Antonio Jiménez Ortiz, UN MONDO SENZA FEDE?, Elledici 1995


La parola «agnostico» fu coniata intorno al 1869 da Th. H. Huxley, nelle discussioni della «Metaphysical Society». Più tardi (1889) questi sviluppò il suo pensiero agnostico rispetto al cristianesimo, presentandolo come un atteggiamento onesto e contrario a tutti quelli che pretendono andare più in là dei limiti che impone la conoscenza scientifica. Huxley creò questo vocabolo con consapevole ironia per esprimere un «atteggiamento intellettuale aperto e prudente di fronte a qualunque sistema» che si trova in completa opposizione a qualsiasi dogmatismo, tanto di segno spirituale che materialista.
L'agnosticismo, con diverse sfumature e con argomentazioni razionali ed esistenziali differenziate, si è andato trasformando nel tempo in una specie di moda intellettuale in determinati circoli sociali molto influenti. Anche se nei sondaggi di opinione non appare un grande interesse per l'agnosticismo come tale, forse per la difficoltà che esiste a distinguerlo con esattezza dall'ateismo negli ambienti normali, determinati indizi segnalano una certa diffusione dell'agnosticismo nei paesi occidentali, e in strati sociali piuttosto ampi. Si avverte la sensazione che l'agnosticismo, nella realtà, definisca lo spirito della nostra epoca: sembra quasi che i personaggi più influenti nel campo della politica, dell'economia, o della cultura, godano a dire che sono agnostici.
In che cosa consiste questo agnosticismo? Si tratta di una specie di sospensione di giudizio di fronte al trascendente, una posizione che oscilla tra il rifiuto totale del linguaggio religioso in quanto discorso incoerente ed ingiustificabile razionalmente, e l'accettazione benevola e curiosa di questo discorso come qualcosa di oscuro, però con un certo significato umano.
Negli ultimi anni è possibile dimostrare l'esistenza di un certo processo o tendenza che sta conducendo dall'ateismo all'agnosticismo, e che deve essere preso molto sul serio. Sarebbe senza dubbio non corretto e ingenuo sostenere che oggi si può considerare l'ateismo come una questione passata totalmente di moda. Nel Concilio Vaticano II il problema dell'ateismo occupa molte pagine, mentre l'agnosticismo viene nominato espressamente soltanto una volta. Tuttavia ci sono moltissimi indizi, osservazioni e testimonianze che permettono di evidenziare da parecchio tempo un cammino che conduce dall'ateismo all'agnosticismo, cammino che poi viene percorso da molti.
E allo stesso tempo si va diffondendo l'opinione che la questione determinante oggi sia quella di propugnare un umanesimo che vada oltre le tradizionali polemiche tra atei e credenti, per favorire la comprensione e la collaborazione sociale, sradicando tutto in una volta il fanatismo, l'intolleranza, il dogmatismo... E questo umanesimo intende se stesso come un umanismo agnostico che si presenta nella cultura occidentale in diversi orientamenti e sostenuto da differenti atteggiamenti esistenziali.

1. I DIVERSI TIPI DI AGNOSTICISMO

La complessità del fenomeno agnostico è palese quando tentiamo di classificare le sue diverse correnti, visto che dentro uno stesso tipo di agnosticismo si possono trovare sfumature importanti, al di là della base comune sulla quale poggiano.

1.1. Agnosticismo analitico

In primo luogo vorrei descrivere quello che viene chiamato agnosticismo analitico, che ha le stesse radici dell'«ateismo del linguaggio»: si tratta di un atteggiamento di pensiero che vuole essere strettamente logico, che però riconosce soltanto la possibilità di una conoscenza scientifica e sperimentale. Esso condanna come qualcosa di irrazionale o ideologico qualunque argomentazione che non possa essere sostenuta in forma puramente razionalistica. Tutto quello che va più in là dei sensi non può essere controllato sperimentalmente. Non si afferma che Dio non esiste, come nell'ateismo; semplicemente si assume un atteggiamento di astensione: «Io non so se esiste o se non esiste. L'unica cosa che mi interessa è quella realtà che posso conoscere e controllare scientificamente». Senza dubbio l'atteggiamento vitale degli «agnostici analisti» di fronte alle affermazioni e alle pretese dei credenti può essere molto diversa: arrogante, indifferente, tollerante, cinico o ironico; però è anche possibile incontrare agnostici rassegnati che vacillano tra la dimensione religiosa e il passaggio definitivo all'ateismo.

1.2. Agnosticismo aporetico-enigmatico

Esiste un altro atteggiamento agnostico con un nome più raro, che però può essere compreso molto più facilmente: l'agnosticismo aporetico-enigmatico. Cosa vuol dire? In una forma più semplice lo si potrebbe definire agnosticismo umanistico. Per queste persone la vita è un terribile enigma senza soluzione, è davvero un «vicolo cieco» (aporia). In realtà è un agnosticismo angosciato. Di fatto si presenta sotto forma di un atteggiamento più vicino alla vita, più concreto, più onesto e degno di credito dell'agnosticismo analitico che sembra invece più freddo, più astratto e più razionalista.
Però si tratta di un agnosticismo autentico, che si considera come il risultato di una argomentazione razionale, ma che, a differenza dell'agnosticismo analitico, àncora le sue argomentazioni nella storia. I suoi seguaci si sentono anche solidali con tutti coloro che si sono affannati nel corso del tempo per la questione di Dio di fronte alle esperienze del dolore, della morte, del male, gridando per avere una risposta, cercando una luce, rinunciando alla soluzione religiosa o confrontandosi con essa. Si tratta di un agnosticismo sostenuto dalla ricerca incessante della speranza, della riconciliazione, di aneliti umani soddisfatti, che però allo stesso tempo contempla la realtà come un enigma senza soluzione e la condizione umana come un'assurdità.

1.3. Agnosticismo religioso

Secondo l'agnosticismo religioso (chiamato anche da alcuni agnosticismo dogmatico) non ci sono prove oggettive dell'esistenza di Dio; questa viene accettata per fede, come una esigenza religiosa soggettiva. Si crede in Dio non soltanto contro la ragione, ma addirittura quando la ragione sembra dimostrare la non esistenza di Dio. Questo in teologia si chiama fideismo: credo nell'esistenza di Dio, anche se la ragione è atea. Bisogna riconoscere che questo agnosticismo fideistico è pericoloso, razionalmente senza fondamento e contraddittorio. Corre il rischio di sfociare nell'ateismo perché risulta molto difficile mantenere la fede senza la ragione o contro di essa.

1.4. Agnosticismo popolare

Possiamo anche parlare di un certo agnosticismo popolare. In questo caso si tratta di un agnosticismo poco articolato intellettualmente, però diffuso in settori sociali più ampi, dovuto soprattutto alla mentalità scientifico-tecnica diffusa nella nostra cultura attuale. In questo senso io lo chiamerei «agnosticismo popolare indotto»: una ingenua visione scientifica della realtà spinge a sospettare di tutto quello che va oltre i sensi. Si potrebbe esprimere tutto ciò con la frase: «Io non so se esiste Dio. Il giorno in cui lo vedrò allora ti dirò se vale la pena credere in lui, perché dei problemi religiosi non mi importa niente. Se non lo vedo non ci credo».

1.5. Agnosticismo come attitudine esistenziale

Per presentare questo tipo di agnosticismo, mi riferisco a una testimonianza che deriva dalla mia terra. Per i lettori italiani non sarà difficile trovare altri nomi, di letterati o filosofi, che la esprimono.
In Spagna Enrique Tierno Galvàn ha rappresentato una testimonianza privilegiata di questo atteggiamento agnostico, che è penetrato profondamente in determinati ed influenti gruppi della nostra realtà politica e sociale. Nel 1975 egli pubblicò un piccolo libro (¿Qué es ser agnóstico?), nel quale ci descrive la sua posizione agnostica e che ha avuto una grande risonanza nella nostra società. Tierno Galvàn sottolinea con decisione che essere agnostico non è lo stesso che essere ateo. Quest'ultimo tenta di dimostrare in forma logica e coerente che Dio non esiste. L'agnostico, da parte sua, non pretende di arrivare a tanto. Egli afferma che la sua ragione non può conoscere niente che stia più in là di ciò che si vede e di quello che si può toccare. L'unica conoscenza possibile è la conoscenza scientifica. Del trascendente, di quello che va oltre lo sperimentabile e verificabile scientificamente, non posso dire né sì né no. Bisogna astenersi dall'esprimere una opinione.
Per Tierno Galvàn l'agnostico è una persona che vive perfettamente adattato a questo mondo finito e non ha bisogno di niente altro. Non sente la mancanza di Dio. Egli scommette completamente sull'uomo: la sua speranza consiste nel desiderare che la specie umana continui a progredire in tutti i settori in forma indefinita, fino a quando apparirà nella storia «l'uomo nuovo», realizzato pienamente, senza angosce né conflitti interiori, completamente impegnato nel compito dell'umanizzazione di questo inondo.
Queste le conseguenze positive dell'atteggiamento agnostico:
- la serenità di fronte alle contraddizioni e provocazioni del mondo, e di fronte alla morte, senza rassegnazione né rancore;
il senso di responsabilità di fronte al finito, che porta all'attenzione verso il mondo;
- lo sforzo per rendere la vita in qualche misura razionale, senza cadere nello sconforto e nell'angustia di fronte alla vita, perché nessuno può stancarsi di vivere se è educato all'amore per il finito;
- la fede nella perfezione degli uomini, che un giorno verrà raggiunta.
Per Tierno Galvàn le condizioni oggettive del nostro mondo favoriscono l'aumento del numero di .agnostici, che sono il risultato del superamento del conflitto tra atei e credenti, e conclude il suo libro tacendo una vera e propria «chiamata alla conversione»: «In questo momento l'agnosticismo sembra l'unico cammino per restituire all'uomo la sicurezza e l'entusiasmo di fronte a tanti milioni di cristiani delusi per i quali Dio è, anche se molti di loro non lo ammettono, soltanto un giocattolo rotto».
Comunque le sue parole assunsero un tono molto diverso in una intervista del 1985, fatta alcuni mesi prima della sua morte: «Forse gli agnostici come me sono, secondo quanto si dice, "una razza in via di estinzione". È possibile. Può darsi che gli agnostici finiscano per dissolversi in uno scetticismo radicale, è possibile che succeda. Anzi: può darsi che il mondo vada verso uno scetticismo radicale in termini generali, eccetto le minoranze che conservano il lievito, per usare una espressione evangelica, espressione d'altra parte che era molto gradita a san Paolo. È possibile. Non posso dire né sì né no. Tutto è possibile».

2. L'AGNOSTICISMO MUTILA LA REALTÀ

Se l'unica strada per arrivare alla verità, se l'unico modo di accedere alla realtà che ci circonda è la conoscenza scientifica, allora rimarremo sempre alla superficie della vita. Se possiamo conoscere e parlare soltanto di quello che vediamo e tocchiamo, allora ci perdiamo la cosa più importante della realtà, ovvero la sua profondità ultima, il suo senso definitivo. Ed è chiaro che il credente non può fare niente: Dio non è accessibile usando il metodo delle scienze naturali.
Per l'agnostico la vita, la realtà, è come un panorama mutilato, nel quale sono stati eliminati dei particolari fondamentali. Si rinuncia ad andare più in là dell'immediato, accontentandosi di un mondo senza fondamento, senza origini, come una zattera alla deriva in questo universo oscuro...
Oggi la maggioranza degli scienziati sono più moderati. Essi hanno coscienza che il loro metodo scientifico non risponde alle domande fondamentali che l'uomo si pone e allo stesso tempo sono più rispettosi nei confronti di altre forme di conoscenza (filosofia o teologia) che tentano di approfondire certi strati della realtà assolutamente irraggiungibili attraverso gli esperimenti scientifici.
Dall'altro lato l'agnostico, che pensa di alleggerirsi del «peso di Dio» con il suo atteggiamento di astensione di fronte al trascendente, assolutizza questo mondo finito e lo «divinizza», facendo di esso l'unica meta degna dell'occupazione dell'uomo. Non si azzarda a parlare di Dio e tuttavia fabbrica idoli in serie...
La realtà finita acquista nel pensiero agnostico un carattere sacro e si trasforma in un quadro di riferimento fondamentale. Di fatto ci troviamo di fronte ad una risacralizzazione come processo inverso a duello effettuato dal pensiero biblico che, con la affermazione della trascendenza di Dio, del protagonismo storico dell'uomo e con la sua condanna di tutte le pratiche magiche, aveva spogliato il finito del suo alone sacrale e lo aveva reso disponibile per l'azione responsabile dell'essere umano.
In Tierno Galvàn ed in altri autori agnostici la ragione umana si situa al centro di tutta la realtà e appare come il «messia» definitivo che può condurci alla «terra promessa» della felicità umana, in una storia di giustizia e pienezza. La ragione non può offrirci tanto. Gli incubi orribili del XX secolo, le sue guerre e le sue tragedie, ci hanno risvegliato dal sonno ingenuo della ragione. Nella nostra storia concreta non è più possibile l'ottimismo ingenuo del pensiero agnostico di Tierno Galvàn. Considerare l'essere finito come soddisfacente e fonte di pienezza significa ignorare totalmente gli interrogativi crudeli della sofferenza e della morte. Di questa non è possibile parlare con la naturalezza di Tierno: il grido dell'essere umano contro l'assurdo e la sua incessante ricerca di senso non possono essere tenuti nascosti. Se il finito è l'assoluto e il definitivo, non ci sono risposte per l'ultima ed inquietante domanda dell'uomo di fronte alla morte, e non viene risolta la discrepanza essenziale tra la sua ansia di infinito e l'apparente soddisfazione che gli offre il finito.
La fede cristiana nel dialogo con l'agnosticismo deve rendere palese la sua incoerenza e mostrare che soltanto un atteggiamento profondamente religioso può condurre l'uomo alla trasformazione critica ed umanizzante della realtà concreta che sia aperta alla risposta di una salvezza definitiva che il credente può aspettarsi solo da Dio.
Prima di esporre i possibili temi per un dialogo tra la fede cristiana e la razionalità agnostica, conviene porsi e rispondere ad una domanda che non è assolutamente banale: la fede ha degli interlocutori nel campo della mancanza di fede agnostica? Domanda decisiva che non merita una precipitosa risposta negativa di fronte all'indifferenza a volte rispettosa, in altre occasioni poco rispettosa dei circoli agnostici, la quale non facilita il confronto. Tuttavia bisogna conservare l'invito al dialogo anche nel caso in cui la risposta non sia entusiasta. Ci sono sempre persone che, partendo dalla ferma convinzione delle proprie idee, confrontano la propria con altre proposte di spiegazioni, le quali possono significare arricchimento reciproco e possibilità concrete di collaborazione.
Il grande tema nel dialogo con la mancanza di fede è stato, dal Concilio Vaticano II in poi, l'uomo e la sua storia. La mancanza di fede, che ha origine nel processo scatenato dall'Illuminismo del XVIII secolo, ha considerato se stessa come una offerta umanista di liberazione ed emancipazione. La fede cristana, in un eventuale dialogo, deve mettere in tavola i presupposti dell'agnosticismo che portano ad una considerazione parziale della persona. La realtà vitale dell'uomo, la sua libertà, il futuro, il dolore, la morte, la possibilità di una salvezza definitiva... possono essere oggetto del dialogo, che anche nel caso n cui non giunga a conclusioni teoriche condivise possa tuttavia avvicinare gli interlocutori, mostrare la loro onestà e la loro sincera ricerca della verità e, soprattutto, portare a impegni comuni che stimolino lo sviluppo e la dignità di tutto l'essere umano.
Però se il credente desidera che l'incontro con la razionalità agnostica conservi, di fronte alla propria coscienza, un senso missionario, deve proporre come tema del dialogo anche la ragionevolezza della fede, che è capace di dare ragione dell'apertura dell'uomo verso la trascendenza e della sua accettazione della grazia come libertà, come amore, come fui uro, come salvezza definitiva.
È possibile discutere razionalmente sulla fede e sulla decisione per essa, ma essa apparirà come una proposta credibile ed attraente sul piano esistenziale soli auto se il cristiano si confronterà nel dialogo con le correnti attuali di pensiero con un sincero convincimento della sua fede e partendo da una consequenziale coerenza di vita.