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Orientamenti operativi verso un progetto

 

cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"

 

La meditazione delle fonti della fede non ci dice ancora in che modo progettare la nostra azione pastorale. Abbiamo, infatti, solo dei riferimenti generali. Abbiamo bisogno di criteri, di orientamenti a carattere operativo che ci aiutino a fare ordine nel pluralismo, che ispirino le nostre scelte concrete, che ci diano il coraggio di prendere posizione, quando è necessario.

L’evento di Gesù il Cristo, compreso dalla prospettiva dell’Incarnazione (dalla consapevolezza cioè che in Gesù è rivelato il mistero di Dio e dell’uomo), ci suggerisce dei criteri, se lo riportiamo nelle situazioni pastorali concrete che conosciamo e in cui vogliamo intervenire.


10.      La funzione sacramentale della vita quotidiana


Nel nostro cammino verso Dio e, di conseguenza, in ogni intervento pastorale, facciamo per forza i conti con la nostra vita quotidiana. Negli interventi pastorali concreti dobbiamo considerare la vita quotidiana un “problema” oppure una “risorsa”?

I diversi modelli pastorali dipendono dalle differenti risposte offerte in concreto a questo interrogativo.


10.1.   La vita come mediazione

Un certo modo di pensare, di fare raccomandazioni e di cogliere proble­mi e prospettive è abituato a contrapporre le realtà trascendenti a quel­le im­manenti. Il mondo del­la trascendenza è quel­lo che riguarda direttamente il mistero di Dio e quei gesti, parole e interventi che cercano di raggiungerlo. Il mondo dell’immanenza è invece quel­lo del­la nostra esistenza quotidiana, dove Dio è assente, risulta lontano, estraneo e l’uomo si arrabatta, solitario, nel labirinto del­le opere del­le sue mani.

L’Incarnazione ci spinge invece ad una prospettiva radicalmente opposta.

Al conflitto tra trascendenza e immanenza l’evento di Gesù il Cristo sostitui­sce la categoria teologica del­la “mediazione sacramentale”. È vero: il mondo di Dio e quel­lo dell’uomo sembrano lontani e incomunicabili. Dio è il totalmente altro, l’ineffabile e l’indicibile. L’uomo è lontano da Dio perché è creatura e perché ha deciso un uso suicida del­la sua libertà e responsabilità nel peccato. Dio e l’uomo sono i “lontani” per definizione e per scel­ta. Questa però non è l’ultima parola. La parola decisiva è invece Gesù di Nazareth, il grande “mediatore”. In lui, Dio si è fatto vicino all’uomo: è diventato “volto” e “parola”. L’uomo è stato ricostruito in una novità così insperata da diventare il volto e la parola di Dio. In Gesù di Nazareth i “lontani” sono ormai diventati i “vicini”, in una realtà nuova, che ha trasformato radicalmente i due interlocutori.

Gesù è la mediazione fatta persona: una persona nuova in cui Dio e l’uomo sono in dialogo pieno e totale. In Gesù e nella grazia della sua umanità, la nostra vita quotidiana partecipa della stessa funzione di mediazione. L’umanità quotidiana dell’uomo è il sacramento in cui Dio si fa presente e vicino, per attuare il suo progetto di salvezza. Certo, la nostra umanità lo è solo in misura molto piccola. Pos­­siamo però crescere in umanità, diventando espressioni un poco più significative del mistero di Dio, di cui solo l’umanità di Gesù è espressione totale e definitiva.

L’attenzione alla vita quotidiana non è, di conseguenza, un metodo assunto arbitrariamente dall’operatore di pastorale giovanile, una sua tattica accattivante per aver credito nei confronti dei giovani. Non siamo noi che incarniamo la fede nella vita. Dio stesso ha instaurato un movimento d’incarnazione, per allacciare relazioni con gli uomini.


10.2.   La vita tra visibile e mistero

La nostra vita quotidiana, compresa dalla prospettiva dell’Incarnazione, è una specie di grande sacramento in cui Dio è presente e operante per portare a pienezza il suo progetto su noi e sulla storia.

Riconoscere l’importanza della vita quotidiana significa, perciò, prima di tutto, riconoscere la sua sacramentalità: riconoscere cioè che nella nostra vita si realizza un rapporto misterioso tra ciò che si vede e si può costatare facilmente e quello che non riusciamo a vedere con gli strumenti che possediamo.

Ancora una volta, per comprendere il significato di affermazioni tanto impegnative, dobbiamo attivare un confronto con Gesù.

Chi lo avvicinava, per incontrarlo nella sua verità più profonda, era sollecitato a scoprire in lui il volto e la parola di Dio. L’umanità di Gesù si porta dentro un evento più grande, la sua ragione d'essere più intima: Dio comunicato all'uomo in un gesto d'impen­sabile gratuità.

Quello che riconosciamo per Gesù, vale anche per noi, per la no­stra umanità e per la nostra vita. In lui e per mezzo suo anche in noi, un mistero più grande è presente in quello che vediamo.

La nostra vita può essere descritta da quello che si vede e si costata. Abbiamo un nome, una famiglia, una storia. Abitiamo in un posto. Ci mettiamo a lavorare, cerchiamo degli amici, amiamo e soffriamo. Tutto questo è molto concreto e preciso.

Nella vita quotidiana quello che si vede e si manipola non è però tut­to. Quello che costatiamo, siamo e produciamo della nostra vita, è veramente "nostro", frutto della fatica del nostro esistere. In esso però è presente un evento più grande, che ci permette d'essere quello che siamo.

A questo livello misterioso si colloca la presenza di Dio nell'u­manità dell'uomo. Per questo, la presenza di Dio non esclude l'incertezza della ricerca, la sofferenza e il dolore, la tri­stezza della solitudine.

La persona cresce in autenticità quando si abilita progressivamente al coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.

Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio, che l’Incarnazione svela e consegna. Il gesto, fragile e rischioso, del­la sua accoglienza è una decisione gio­ca­ta nel­l’avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi del­l’esistenza.

Una pastorale, costruita sul criterio dell’Incarnazione, spinge a ritrovare il senso nella nostra esistenza nel rischio dell’affidamento al mistero in cui viviamo e siamo: il mistero della nostra vita, immersa nel mistero di Dio.


11.      Lo splendore di Dio nel volto umano di Gesù


Aggiungo un altro rilievo per mostrare il peso enorme del riferimento all’Incarnazione nella pastorale. Anche questa constatazione teologica offre un prezioso criterio operativo.

Gesù ci rivela il volto di Dio nella grazia della sua umanità: l’ho tante volte ricordato. Il punto più alto di questa manifestazione è la croce. L’umanità di Gesù, schiacciata sotto il peso del dolore, dell’ingiustizia, sconfitta dalla prepotenza dai suoi nemici e dalla ignavia dei responsabili politici, dichiara, con le parole più solenni di cui dispone, chi è Dio e chi siamo noi.

Eravamo abituati a pensare Dio nello splendore della sua potenza, capace di distruggere i suoi nemici con il braccio potente e la mano tesa, vincitore in ogni confronto perché autorizza i suoi profeti a giocare per vincere sempre… come Elia, come Mosé. Gesù rivela Dio nel gesto più alto dell’amore. Il Dio che lui invoca come Padre chiama a libertà e a responsabilità, sollecitando al rischio di confessare la sua Signoria sulla storia proprio nel momento in cui tutto sembra sconfessarla.

Ha ragione chi provoca Gesù: “Ha salvato gli altri, ora non è capace di salvare se stesso! Lui, il Messia, il re d’Israele: scenda ora dalla croce, così vedremo e gli crederemo!” (Mc.15, 32)… La risposta di Gesù è perentoria. Dichiara chi è, qual è il suo progetto, chi è Dio, sacrificando tutta la sua esistenza, in un gesto di affidamento totale al Padre.

Gesù ci manifesta Dio nella pienezza della sua verità, attraverso la via, impegnativa e responsabilizzante, del segno.

In questa rivelazione, due doni invadono la nostra esistenza: il riconoscimento che solo in Dio possiamo essere nella pienezza di vita e la constatazione che questa pienezza ci è già offerta, almeno in modo germinale, dallo Spirito di Gesù che fa nuova tutta la nostra esistenza.

Ci aiuta a pensare in questa logica una testimonianza che ci vie­ne da molto lontano: un pezzo della vita di Paolo di Tarso, raccontata nel capitolo 7 e 8 della Lettera ai Romani.

Nel cap. 7 Paolo parla della sua paura di fronte alla morte. Lo fa in modo serio, andando alla radice dell'esperienza.

Fariseo, zelante e impegnato, si fidava ciecamente della legge. Ma si è trovato presto deluso. Confrontato con esigenze impegna­tive, Paolo costata la sua fragilità. Ne ha paura, perché s'ac­corge quanto questa incoerenza sia radicata in lui. Fa ormai par­te del suo vivere: ci vede chiaro di fronte agli obblighi della legge, ce la mette tutta per osservarli fedelmente; e si trova a fare i conti continuamente con i suoi tradimenti. "Io sono un es­sere debole, schiavo del peccato. Non riesco nemmeno a capire quello che faccio: quello che voglio non lo faccio, faccio invece quello che odio" (Rom. 7, 15).

L'esperienza di Paolo è molto vicina a quella che facciamo tutti i giorni anche noi. La legge non produce vita; non ha mai salvato nessuno. Serve solo ad inchiodare la persona al proprio peccato; è fatta per scoprire quante volte non la osserviamo correttamen­te. Dice ancora Paolo, con molta amarezza, "Quando venne il co­mandamento, il peccato prese vita, e io morii. E così la legge che doveva condurmi alla vita, nel mio caso invece mi ha condotto alla morte" (Rom. 7, 9-10).

Il baratro della morte gli si spalanca davanti, come esito del suo peccato. Ha paura. E grida disperato: "Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà?" (Rom. 7, 24).

Dal profondo della sua angoscia, riscopre Gesù, il suo Signore e Salvatore: "Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo, Signore nostro" (Rom, 7, 25).

Rimedita il dono grande e insperato della sua presenza. Una novi­tà radicale è entrata nella nostra storia: "Siamo morti nei con­fronti della legge che ci teneva in suo potere: non siamo più al suo servizio. Per questo, non serviamo più Dio secondo il vecchio sistema che era fondato sulla legge scritta, ma lo serviamo in modo nuovo, guidati dallo Spirito" (Rom. 7, 6).

Il cap. 8 è un inno, entusiasta e sorpreso, alla potenza di Dio che ci fa "creature nuove" in Gesù.

Paolo dice forte la sua esperienza: abbiamo vinto la morte. Non possiamo più avere paura. Essa resta, inesorabile come un nemico in agguato. Ma ormai ha le armi spuntate: è un nemico vinto e le­gato. La vita può essere vissuta in piena fiducia.

La ragione è il dono dello Spirito di Gesù:  "la legge dello Spi­rito che dà la vita, per mezzo di Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (Rom. 8, 2).  Viviamo nel­lo Spirito di Dio. Egli è la sorgente della vita; è la forza che ci fa riconoscere Dio come Padre; è quel frammento della vita stessa di Dio, che ci fa diventare pienamente figli suoi, come lo è Gesù di Nazareth.


12.      Un profondo atteggiamento ermeneutico


Indico, infine, un terzo criterio pastorale. Il titolo usa una espressione di gergo, ma spero di riuscire a spiegarmi in modo semplice e concreto.

Alla radice sta una constatazione, ripetuta ormai tante volte: come l’umanità di Gesù è il luogo in cui il Dio misterioso prende volto visibile, così la parola umana diventa la parola in cui il Dio ineffabile si fa parola per noi.

La consapevolezza che Dio si fa parola per noi nel­le nostre parole umane e che noi rispondiamo a lui nel­lo stesso modo, conduce ogni ricerca sulla pastorale ad un irrinunciabile confronto con la «cultura».

Cultura significa orientamenti di vita, valori, indicazioni di prospettiva e scelte concrete. Ogni stagione propone un suo modello di cultura e ne mette tra parentesi altri che, in una diversa epoca, erano quelli dominanti. Nella pastorale si realizza un rapporto, molto stretto, tra l’evento e la cultura in cui esso si esprime. Basta pensare ai profondi cambi culturali in atto, soprattutto nel mondo giovanile, per intuire immediatamente quanto sia decisiva questa affermazione.


12.1.   Atteggiamento e sospetto ermeneutico

La conseguenza viene espressa con quella formula, un poco sibillina, messa a titolo del paragrafo: “atteggiamento ermeneutico”. L’atteggiamento ermeneutico nasce da una constatazione, ormai diffusa e consolidata: lo stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che si intende comunicare e le formule linguistiche utilizzate per farlo. Il primo elemento proviene dall’intimo di ogni persona, rappresenta il suo mondo interiore e il frutto del suo vissuto. Il secondo invece viene dai modelli culturali che riempiono l’ambiente della nostra esistenza. Ogni proposta (parole, gesti, interventi generali…) è sempre una sintesi di questi due elementi.

L’atteggiamento ermeneutico richiede, per attivarsi quando è necessario, un'abitudine al “sospetto ermeneutico”. L’enfasi sul “sospetto” sottolinea la necessità di un fiuto speciale che abiliti alla capacità di discernimento. I due elementi (vissuto personale e cultura ambientale) non sono facilmente identificabili, come se il secondo fosse solo esterno e funzionasse da involucro del primo. Essi sono invece profondamente embricati l’uno nell’altro, in un intreccio che rende appunto difficile l’opera di discernimento.

Una persona è la stessa quando indossa la giacca della festa o quella del lavoro. In questo caso, il cambio di abbigliamento è facilmente constatabile. Qui invece il rapporto è molto più profondo e complesso: un gesto e una parola dipendono, nello stesso tempo, da quello che una persona vuole comunicare e dai modelli culturali che utilizza per realizzare la sua comunicazione.

Faccio un esempio, attingendo ad un patrimonio di esperienza comune.

Spesso qualifichiamo il rapporto di un adulto verso un giovane con l’aggettivo “paterno”. Serve a richiamare un sostantivo di utilizzazione frequentissima: padre.

Chi dice “padre” o qualifica come “paterno” un modello di relazione, mette in gioco due istanze: la sua esperienza personale di figlio e di padre e i modelli culturali che, in una determinata stagione, definiscono quest'esperienza e questo rapporto. Il modo di essere padre e figlio varia, infatti, moltissimo nello sviluppo della storia e nelle diverse culture presenti oggi nel frammento in cui viviamo. Una persona esprime l’intensità dell’affetto verso un’altra, mettendo tutto il suo impegno per essere un “buon” padre: per essere padre secondo il modello culturale in cui si riconosce, che assume dalla cultura in cui vive. Lo stesso gesto, riportato in un’altra cultura, potrebbe significare un modo di fare davvero poco da “buon” padre. Padre… è sempre un dato comune. Varia però continuamente sulla misura della sensibilità personale e della cultura dominante.


12.2.   Un atteggiamento ermeneutico anche verso l’evangelizzazione

L’atteggiamento ermeneutico riguarda ogni processo comunicativo. Ha un peso notevolissimo quando in questione c’è la comunicazione della fede e il riferimento all’esperienza cristiana.

Le parole pronunciate dal­l’evangelizzatore e quel­le espresse da colui che accoglie o rifiuta la proposta, non sono in assoluto l’evento di Dio che si pie­­ga verso l’uomo e l’accoglienza (o il rifiuto) di questa offerta da parte del­­­l’uo­mo. Sono sempre invece una realtà che tenta di rendere presente qualcosa che resta mistero insondabile e inverificabile.

Da una parte, riconosciamo così che il segno, attraverso cui sveliamo il mistero di Dio e la decisione del­l’uomo, è sempre di tipo culturale. Per questo è col­locato in situazione di fragilità e, in qualche modo, di relatività. Dal­l’altra siamo spinti a dire il Vangelo di Gesù in una fedeltà che sa rinnovarsi, sotto le provocazioni dei cambi culturali. Non si tratta, infatti, di ripetere pas­sivamente l’esperienza cristiana, ma di renderla vitalmente e comprensibilmente presente in altre culture.

Non possiamo di sicuro ridurre il processo ad un semplice gioco linguistico la cui forza è legata al­le mil­le sottili astuzie del nostro quotidiano conversare. La potenza del­lo Spirito rende questa «parola» capace di suscitare ed esprimere la fede. Tutto avviene però sotto il segno del­la «sacramenta­li­tà»: quel­lo che si vede, si sente e si costata rivela (e, nel­lo stesso tempo, nascon­de: «ri»-vela) la realtà misteriosa di cui è segno. Lo fa nel­la trama del­le logiche umane quotidiane cui ha deciso di non sfuggire neppure la parola di Dio.

Tutto questo riempie ogni azione e riflessione pastorale di un'esigenza qualificante: alla comunità ecclesiale e ad ogni evangelizzatore si richiede uno stile assai originale di “fedeltà”. L’atteggiamento ermeneutico (e il conseguente sospetto ermeneutico) rifiuta ogni figura di fedeltà che cerchi di riprodurre nel presente quello che abbiamo accolto dal passato. Questo modo di fare, che assomiglia eccessivamente alla ripetizione, è poco saggio e molto pericoloso, perché pone sullo stesso piano l’evento e le espressioni culturali in cui esso si rende presente.

L’atteggiamento da assumere è assai diverso: una profonda azione di discernimento, da attuare nella comunità ecclesiale e sotto la guida autorevole di coloro che nella comunità hanno il ministero di condurci nell’unità alla verità, per guardare con coraggio in avanti profondamente radicati nel passato, alla ricerca di parole e gesti che risuonino nel presente come “buona notizia” per la vita e la speranza di tutti.

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