L’Atteso non riconosciuto

 

Carlo Molari

 

 

Può sembrare sorprendente il fatto che Gesù non sia stato accolto da coloro che per lungo tempo avevano atteso un Messia. Ma in realtà non lo è. Corrisponde ad una logica storica che ha applicazioni molto frequenti. Era successo tante volte nei secoli precedenti che la Parola di Dio (il Verbo eterno, il Logos divino) espressa in eventi o tradotta in parole umane dai profeti, non fosse stata ascoltata e che gli uomini avessero preferito ascoltare favole compiacenti e inseguire miti affascinanti. A queste diverse esperienze si era riferito l’evangelista Giovanni quando nel prologo aveva scritto : “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto” (Gv. 1, 11). Ma egli aveva anche affermato che là, dove era stata accolta e interiorizzata, la Parola aveva suscitato Figli di Dio: “i quali non da sangue né da volere di carne, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1, 12). Questa d’altra parte è una legge costante della storia salvifica: in alcuni luoghi la Parola resta sterile, in altri fa crescere figli di Dio. Tutto dipende dall’accoglienza degli uomini. La parola infatti per diventare feconda, cioè per risuonare nella storia e fecondarla deve diventare parola di uomini e deve tradursi in gesti concreti di amore umano. 
Sarebbe errato tuttavia affermare che al tempo di Gesù la Parola di Dio non sia stata riconosciuta e ascoltata. Anzi quello fu un momento prezioso in cui la Parola di Dio fu accolta al punto da realizzare la sua incarnazione suprema. Fu riconosciuta e interiorizzata nell’ambiente del piccolo resto d’Israele o dei “poveri di Dio” e fece fiorire un’umanità nuova. Gesù è appunto il risultato concreto di quella accettazione e di quella fedeltà. La Parola eterna fu accolta da Maria e Giuseppe, e il loro amore fece crescere fino alla maturità “in sapienza età e grazia” il Figlio di Dio (Lc 2,52). Altri però non l’accolsero e non riconobbero la sua concreta manifestazione. Soprattutto coloro ai quali spettavano le decisioni pubbliche per la realizzazione del progetto salvifico di Gesù e tutti coloro che preferivano la condizione di fatto. Il rifiuto non si attua nel momento della nascita bensì nei confronti del Vangelo del regno. Il fatto che Maria e Giuseppe non siano stati accolti nel caravanserraglio quando si recarono a Betlemme, non è un segno del rifiuto bensì un fatto contingente, che eventualmente può essere assunto come simbolo di un processo molto più profondo e più ampio. 
In realtà è solo di fronte alla predicazione del regno che l’atteso non è stato riconosciuto e ciò è accaduto per una differenza fondamentale tra le attese del popolo di Israele e l e offerte/risposte di Gesù. Questa differenza di fondo ha assunto forme molteplici secondo i diversi aspetti della storia e dell’esistenza umane. Può essere quindi descritta in maniere molteplici. 

Le attese non corrispondevano alle promesse 


Le ragioni storiche del rifiuto possono essere esaminate in due ambiti distinti della società religiosa del tempo: il popolo e i loro capi. Il popolo attendeva il messia secondo i propri desideri, corrispondente cioè ai bisogni storici e non secondo le promesse della alleanza. La contrapposizione tra Gesù e il popolo deriva dalla diversità di prospettive o di attese. Gesù annunciava il regno di Dio mentre il popolo attendeva il benessere, la libertà, la salute. Il Regno di Dio esigeva la conversione dei cuori secondo lo spirito delle beatitudini, mentre il benessere economico in quelle circostanze e la libertà dal dominio dei romani poteva realizzarsi solo con la guerra e quindi con la violenza. D’altra parte i capi del popolo non erano disposti a lasciare il potere. I capi del popolo non volevano la cacciata dei romani ma la loro amicizia. Erano consapevoli della loro debolezza e di non poter resistere alla potenza degli eserciti romani. L’unica condizione per mantenere il potere era quella di coltivare la collaborazione con loro a tutti i costi. Gesù proclamava: “Il tempo è compiuto”. Intendeva affermare che una fase storica stava finendo, e un’altra stava iniziando. Diceva ancora: Il «regno di Dio è vicino». Intendeva dire che l’azione di Dio poteva esprimersi in una modalità inedita, e offrire nuovi doni di vita. Infine chiedeva: «Convertitevi!». Se l’azione di Dio stava per esprimersi in modo nuovo, era urgente che ci fosse qualcuno ad accoglierla per renderla efficace. Quando quindi Gesù inizia il suo cammino, ha davanti questa prospettiva: la possibilità di un cambiamento profondo, che consentisse l’espressione dell’azione di Dio in modo inedito, e potesse far fiorire una qualità nuova di vita, una forma nuova di amore e di fraternità. Il che implicava anche la necessità di cambiare il modello di Dio, l’immagine che il popolo aveva di Lui. Gesù ha cercato di diffondere un’immagine di Dio corrispondente all’esperienza che egli compiva: un «Dio vicino». In conclusione, al tempo di Gesù quasi nessuno era disposto alla conversione necessaria per il Regno di Dio. Quasi nessuno era convinto della necessità del cambiamento del cuore, che Egli stava sollecitando, come del resto anche il Battista aveva fatto. 

La reazione al male 

 

Un ambito che definisce in modo emblematico la differenza fra l’impostazione di vita di Gesù e gli oppositori è l’atteggiamento da assumere nei confronti del male nelle sue diverse forme. La gente si aspettava un messia che eliminasse il male con la forza di Dio in modo improvviso e completo. Erano sofferenti, oppressi, emarginati e credevano che la salvezza consistesse nel cambiamento della condizione per un intervento divino. Gesù agiva contro il male e insegnava ad agire in una maniera diversa. La risposta di Gesù al problema del male è costituita dalla sua stessa persona e dalla rivelazione che scaturisce da tutta la sua esistenza. Per Gesù la sofferenza non è punizione da parte di Dio (Gv 9,3). Il male quindi non viene da Dio, che anzi è dalla parte di chi lo subisce per portare chi soffre alla pienezza di vita. Gesù insegnava a combattere il male e a redimerlo con dinamiche opposte a quelle messe in moto dal male. Insegnava a esercitare misericordia, ad offrire perdono, a mettersi al servizio degli altri, ad operare con gratuità. Insegnava soprattutto a portare il male dato che non può essere eliminato con un intervento di una potenza divina, ma solo nella successione degli eventi temporali e con azioni umane. Il male deve essere combattuto nel tempo e quindi portato finché non venga superato. Ne derivano due conseguenze: la prima è che il male non deve essere subito come una necessità assoluta ma solo relativa. Non corrisponde cioè alla volontà di Dio, ma dipende dalla condizione imperfetta e provvisoria della creatura o dalla volontà degli uomini. La seconda conseguenza è che il male può e deve essere combattuto, perché Dio offre la forza per superarlo. Ma il superamento si realizza solo attraverso l’azione umana, limitata e quindi svolta nella successione del tempo. Il male quindi non si può eliminare in un solo colpo dal mondo, occorre affrontarlo o portarlo con la forza che viene da Dio. Ma l’azione di Dio deve essere accolta per diventare forza trasformatrice dell’umanità. L’energia creatrice deve diventare azione umana per alimentare una storia salvifica. Per questo Gesù di fronte al male invita all’azione: “Va' e non peccare più” dice alla peccatrice (Lc 7) e all’adultera (Gv. 8)! E al maestro della legge che gli aveva chiesto: «chi è il mio prossimo», Gesù riassume l’insegnamento della parabola del buon samaritano con le parole: “Va' e tu fa' lo stesso”. 

Il motivo di fondo quindi del rifiuto di Gesù sta nel fatto che egli dava risposte a domande diverse da quelle formulate dai suoi contemporanei. Essi chiedevano da dove viene e perché c’è il male e Gesù insegnava come si fa a portarlo, ad attraversarlo, a superarlo. Essi si aspettavano interventi magici di Dio che realizzasse in un istante il cambiamento della condizione storica e Gesù chiedeva la pazienza del tempo e l’azione costante per modificare passo a passo le situazioni. Per riconoscere e accogliere il Messia quindi è necessario entrare nella logica della redenzione, che implica due atteggiamenti di fondo. Da una parte che non si consideri il male come una fatalità e dall’altra che ci si impegni per superarlo fidando in Dio. È lecito farlo ed è doveroso. È lecito perché il male non viene da Dio e non corrisponde alla sua volontà, è doveroso perché solo attraverso l’azione di creature la forza divina può condurre la storia al suo compimento. Occorre però agire nella consapevolezza del tempo, senza cioè la pretesa di eliminare il male in modo definitivo e compiuto, perché ciò potrà avvenire solo alla fine, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1 Cor. 15,28).