Karl Rahner:

il magnetismo

del mistero

Michael Paul Gallagher

 rahner

Karl Rahner è spesso considerato il più importante teologo cattolico del XX secolo, molto ammirato da alcuni, severamente criticato da altri. Perché questa differenza di giudizio? Sembra una questione di mentalità diverse. Per chi è consapevole del complesso cambiamento culturale nel quale siamo immersi e della necessità di un diverso linguaggio della fede, Rahner è un esempio di coraggio spirituale e intellettuale. Perfino il più importante dei suoi critici, Hans Urs von Balthasar, ha visto una genuina preoccupazione pastorale nello sforzo di Rahner di dare alla fede un senso adatto all'Europa postbellica. Ma non tutti gli oppositori di Rahner sono stati altrettanto generosi, alcuni lo considerano addirittura l'origine di molte delle difficoltà della Chiesa di oggi. Di solito, questi oppositori appartengono al filone teologico che Lonergan chiama «classicista», una corrente incline a valorizzare gli aspetti universali della religione e a diffidare di chi adotta prospettive troppo «antropologiche».
Non c'è dubbio che Rahner abbia dato grande risalto all'incontro nascosto di ciascuno con lo Spirito, sostenendo come Newman che questo approccio non rischia di diventare puramente soggettivistico perché la grazia di Dio è universale ed è la fonte della nostra autotrascendenza. Per usare le sue parole, «la più oggettiva realtà della salvezza, il rapporto diretto con Dio, è allo stesso tempo necessariamente la più soggettiva» ( TI, IX, p. 36). Una tesi che torna continuamente nell'opera di Rahner è che siamo tutti in contatto con l'agire divino, sia quando lo riconosciamo sia nel caso contrario. Del tutto consapevole della nuova fase storica in cui la fede sembra aver perso il contatto con l'esperienza umana, Rahner ha voluto ripristinare i ponti tra la visione cristiana e le profondità della nostra anima.
Non si può negare che, come molti hanno rilevato, il suo stile sia fin troppo complesso, a volte involuto e appesantito dal linguaggio filosofico. E nota una battuta di suo fratello Hugo, anch'egli gesuita, che disse che in tarda età si sarebbe dedicato a tradurre Karl in tedesco! Ma simili difficoltà di comunicazione non sono il problema principale. Oggi, a un quarto di secolo dalla sua scomparsa, il dubbio è se Rahner sia stato eccessivamente un uomo della sua generazione. Cercando di raccogliere le sfide della modernità secolare, egli ha messo in primo piano il senso dell'avventura individuale, forse a spese della dimensione sociale della teologia. Rahner è anche stato criticato per aver trascurato espressioni e fondamenti della fede più tradizionali, come i sacramenti, l'appartenenza alla Chiesa, i particolari della rivelazione biblica e i contenuti dottrinali della catechesi. Questo capitolo cercherà di mettere in luce gli aspetti della sua opera che appaiono dotati di validità permanente. Non c'è dubbio, in ogni caso, che egli fosse radicato in una profonda conoscenza della tradizione cattolica, e che abbia tentato con passione di realizzare una 'mappa della fede' che rispondesse ai bisogni di quello che chiamava l'«inverno» della religiosità.

Il crollo di una cultura

Accingendosi a riassumere un pensiero così ampio come quello di Rahner, la prima domanda è: da dove cominciare? Dal momento che la nostra attenzione è rivolta al tema della fede, il punto di partenza più naturale è probabilmente la sua sensazione di vivere in un mondo in cui la credenza religiosa era in grave crisi. A esser cambiato, a suo parere, era non tanto la fede quanto il contesto di una scelta di fede. Forse nessun altro importante teologo ha dedicato all'ateismo e all'agnosticismo un'attenzione benevola come la sua. Rahner era anche pienamente consapevole che ormai il linguaggio della preghiera e dell'insegnamento cristiano suona spesso vuoto agli stessi credenti, e che limitarsi a riproporre le verità tradizionali per mezzo delle solite formule stava diventando inutile anche dal punto di vista pastorale. Mentre nella cultura premoderna la Chiesa e le sue forme classiche di devozione erano automaticamente al centro dell'esistenza, al tempo di Rahner le persone nuotavano in un ben diverso mare culturale, tra altre domande e difficoltà e spesso senza più contatti con l'esperienza interiore della fede. Le consuetudini di una società prevalentemente agricola apparivano ormai lontane, logore e insufficienti a nutrire lo spirito. Se le forme precedenti della religiosità erano in parte crollate, occorreva, secondo Rahner, trovare modi più personali di risvegliare e alimentare la fede.
Avendo preso atto che il linguaggio della fede era agonizzante, Rahner cominciò a lavorare a una 'mappa della fede' più esistenziale. Parlare di Dio in modo meramente dottrinale o `proposizionale' non andava più d'accordo con le esigenze e le aspirazioni del suo tempo. Non si trattava di annacquare la fede (come a volte lo si è rimproverato di fare), ma di valorizzare nuovi possibili itinerari di fede in una nuova fase della cultura, di fare dell'avventura interiore di ognuno la chiave per raggiungere il senso del divino. Di conseguenza l'impostazione di Rahner fa meno leva sulla rivelazione esplicita e più leva sulla rivelazione nascosta che si dispiega nel profondo della quotidianità personale. Essa è quindi 'antropologica' nel senso del partire 'dal basso', mai nel senso di fare dell'essere umano l'unità di misura del divino. Il suo lavoro resta teologico e radicato nella fede perché sempre egli legge la scena umana come il teatro della grazia di Dio.

KarlRahner

Anche se la visione di Rahner può apparire complicata, essa poggia su fondamenta relativamente semplici, come illustrato dallo schema triangolare qui sopra. Il diagramma comincia con l'universale volontà di Dio, da cui proviene la realtà della grazia trasformatrice offerta a ogni essere umano. In questo senso Rahner parla sovente di autocomunicazione del mistero e dell'amore divini. Il moto discendente del lato destro del triangolo indica la tradizionale comprensione della rivelazione biblica in quanto fonte della fede cristiana. Questa è la zona che Rahner chiama «categoriale», in cui la fede esplicita nasce dalla preghiera, dai sacramenti, dalla catechesi e dall'appartenenza alla Chiesa. Il lato sinistro mette in evidenza un aspetto anch'esso reale, ma meno visibile, della storia della salvezza: il teatro dello Spirito all'opera in tutte le persone e tutte le culture prima di ogni consapevolezza e di ogni riconoscimento della Parola esteriore della rivelazione. E qui che possiamo collocare l'esplorazione di Rahner della nostra autotrascendenza, come un'apertura predisposta dalla grazia alla chiamata divina. Ed è qui che l'agire divino ci raggiunge anche in modi nascosti da lui chiamati «non tematici» o «trascendentali». È qui, anche, che una forma implicita di fede diventa possibile nel momento in cui le persone rispondono alle sollecitazioni spesso non riconosciute dello Spirito. Per centinaia di anni la linea discendente che forma il lato destro del triangolo è stata la strada maestra verso la fede. In un tempo di pluralismo e secolarizzazione, Rahner ha voluto attirare l'attenzione su un'altra strada che permette di rispondere all'offerta di aiuto che Dio ci fa. Il lato destro resta la strada maestra della fede, ma il lato sinistro è quello grazie al quale tante persone sono toccate dalla grazia senza che necessariamente se ne rendano conto.

L'interiorità personale non visitata

Il punto di partenza di Rahner è il dono divino all'opera nello spirito umano, ma la sua speranza era di passare dalla scena umana all'esperienza sorprendente di Cristo, partendo, per così dire, dal vertice sinistro del triangolo in direzione del vertice destro. Egli era convinto dell'esistenza di un magnetismo divino operante in ogni cuore, che attrae l'uomo fuori da sé verso la verità e l'amore. Rahner considerava questa dinamica interiore non solo una preparazione alla fede in Dio, ma un effetto della presenza di Dio in noi. Così come si parla di psicologia del profondo, Rahner ha inteso elaborare una 'teologia del profondo' a partire dall'interiorità e dal desiderio del singolo essere umano invece che dalla dottrina e dagli insegnamenti sul Vangelo. Era convinto che lo Spirito si trovi lì da sempre e prima di qualunque predicazione e che, di conseguenza, sia cruciale aiutare le persone a mettersi in contatto con la loro profonda, silenziosa esperienza di Dio.
Alla luce di tutto questo, Rahner propone una nuova serie di preamboli della fede. Dove i preamboli delle apologetiche precedenti implicavano il ragionare esteriormente sull'ipotesi dell'esistenza di Dio, i nuovi preamboli sarebbero essenzialmente spirituali, poiché la scoperta di Dio può aver luogo nel cuore dell'avventura di vita di ogni singola persona. Inoltre, essi sono destinati sia ai non credenti sia ai credenti contemporanei più o meno in crisi, se disposti a una riflessione spirituale su se stessi. Per ambedue i gruppi, il punto di partenza consiste più nell'esperienza del cercare e interrogarsi che in qualsivoglia 'informazione' su Dio in quanto soprannaturale. Questo focalizzarsi sull'interiorità esistenziale, presente anche in Newman, può destare sorpresa in chi è abituato a ragionamenti più oggettivi sul divino o a forme più tradizionali di trasmissione della fede. La preferenza di Rahner per una tale impostazione è radicata in due intuizioni fondamentali. Da un lato, molte persone vivono oggi separate e distanti dalle radici profonde del loro essere, e rimediare alla conseguente inedia spirituale è la necessaria premessa di ogni ulteriore iniziativa. In secondo luogo, come si è accennato, in queste profondità personali spesso non visitate lo Spirito resta all'opera e dà frutti che aspettano solo di essere riconosciuti.
Come li riconosceremo? In quei momenti in cui si va oltre se stessi e verso la verità e l'amore; per esempio nella generosità con cui si fa il proprio dovere, o nella forza d'animo con cui si affrontano le avversità, poiché andare oltre se stessi e dispiegare una forza d'animo non sono situazioni spiegabili solo come perseguimento intelligente dei propri interessi. Simili manifestazioni vive di autotrascendenza sono i frutti dello Spirito che san Paolo menziona nel capitolo 5 della Lettera ai Galati. Esse possono essere presenti in persone che a Dio non pensano affatto, né mettono piede in chiesa. In cerca di una parola adatta per questa nuova apologetica, Rahner tornò indietro fino al processo di formazione cristiana durante il primo millennio. La chiamò «mistagogia» — l'antico vocabolo con cui era designato l'itinerario adulto di preparazione al battesimo e che alludeva alla graduale introduzione ai misteri della fede — intendendo suggerire modi di iniziare le persone di oggi ai misteri di Dio insiti nel profondo del loro mistero umano. In questo senso, per lui il punto di partenza della teologia era l'esperienza di sé, come affermò in un importante discorso del 1966: «C'è un'esperienza della grazia e questa è l'autentica, fondamentale realtà del cristianesimo» (TI, IX, p. 41). In realtà, fin dal 1954 egli aveva parlato della «scoperta di quel cristianesimo che Dio nella sua grazia ha già nascosto nel cuore di coloro che pensano di non essere cristiani» (TI, III, p. 371). Quasi tre decenni più tardi, nel 1982, egli avrebbe ribadito che «una mistagogia che introduca a questa esperienza religiosa originaria, colma di grazia, è oggi di importanza fondamentale» (KRD, p. 328).

I frutti nascosti della grazia

A questo punto siamo a un passo dalla famosa (o famigerata) teoria del «cristiano anonimo», un'espressione poco felice che in seguito Rahner preferì abbandonare perché suscettibile di interpretazioni scorrette. In realtà, sei anni dopo la morte del teologo, papa Giovanni Paolo II, nell'enciclica Redemptoris Missio (n. 10), affermò con forza la realtà della grazia e della salvezza universali, sviluppandola con parole in cui echeggia l'essenza della concezione di Rahner. Secondo il papa, «se è destinata a tutti, la salvezza deve essere messa in concreto a disposizione di tutti», compresi coloro che non hanno la possibilità di conoscere il Vangelo. Continuando, il papa dichiarava che «nel modo che Dio conosce» lo Spirito offre questa possibilità a ognuno per mezzo di una grazia che opera «invisibilmente» nel cuore. Rahner sarebbe stato felice di leggere queste affermazioni sull'esistenza di una grazia all'opera in ciascuno. È la realtà che aveva cercato di cogliere ed esprimere nell'esperienza delle persone. In culture più compatte, il predicatore poteva andare dritto, senza esitazione, al messaggio del Vangelo. Oggi invece quasi tutti conoscono la storia cristiana, o almeno parti significative di essa, ma la riproposizione dei suoi contenuti suscita spesso noia invece che assenso. Di fronte a situazioni di ateismo e di crescente distanza dalle forme tradizionali di appartenenza alla Chiesa, Rahner ha posto l'accento sulla possibilità di una storia della salvezza più nascosta, che può arrivare oppure no a un'esplicita fede cristiana.
Inutile dire che per lui la fede trovava necessariamente in Cristo il suo compimento. Tuttavia, prima di riconoscere esplicitamente quel culmine della rivelazione, ciascuno di noi è in contatto vivo e mediato dalla grazia con un mistero invisibile. Alla luce di ciò, Rahner difendeva un ministero della fede più indiretto, mirante ad accompagnare le persone alla consapevolezza della grazia che già incontrano e possono vivere. Come registro comunicativo di questa diversa impostazione, egli suggerì la lunghezza d'onda della poesia. Molta predicazione usa un linguaggio scontato che non riesce più a mettere le persone in contatto con l'esperienza profonda della grazia. Al contrario, la «mistagogia» proposta da Rahner è stata anche definita un catechismo del cuore. Rahner sarebbe sicuramente stato d'accordo con la celebre tesi del cardinal Newman sulla necessità di arrivare al cuore tramite l'immaginazione, anche se avrebbe forse aggiunto che oggi una mappa immaginativa della fede dovrebbe tener conto anche della grazia quietamente all'opera in ogni persona. A suo modo di vedere, è spesso grazie a una simile rotta interiore e spirituale che oggi le persone hanno la possibilità di scoprire Dio. Per tornare al nostro schema, questo «spostamento di accento nel nostro annuncio» (TI, XXI, p. 150) potrebbe essere collocato alla base del triangolo come un movimento lineare da sinistra a destra. Rahner è partito dall'attenzione all' «esperienza della trascendenza» (FCF, p. 59) sperando in un cammino verso la pienezza della fede cristiana.
Ma una simile strada spirituale non è facile da percorrere, come lui stesso capiva perfettamente. Rahner ci ha infatti descritti come vittime di uno stile di vita frenetico, che lascia poco spazio sia al senso poetico della meraviglia sia alla presa di coscienza della conflittualità dei nostri atteggiamenti vissuti (e qui ci sono echi di Blondel). Per Rahner, tutto quello che facciamo è l'espressione di un sì o di un no all'amore. È qui, su questo campo di battaglia del cuore, che lo Spirito ci invita alla fede e a gettare il nostro piccolo io nell'immensità divi- na. Per adattare una delle metafore di Rahner, questo orientarsi dell'esistenza umana verso Dio è simile a un fiume che cerca il mare. Come il fiume, attratto dal mare senza saperlo, trova tortuosamente la strada attraverso una moltitudine di scenari, così la nostra autotrascendenza ci porta, spesso inconsapevolmente, a quell'orizzonte ultimo che è Dio. «La fede è piena di speranza, o non sarebbe fede» (KRD, p. 89).
Rahner torna spesso sulla differenza tra «trascendentale» e «categoriale» ovvero, potremmo tradurre, tra ciò che viviamo implicitamente e ciò che esprimiamo apertamente. Possiamo vivere l'opzione di un amore disinteressato senza manifestarla con parole e anche senza riconoscere la sua origine nella grazia divina. Possiamo anche, tragicamente, vivere la chiusura all'amore senza capire che così entriamo in conflitto con il dono divino che è in noi. Più di altri pensatori religiosi e certamente più della teologia precedente, Rahner ha portato alla ribalta queste silenziose, inconsce dimensioni dell'esistenza. La speranza di Dio è che giungiamo a conoscere Cristo esplicitamente, ma dal momento che nel nostro clima culturale questo per molti è impossibile, deve esserci un'altra strada: una fede vissuta che non si conosce esplicitamente, non si dichiara verbalmente e non vive in relazione cosciente con la Chiesa.

Un viaggio nascosto dello spirito

Questa concezione della fede e dei percorsi per raggiungerla mette l'accento più sul mistero che sui racconti biblici o sul linguaggio abituale della dottrina. Per questo, gli scritti di Rahner hanno infastidito alcuni pensatori tradizionali e allo stesso tempo sono piaciuti a molti che erano stati delusi e respinti dall'eccessiva verbosità di certa religione. Rahner riusciva a parlare alle persone in cerca dello Spirito ma bisognose di un percorso più lento verso la fede esplicita, attraverso zone di silenzio e desiderio o attraverso scelte esistenziali. Questo viaggio di fede a partire dall'avventura spirituale della vita del singolo suona autentico a un gran numero di persone che si sentono ai margini della Chiesa. In questo senso, Rahner è un teologo della sotterraneità, che attira la nostra attenzione sull'operare in noi dello Spirito a livelli più profondi di quello delle convinzioni e dei concetti e ci propone un catechismo puntato non tanto sui contenuti della fede, quanto sulla lunghezza d'onda della sua ricezione. Come molti altri teologi esaminati in questo volume, egli ha spostato l'asse del programma della fede dalla realtà esteriore alla sfera interiore, continuando però a fondare la sua visione sulla realtà della grazia divina universalmente all'opera nell'umanità.
È contro questo sfondo che meglio si comprende il senso della tanto citata affermazione di Rahner che i credenti del futuro avranno da essere mistici, perché altrimenti non avranno fede (TI, VII, p. 15). E chiaro che questo non può voler dire che gli speciali doni mistici dei santi saranno elargiti a tutti i credenti. Semmai, suggerisce che in un clima complessivamente secolarizzato la fede dovrà radicarsi nell'esperienza personale della grazia, della capacità di scoprire lo Spirito all'opera nella vita quotidiana di ognuno. In questo senso, tutti abbiamo una base a cui appoggiarci per essere «mistici», per un «incontro immediato con Dio» (KRD, p. 176). Occorre solo che prendiamo coscienza di questa zona profonda della nostra esistenza e del suo significato: che Dio è presente in noi molto prima che perveniamo alla fede esplicita; che ognuno di noi è capax Dei, o per usare un'espressione più moderna, 'programmato per Dio'. Come suggerito dallo schema precedente, siamo sempre invitati dalla grazia e orientati verso il mistero.
Un elemento indispensabile di ogni 'mappa della fede' giace dunque nelle dimensioni nascoste dell'esperienza quotidiana dell'uomo. A proposito di una di quelle che chiamava «formule brevi della fede», Rahner scrisse: «L'esperienza di Dio, implicita nell'esperienza della trascendenza, non viene fatta in primo luogo [...] in una riflessione teoretica, bensì nell'attuazione originaria della conoscenza e della libertà quotidiana [...1. Perciò si deve sollecitare l'uomo a scoprire quest'esperienza di Dio che egli in ogni caso fa» (FCF, p. 454). E aggiunge: «Nell'atto dell'amore del prossimo [l'uomo] fa perlomeno implicitamente un'esperienza di Dio» (FCF, p. 456). Molto semplicemente, la grazia non è qualcosa di vago che sta sospeso sul nostro capo, ma qualcosa di cui facciamo esperienza dentro di noi. Perciò, se prestiamo attenzione al luogo in cui diventiamo più pienamente umani, siamo sulla buona strada per riconoscere sia la direzione impartita da Dio ai nostri cuori, sia lo svolgersi quotidiano della nostra interazione con Dio-in-quanto-grazia.

La vicinanza di Dio

Risvegliare il senso del mistero è dunque la prima tappa di questa 'mappa della fede'. Come Newman e come molti pensatori che in tempi recenti hanno riflettuto sulla fede, Rahner dà la priorità pastorale a un percorso interiore della disposizione. Tuttavia, non è questa la sua meta ultima: egli aspira anche ad accompagnare le persone dall'incontro interiore con ciò che vivono implicitamente all'incontro esplicito e cristiano con Dio. Una volta egli dichiarò che tutta la sua teologia era da intendere come al servizio del kerygma, la proclamazione della Buona Novella di Cristo.
A causa della sua particolare enfasi sull'humanum, Rahner è stato a volte accusato di attenersi troppo al solo livello del mistero umano, una critica da lui energicamente respinta in interviste date alla fine della vita. Rahner condannò la tendenza a insistere troppo sull'«importanza» della fede per l'umanità, ammonendo che un'impostazione puramente «antropocentrica» rappresenta una pericolosa dimenticanza di Dio e, come interpretazione della sua teologia, una «totale insensatezza» (ein absoluter Unsinn). Semmai, dovremmo smettere di parlare di Dio in quanto esistente per noi per capire meglio noi in quanto esistenti per Dio; e rispondendo a coloro che criticavano il suo modo di accostarsi alla fede, aggiunse: «Il mio scopo è essere un teologo che sostiene che Dio è la realtà più importante che ci sia, che esistiamo per amarlo scordando noi stessi, per prestargli culto, per esistere per lui, per innalzarci oltre la nostra esistenza nell'abisso del Dio inafferrabile [...]. A Dio dobbiamo affidarci con Gesù crocifisso, senza condizioni» (KRD, pp. 267-268, traduzione leggermente modificata).
Per Rahner il culmine del donarsi divino si ha quando il Mistero ci viene incontro nella persona di Gesù Cristo. «Questo mistero radicale è vicinanza e non distanza, amore che dona se stesso e non giudizio» ( TI, V, p. 7). Ma a dispetto di questa intimità e vicinanza, Dio resta mistero, celato, differente, mai davvero catturato dalle nostre immagini e idee. Più di altri teologi, Rahner inizia il viaggio della fede con un invito a fare attenzione al «mistero dell'uomo» (per usare un'espressione della Gaudium et Spes), per cogliere la presenza creatrice della grazia in ogni vita. Se egli ha messo in risalto il movimento 'dal basso' della fede, non è semplicemente perché è importante per la cultura di oggi, ma perché egli vede l'umanità essenzialmente raggiunta dalla grazia e perciò profondamente religiosa, nel senso che Dio è permanentemente e universalmente presente a noi e ci guida verso la vita e l'amore. L'attenzione allo spirito umano è una preziosa porta d'ingresso, a condizione di non dimenticare che la meta è scoprire Dio in quanto sorgente dell'orientamento dei nostri cuori. Nella fase finale della sua vita, Rahner ha descritto la sua visione della fede come fondata sulla reale «presenza dello Spirito liberatore» (KRD, p. 298).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ALLE OPERE DI KARL RAHNER
FCF = Foundations of Christian Faith, New York 1978 [trad. it. Corso fondamentale sulla fede, Roma 1977].
KRD = Karl Rahner in Dialogue: conversations and interviews 19651982, New York 1986.
TI = Theological Investigations, 23 voli., London - New York 19611992 [trad. it. parziale Saggi teologici, Roma 1965].

 

Per bocca di Rahner

(monologo immaginario)

 

Volendo aiutarvi a trovare Dio vi esorto a cominciare da voi stessi, dalla vostra interiorità. C'è da meravigliarsi? Eppure è la via scelta da molti grandi santi, compreso Agostino. Sono convinto che la strada verso Dio passi dalle aspirazioni del vostro cuore, per la semplice ragione che è stato Dio a collocarle lì dove si trovano.
Se vi fermate un momento ed entrate dentro di voi, se riuscite a creare uno spazio di quieta presenza a voi stessi, incontrerete la vostra aspirazione a qualcosa di più, perfino a qualcosa di infinito. Scoprirete voi stessi come una sorta di mistero, chiuso in un'esistenza limitata eppure aperto a orizzonti infiniti di domande e di ricerche. Siete come un fiume in movimento: l'immobilità non vi soddisfa, essere presenti a voi stessi non è abbastanza. Proprio volgendovi verso voi stessi scoprite paradossalmente la necessità di andare oltre. Un oltre che vi chiama come il mare chiama il fiume, attratto con forza da uno sbocco che pure non ha mai visto. Ecco perché, se accettate davvero il mistero del vostro sé, esso vi guiderà poco a poco al mistero divino.
Non dico che un simile viaggio interiore sia semplice. Non lo è affatto. Molti di voi possono impantanarsi in un modo di vivere superficiale, impigliarsi in un groviglio di problemi pratici. Potete desiderare di evitare l'impegnativa stranezza di questo viaggio interiore. Quello che in voi è più profondo può facilmente essere represso, evitato o trascurato. In tal caso, il vostro sé quale luogo della meraviglia non verrà visitato e la corrispondente strada verso Dio non sarà percorsa.

Il nostro principale incontro con Dio

In realtà, quel desiderio di andare oltre voi stessi non è opera vostra. È lo Spirito di Dio all'opera nel profondo di ogni persona. Se partite da voi stessi, sono convinto che potete scoprire il tesoro nascosto e creativo chiamato grazia. Non si tratta di un tesoro inerte, ma di una vibrante sorgente di speranza da vivere con amore; in ultima analisi, con l'amore di Dio.
Permettetemi di confessare due mie difficoltà. La prima: sono spesso spaventato dal modo di parlare di Dio dei teologi e dei predicatori, non solo perché a volte è scontato e superato e suona quasi come una lingua morta, ma, più seriamente, perché mette il carro davanti ai buoi e spinge persone non ancora pronte per certe questioni a immaginare Dio come un Immenso Qualcosa situato fuori da noi in qualche posto inaccessibile. In realtà Dio ci è vicinissimo, benché silenzioso, e vuole guidarci a quell'amore che con Cristo è diventato umanamente reale per noi. Perciò, certi discorsi finiscono per farci cercare il dio sbagliato nel posto sbagliato.
E qui interviene la mia seconda difficoltà. Per la gran parte dell'umanità vissuta sulla Terra per migliaia di anni, una piena fede cristiana è stata a lungo impossibile. Inoltre, penso che anche per i battezzati e i credenti l'incontro con Dio avvenga soprattutto attraverso la grazia che ci guida silenziosamente nell'esistenza di ogni giorno, più che attraverso momenti espliciti di consapevolezza religiosa. Ciò che in alcuni di noi fiorisce e matura pienamente come fede cristiana, fu seminato molto prima che arrivassimo a udire la Parola della rivelazione. Prima che quella Parola giungesse a compimento nel Vangelo, lo Spirito era già all'opera nel cuore degli esseri umani, nelle loro culture e nelle loro religioni.
Ed è ancora così: lo Spirito ci spinge tutti continuamente all'incontro con Cristo, anche quando non siamo consapevoli della sua guida. Possiamo vedere i frutti anche quando non nominiamo la radice. Ecco perché vi sollecito a prendere coscienza della direzione del fiume della vostra vita. Nonostante l'egoismo e la chiusura, potete riconoscere l'aspirazione alla bontà e il ruolo della bontà nella vostra vita di ogni giorno. A dispetto di frustrazioni e delusioni potete diventare più disposti all'amore, più votati alla verità, più coraggiosi nelle difficoltà, più generosi nei comportamenti e nelle azioni, e sorprendentemente sereni perfino di fronte alla morte. Riuscite a ricordare una circostanza in cui siete stati accusati ingiustamente e siete riusciti lo stesso a reagire non solo senza amarezza, ma con comprensione verso l'incomprensione? Simili segni sono preziosi. Sono prove che lo Spirito è all'opera nella vostra vita. Mostrano che il fiume scorre verso il mare che è mistero, amore, Dio. E ciò può essere vero di molte persone che non riescono a dare un senso alla 'religione', almeno come la percepiscono. Questa componente recondita della nostra avventura spirituale è la nostra normale esperienza di Dio. Non solo è il nostro movimento nella direzione di Dio, ma è anche il movimento di Dio nella nostra direzione, la Sua nascosta rivelazione, simile a un artista che in segreto modella le nostre vite nell'amore.

Un movimento nella libertà

Questa via della grazia non è sempre facile da scoprire. Quando si è veramente in pace, ascoltare il cuore non è difficile, ma ci sono anche momenti di stanchezza e vuoto, scetticismo e quasi disperazione in cui ci vuole coraggio per entrare nel paesaggio desolato dell'anima. L'amarezza dell'esistenza può colpirvi in ogni sorta di modi. Non stupitevi troppo quando arrivano simili momenti di buio. Non durano. Non sono mai l'intera storia. Dopo la notte, arriva sempre l'alba, e quel riemergere nella luce è uno dei segni dello Spirito all'opera. È più di qualcosa di 'naturale': è una liberazione risanatrice, frutto dell'arte divina che opera in noi. Sperimentiamo Dio in innumerevoli modi, anche se possiamo non rendercene conto.
Nei momenti di rinnovata speranza, quando il vostro sé interiore passa dal dolore alla fiducia, quella quieta trasformazione del vostro spirito proviene dalla creatività dello Spirito divino. Se si impara a leggere il quotidiano in questa luce, si ha una bussola interiore per la propria fede. Se si impara a riconoscere i movimenti dello Spirito nelle proprie risposte, si è pronti per Cristo. La pienezza della rivelazione ha più probabilità di risvegliarsi oggi se le persone partono da questo graduale allargarsi nell'amore, in cui lo Spirito sta già preparando l'epifania di Cristo.
Naturalmente la nostra vita indaffarata può spingerci alla deriva sulla superficie di noi stessi, incapaci di raggiungere le aspirazioni più profonde. Abbiamo quindi bisogno di raddrizzare la via del Signore, per usare la formula evangelica, occupandoci anzitutto del nostro personale mistero. Non è mai, infatti, un mistero solamente nostro: è il luogo in cui Dio si accampa nel nostro sé più profondo. È qui, in questo spazio, che ha inizio la nostra 'mappa della fede'. Qui il nostro spirito può fiorire grazie alla meraviglia di fronte al mistero di noi stessi. «Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio», dice il Salmo 139. Questi varchi che si aprono nell'umano ci permettono di intravedere il più grande mistero del divino donarsi a noi in Cristo. Quando ci diamo il tempo di prendere una pausa e dare ascolto ai nostri cuori, nella sorpresa del silenzio ci troviamo a incontrare qualcosa di più del mistero della nostra piccola vita. Viviamo l'aspirazione a qualcosa di più di un vivere meramente esteriore. Qui, per così dire, ci imbattiamo in Dio e possiamo diventare, in qualche modo, mistici del quotidiano.
Permettetemi di dirlo in un altro modo. Prima ho affermato che i nostri incontri usuali con il divino non sono di carattere religioso. Non è indispensabile andare in chiesa, pregare e pensare a Dio per incontrare Dio. Quegli spazi sono fondamentali per alimentare e approfondire la nostra fede se siamo credenti, ma sia che crediamo sia che non crediamo, la nostra esperienza di Dio continua ugualmente ad aver luogo nelle nostre scelte e nell'avventura del nostro personale divenire. Qui, anche in modi minimi, le nostre vite diventano opere d'arte, opere di amore, grazie alla collaborazione con lo Spirito di Dio che risiede in ciascuno di noi. Ciò che può sembrare primo (la nostra libertà) è in realtà secondo: ciò che è sempre primo è la grazia di Dio attiva in ogni cuore umano. Questo dispiegarsi toccato dalla grazia della nostra libertà è più importante delle nostre riflessioni e convinzioni, ed è il luogo in cui la maggior parte di noi incontra Dio.
Imparare a leggere le nostre vite in questo spirito è ciò che intendo quando parlo di diventare mistici per l'oggi. Se qualcuno seguisse questo cammino, immagino lui o lei raccontare la sua esperienza più o meno così:

Nell'avventura della mia umanità ho sentito la guida del mistero divino, vicino a me e creativo in me. Sono giunto a scoprire Dio come la presenza di un artista nell'avventura della mia vita. Nello scorrere delle mie scelte quotidiane, ho riconosciuto il tocco risanatore di Cristo che erodeva in modi nascosti il mio io portandomi alla generosità. Nel silenzio del mio cuore scopro qualcosa dell'arte dello Spirito intento a modellare la mia vita in relazione a un amore che supera la mia immaginazione. E tutta questa esperienza della grazia nella scena dell'ordinario è un'attrazione verso il nuovo che le mie parole non potranno mai esprimere in pieno.

Cristo come luce abbagliante

Alcuni affermano che metto troppo in risalto l'umano e che dovremmo invece cominciare da Cristo. E infatti dovremmo, se fosse culturalmente possibile e pastoralmente fruttuoso, cioè se andasse incontro alla sensibilità e alle esigenze delle persone. Ma come san Paolo chiamato a predicare ai Gentili, penso ai tanti che oggi potrebbero sentirsi respinti da un'impostazione così diretta. La mia passione è sempre stata rendere Cristo reale per chi è ai margini della fede e della Chiesa, e questo è il motivo per cui ho preferito un'impostazione 'antropologica' (che non va confusa con un'impostazione antropocentrica).
Cinque anni prima della mia morte, il nuovo papa, Giovanni Paolo II, ha pubblicato la sua prima enciclica, un testo intenso e personale sull'umanità intitolato Redemptor hominis. È, in parte, un inno di lode a Cristo che, come uno specchio magico, ci rivela chi veramente siamo, e il papa sostiene con molta energia che l'attenzione alla vicenda di tutta l'umanità è «la prima e fondamentale via della Chiesa», perché «Cristo è in qualche modo unito, anche quando l'uomo non è di ciò consapevole», a «ogni uomo, senza eccezione alcuna». Quest'ultima affermazione è ripetuta due volte dal papa nella stessa frase (n. 14). Sento di condividere in pieno questa generosa visione del nostro mistero, ma c'è un'altra frase che mi dà ancora più consolazione. A un certo punto Giovanni Paolo II invita ciascuno a scoprire Cristo non nella preghiera, ma attraverso la «profonda meraviglia di se stesso», e aggiunge: «quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell'uomo si chiama Vangelo» (n. 10). Quello che soprattutto mi colpisce è il modo in cui la frase è ordinata: ciò che ha inizio come stupore di fronte all'uomo si rivela come Buona Novella. Ciò che Cristo illumina di luce abbagliante è il dono nascosto nella profondità di ogni esistenza. E come disse sant'Ignazio alla fine della sua famosa preghiera, questo mi basta.

(da: MAPPE DELLA FEDE, Vita & Pensiero 2011, pp. 51-68)