo quasi impercettibile, quando certi conflitti personali, con una forte incidenza sul campo affettivo, vanno pian piano minando la struttura credente della persona, già di per sé così poco solida: gli errori pedagogici nella trasmissione della fede, che viene effettuata senza convinzione né credibilità; le pressioni, a volte i ricatti, che si verificano nell'ambito familiare utilizzando le verità e la morale cristiane; le esperienze frustranti con credenti, soprattutto con gente di chiesa che alimenta la sfiducia nelle grandi istituzioni... La stanchezza, la fuga, la rassegnazione, il risentimento o l'aggressività fanno il resto. L'indifferenza religiosa è accettata come una «terra di nessuno», oggi paradossalmente molto popolata, dove non ci sono più domande, né dubbi, né crisi, né esigenze che possano turbare.

2. FATTORI CHE SCATENANO O FOMENTANO L'INDIFFERENZA

Parliamo espressamente di fattori e non di cause perché risulta difficile dimostrare la connessione tra certi fenomeni e l'indifferenza religiosa. Anche se i fattori di cui diremo sono talmente complessi da non permettere di stabilire relazioni indiscutibili con l'indifferenza, è tuttavia possibile affermare che il clima culturale, sociale, economico e politico condizioni in larga misura la risposta positiva o negativa all'offerta religiosa. Detto con altre parole, l'indifferenza religiosa è in primo luogo un atteggiamento psicologico, una forma di sensibilità, la quale però non si riduce ad una semplice esperienza personale. Essa è allo stesso tempo una situazione sociale, un'atmosfera nella quale tutto passa come se non esistesse la questione di Dio.
L'indifferenza personale e l'indifferenza sociale si condizionano vicendevolmente. In fondo in fondo la indifferenza consiste in una selezione soggettiva di valori mediante la quale l'individuo abbandona quelli di carattere religioso perché non li considera rilevanti per la propria vita. Essi vengono messi da parte perché considerati inservibili. Però questa scelta non è determinata semplicemente dalla volontà, dal sentimento, dal desiderio o dal capriccio; essa è condizionata allo stesso modo anche dal contesto culturale, che influisce in maniera determinante. Per questo possiamo parlare di fattori di ordine culturale che possono scatenare o fomentare un'indifferenza religiosa che in realtà è indifferenza verso certi valori che appaiono magari oscurati o mutilati nella loro realtà o nelle loro espressioni tradizionali a causa di una determinata atmosfera sociale. Per questa ragione si pensa che la secolarizzazione del mondo occidentale sia stato un fattore determinante per la comparsa dell'indifferenza religiosa.
Il processo di secolarizzazione può essere descritto come una «desacralizzazione e mondanizzazione del mondo», come una emancipazione della realtà terrena dai controlli religiosi e dal dominio esercitato dalla religione cristiana nell'antichità e nel Medioevo. Il risultato di questo processo è un mondo a disposizione sotto il controllo dell'uomo, un mondo autonomo, campo per la libera investigazione, creazione e pianificazione.
Questo però non è lo stesso che secolarismo: con l'affermazione dell'uomo come realtà assoluta, come unico centro della realtà si toglie di mezzo Dio e si costruisce un sistema chiuso, totalmente immanente. La secolarizzazione è un complesso processo culturale e storico. Il secolarismo è una ideologia esclusivistica e totalitaria. La secolarizzazione concede alla religione un'opportunità. Il secolarismo nessuna.
La secolarizzazione presuppone di fronte alla religione una grande libertà individuale, un ambiente di rispetto e tolleranza, però anche una grande solitudine se si prescinde da un gruppo religioso di riferimento. E questo costituisce una sfida che può far maturare una opzione religiosa personalizzata o può sfociare in un naufragio totale della fede accettata per eredità sociale. In una società secolarizzata, attraversata da correnti secolariste, persi gli appoggi sociali che sostenevano tradizionalmente la fede, possono sembrare irrilevanti Dio, la salvezza eterna, la Chiesa, la preghiera... Sarà sufficiente qualche conflitto personale perché una debole opzione di fede si vada dissolvendo nell'indifferenza religiosa... Si arriva persino a pensare che soltanto persone religiosamente indifferenti, aliene dai totalitarismi e dagli esclusivismi della religione e delle sue promesse di salvezza, possano incanalare forze e promuovere progetti che hanno bisogno di uno sforzo solidale in una società pluralista.
Anche il pluralismo sociale può ugualmente facilitare l'indifferenza religiosa, perché frammenta la realtà sociale e crea un'enorme dispersione degli interessi. In mezzo a una situazione di inevitabile complessità, la religione viene spostata verso una posizione settoriale o addirittura marginale, perché si crea una situazione di «mercato» in cui tutte le religioni, confessioni e ideologie possono offrirsi in libertà all'interno della legalità in atto, in un clima di rispetto e di tolleranza. Questa tolleranza non implica di per sé permissivismo né relativismo, però non c'è dubbio che la confusione è in agguato per i credenti non convinti e poco formati. Allontanatisi dai propri gruppi o comunità cristiane, per loro si prospetta rapidamente la caduta in una combinazione capricciosa di frammenti di «credi», né troppo strutturati né troppo esigenti. L'indifferenza religiosa è in questo caso soltanto questione di tempo.
Esistono anche altri fenomeni di tipo sociale come l'urbanizzazione, l'industrializzazione, le correnti migratorie, che possono disintegrare qualunque tipo di tradizione religiosa, sradicando l'uomo dal suo ambiente umano e di fede religiosa. La razionalizzazione tecnica, l'anonimato, la competizione professionale, l'ansia dell'efficienza, la pressione dell'ambiente... rompono le tradizionali scale di valori, disarticolano le esperienze religiose, disorientano la persona che non può rispondere a tante sfide e che opta per obiettivi immediati nella propria vita, molte volte di segno consumista.
Come abbiamo più volte detto, le proprie esperienze di vita sono decisive al momento in cui si deve riflettere sull'origine della mancanza di fede. Per questo possiamo parlare anche di altre situazioni di carattere più soggettivo, oltre i conflitti personali già menzionati precedentemente, che possono spiegare il processo verso l'indifferenza.
In primo luogo ricordo le difficoltà reali che molti cristiani incontrano di fronte alle celebrazioni liturgiche. Dopo il Concilio Vaticano II si è realizzato uno sforzo enorme per rinnovare la liturgia, rendendola più trasparente, dignitosa e vicina alla gente. Tuttavia in questo periodo molti cristiani hanno a poco a poco abbandonato le celebrazioni della Chiesa. I motivi sono molteplici e complessi. Però bisognerebbe chiedersi se realmente le difficoltà non stanno anche nella oscurità dei segni e dei simboli, che risultano incomprensibili e che non trasmettono più la testimonianza dell'amore e della bellezza di Dio; o nella ripetizione monotona di riti senza vita, senza convinzione, che non comunicano il messaggio perché appaiono alieni ed estranei alla sensibilità reale di molti credenti. L'indifferenza di fronte a questi «rituali lontani» sfocerà nell'abbandono totale.
In intima connessione con la liturgia si colloca il problema del linguaggio religioso. Per molti secoli il linguaggio della fede ha goduto di una enorme stabilità. Era accettato senza grandi difficoltà, esercitando allo stesso tempo un grande potere culturale, come un fattore decisivo dell'unità religiosa e sociale, veicolo della comunicazione, elemento di identificazione personale e collettiva. Questo linguaggio della fede era unito profondamente alla vita quotidiana e alla concezione della realtà. Però da molto tempo ormai viviamo «in un altro mondo»: sono cambiate completamente le immagini dell'uomo, della natura, della realtà. Il cristiano vive della stessa esperienza originale di altre generazioni di credenti, però la sua mentalità è completamente diversa. E tuttavia il linguaggio religioso ha conservato la maggior parte delle espressioni, dei segni e delle metafore tradizionali, che non riescono più a trasmettere in maniera adeguata l'esperienza cristiana perché non sono in sintonia con il mondo interiore e con le esperienze storiche dell'uomo contemporaneo. A questo punto vale la pena richiamare l'attenzione sulla grande influenza che un linguaggio della fede incomprensibile esercita sul processo che conduce all'indifferenza religiosa.
Però il linguaggio religioso si consuma anche in una società che provoca uno svuotamento dei messaggi a causa dell'inflazione dei segni, che si neutralizzano reciprocamente nella loro capacità di comunicazione. La banalizzazione progressiva dei linguaggi provoca indifferenza culturale e psicologica, fomentata anche dai mezzi audiovisivi: l'immagine e il suono, la televisione e la cuffia si stanno trasformando in generatori di indifferenti. Indifferenza per saturazione, indifferenza per isolamento, indifferenza per immersione nell'immagine, indifferenza come meccanismo di difesa di fronte alle aggressioni dei mezzi di comunicazione, indifferenza per mancanza di fiducia nella possibilità di ritrovare la verità, indifferenza per incapacità di assimilazione...
Si fugge il silenzio, si evita con orrore il vuoto e il deserto interiore, imprescindibili per una personalizzazione dei valori trascendenti. Quando soltanto la catastrofe o il disastro sono capaci di commuovere, tutto è sul punto di trasformarsi in qualcosa di insignificante. L'indifferenza generale annega pian piano senza drammi i valori religiosi.

3. CHE FARE DI FRONTE ALL'INDIFFERENZA RELIGIOSA?

Sembra convinzione unanime che la risposta pastorale al problema dell'indifferenza risulti più difficile e complessa del confronto con le argomentazioni dell'ateismo e dell'agnosticismo. In queste due forme di mancanza di fede l'individuo ha un profilo ben definito: è impegnato, sa, anche se in modo non meditato, quello che significa «credere» in qualcosa, possedere una «struttura credente». Il dialogo e l'incontro con atei e agnostici è possibile. Sono là. Offrono resistenza. Negano, però rispondono. Non possiamo dire la stessa cosa dell'indifferente: perso in una massa informe, non si preoccupa per nulla di tutto quello che proviene dal mondo irrilevante del religioso e spesso neppure dei valori umani che sono alla base dell'esistenza. L'indifferente mantiene il silenzio sulla fede e di fronte alla fede.
Esiste un ambito qualsiasi in cui sia possibile rompere questo silenzio?

3.1. Educare ai valori

La strategia di fronte all'indifferenza deve necessariamente partire da un'operazione indispensabile di educazione ai valori. In un primo momento la chiave consiste nel riuscire a sensibilizzare ai valori più decisivi, alle questioni più scottanti della vita: il destino dell'uomo, la domanda riguardante il senso, la bellezza, l'amore, la violenza, la morte, l'anelito infinito dell'uomo presente in tutte le sue esperienze significative... Sarebbe il modo per ottenere che l'indifferente cominci ad intravvedere, dalla sua incoscienza o dal suo nichilismo, la necessità di un fondamento, di una «fede» come opzione, come decisione vitale, imprescindibile se si vuole vivere dando un senso alla propria esistenza. Si tratta di rompere la muraglia della superficialità, aprendo gli occhi alla realtà religiosa attraverso esperienze umane significative. L'indifferente deve essere messo di fronte al fatto che non c'è cultura senza valori, che lungo la storia una moltitudine di esseri umani ha vissuto, sofferto, è morta per difendere valori che trascendevano il proprio individuale. Costoro hanno mantenuto la speranza in mezzo a gravi conflitti perché credevano in qualcosa che illuminava la loro vita, il loro futuro, la loro morte.
Questo compito richiede anche di aiutare l'indifferente con tatto e con decisione, in uno sforzo di «personalizzazione», di rafforzamento del proprio Io di fronte ad un ambiente che banalizza la vita e i valori. Egli deve scoprire che l'indifferenza assunta talvolta senza riflessione è una forma deficitaria di esistenza che deve essere superata. Però è qui il problema.
Ci sono ancora tasti che possono essere attivati nella persona? Riuscirà l'indifferente a confrontarsi con la fragilità delle proprie motivazioni e ragioni, col vuoto interiore, in mezzo agli stimoli esterni che lo trascinano lontano? Di fronte ad un'indifferenza religiosa, non riflettuta, annoiata, disinteressata, si è arrivati a proporre, per superarla, la «conversione» dell'indifferente all'agnosticismo, come passaggio da un atteggiamento incosciente e privo di preoccupazioni ad una libertà assunta coscientemente.
Alla famiglia spetta un compito determinante in questa educazione ai valori che porti a scoprire il sentimento di una dimensione religiosa come parte integrante della persona e come fattore determinante di maturità psicologica ed umana. Però questa educazione deve essere realizzata in un ambiente di libertà che tenga in considerazione le condizioni concrete del soggetto.
Senza autoritarismi né imposizioni che limitino e blocchino, bisogna motivare adeguatamente la persona da educare affinché scopra ed accetti i valori umani e religiosi come qualcosa di decisivo per la propria persona e non come una tradizione familiare o come una ricetta per trionfare nella vita. È imprescindibile che gli educatori agiscano. con convinzione e coerenza, portando la propria testimonianza sincera.

3.2. Risvegliare un atteggiamento critico

All'origine della indifferenza religiosa un ruolo molto significativo viene svolto dall'ambiente sociale e dalla sensibilità culturale, anche se non è possibile dimostrare di fatto la relazione diretta tra contesto secolarizzato e pluralista e l'indifferenza. Però non esiste nessun dubbio sul fatto che l'atmosfera che si respira nella società può far tendere l'individuo in una determinata direzione, quando altri fattori personali, familiari e educativi incrinano le basi dell'esperienza cristiana. Per questa ragione ci sembra imprescindibile una educazione critica di fronte alla valanga di informazioni, mode, correnti, modelli di identificazione... che banalizzano l'esistenza, confondendo ed indirizzando verso percorsi non umanizzanti.
Quello che noi proponiamo è una denuncia dei falsi idoli. È necessario aiutare l'individuo a confrontarsi con occhi critici con la complessità della realtà sociale e culturale, smascherando le false aspettative e le vuote proposte di salvezza. La mancanza di un Assoluto religioso e la necessità elementare di sentirsi ancorati ad una base solida spinge soprattutto i giovani a crearsi una struttura interiore intrecciando in forma confusa miti come il potere assoluto della scienza e della tecnica, il progresso indeterminato, l'edonismo, la forza dell'immagine o la capacità liberatoria del denaro. L'indifferenza religiosa può sfociare in una indifferenza disumana, quando la ricerca di felicità non è capace di rompere il cerchio del proprio egoismo e si diventa insensibili ai problemi impellenti della fame, delle ingiustizie, della violenza, dell'ambiente.

3.3. Annunciare la fede in modo credibile

Un uomo perduto nella confusione e nell'indifferenza deve essere messo di fronte al nucleo della fede, con carità pastorale e con chiarezza: con l'esperienza unica della salvezza di Dio, che si è manifestato in forma definitiva e insuperabile in Gesù Cristo, grazie alla forza dello Spirito Santo. Bisogna risvegliare la sua sensibilità verso l'infinita misericordia di Dio, che è mediata nella storia dalla Chiesa, la comunità di credenti, santi e peccatori che credono in Gesù Cristo. Però la Chiesa deve realizzare questo annuncio con credibilità. Se questo non succede, avremo concesso un argomento ulteriore alla giustificazione dell'indifferenza. Perciò questo fenomeno della mancanza di fede ricorda nuovamente alla Chiesa la propria necessità di essere essa stessa continuamente evangelizzata, per offrire una testimonianza trasparente e coerente dell'amore di Dio verso gli uomini, rivelatosi in Gesù Cristo, risvegliando allo stesso tempo, attraverso iniziative adeguate, l'interesse religioso addormentato o spento.
Resta comunque imprescindibile non dimenticare la necessità ineludibile di un linguaggio appropriato. La comunicazione dell'esperienza cristiana non può permettersi la mutilazione del messaggio rivelato, sia rendendolo vittima di certe mode del momento, sia traducendolo in modo da falsare i contenuti della rivelazione. Tuttavia questi rischi non possono Darci dimenticare che un messaggio non compreso genera indifferenza. Le parole teologiche di «sempre» possono essere un ostacolo insormontabile per l'annuncio della fede. Per questa ragione, di fronte all'enorme compito di tradurre i contenuti della fede in questo momento della storia con senso di creatività e conservando la fedeltà alla Rivelazione e alla Tradizione, dobbiamo man mano elaborare un linguaggio che traduca e comunichi l'esperienza cristiana in modo tale che parole di vita e salvezza possano risuonare di nuovo tra la massa degli indifferenti.