Tornare a Gesù
Hans Hüng 

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Gesù Cristo può offrire un punto di riferimento certo a cui orientarsi anche nel mondo di oggi, può essere ancora criterio e modello di vita.
Occorre subito prevenire l'eventuale insinuarsi di due equivoci.
Un primo equivoco: Gesù Cristo è stato presentato come persona storica nella sua perspicuità, percettibilità, realizzabilità. A priori, tuttavia, nonostante tale perspicuità, percettibilità e realizzabilità, la persona e la causa di Gesù non diventano mai così indiscutibilmente e universalmente evidenti, che l'uomo non possa più pronunciare un no. Al contrario: proprio nella sua perspicuità Gesù Cristo è tanto attraente, nella sua percettibilità tanto esigente, nella sua realizzabilità tanto incoraggiante, che l'uomo si vede posto di fronte a una chiara e inevitabile decisione, una decisione che può essere solo frutto della fede: fidarsi di questo messaggio, abbracciare la causa di Gesù Cristo, seguirlo lungo la sua via.
Un secondo equivoco: anche per chi nella fede ha maturato una decisione favorevole a lui, alla sua causa e alla sua via, Gesù non diventa mai una comoda risposta generale a tutti gli interrogativi etici della vita quotidiana: come regolare le nascite, come educare i figli, come controllare il potere, come organizzare una cogestione aziendale o una catena di montaggio, come proteggere l'ambiente dalle insidie dell'inquinamento, e così via. Gesù non è un modello da ricalcare indiscriminatamente in ogni circostanza e in ogni singolo dettaglio; è piuttosto un modello fondamentale da applicare in mille modi diversi a seconda del momento, del luogo e della persona. Gli stessi Vangeli non lo caratterizzano mai con aggettivi denotanti una virtù, ma lo descrivono nelle sue azioni e nelle sue relazioni. Ciò che egli è traspare da ciò che fa. Questo Gesù Cristo consente un'imitazione intesa come adeguamento, come riferimento alla sua persona, non un'imitazione pedissequa, una sua «trascrizione».
Se un uomo dà il suo assenso a Gesù come al Determinante, se si lascia determinare dalla persona di Gesù Cristo come dal modello fondamentale di una visione e di una prassi di vita, interviene in lui una trasformazione totale. Gesù Cristo, infatti, non è un traguardo esteriore, una dimensione vaga, una norma generale di comportamento, un ideale al di fuori del tempo. Influisce e incide sulla vita e sulla condotta dell'uomo non tanto dall'esterno, quanto dall'interno. Seguire il Cristo implica non tanto un'informazione, quanto una formazione: non un mutamento in superficie, ma un mutamento profondo del cuore e quindi un mutamento dell'uomo intero. Formazione, dunque. Formazione di un uomo nuovo: una nuova creazione, naturalmente nel contesto sempre diverso, in dipendenza da particolari condizioni individuali e sociali, di una vita contrassegnata da elementi originali e peculiari, senza traccia di uniformità.
Così si potrebbe sintetizzare il significato unico e straordinario di Gesù per l'agire umano: egli stesso con la sua parola, i suoi atti, il suo destino, egli stesso nella sua perspicuità, percettibilità e realizzabilità è personalmente l'invito, l'appello, la sfida nei confronti del singolo e della società. Come modello fondamentale, paradigmatico, normativo di una visione e di una prassi di vita, egli fornisce, lungi da ogni legalismo e da ogni casistica, esempi, segni, criteri orientativi, valori direttivi, casi emblematici, invitando, impegnando e provocando. Ed è appunto in questa chiave che egli suggestiona e influenza, modifica e trasforma gli uomini che credono e con essi la società umana. Al singolo e alla comunità che rispondono al suo appello, Gesù trasmette e permette con estrema concretezza:
- un nuovo orientamento e atteggiamento di fondo, una nuova impostazione della propria vita, cui egli ha invitato in modo provocatorio, mostrandone anche le conseguenze: hanno la possibilità e la capacità di vivere diversamente, in modo più autentico e umano quegli uomini e quelle comunità che assumono Gesù Cristo quale concreto paradigma e modello di vita per il proprio rapporto con l'uomo, col mondo e con Dio.
Egli consente un'identità e una coerenza interna nella vita.
- Nuove motivazioni, nuovi motivi dell'agire, che si possono desumere dalla «teoria» e dalla «prassi» di Gesù: muovendo dalla sua persona è possibile rispondere agli interrogativi circa le ragioni per cui l'uomo deve agire così e non diversamente, per cui deve amare e non odiare, per cui - e qui lo stesso Freud non si sentiva in grado di rispondere deve continuare a essere onesto, indulgente e possibilmente buono anche quando questo comportamento lo danneggia, nel senso che la perfidia e la brutalità degli altri fanno di lui un'«incudine».
- Nuove disposizioni, nuove consistenti opinioni, tendenze, intenzioni, adottate e preservate nello spirito di Gesù Cristo: non solo per rari e fugaci momenti, ma in modo durevole si produce qui una disponibilità, si creano atteggiamenti, si determinano qualificazioni capaci di governare il comportamento: disposizioni per un impegno senza pretese a favore degli altri, per una solidarietà con gli svantaggiati, per la lotta contro strutture ingiuste; disposizioni di riconoscenza, di libertà, di generosità, di altruismo, di gioia, ma anche di indulgenza, di perdono e di servizio; disposizioni che permangono anche in situazioni-limite, nell'abnegazione di chi dona se stesso, nella rinuncia non indispensabile, nell'operosità dedita alla causa maggiore.
- Nuove azioni, di portata vasta o ridotta, che nell'imitazione di Gesù Cristo si svolgono anche e proprio là dove nessuno aiuta: non solo programmi generali per una trasformazione della società, ma segni concreti, testimonianze concrete, testimoni concreti dell'umanità e dell'umpniz7azione così dell'uomo come della società umana.
- Un nuovo orizzonte e una nuova meta nella realtà ultima, nel compimento dell'uomo e dell'umanità nel regno di Dio, che riescono a sostenere non solo gli aspetti positivi, ma anche i risvolti negativi della vita umana: nella luce e nella forza di Gesù Cristo viene offerto al credente un senso ultimo non solo per il vivere e l'agire, ma anche per il soffrire e il morire dell'uomo, non solo per la storia delle fortune, ma anche per la storia delle sofferenze dell'umanità. 

Superamento dell'essere uomini nell'essere cristiani

Una domanda breve e diretta: perché si deve essere cristiani? Ecco una risposta altrettanto breve e diretta: per essere veramente uomini.
Con questo s'intende dire principalmente che non si può essere cristiani rinunciando in qualche misura a essere uomini. E viceversa: non si può essere uomini rinunciando in qualche misura a essere cristiani. Non è concepibile un essere cristiani accanto, sopra o sotto l'essere uomini: il cristiano non dev'essere un uomo scisso.
La dimensione cristiana non è quindi né una sovrastruttura né un'infrastruttura di quella umana, bensì un superamento, nel senso migliore della parola - affermando, negando e superando -, della dimensione umana. L'essere cristiani rappresenta un «superamento» degli altri umanesimi: i quali vengono affermati nella misura in cui affermano la piena dimensione umana; negati nella misura in cui negano la dimensione cristiana, il Cristo stesso; superati nel senso che l'essere cristiani riesce a comprendere totalmente in sé ciò che è umano-fin troppo umano anche nella sua estrema negatività.
I cristiani non sono meno umanisti di tutti gli umanisti. Essi, però, vedono l'umano, il veramente umano, vedono l'uomo e il suo Dio, vedono l'umanità, la libertà, la giustizia, la vita, l'amore, la pace, il senso alla luce di quel Gesù che è per loro il concretamente Determinante, il Cristo. In questa prospettiva essi ritengono di non potersi fare rappresentanti di un umanesimo qualsiasi, di un umanesimo che affermi semplicemente il vero, il buono, il bello e l'umano. L'umanesimo che essi propugnano è un umanesimo veramente radicale, capace di integrare e superare anche il non-vero, il non-buono, il non-bello e il non-umano: non solo tutto ciò che è positivo, ma anche - ed è qui che si vede con decisiva chiarezza che cosa vale un umanesimo - tutto ciò che è negativo, la sofferenza stessa, la colpa, la morte, l'assurdità.
Guardando a lui, al Crocifisso e Vivente, l'uomo è in grado non solo di agire nel mondo di oggi, ma anche di soffrire; non solo di vivere, ma anche di morire. Rifulge ai suoi occhi un senso persino là dove la ragione pura deve capitolare, persino in una condizione di miseria assurda e nella colpa, perché si sa sostenuto da Dio nei momenti positivi come in quelli negativi. La fede nel Cristo Gesù dona pace con Dio e con se stessi, pur senza scavalcare i problemi del mondo. Questa fede rende l'uomo veramente umano, in quanto lo persuade ad aprirsi radicalmente all'altro, a chi ha bisogno di lui, al «prossimo».
Abbiamo posto la domanda: perché si deve essere cristiani? Ormai non si avrà difficoltà a intendere la risposta condensata in una breve formula riassuntiva:

Seguendo Gesù Cristo
l'uomo nel mondo d'oggi può vivere, agire, soffrire e morire
in modo veramente umano:
nella felicità e nella sventura,
nella vita e nella morte 
sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri.

(pagine conclusive di TORNARE A GESÙ, Rizzoli 2013)