Antonio Jiménez Ortiz, UN MONDO SENZA FEDE?, Elledici 1995



Noi crediamo nel Dio di Nostro Signore Gesù Cristo. E crediamo oggi, alla fine del XX secolo. Il mondo attuale è molto diverso da quello in cui hanno vissuto i credenti del III secolo, dell'XI o del XIX secolo. Oggi viviamo sommersi da un cambiamento radicale che colpisce tutti gli aspetti della nostra vita in modo profondo, determinando numerosi conflitti di tipo sociale, politico, culturale, religioso...
Spesso capita di affermare che tutto sta cambiando dalla notte al giorno. Cambierà anche la fede? Il messaggio evangelico è sempre lo stesso. Dobbiamo credere in esso come Zaccheo o Pietro, come Francesco d'Assisi o Teresa del Bambino Gesù, come Ignazio di Loyola o Giovanni Bosco, coscienti però di vivere in un mondo completamente diverso. Il contenuto della fede non è cambiato, sono invece cambiati i credenti e tutto il contesto socioculturale in cui essi vivono, contesto che influisce decisamente sull'esperienza di fede.
In primo luogo è necessario dire che non bisogna perdere la testa. Abbiamo un po' di problemi, però il cristiano è un uomo di speranza. Egli ha fiducia che in questo difficile momento lo Spirito di Dio lo aiuterà a mantenere, a vivere e ad annunciare a tutti la fede in Gesù Cristo, che ha trasformato la sua vita. Non dobbiamo farci trascinare dal cambiamento come se fossimo barchette di carta spinte dalla corrente di un ruscello, ma nemmeno possiamo fermarci a rimpiangere altri tempi come se Dio si fosse dimenticato del nostro, come se avesse dimenticato il nostro mondo e non ci restasse altra possibilità che rifugiarci nel passato. Questo rappresenterebbe una irresponsabilità grave.
Bisogna saper assimilare il cambiamento, rimanendo sensibili alle esigenze del presente, ai segni dei tempi, osservando tutto con spirito critico, però essendo allo stesso tempo tolleranti e aperti al dialogo. In questo modo il cambiamento sociale e culturale può trasformarsi in una grande opportunità per vivere la nostra fede con un impegno rinnovato.
C'è stato un tempo in cui i cristiani dicevano che ogni pianeta si muoveva spinto da un angelo. Essi possedevano una immagine non corretta dell'universo. Credevano in Dio e desideravano essere onesti nella loro vita di tutti i giorni. Esprimevano la propria fede con i mezzi culturali che avevano a loro disposizione. E quei mezzi di espressione della fede non sempre erano assolutamente certi. Però esistevano credenti più inquieti che non si conformavano alle parole di sempre e cercavano altre forme più adeguate per esprimere la fede nella loro epoca, rimanendo allo stesso tempo fedeli alla Rivelazione di Dio e alla Tradizione della Chiesa. Noi dobbiamo imitarli. Oggi è cambiato quasi tutto. Crediamo nello stesso Dio di Gesù, il Signore, però dobbiamo cercare mezzi più adeguati per poter annunciare in forma comprensibile il messaggio di Gesù. Per questa ragione è necessario fare uno sforzo costante di formazione permanente, per riuscire a purificare la nostra fede dalle immagini false o poco appropriate, in modo che diventi possibile viverla con più autenticità e comunicarla a coloro che ci circondano in modo intellegibile e convincente.

1. IN UN MONDO SECOLARIZZATO

Oggi tutti parlano di secolarizzazione, di società secolarizzata, dei pericoli della secolarizzazione... però non risulta facile trovare una definizione precisa e comprensibile del fenomeno della secolarizzazione.

1.1. Quando un fulmine era un castigo degli dèi

Sin da quando ha cominciato a vivere su questo pianeta, l'uomo ha cercato di decifrare i misteri che lo circondavano: che cosa è il fulmine? perché esiste la malattia? che cosa è la morte? E si è posto molti altri interrogativi come questi. Oggi abbiamo delle risposte scientifiche per parecchie di queste domande. Ma in altri tempi l'uomo cercava la spiegazione su Dio, negli dèi, o anche nei demoni. E così si diceva: «Il fulmine è un segnale dell'ira divina»; «Questa malattia è opera di un demonio immondo»...
A poco a poco la scienza ha progredito e sono state scoperte le cause di parecchi fenomeni naturali, anche se la scienza non riesce ancora a dare una risposta alle domande fondamentali dell'essere umano.
Questo, d'altronde, non è il suo compito. Comunque nell'ambito della vita quotidiana e della natura la ricerca scientifica a poco a poco ha svelato i meccanismi di molte realtà che ci circondano: il sole, la luna, le stelle, le malattie infettive, l'origine del fulmine e del tuono... Dio non è affatto necessario per spiegare tali fenomeni. Si chiama secolarizzazione il processo secondo il quale certi settori della realtà (fenomeni naturali, istituzioni politiche e sociali...) sono andati liberandosi negli ultimi secoli da inutili controlli e spiegazioni di tipo religioso. Inutili, perché essi hanno un'altra spiegazione, più adeguata alla loro natura.
In sociologia della religione si offrono sei significati del concetto di secolarizzazione, che potremmo considerare come aspetti molto decisivi di un fenomeno difficile da descrivere e da valutare:
- secolarizzazione come decadenza della religione nel suo aspetto sociologico, quando certi simboli, certe dottrine e istituzioni perdono prestigio e validità;
- secolarizzazione come accettazione positiva di questo mondo da parte dei gruppi religiosi che per secoli lo hanno rifiutato o lo hanno interpretato negativamente;
- secolarizzazione intesa come separazione tra la religione e la società. Quest'ultima cerca la sua legittimazione ai margini della religione, la quale perde la sua funzione pubblica, diventando sempre più una questione di scelta privata. Le istituzioni religiose vengono pian piano emarginate socialmente e i loro servizi sociali vengono forniti da organismi civili;
- secolarizzazione come processo di trasferimento di credenze e attività che avevano un punto di riferimento religioso a organismi, gruppi o movimenti di carattere totalmente secolari;
- secolarizzazione come desacralizzazione del mondo, che pian piano va perdendo il suo carattere sacro. Si offre una spiegazione completamente razionale della realtà terrena attraverso la conoscenza scientifica e la manipolazione tecnica;
- secolarizzazione come passaggio da una società sacralizzata ad una società secolare, nella quale le realtà temporali avrebbero consistenza e autonomia proprie rispetto alle tradizionali legittimazioni di carattere religioso.
Per tutte queste ragioni il processo di secolarizzazione può essere descritto come una «mondanizzazione del mondo», come una emancipazione della realtà terrena dai controlli religiosi e dal dominio della religione cristiana, esercitato nell'antichità e nel Medioevo. Il risultato di questo processo è un mondo a disposizione dell'uomo e sotto il controllo dell'uomo, un mondo autonomo, campo per la sua libera ricerca, creazione e pianificazione.

1.2. In che cosa consiste una società secolarizzata?

Consiste in una società, come la nostra, che non si basa ufficialmente su un fondamento religioso. È una società nella quale la religione è un fattore tra i tanti all'interno del pluralismo sociale. La Chiesa ormai non è più il centro della vita pubblica, bensì una delle realtà, certo importante, ma comunque una tra le altre realtà sociali, politiche ed economiche che determinano il nostro mondo. In questa società secolarizzata la Chiesa non può più appoggiarsi al potere politico; essa può basarsi soltanto sulla forza delle sue convinzioni e della sua missione. Però val la pena distinguere con precisione tra secolarizzazione e secolarismo.
Sotto l'influenza di Thomas Paine e di Robert Owen, fondatori del movimento laicista in Gran Bretagna, George Jacob Holyoake, nato a Birmingham nel 1817, promosse la creazione di gruppi di liberi pensatori partendo dai principi che avevano ispirato la sua Central Secular Society, le cui idee di fondo mostravano profonde somiglianze con il pensiero filosofico positivista di Augusto Comte, del quale Holyoake era un fervente ammiratore. Nel 1854 egli pubblicò un'opera di filosofia popolare nella quale espose il suo pensiero sotto il titolo di Secolarismo. Egli rifiutava qualunque influenza ecclesiastica e religiosa e difendeva una interpretazione scientifica dell'uomo e della società.
Questa è la prima notizia che si ha della parola secolarismo. Invece la distinzione tra secolarismo e secolarizzazione ha avuto luogo durante la conferenza della Missione Mondiale che si celebrò a Gerusalemme nel 1928. In quell'occasione si definì il secolarismo come una interpretazione del mondo esclusivamente immanente, come una forma di vita. Si provvide a fare una distinzione tra una secolarizzazione che può essere riconosciuta dalla fede cristiana e un secolarismo che la combatte. Il secolarismo implica una assolutizzazione della secolarizzazione, come una cosmovisione che esclude qualunque altra interpretazione. Il secolarismo trasforma i processi storici in punti fermi assoluti. Con l'affermazione dell'uomo come centro unico ed assoluto di tutto, esso elimina qualunque possibile riconoscimento di Dio. Costruisce al contrario un sistema chiuso, totalmente irreligioso e rigetta qualunque altra dimensione della realtà. La secolarizzazione è un complesso processo storico e culturale. Il secolarismo è una ideologia esclusivista e totalitaria. La secolarizzazione concede alla fede una opportunità. Il secolarismo è una ideologia che nega per principio qualunque valore religioso e interpreta la vita assolutamente senza Dio. Noi denunciamo il secolarismo come una ideologia falsa e pericolosa per l'uomo.
La secolarizzazione, in quanto processo che ci rende sempre più consapevoli dell'autonomia delle realtà terrene, è ormai irreversibile nel contesto europeo. Questo processo di secolarizzazione ci ha fatto prendere coscienza della «mondanità del mondo», della sua solidità e della sua autonomia, dimensioni riconosciute dallo stesso Concilio Vaticano II.
Il termine «secolarizzazione» non appare in nessun testo del Concilio, il quale però riconobbe la legittimità della autonomia delle realtà terrene:
«Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e la stessa società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di crea- iure che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte (..).
Se invece con l'espressione "autonomia delle realtà temporali" si intende che le cose create non dipendono da Dio, e che l'uomo può adoperarle così da non riferirle al Creatore, allora nessuno che creda in Dio non avverte quanto false siano tali opinioni» (Gaudium et spes 36).

1.3. L'influenza della secolarizzazione sulla fede

Quale deve essere l'atteggiamento del cristiano nel mondo secolarizzato? Errato sarebbe il comportamento di quei credenti che, invocando la fedeltà alla fede, si chiudessero a questo mondo oppure non lo prendessero in sufficiente considerazione. Ugualmente sbagliato sarebbe quell'altro atteggiamento che pretendesse di vedere nel fenomeno della secolarizzazione soltanto una conseguenza del peccato e dell'orgoglio dell'uomo. In questo caso il mondo secolarizzato potrebbe solo essere condannato e rifiutato come contrario alla fede. Una posizione ugualmente sbagliata sarebbe quella che accettasse per la fede un adattamento inteso come un identificarsi con il mondo secolarizzato in forma acritica e senza riflessione.
Il Vaticano II dice espressamente che la Chiesa deve maturare continuamente nella sua relazione con il mondo e con le esperienze della storia (Gaudium et spes 42). La ragione principale sta nel fatto che l'oggetto prioritario e determinante delle scienze moderne è l'uomo. E la Chiesa deve conoscerlo, perché le affermazioni della fede devono essere dirette all'uomo in concreto, vale a dire all'uomo dei nostri giorni, del mondo secolarizzato. Per questa ragione nel dialogo della Chiesa con il mondo i due interlo cutori devono non solo parlare ed insegnare; essi devono anche ascoltare ed imparare, creando così un interscambio vivo nel quale ognuno porta la propria esperienza.
Tutto ciò richiede alla Chiesa di vivere in ogni momento storico, senza però paralizzarsi mai in nessuna tappa concreta della storia. Quanto più riuscirà ad essere credibile e convincente, tanto più si ascolterà la sua voce come parola orientatrice, come coscienza del mondo, come esigenza di Dio, come luce, come promessa di vita e di speranza.
La fede cristiana deve essere critica di fronte a tutto questo preteso progresso che disumanizza l'uomo o che lo conduce per strade davvero senza uscita. Il cristianesimo deve esercitare la sua funzione profetica in un mondo secolarizzato che ha concepito una situazione nuova, pluralista, che gli pone sfide di grande rilievo.
La secolarizzazione può essere una grande occasione perché la nostra fede cristiana maturi, dato che nella società cristiana non ci sono pressioni esterne che mi obblighino a credere. In questo modo continuo ad essere cristiano perché lo desidero in tutta libertà. Però questo ci costringe ad essere coerenti, mostrando la nostra identità credente, che va purificandosi da scorie e cattivi intendimenti. La fede non è più il manuale che mi spiega che cosa sia il fulmine o la tubercolosi. La fede è la luce che illumina la mia ita e mi incoraggia ad essere pienamente uomo o donna nel mondo di oggi, secondo la volontà di Dio e senza assurdi complessi.
Se la nostra fede è una fede semplicemente ereditata dai nostri padri e dai nostri educatori, vissuta senza convinzione, se essa è una fede che si è mantenuta a forza di appoggi sociali o politici, senza essere veramente entrata dentro di noi, allora questa fede correrà il grave pericolo di scomparire in una società secolarizzata.
I cristiani che si sono serviti di Dio per risolvere i problemi che dipendevano dalla propria intelligenza e capacità, che hanno utilizzato le parrocchie come «stazioni di servizio» dove ottenere la «benzina» di certi sacramenti per poter «continuare a funzionare», i cristiani semplicemente «esecutori» che non hanno fatto della fede carne della propria carne, questi cristiani corrono il pericolo di abbandonarla proprio per le pressioni di una società secolarizzata che non favorisce in nessun modo una fede superficiale.
La secolarizzazione ci può aiutare a discernere tra i nostri comportamenti religiosi, vale a dire a scoprire quella che è per esempio un'autentica religiosità popolare con un contenuto serio ed impegnativo, e a respingere altre manifestazioni di religiosità piene di superstizione e magia.
La secolarizzazione può trasformarsi in una sfida purificatrice per la nostra fede. Però non bisogna avere paura.
Una sfida di per sé non è una sconfitta e tanto meno una vittoria; essa è uno stimolo per continuare ad approfondire in modo vitale la propria fede in Gesù Cristo e una grande occasione per scoprire la presenza vicina e misericordiosa di Dio nel nostro mondo di oggi.

2. IN UN MONDO PLURALISTA

In qualunque grande città se saliamo su un autobus è possibile che ci si trovi seduti a fianco di un testimone di Geova. Alla fermata successiva potrebbe forse salire un protestante. E tra i viaggiatori potremmo magari trovare un cristiano molto impegnato, un ateo, un agnostico, un indifferente... e chissà, potrebbe capitare di vedere persino un musulmano. L'Italia è un paese pluralista.

2.1. Il cristiano in una società pluralista

Perché in una società si abbia pluralismo ideologico devono verificarsi le seguenti caratteristiche:
- diversità di opinioni, di comportamenti, di visioni ideologiche della realtà tra i membri della società;
- coesistenza pacifica e rispettosa tra le persone e tra i diversi gruppi;
- legalizzazione pubblica di queste diversità di atteggiamenti e di opinioni.
In Italia si verificano tutte queste condizioni e per questo motivo noi viviamo in un autentico pluralismo sociale. Questo esige un clima di responsabili- t à, di libertà e di tolleranza, perché la chiave di una società pluralista è il rispetto reciproco tra i diversi gruppi che accettano come base della loro convivenza i diritti umani e una costituzione accettata liberamente dalla maggioranza.
La tolleranza non significa assenza di impegno, ié indifferenza, né permissivismo, né un relativismo assoluto secondo il quale nulla può essere affermata come verità oggettiva. La tolleranza è prima di tutto un atteggiamento di rispetto e di accettazione incondizionata di tutto l'essere umano, come elemento imprescindibile per qualunque confronto di opinioni. Non dobbiamo considerare la tolleranza come una rinuncia ai principi o ai contenuti dottrinali o ideologici, bensì come un valore etico che ci spinge al riconoscimento dell'altro nella sua originalità, al riconoscimento delle sue convinzioni, del suo diritto alla ricerca e al dubbio, al riconoscimento della sua verità. E tutto questo è realizzabile solo se rinunciamo alla pretesa di assolutizzare le nostre convinzioni, se anche noi siamo capaci di esercitare l'autocritica e di ammettere le limitazioni dell'essere umano nel cammino verso la verità. Il carattere pluralistico della nostra società sembra destinato ad accentuarsi. Le libertà pubbliche, garantite dalla costituzione, fanno nascere nuovi gruppi, nuove esperienze, ideologie distinte, e tutto questo esercita un'influenza diretta sulla questione religiosa.
Anche se il cattolicesimo è la confessione maggioritaria nel nostro paese, esistono altre comunità cristiane e non cristiane, come l'islamismo, il giudaismo, il buddhismo... E bisogna inoltre tener presente un certo pluralismo di atteggiamenti che esiste nei confronti della stessa Chiesa cattolica: ci sono cristiani convinti, cristiani soltanto praticanti, cristiani che si sono allontanati dalla Chiesa o che sono diventati indifferenti, cristiani con un atteggiamento di rifiuto nei confronti del magistero ecclesiastico...
Oggi per vivere la fede in forma adeguata non si può trascurare il fatto che esiste questo pluralismo religioso che ci propone nuove esigenze e nuovi compiti.

2.2. Compiti del cristiano in una società pluralista

Di fronte alla grande offerta di messaggi religiosi, la fede deve trasformarsi in una autentica scelta personale. Per dirlo con altre parole: se in Italia ci fossero soltanto cattolici, sarebbe molto facile lasciarsi trasportare dalla corrente. Invece in una società pluralista bisogna decidersi liberamente per qualcosa o per qualcuno, perché non è possibile mantenere un atteggiamento neutrale per molto tempo.
Questo ci obbliga ad approfondire gli aspetti fondamentali del nostro cristianesimo, a riscoprire quello che è essenziale per la fede, a tornare alle fonti genuine del messaggio cristiano. Solo vivendo tutto questo in modo profondo possiamo mantenere la fede in un mondo tanto pluralista da non offrire appoggi sociali alle scelte religiose degli individui. E soltanto coloro che sono realmente convinti potranno annunciare il messaggio di Dio in una situazione tanto complessa.
In queste condizioni diventa irrinunciabile l'esigenza di prendere coscienza del ruolo imprescindibile della Chiesa, dalla quale io ricevo la fede, nella citiate mi è possibile viverla e celebrarla. E questa ineludibile dimensione comunitaria della fede deve essere vissuta in comunità e in gruppi concreti, i quali ci danno coraggio e ci servono di appoggio. Comunità che aiutino ad impegnarci davvero nella società seguendo l'esempio di Gesù, comunità che offrano la possibilità di formarci in modo permanente, che mettano a disposizione l'ambiente appropriato per celebrare la fede in forma festiva e coerente.
Potremmo dire che in una società pluralista la fede è esposta alle intemperie, è sottoposta a tempeste e sfide. Però se rimaniamo coerenti, se cerchiamo l'appoggio di altri cristiani convinti, la nostra fede può uscire irrobustita e purificata da questa situazione.
La fede non deve disdegnare il pluralismo nel quale vive oggi. I credenti non devono rispondere alla sfida lanciata dal pluralismo con una tattica puramente difensiva; essi devono invece uscir fuori verso le intemperie ed esporsi alla furia degli elementi con la fiducia che viene dalla loro missione. Però nell'offrire il messaggio essi non devono cercare di imporsi socialmente senza tener conto della realtà e dei diritti degli altri gruppi sociali. Ciò che risulta chiaro ed evidente per i cristiani non lo è sempre per gli altri. La fede non deve essere una imposizione, bensì va presentata come un'offerta, come una possibilità per approfondire la nostra umanità, in un modo che risulti comprensibile e illuminante. In caso contrario non si produrranno il convincimento e la credibilità che ci aspettiamo, bensì il conflitto e la sfiducia.
In questa situazione di pluralismo la Chiesa non può chiudersi in un ambito culturale particolare ed esclusivo. Deve essere come il lievito nell'impasto, con un impegno deciso per l'essere umano, con una volontà chiara di solidarietà, con la disponibilità a collaborare nella umanizzazione di questo mondo. La Chiesa non può essere il Pubblico Ministero adirato, deve invece essere l'appassionato avvocato che difende gli uomini. Deve stare in prima linea con coloro che lottano contro l'inumano in tutte le sue manifestazioni. Deve dialogare mantenendo, però, la fedeltà a se stessa. Non deve temere il confronto con altre visioni della realtà. Tutte le volte che si ha a che fare con l'uomo, con il suo mondo, con il suo futuro, nessuno può affermare cose più decisive della fede.
Nel contesto secolarizzato e pluralista, nel quale la fede non viene sostenuta dall'ambiente e dalla tradizione e dove la Chiesa non gode più della sicurezza che viene data da uno stato confessionale, è interesse della Chiesa presentare la fede nella sua radicalità, come una decisione personale dell'uomo che sceglie Dio, fondando la sua esistenza concreta su di Lui. Però questa fede deve confrontarsi con le questioni che vengono poste dalla secolarizzazione e dal pluralismo, deve conoscere i problemi e le difficoltà che ne conseguono, in modo da poter annunciare Gesù come salvatore dell'uomo. In ogni caso è l'amore che rende credibile la fede: se la comunità dei credenti vive ed agisce come la comunità di coloro che servono, come la «Chiesa dei poveri», essa potrà essere, anche in questo mondo così concreto, il segno reale dell'amore di Dio per gli uomini attraverso Gesù Cristo.