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L’evento dell’Incarnazione

 

cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"

 

In questi anni abbiamo riscoperto il grande evento che sta alla radice di ogni progetto di pastorale. L’abbiamo chiamato “l’evento dell’Incarnazione”, per mettere al centro della nostra ricerca la persona di Gesù e per confrontarci con lui, quando siamo incerti sul da fare.

Il confronto con l’evento dell’Incarnazione ci fornisce il criterio per elaborare il pluralismo e per assicurare convergenze concrete sulle cose che contano davvero, anche nella diversità di posizioni, riconosciuta e accolta.

 

8. L’evento dell’Incarnazione come prospettiva

 

Ho dedicato solo poche battute alla fatica di interpretare le ragioni del pluralismo, per non andare nel complicato.

A monte delle ragioni più impegnative stanno due interrogativi molto seri: Dio, chi sei? E io chi sono? Sono interrogativi impegnativi perché c'é sempre sottintesa una formuletta, che serve quasi da firma in bianco: Dio, chi sei tu per me? E io, chi sono per te? Questi interrogativi non riguardano solo la nostra responsabilità pastorale ma chiamano in causa la nostra esistenza.

Non voglio risposte né di autori né di documenti. Ho troppa paura di restare prigioniero di altre esperienze culturali, anche quando le riconosco normative per la mia fede. Ho bisogno di una piattaforma più consolidata e trasparente. Per questo, vado maggiormente alla radice dell’esperienza cristiana.

Prendo i miei interrogativi e li giro a Gesù di Nazareth e a quello che i suoi discepoli mi dicono di lui.

Lo so che l’operazione non è facile… ma non ci sono strade più sicure o più lineari.

Utilizzando una espressione felice, presente spesso nella tradizione pastorale ecclesiale, chiamo questa sorgente fondamentale della mia fede cristiana “l’evento di Gesù il Cristo, dalla prospettiva dell’Incarnazione”.

La cosa va spiegata: prima sul piano del metodo di lavoro e poi meditando la proposta di contenuti che da questo evento scaturisce.

 

8.1. La prospettiva dell’Incarnazione


Considero, prima di tutto, l’Incarnazione come prospettiva.

Quando i credenti parlano dell’Incarnazione indicano un fatto preciso della vita di Gesù: Dio per salvare l’uomo ha deciso di farsi uno di noi ed è diventato uomo, con la colla­borazione materna di Maria, in un segmento concreto di tempo e di spazio. In questo senso l’Incarnazione è solo un frammento della vita di Gesù, un'esperienza fra le tante. Non possiamo certamente isolarla dal resto della sua vita, come non possiamo eliminare le al­tre sue esperienze, solo perché questa ci piace un po' di più. L’Incarnazione, di conseguenza, porta alla Pasqua: Gesù si è fat­to uno di noi, per offrire ad ogni uomo ed ad ogni donna il dono della salvezza di Dio.

I discepoli di Gesù, come documentano i Vangeli, quando parlano dell’Incarnazione non pensano però solo a questo. Nella loro esperienza l’Incarnazione è come un punto di prospettiva per ve­dere il tutto. E' un frammento della vita di Gesù, così decisivo che serve per comprendere il senso del tutto.

Un esempio può aiutare a spiegare meglio l’affermazione. Chi vuole fotografare un panorama molto ampio, prima di scattare la sua fotografia storica... deve decidere il punto in cui piazzare la sua macchina. La scelta è decisiva: la prospettiva influenza non poco il risultato dell’operazione.

Per i discepoli di Gesù, l’Incarnazione è come il punto in cui piazzare la macchina fotografica per comprendere tutta la vita del loro Maestro. L’hanno fatto, con una consapevolezza crescen­te, perché così ha voluto Gesù. Basta pensare alle polemiche in­fuocate di Gesù con i dottori della legge. Essi giudicano il suo comportamento, utilizzando come criterio quello che conoscevano di Dio. Gesù, invece, dichiara loro che l’unica cosa che potevano conoscere di Dio era lui stesso: nella grazia dell’umanità che Maria gli ha regalato, lui ha dato un volto a Dio. In Lui il Dio inaccessibile e misterioso, il Dio ineffabile e trascendente si è fatto "volto", è diventato "parola" (cf. DV 13). Nel volto e nel­la parola di Gesù di Nazareth possiamo parlare di Dio e parlare a Dio. Possiamo cogliere chi è per noi e che cosa ci chiede.

L’Incarnazione ci ricorda, in ultima analisi, che Gesù di Nazareth è l’unica strada accessibile per conoscere il mistero di Dio e quello dell’uomo.

 

8.2. L’evento di Gesù il Cristo


L’altro elemento da chiarire è quello evocato dall’espressione “l’evento di Gesù il Cristo”.

“Evento di Gesù il Cristo” è un’espressione sintetica che indica il messaggio proposto da Gesù su Dio. Si parla di “evento” per ricordare che sono mol­ti gli avvenimenti con cui dobbiamo confrontarci, se vogliamo raccogliere il progetto di Dio.

Al centro sta Gesù di Nazareth: una persona, che ha un nome e una patria, che ha vissuto la sua esistenza in un segmento preciso e concreto di spa­zio e di tempo. Questo Gesù ha suscitato un’esperienza di sconvolgente e radicale novità in molti uomini. Lo confessano il “Cristo”: il Messia atteso, il Signore del­la vita, l’unico Nome in cui possiamo ottenere la salvezza. Riuniti nel suo nome, si riconoscono la Chiesa, che continua la sua causa, in ogni tempo e in ogni luogo. La loro confessione di fede e la prassi del­la Chiesa apostolica sono decisive per comprendere chi è Gesù. Anche questi fatti sono parte dell’evento di Gesù il Cristo.

L’evento di Gesù il Cristo è perciò la storia di Gesù e la storia del­la fede operosa che ha suscitato nei primi discepoli e nel­le comunità ecclesiali, nate sul­la loro predicazione.

L’Incarnazione è l’esperienza centrale e fontale del­la vita di Gesù e del­la fede che ha suscitato. È quindi la prospettiva fondamentale da cui possiamo comprendere l’evento di Gesù il Cristo. Per questo, posso parlare di evento dell’Incarnazione anche per riferirmi all’evento di Gesù il Cristo.

 

9. Comprendere ­l’evento di Gesù il Cristo

 

Siamo finalmente pronti ad iniziare quella meditazione teologica che ci aiuterà ad indicare il criterio con cui fare un poco di ordine nel pluralismo.

Il pluralismo ha alla radice le differenti risposte alle due domande fondamentali della vita cristiana: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te? E cioè chi è Dio e chi è l’uomo nel progetto misterioso della creazione e della salvezza.

Proviamo a girare la questione all’evento di Gesù il Cristo (alla persona di Gesù e alla esperienza che di lui hanno avuto i suoi primi discepoli, come è raccontata nel Vangelo e vissuta nella Chiesa apostolica).

Io l’ho fatto... e ho scoperto cose affascinanti. Le voglio condividere per permettere ad altri di fare la stessa esperienza.

 

9.1. Gesù ci rivela un Dio per l’uomo, presente e nascosto


Dobbiamo confrontarci pri­ma di tutto con Gesù di Nazareth, la sua persona, la sua dottrina, la sua vita trascinata a sperimentare la morte umana, proposta di una speranza stabile al­la vita nel­la sua vittoria contro la morte.

Proviamo a rileggere il Vangelo, a partire da questa domanda: chi è Dio per l’uomo? Quale volto di Dio Gesù rivela?

Una pagina è decisiva.

Ascoltiamo il racconto di Luca: “Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C’era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare diritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: Donna, ormai sei guarita dal­la tua malattia. Posò le sue mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio” (Lc 13,10-13). Di fronte al­le proteste del capo del­la sinagoga, arrabbiato perché Gesù aveva osato guarire la donna nel giorno di sabato (andando contro la legge), Gesù risponde: “Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dal­la sua malattia, anche se oggi è sabato?” (Lc 13,16).

Non è l’unico testo di questo tono. Tutto il Vangelo è scritto così. La voglia di far nascere vita dove ha incontrato i segni di morte, la fatica di rimettere a testa dritta le persone che per differenti ragioni camminavano curve e piegate in due, sembrano il filo rosso che lega tutta l’avventura di Gesù.

Leggiamo qualche altra pagina.

“Giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quel­la strada. Cominciarono a gridare: “Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?”.

A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare; e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: “Se ci scacci, mandaci in quel­la mandria". Egli disse loro: “Andate!”. Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quel­li dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. I mandriani al­lora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Tutta la città al­lora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si al­lontanasse dal loro territorio” (Mt 8,28-34).

L’episodio va compreso bene. L’ho citato apposta per chiedere di pensare.

I due indemoniati avevano perso la gioia del­la loro umanità. Erano costretti a vivere nei sepolcri, in una condizione di morte anticipata. Vivevano come bestie selvagge: senza amici, tra i dirupi, privi di libertà. Erano uno spavento per tutti. Per questo erano sfuggiti da tutti. Gesù li restituisce al­la pienezza del­la loro umanità: li riveste, li rimanda a casa, li restituisce all’af­fet­to dei loro amici. Non mettono ormai più paura a nessuno. Sono veramente passati da morte a vita. La conclusione del racconto non mi sembra importante: i porci in mare e la rabbia dei guardiani... sono l’appendice spet­tacolare di una storia che è tutta un canto al­la vita, rifiorita nel­le situazioni più drammatiche.

Aggiungo infine un terzo racconto, anche questo molto bel­lo, perché mo­stra che la vita vince anche quando siamo morti dentro, condannati impietosamente dal­la legge o costretti a condannare senza remissione nel nome del­la legge.

“Gesù s’avviò al­lora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Al­lora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nel­la Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo al­la pro­va e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quel­li, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.

Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi al­lora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessu­no, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più”“ (Gv 8,1-11) .

Quel­la povera donna colta in flagrante adulterio era morta ancora prima d’essere uccisa fisicamente a colpi di pietra. Era morta, nonostante le apparenze, perché si trascinava in una vita mortifera. Ed era morta perché ormai condannata senza pietà dal­la legge, buttata come un sacco di patate ai piedi di Gesù, per ottenere anche da lui l’aval­lo ad una sentenza già pronunciata.

Erano morti però anche i suoi accusatori: legati all’osservanza rigida del­la legge, volevano la distruzione fisica del­la peccatrice, per sentirsi vivi perché osservanti del­le prescrizioni.

Gesù contesta la possibilità di rimettere le cose a posto solo attraverso un uso legalista del­la legge. Non nasconde il grave peccato del­la donna né lo co­pre con un velo di falsa rassegnazione. Questo modo di fare è ancora dal­la parte del­la morte.

Rimette in piedi, a testa dritta, la donna peccatrice, in un gesto d’amore che trasforma. In questa situazione nuova nasce l’invito a non peccare più. Chi è vivo, deve impegnarsi a vivere da vivente. Ridà vita anche agli accusatori, liberandoli da un uso spietato del­la legge.

Nel nome del­la vita, Gesù rimette in piedi e a testa alta tutti coloro che vivono piegati sotto il peso del­le sopraffazioni. Restituisce dignità a chi ne era considerato privo. Ridà salute a chi è distrutto dal­la malattia. Contrasta fortemente ogni esperienza religiosa in cui Dio è utilizzato contro la vita e la felicità dell’uomo. Egli è davvero il segno di chi è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: “Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall’Egitto, perché non siate più schiavi. Da quando ho spezzato il giogo del dominio egiziano che pesava su di voi, potete camminare a testa alta” (Lev 26,13).

Pensiamo, ancora, al­la disputa tra Gesù e i farisei a proposito del­la guarigione, avvenuta di sabato, di quel povero uomo che aveva una mano paralizzata (Mt 12,1-14). Per la teologia dominante Dio andava onorato prima di tutto rispettando il sabato. L’uomo paralizzato poteva aspettare: sei giorni del­la settimana erano a sua disposizione, il settimo era invece tutto e solo per la gloria di Dio (Lc 13,10-17). Gesù propone una teologia molto diversa. La vita e la felicità dell’uomo sono la grande confessione del­la gloria di Dio. Anche il sabato è in funzione del­la vita. Gesù non chiede di scegliere tra Dio e la felicità dell’uomo. Afferma, senza mezzi termini, che la gloria di Dio sta nel­la felicità dell’uomo. Il sabato è per Dio quando è per la vita dell’uomo.

 

9.2. La testimonianza degli apostoli e del­la prima comunità cristiana


Sappiamo che le parole e le azioni di Gesù non ci sono giunte in una registrazione fredda e impersonale, quasi fosse un resoconto stenografico o un’immagine fotografica. Esse sono state trasmesse attraverso la fede appassionata di uomini che, animati dal­lo Spirito, hanno colto il senso dell’esi­sten­za di Gesù e l’hanno espresso nel­la testimonianza del­la parola e del­la vita.

Evento di Gesù il Cristo è anche questa esperienza del­la Chiesa apostolica, espressa nei testi dei Vangeli, degli Atti, del­le Lettere e nel­la prassi ecclesiale adottata. Per cogliere il significato dell’evento dell’Incarnazione, dobbiamo perciò orientare la nostra ricerca anche nel­la direzione di questa testimonianza apostolica.

I discepoli di Gesù avevano capito di essere amati e pensati da lui. Essi sperimentavano che in Gesù la vita umana trovava un senso. La loro situazione esistenziale, spesso senza speranza e senza prospettive, carica di tanti problemi, diventava per Gesù importante, interessante, affascinante. Era qual­cosa che Gesù faceva pienamente suo. Assunta in Gesù, questa stessa esperienza, povera e fragile, veniva restituita ai discepoli piena di significati.

Essi poi compresero che tutto questo Gesù lo diceva e lo faceva nel nome di quel Dio che chiamava “Padre”. Nel­la bontà che gli uomini sperimentavano in Gesù, nel suo perdono, nel­la sua proposta di libertà, di gioia, di significato al­la vita, c’era il Padre. Nel contatto quotidiano con Gesù, gli apo­stoli hanno incontrato Dio e l’hanno scoperto come un Dio vicino e accogliente. In Gesù hanno sperimentato che Dio dona la salvezza in uno stile insperabilmente originale: salva nel­la solidarietà, in una compagnia così profonda con ogni uomo da farsi realmente uomo.

Dopo la morte e la resurrezione di Gesù la comunità ecclesiale si raccoglie attorno al­la persona del Signore risorto, ora presente in modo nuovo. Animata dal suo Spirito, essa si costituisce, agisce e proclama l’evento di salvezza che ha sperimentato. Nasce una prassi ecclesiale in cui la Chiesa apostolica cerca di ripetere quel­lo che ha sperimentato nell’incontro personale con Gesù di Nazareth. Al­la scuola di questa prassi possiamo scoprire ancora meglio il significato dell’evento di Gesù il Cristo.

La comunità apostolica deve presto rispondere agli interrogativi nuovi che le circostanze le lanciano. Tra le tante scelte possibili essa cerca quel­le che permettono meglio ad ogni uomo di sentirsi amato da Dio, quel­le capaci di consolidare la speranza e la fiducia nel­la vita oltre la morte, quel­le che realizzano più efficacemente la promozione dei poveri, di quel­li che non con­tano, per testimoniare loro che di essi è il Regno dei cieli. Agisce in questo stile perché è consapevole che Gesù stesso aveva vissuto tutto ciò in modo radicale.

Basta ripensare a quanto è successo nell’incontro di Gerusalemme, di cui riferisce Atti 15.

La Chiesa apostolica era al­le prese con un gravissimo problema. Stava suscitando dispute accese, tensioni e sospetti. Ci si chiedeva: coloro che si decidevano per la fede cristiana e non provenivano dal mondo giudaico, do­vevano vivere sottoposti al­la legge di Mosè? I punti scottanti erano soprattutto due: la pratica del­la circoncisione e l’astinenza da certi tipi di carne. La soluzione non era facile. Tutti erano d’accordo nel riconoscere la centralità assoluta di Gesù per la salvezza; si rendevano pienamente conto che la sua mediazione salvifica poteva essere incrinata se subentravano altre esigenze concorrenti. Era però difficile decidere la portata concreta di questo orientamento di fondo.

La soluzione è apparsa invece immediata quando l’autorità di Pietro e la saggezza di Giacomo hanno chiesto di spostare l’attenzione dai principi all’esperienza fatta stando con Gesù. Il criterio decisivo per risolvere i problemi è la possibilità di sperimentare la bontà di Dio. Continuando la prassi di Gesù, bisogna far sperimentare agli uomini chi è Dio: il Padre buono e accogliente, che non chiede cose inutili, come invece fa chi comanda per il gusto di farsi obbedire. Non è possibile annunciarlo nel­la verità, se la parola proclamata viene poi accompagnata da una serie di pretese inutili, motivate sul compromesso e sul­la paura.

Sol­lecita a questa lettura di Atti 15 la meditazione del­le pagine di commento che Paolo ha indirizzato ai Galati (Gal 5).

Ritorna lo stesso tema. Paolo riprende la conclusione dell’incontro di Gerusalemme: la coscienza del­la grande libertà cui Gesù ci ha chiamati e la raccomandazione di astenersi dal­le carni sacrificate agli idoli. Il documento conclusivo proponeva questo impegno a tutti i cristiani. Poteva sembrare il compromesso dell’ultimo momento, per accontentare anche le minoranze intransigenti. Paolo invece commenta in termini diversi la raccomandazione. Sa d’essere libero: può mangiare qualsiasi genere di carni, per la libertà cui Cristo ci ha liberati. Non può però usare del­la sua libertà come gesto di disprezzo e di offesa per il fratel­lo più debole, che ne rimarrebbe male impressionato. La sua inesauribile libertà termina quando incomincia il dovere sommo del­la carità fraterna (cfr. 1 Cor. 8, 9-13).

Come posso annunciare il Dio di Gesù Cristo, come Padre buono e accogliente, se provoco il fratel­lo nel­le sue convinzioni più profonde, se lo metto in crisi nel nome del­la maturazione che ho acquisito? La logica è la stessa di Atti 15. Paolo la porta al­le conseguenze più radicali. Per risolvere i problemi pastorali che la comunità cristiana è chiamata ad affrontare lungo lo sviluppo del­la sua storia, il criterio è quel­lo rivelato nel­la prassi di Gesù: l’esperienza che il Dio di Gesù è un Dio per l’uomo.

 

9.3. Gesù, volto e parola di Dio, rivela chi è l’uomo


Il terzo grande contenuto che la meditazione dell’evento di Gesù il Cristo ci fa scoprire, riguarda il significato e il valore dell’umanità dell’uomo.

Nell’Incarnazione Dio si è rivelato all’uomo in modo umano. Il suo ineffabile mistero è diventato comprensibile e sperimentabile perché ha preso il volto e la parola di Gesù di Nazareth. È importante comprendere la qualità di questa assunzione. È troppo facile vanificarla, ragionando in termini strumentali, come se il rapporto tra Gesù di Nazareth e il Dio ineffabile fosse come quel­lo di una fotografia rispetto ad una persona amata o funzionasse come una registrazione rispetto al­la viva voce di un amico lontano.

In Gesù Dio ha assunto un volto umano e si è fatto parola non come ci si serve di uno strumento esterno (che in nul­la modifica quanto uno è), per comunicare qualcosa di sé, visto che non si può farlo direttamente e immediatamente.

L’umanità di Gesù è invece Dio-con-noi: l’evento nuovo e insperabile in cui Dio stesso, rimanendo Dio, si è fatto vicino, volto e parola, per incontrare e salvare l’uomo. La sorprendente novità, testimoniata da Fil 2,6-8, sta proprio in questo: Dio non ha abbandonato la “forma di Dio” per prendere quel­la di “servo”, ma è diventato pienamente uomo, sussistendo totalmente come Dio.

Per questo l’Incarnazione è anche la rivelazione più piena dell’uomo: rivela qual è la sua sconfinata grandezza. Gesù è uomo, di un’umanità come la nostra: è uomo come lo siamo tutti noi. La sua umanità può manifestare, rendere presente ed esprimere Dio, perché l’umanità dell’uomo è stata fatta radicalmente capace di essere manifestazione di Dio. L’Incarnazione è incominciata proprio nel­la Creazione. In questo primo, definitivo gesto di salvezza, Dio ha creato un uomo, capace di essere “volto” e “parola” di Dio.

Se l’uomo non fosse stato costruito così, Gesù di Nazareth non potrebbe essere Dio con noi, perché la sua umanità sarebbe incapace di offrire “una tenda” a Dio. Oppure si potrebbe avanzare l’ipotesi contraria. Se Gesù è Dio, al­lora di certo non è un uomo come noi; la sua umanità è solo apparentemente simile al­la nostra, mentre in realtà è diversissima, come la luce non ha nul­la da spartire con le tenebre.

Lungo lo sviluppo del­la fede ecclesiale ci sono stati quel­li che hanno proposto la prima ipotesi (Gesù non è Dio) o la seconda (Gesù è Dio, ma non è vero uomo). La fede del­la Chiesa ha difeso sempre con forza e con fierezza che Gesù è uomo, profondamente e veramente uomo, e, nel­lo stesso tempo, Dio-con-noi.

Questa grande affermazione ci assicura che la nostra umanità è più grande di quel­lo che possiamo immaginare. Essa è, in piccola o grande misura, “volto” e “parola” del Dio ineffabile e inaccessibile. Gesù è il caso supremo, unico e irrepetibile, di un’umanità tanto pienamente realizzata da essere volto e parola in modo definitivo. Egli è colui che realizza tutte le possibilità dell’uomo, raggiungendo in pienezza l’abbandono totale al mistero di Dio. Gesù lo è di fatto. Noi abbiamo la possibilità di essere uomini pienamente umanizzati come lui; e di fatto, un pochino almeno, lo siamo, per la solidarie­tà di vita e di salvezza che ci lega a Gesù e a coloro che come lui hanno portato a pienezza la loro umanità. Certo, la diversità tra noi e Gesù è grande. È però sul piano del­la realizzazione concreta; non su quel­lo del­la possibilità.

La conclusione è immediata e concretissima: l’umanità dell’uomo è il luo­go in cui Dio si fa presente nel­la nostra esistenza quotidiana, come il Padre buono e accogliente, che salva e riempie di vita.

 

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