Antonio Jiménez Ortiz, UN MONDO SENZA FEDE?, Elledici 1995


Dobbiamo riconoscere che non esiste una definizione chiara e unanime del fenomeno postmoderno. Si tratta certamente di una tendenza che ha esercitato un'influenza niente affatto disprezzabile dal punto di vista sociale e culturale, e che viene vissuta come una specie di atteggiamento, come uno stato d'animo nel quale si prolunga e si estende un agnosticismo meno definito dell'agnosticismo «classico», meno tragico, meno idealista, più diffuso, però anche più totalizzante. Anche se bisogna riconoscere che il cosiddetto «movimento postmoderno» con i suoi protagonisti piuttosto particolari è ormai scomparso già da alcuni anni dalla scena pubblica.
Sotto la parola «postmodernità» possono trovarsi aggruppate le prospettive più diverse, opposte, poiché il concetto non è chiaro e richiama idee ed analisi difficili da mettere insieme. L'aggettivo «postmoderno» nella sua ambiguità non può permetterci una precisione maggiore, però per lo meno ci suggerisce sintomi della nuova atmosfera esistenziale.
Il concetto di postmodernità che nasce nel campo dell'architettura per definire l'intenzione di combinare tecniche moderne con forme antiche, è stato utilizzato nella discussione filosofica per esprimere un nuovo atteggiamento critico di fronte alle contraddizioni della modernità. Il postmoderno tenta di esprimere la decadenza della fiducia che gli occidentali degli ultimi due secoli hanno sperimentato nei confronti dell'idea del progresso generale dell'umanità. Negli ambienti postmoderni si respira un'atmosfera di disincanto e di malinconia, e si diffonde un agnosticismo esistenziale di fronte a tutti i grandi sogni dell'umanità.
Per la postmodernità la ragione non è più il Dio che fu incoronato nella cattedrale di Parigi durante la Rivoluzione Francese. Non solo ha perduto l'alone sacro che gli attribuì l'Illuminismo; esso appare oggi anche rimpicciolito da una lunga serie di disinganni rispetto alle sue possibilità, e di grandi frustrazioni. Se consideriamo gli avvenimenti del secolo XX possiamo affermare, di fronte a tanta guerra e distruzione, che i sogni della ragione si sono trasformati in incubi.
La ragione, secondo i postmoderni, non può più spiegarci cosa sia la realtà, né può offrirci principi saldi e chiari sui quali innalzare l'edificio della metafisica e della morale.
L'individuo postmoderno si muove alla deriva tra frammenti di utopie, di sogni, di ideologie. Si ha l'impressione che non ci sia una base solida che sostenga le nostre visioni della realtà, le nostre impalcature religiose. Si vede l'uomo come un vagabondo senza orizzonte fisso, senza bussola, senza nord, perso nel pluralismo incomprensibile di opzioni possibili ed intercambiabili. Si sono esauriti i grandi principi immutabili della modernità.
Tutto questo produce come conseguenza la per, lita della fede nei grandi sistemi, nei progetti e movimenti sociali o culturali, per esempio nel marxismo, nel liberalismo, nel fascismo, nel cristianesimo...
Questi sono le cosiddette «grandi narrazioni», di cui la gente non ha fiducia, perché già appaiono come totalmente inutili e addirittura pericolosi, perché nel loro nome si è torturato ed ucciso.
Senza una base sicura e stabile su cui poter ancorare la ragione umana, le «grandi narrazioni» non hanno più credibilità. Al massimo resteranno le «piccole narrazioni» (l'amicizia con Pietro, la mia passsione per la pittura, la mia preoccupazione per l'ambiente della mia città...) che illuminano aspetti parziali dell'esistenza, senza però la pretesa di offrire una risposta totale alle mie inquietudini come essere umano.
E allo stesso tempo nella postmodernità si è perso il senso della storia. È tale il cumulo di avvenimenti e notizie che ci colpiscono continuamente che non si riesce a comprendere quale sia il filo, il senso che sostiene il tutto e che indirizza verso una meta.

1. PROFILO DELL'UOMO POSTMODERNO

Provo a descrivere i caratteri dell'individuo postmoderno, il suo stato d'animo esistenziale. Però devo confessare che il quadro che disegnerò è realizzato a grandi tratti e offre soltanto un'immagine appena distinguibile, non un ritratto dettagliato. La sensibilità postmoderna è troppo ambigua, troppo barocca per permetterlo.

1.1. Un individuo frammentato

L'accelerazione a livello culturale e sociale, il pluralismo ideologico insuperabile, il continuo bombardamento di immagini e informazioni diverse ed eterogenee non aiutano la strutturazione psicologica e intellettuale degli individui.
La personalità del soggetto postmoderno patisce una profonda frammentazione interna; manca una colonna vertebrale che sostenga la persona, che così sembra adeguarsi con maggior facilità alle molteplici circostanze e ai condizionamenti del mondo attuale. Però questa flessibilità, che evidentemente è conseguenza di questo «indebolimento osseo», in genere è coniugata con una sensibile mancanza di solidità e coerenza. In realtà l'atteggiamento tollerante di cui si vantano i postmoderni è spesso segno di assenza di convinzioni profonde.
La postmodernità tenta di rendere fattibile il vivere in una situazione completamente instabile, rendendo possibile un pensiero tollerante senza giudizi di valore, un pensiero che accetta senza difficoltà l'originalità delle persone e le molteplici differenze, perché l'enormità di questo mondo e la complessità della vita consigliano di alleggerire il peso delle cose.

1.2. Un individuo sottomesso al relativismo e alla provvisorietà

Nella postmodernità non c'è un orizzonte storico né coordinate che ci orientino. L'enorme quantità di avvenimenti che ci arrivano attraverso i mezzi di comunicazione, ci sommerge in un presente senza punti di riferimento.
Per questo la chiave è nel vivere in questo present e senza preoccuparsi del passato e del futuro, in una società senza criteri assoluti né opzioni definitive, nella quale, al massimo, si ottengono consensi locali e aperti ad eventuali rescissioni. Così il «contratto a tempo» si estende da tutte le parti: non soltanto nell'economia, anche nell'amore («l'amore dura finché dura»), negli impegni professionali o vocazionali, politici o sociali.
Nella postmodernità tutti i gusti e comportamenti possono coabitare senza escludersi. Tutto può essere scelto a piacere, il più impegnato come il più esoterico, il vecchio come il nuovo, la vita semplice ed ecologista come la vita ipersofisticata, in un'epoca senza riferimenti stabili e senza norme definitive.
L'uomo della postmodernità non si aggrappa a nulla, non ha certezze assolute; niente lo sorprende e le sue opinioni sono suscettibili di modificazioni rapide. Si determina in tal modo un generale relativismo: tutto va bene, però non conviene fidarsi di niente né di nessuno in maniera totale.

1.3. Un individuo narcisista ed edonista

La morale appare oggi frammentata, perché nella vita di tutti i giorni sono gli atteggiamenti, i sentimenti o le preferenze dell'individuo che orientano l'azione, e sono criteri puramente personali quelli che la giudicano. Ci saranno pertanto tante regole morali quante sono le necessità di ciascuno.
Quello che si desidera negli ambienti dove domina uno stato d'animo postmoderno è vivere liberamente senza repressioni, scegliere ognuno liberamente il proprio modo di vivere. Viviamo in una autentica rivoluzione individualistica.
L'ascetica e la disciplina non sono più di moda. Tutto quello che richiede rinuncia o austerità ha perso valore a favore del desiderio e della sua gratificazione immediata. Si promuove il culto del piacere (edonismo), la vita facile, la cura del corpo, il ritorno a se stesso.
L'individuo postmoderno appare centrato in se stesso e nelle proprie necessità (narcisismo). Si fugge dagli impegni sociali o politici nelle istituzioni, nei sindacati, nei partiti. Però si cerca il nido affettivo del piccolo gruppo e si assumono con entusiasmo compiti molto concreti con mete personalizzate, lontane dalla militanza politica: nel campo dell'ecologia, dell'arte, dello sport, del tempo libero, del pacifismo.

1.4. Un individuo vulnerabile e vacillante, però con humour

L'individualismo e la vita privata assorbono quasi tutta l'energia dell'individuo postmoderno: curare la propria salute, mantenere entrate adeguate, disfarsi di «complessi», aspettare le vacanze. Risulta ora possibile vivere senza ideali, senza obiettivi trascendenti. Però bisogna pagare un prezzo: si vive nella incertezza, nel dubbio, in un grande vuoto interiore.
Così vanno emergendo individui isolati e vacillanti, riciclabili di fronte alla continua valanga di modelli proposti dalla pubblicità e dai mezzi di comunicazione, individui che si immergono dalla notte alla mattina nell'universo chiuso della musica, come se avessero la necessità di rimanere fuori dalla realtà concreta.
Così la persona, ossessionata da se stessa, è propensa a venir meno, a crollare in qualunque momento, di fronte ad una difficoltà qualsiasi. I problemi personali acquistano proporzioni smisurate, mentre si ingigantisce il sentimento del vuoto e la depressione è in agguato. Le relazioni personali sono sottomesse all'instabilità, giacché si ha paura della propria vulnerabilità e degli impegni profondi e duraturi: «Nessun impegno definitivo perché si sa come sono le ragazze. E in più ne ho già abbastanza delle batoste che mi hanno dato l'ultima volta...». Lo spirito postmoderno non cerca una vittima della quale burlarsi, desidera soltanto creare una atmosfera euforica. È uno spirito senza messaggi. Ciò che si desidera è il riso per il riso anche a costo della propria immagine. Si fanno parodie delle situazioni, ma non scherzi pungenti o crudeli.
Nel fondo quello che si pretende è evadere dalla propria realtà, togliere serietà alla vita, alleggerire il peso della esistenza, compensare e se possibile dissimulare l'angoscia quotidiana, creando atmosfere festose e ludiche, nelle quali uno possa «galleggiare» lontano dalle responsabilità, dai propri doveri, dalla lotta di tutti i giorni. E per questo lo spirito postmoderno si preoccupa di svuotare di contenuti i valori che governano la società.

2. L'AMBIGUITÀ DELL'ESPERIENZA RELIGIOSA DEI GIOVANI POSTMODERNI

Una percentuale notevole di giovani credenti viene influenzata dalla sensibilità postmoderna e sottoposta al fenomeno della frammentazione culturale ed esistenziale: di fronte alla valanga di informazioni ed opinioni dei mezzi di comunicazione, sommersi dal pluralismo ambientale, ideologico e sociale, essi presentano in gran parte una notevole destrutturazione interiore che coniuga con una sottile ma pertinace mancanza di fiducia nella ragione. Questo produce un atteggiamento di incredulità di fronte alle «grandi parole», atteggiamento che rende questi giovani sorprendentemente predisposti ad una logorrea semplice e contraddittoria. Si ricava l'impressione che abbiano perso il senso della totalità, proprio della loro età, e che vivano nel presente in forma immediata, senza relazioni con il passato e con il futuro.
A tutto questo si deve aggiungere l'influenza esercitata dal relativismo postmoderno, che determina in questi giovani un atteggiamento di provvisorietà esistenziale, e dà poco valore agli impegni definitivi. Questi giovani si sentono spesso incapaci di assumersi impegni «per sempre». Ciò li rende estremamente vulnerabili dal punto di vista intellettuale ed affettivo.
La valorizzazione del «microgruppo» si associa a un individualismo di tipo psicologista, nel quale sono i sentimenti o le preferenze personali che orientano di frequente la loro azione e le loro decisioni morali. Si percepiscono sintomi di un accentuato narcisismo spiritualista. Si tocca con mano un atteggiamento anti-intellettualista e si corre così il rischio che l'allergia che essi sentono verso la riflessione sulla fede li trasformi in cristiani poco critici ed inclini a mescolare qualunque tipo di credenze in un proprio «credo particolare» (sincretismo religioso). Di fatto il contenuto della loro fede è confezionato «à la carte», con una selezione molto eterogenea che non si spaventa di fronte alle incoerenze dottrinali.
Il soggettivismo si accompagna ad un tranquillo edonismo che non sopporta le esigenze «che vengono dal di fuori» e che vede poco senso nello sforzo ascetico. La fede di questi giovani sembra essere molto poco consistente. Non sono le ragioni che sostengono la loro scelta, bensì le emozioni risvegliate da una testimonianza di vita diretta. Così la loro religiosità acquisisce una sfumatura molto affettiva ed emozionale.
Essi sottolineano con enfasi gli aspetti esistenziali e sensibili della preghiera personale e comune. Il simbolismo sfocia di solito in un ritualismo magico. Essi concedono poco spazio alle mediazioni che richiedono sforzo e capacità di sopportazione. Sorprende la mancanza di coerenza tra la loro viva sensibilità verso i problemi umani e il loro anelito di consumismo e di comodità.
Però d'altro canto dobbiamo riconoscere in loro altri aspetti, conseguenza in parte dello stato d'animo postmoderno, che, se ben orientati, possono essere altamente positivi, come la flessibilità e la capacità di adattamento, la tolleranza e la facilità di comunicazione, il loro atteggiamento aperto di fronte al pluralismo, la loro spontaneità, il loro senso ludico e il loro spirito.
La loro sensibilità spirituale può aiutare i credenti adulti a sottolineare il ruolo dell'esperienza mistica nella pratica della fede e della vita concreta, se li si aiuta però a evitare con decisione il vicolo cieco di un irrazionalismo di fuga, e se si fa loro scoprire che senza lo sforzo ascetico la dimensione mistica della fede cristiana non acquista profondità né rilievo esistenziale.

3. DUE CONSIGLI DELLA POSTMODERNITÀ: SALVARE LA VITA E RECUPERARE L'ALLEGRIA, L'HUMOUR, IL DESIDERIO

La vita quotidiana si è trasformata nel rifugio di tutta la speranza postmoderna, il luogo dove è ancora possibile continuare a credere in un «significato», frammentario e precario, in mezzo alla marea di un agnosticismo globalizzante e radicale.
In realtà tutti, credenti e non credenti, viviamo sotto la minaccia di perdere il «quotidiano» a causa della intromissione smisurata dei poteri anonimi della politica, dell'economia, della tecnologia moderna. La «salvezza» della vita quotidiana deve anch'essa essere sostenuta dalla fede cristiana: di fatto è in questa vita di tutti i giorni che si gioca il nostro destino di uomini, in essa è possibile «placare la sete dell'assetato e la fame dell'affamato, visitare e consolare chi soffre...» e scoprire il volto di Gesù Cristo nel volto sfigurato e sofferente dei poveri (cf Mt 25,3146). Per questa ragione il richiamo della postmodernità a vivere la vita di tutti i giorni deve essere accolto dal credente, il quale è anche cosciente che l'individualismo, il narcisismo, l'edonismo possono trasformare il «quotidiano» in un'autentica trappola. Fare del «privato» il nuovo santuario dell'uomo occidentale significa abbandonare alle forze cieche del- l'economia e del mercato il futuro di milioni di esseri umani.
Gesù di Nazaret, il Signore, è la mediazione definitiva del mistero di Dio per l'uomo. Però il cristiano deve nuovamente scoprire, di fronte alla provocazione della postmodernità, che la vita, nella sua quotidianità, è la nostra piccola mediazione che ci immerge nella mediazione fondamentale di Cristo. La vita quotidiana è un avvenimento unico: un intreccio costituito di esperienze con le quali manifestiamo ciò che siamo e ciò che desideriamo. Ed è lì che Dio si fa presente all'uomo; è in questa vita di tutti i giorni che noi viviamo nello Spirito Santo la salvezza, camminando con fatica verso la pienezza, però già segnati dalla sua radicale novità.[1]
Dall'altro lato la sensibilità postmoderna può aiutare noi credenti a riscoprire nell'esperienza cristiana le realtà del ludico e dell'immaginativo, dell'allegria e della gioia, del desiderio. Bisogna riconoscere che in alcune tradizioni di spiritualità cristiana permangono ancora oggi certi atteggiamenti negativi, a volte inconsapevoli, di fronte alla vita e alla realtà del corpo, i quali alimentano il sospetto e magari il rifiuto nei confronti degli aspetti gioiosi dell'esistenza.
È auspicabile che l'incontro con la sensibilità postmoderna offra un'opportunità per recuperare con forza la dimensione festiva e gioiosa del Vangelo e delle figure cristiane come Francesco d'Assisi, Teresa d'Avila o Giovanni Bosco, sottolineando l'importanza decisiva dell'esperienza estetica e mistica come possibilità di accedere al mistero insondabile di Dio. Però la fede cristiana, in nome della complessità e ricchezza dell'essere umano, non può accettare progetti di felicità che si basino sul consumismo, sull'edonismo, sull'individualismo narcisista, come non può nemmeno dimenticare la realtà insondabile della croce, come simbolo del dolore umano e come offerta definitiva di salvezza.
La croce di Gesù è comunque la testimonianza dell'amore per la vita, portato fino alle estreme conseguenze. Per questo essa ce la fa riscoprire e riconquistare nella verità: il sì alla vita quotidiana deve essere celebrato come un dono e deve essere assunto responsabilmente come un impegno. L'amore per la vita non è il gioco egoista di chi si chiude nel rifugio piacevole della sua vita privata. La vita si possiede nella misura in cui si corre il rischio di offrirla. La croce non oscura la nostra gioia di vivere, però mette la gioia, l'humour, il desiderio, la festa nel loro giusto posto.


NOTA

[1] Per approfondire queste riflessioni, cf R. TONELLI, Vivere di fede nella vita quotidiana, Elle Di Ci, Leumann (To) 1994.