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Lo sbocco nella vita dei gruppi giovanili ecclesiali


Riccardo Tonelli

(NPG 85-07-11)


Non basta cercare sul dizionario il significato della parola «sbocco», per sapere di quale problema stiamo parlando.
Nel nostro uso è un termine di gergo. Nel linguaggio recente dei gruppi giovanili riscrive, con una figura educativa, l'avventura del fiume che dopo un tortuoso cammino perviene al mare come a suo punto di uscita. Sbocco è la conclusione di uno sviluppo di eventi, è l'esito quasi necessario di un processo.

 

PER CAPIRCI MEGLIO SUI TERMINI

Usciamo di metafora e pensiamo alla vita dei nostri gruppi giovanili ecclesiali.

Sbocco come fine di un cammino

C'è un momento in cui la persona o il gruppo stesso si rendono conto che qualcosa sta concludendosi e ci si sta aprendo verso il nuovo. Le esperienze vissute, le ricerche fatte, gli impegni assunti hanno prodotto maturazione. Finalmente si è pronti al rischio di sfondare le pareti protettive per immergersi a capo fitto nella realtà.
Certamente anche nel tempo del gruppo la realtà non era mai stata assente. Era però controllata e filtrata, per assicurare meglio lo sviluppo tranquillo dei processi di crescita. Ora si è pronti ad una presenza e ad una responsabilità più ampia. Lo si avverte da molti segnali. E ci si lancia verso un punto di fuga che apre all'inedito.
Questo è il tempo dello sbocco: il passaggio dal clima rassicurante del gruppo al dopo-gruppo, e la vita in questo spazio nuovo secondo l'esperienza maturata nel gruppo.

Sbocco come fatto personale e come fatto di gruppo

Se ci guardiamo d'attorno, recensendo quello che passa nei nostri gruppi, possiamo constatare che il problema dello sbocco si pone almeno in tre modi diversi: lo sbocco a livello personale, l'apparente non-sbocco, lo sbocco a livello di gruppo.

Lo sbocco a livello personale

Lo sbocco può essere un fatto strettamente personale. È il caso più frequente.
Un giovane ha vissuto una lunga esperienza in un gruppo o in una istituzione formativa. Ora si sente pronto a varcarne la porta verso appartenenze nuove, impegni diversi, responsabilità più allargate. Si sposa; assume una militanza diretta, sociale o politica; realizza a fondo la sua professionalità. Si allontana così dal suo gruppo per necessità di cose.
Altre volte, invece, qualcuno se ne va sbattendo la porta. Non riesce più a respirare nelle logiche strette della struttura formativa.
In tutti i casi, chi è partito non torna più al suo gruppo; o ci torna solo saltuariamente, per ricordare i bei tempi.
La vita «vera» è fuori. L'appartenenza al gruppo è pervenuta, come in un esito naturale, ad una esperienza diversa.
Questo è innegabilmente uno sbocco, necessario o sofferto, improvviso e violento o maturato progressivamente, senza ritorno o con fugaci apparizioni.

L'apparente non-sbocco

Un secondo modello è rappresentato da quei gruppi in cui sembra che non ci sia mai un problema di sbocco a livello collettivo.
Sono gruppi che si rinnovano progressivamente attraverso frequenti ricambi indolori. Qualche nuovo entra, ogni tanto; qualche veterano se ne va, quando avverte che è giunto il suo tempo; altri si fermano nel gruppo per assumere ruoli formalmente educativi.
La memoria collettiva, che si tramanda nella testimonianza dei leaders, viene spesso riscritta e aggiornata sotto la pressione di eventi rinnovatori.
Cambiano i membri; ma il gruppo continua senza troppi scossoni: ha una qualificazione, una sede, una funzione, una storia.

Lo sbocco a livello di gruppo

Altri gruppi, invece, sono costituiti da una base permanente di persone, maturate in esso. Il ricambio interno è scarso e di poca incidenza. Si tratta veramente di un gruppo che cresce con i suoi membri.
Dopo le tensioni dei primi momenti, ha assunto un ritmo relativamente stabilizzato. Crisi e conflitti non mancano; ma sono facilmente recuperati con aggiustamenti interni di poco conto. Ha inoltre una sua leadership ben consolidata.
La coesione è forte e rassicurante. Spesso si è evoluta secondo modelli così aperti e dinamici da permettere una forte convergenza sui valori di fondo nella pluralità delle scelte e delle operazioni. Ad un certo punto però spunta il problema del «dopo». Il fiume che scorre lento e robusto, si avvicina alla foce. Ci si chiede: e adesso? Restare o partire?
Le domande sono del gruppo. I singoli le sentono bruciare sulla loro esistenza in e attraverso il gruppo.
Siamo ad un problema collettivo: il gruppo si interroga sul suo sbocco.

La nostra scelta

Abbiamo ritagliato tre modelli, forzando un poco la vita per offrire una tipologia. In queste pagine analizzeremo soprattutto la terza ipotesi, perché è quella in cui affiora il vero problema dello sbocco. Consideriamo infatti anche lo sbocco un fenomeno di gruppo: non coincide con la somma dei fenomeni personali, ma ha una sua risonanza collettiva tutta specifica, anche se è originata dalla rete dei processi personali e intersoggettivi.
Lo sbocco, come gli altri fenomeni di gruppo, interessa le singole persone nella loro individualità. Anzi, è quello che investe più direttamente l'irriducibile solitudine di ciascuno. Considera infatti quel tempo in cui, cessato il sostegno del gruppo, la persona è costretta a giocarsi da sola. Si tratta però di una esperienza espressa nelle modalità tipiche dell'essere in gruppo e segnata fortemente da quanto la persona ha vissuto nel gruppo. Lo sbocco determina inesorabilmente la persistenza o il fallimento di quanto il gruppo è stato per i suoi membri.
Se diciamo di privilegiare nella nostra riflessione lo sbocco di gruppo, non lo facciamo perché non ci interessa lo sbocco personale. È vero proprio il contrario. Sarà praticabile una determinata modalità di sbocco solo se i membri del gruppo incominciano a porsi personalmente il problema e se qualche membro più influente dà la testimonianza di scelte mature. L'esperienza personale investe e sostiene quella di gruppo: è importate non dimenticarlo, anche se è vero il contrario.
Del resto, molte delle cose che diremo sullo sbocco di gruppo possono essere tranquillamente riferite alle scelte personali.

Lo sbocco è un problema serio e urgente

Precisato l'ambito della ricerca, possiamo entrare maggiormente nel merito.
Lo sbocco rappresenta un problema serio e urgente, perché investe dinamiche culturali e strutturali di grosso peso in ordine alla maturazione delle persone.
Spendiamo qualche parola per verificare e motivare l'affermazione.

* L'età adulta, in una società complessa come è la nostra, esige la capacità di gestire senza grossi traumi molte appartenenze, spesso non omogenee. Lo sperimentiamo tutti i giorni.
Il tempo formalmente educativo richiede al contrario luoghi meno pluralistici, dove sia possibile incontrare proposte che funzionino come criteri selettori e organizzatori.
Il gruppo è un importante momento formativo. E lo è proprio perché rappresenta un luogo di appartenenza omogeneo e un poco totalizzante.
Non può restare così sempre, se vuole aiutare veramente i suoi membri a maturare in adulti.
Il gruppo che esercita una permanente azione di controllo, sollecita verso una infantilizzazione di ritorno: conserva bambini, in una società in cui possono resistere solo coloro che sono capaci di costruirsi personalità integrate anche nella complessità di appartenenze e di riferimenti culturali.
Se il gruppo vuole superare questo rischio e assicurare modelli meno esclusivi e condizionanti, qualcosa va modificato sul piano strutturale. La dinamica di gruppo infatti ricorda lo stretto rapporto esistente tra gruppo primario, pressione di conformità e omogeneità culturale. Per controllare la stabilizzazione di valori, appartenenze, leadership, si richiedono processi di segno opposto rispetto a quelli che facilitano la costituzione del gruppo primario. Si tratta cioè di sfondare i confini del gruppo, proprio quando esso cerca di proteggerli eccessivamente.
Questa è l'operazione che chiamiamo sbocco.

* Un'altra esigenza è determinata dal bisogni di «formazione permanente».
Il gruppo offre una interessante formazione di base. Essa è però «orientata». La pressione di conformità infatti determina non solo la normalità dei comportamenti, consolidando e modificando gli atteggiamenti relativi; funziona anche come filtro selezionatore delle informazioni.
Questo processo è importante. Può diventare però pericoloso in prospettiva di maturità, perché limita la capacità innovativa dei soggetti.
Formazione permanente dice infatti abilità a «falsificare» i dati acquisiti per aprirsi progressivamente verso l'inedito.
Anche in questa prospettiva ritorna l'urgenza di smontare la vita di gruppo, per permettere ai suoi membri una vita nuova, da adulti.

* Ricordiamo una terza esigenza. Questa volta riguarda proprio la vita interna del gruppo. Sottolineiamo così, ancora una volta, che lo sbocco ha un grosso peso nella gestione ordinaria del gruppo, come la meta segna già i primi passi di ogni cammino.
Tutti conosciamo gruppi controllati rigidamente dalla loro «memoria». Ad ogni problema c'è soluzione pronta: basta sfogliare la memoria di gruppo.
Gli anziani sono i testimoni qualificati. Per essi, fedeltà alla memoria di gruppo significa rassicurazione sulla validità della esperienza fatta. La stabiliscono e la stabilizzano con la stessa puntigliosa attenzione con cui ogni persona assicura la propria autoconservazione.
Lo sbocco libera il gruppo. Fa della memoria un principio prezioso per aprirsi verso il futuro: per vivere il presente con speranza, senza rinchiuderlo nella ripetizione del passato.

* Infine lo sbocco dà al gruppo un'altra carta preziosa: la fiducia sulla possibilità di impegno fuori del gruppo, con il realismo necessario quando si opera in collaborazione tra diversi. Restituisce fiducia sugli adulti.
Non è piccola cosa, in un tempo come il nostro.
Spesso i giovani guardano con pessimistica rassegnazione al domani. Temono di dover giocare troppo alla rinuncia dei valori sperimentati nel gruppo, piegandosi al compromesso.
In questo atteggiamento pesa la carenza di modelli capaci di assicurare sulla praticabilità di una alternativa.
Lo sbocco può rappresentare una proposta interessante di alternative.
Realizzando correttamente l'operazione sbocco, non solo si aiutano coloro che hanno già fatto un lungo cammino in gruppo a diventare adulti; ma sono incoraggiati anche i più giovani a guardare verso il futuro.

È problema difficile

Abbiamo indicato delle esigenze importanti, in nome di una urgente dose di realismo. Non possiamo però rinunciare ad essere noi stessi realisti.
Per questo ricordiamo che lo sbocco è un'operazione difficile.
Le difficoltà si annidano tenaci su ciascuno degli elementi in gioco.

* Lo sbocco è un'operazione difficile per il soggetto chiamato a realizzarla.
Nel gruppo è stata vissuta certamente una esperienza intensa e raffinata: lo prova il fatto che questa persona ha percorso nel gruppo un lungo tratto della sua vita. Fuori del gruppo, le cose vanno peggio, anche nel migliore dei casi. Può nascere delusione e insoddisfazione. Ritorna la nostalgia del tempo del gruppo. Lo si ripensa come il luogo caldo e accogliente, in cui rifugiarsi quando le cose girano male.
Di conseguenza si reagisce spontaneamente contro ogni tentativo di distruggerlo.

* Sappiamo che il gruppo è un organismo vivo, dotato di processi autonomi, originati dalle interazioni tra i membri.
Uno dei fenomeni più caratteristici è l'autoconservazione, quando nel gruppo si è costituita una rete di interazioni sufficientemente gratificante e quando si è raggiunto un livello interno di equilibrio omeostatico.
In caso contrario, non c'è problema di sbocco, perché il gruppo stesso «esplode», allontanando i suoi membri. L'operazione sbocco va contro la logica interna del gruppo. Trova quindi resistenze di ordine strutturale. Spesso poi non mancano motivazioni culturali che operano come sublimazione di queste ragioni profonde e costitutive.
* Le difficoltà sono infine dalla parte dello spazio in cui si confluisce nel dopo- gruppo (la società civile e la comunità ecclesiale). Bastano pochi cenni. Lo constatiamo e lo deploriamo tutti i giorni. Dove andare? Cosa fare? Se lo chiedono spesso i giovani più sensibili. Gli spazi gestibili sono pochi; e ormai sono tutti tenacemente occupati. I grossi sogni si frangono contro pareti insormontabili: disoccupazione, rigidità, vuoto culturale, processi routinari, gestioni autoritarie, emarginazione, indifferenza.


MODELLI CORRENTI DI SBOCCO

Abbiamo finalmente strumenti comuni con cui possiamo leggere e interpretare quello che sta capitando.
Se osserviamo la prassi associativa attuale, la prima cosa che salta agli occhi è una larga pluralità di modelli di sbocco. Li elenchiamo. Non tentiamo delle tipologie. Ci limitiamo a recensire dei fenomeni, forzando un poco le differenze per identificarli meglio.
Su questo materiale vivo rifletteremo poi con una preoccupazione più sistematica, che ci aiuterà a cogliere i punti più interpellanti e ad elaborare una nostra proposta.

1. Il gruppo come prolunga a se stesso.
Chiamiamo così quel modello in cui si realizza un progressivo sviluppo del gruppo sul piano degli interessi e degli impegni. Il gruppo cresce con i suoi membri, come un organismo vivente.
Siamo in presenza di uno sbocco anomalo rispetto alla definizione data. Lo elenchiamo perché siamo convinti che lo sbocco è uno di quei fenomeni di fronte ai quali non si può restare neutrali.

2. Modello «associazione».
Una modalità simile a quella precedente è rappresentata dal modello classico dell'associazionismo ecclesiale. Esiste come un unico grande gruppo (l'associazione); esso ha diversi settori. Progressivamente si opera un travaso da un settore all'altro, in base a canoni predeterminati (generalmente l'età o, nei settori adulti, la scelta professionale).
Si tratta di gruppi che si autogenerano. In essi lo sbocco è rappresentato dal passaggio ad un settore superiore.

3. Morte per inedia o per soppressione.
Tra i modelli di sbocco non possiamo dimenticare l'ipotesi che ogni tanto si incontra nella realtà. Ci sono gruppi che terminano la loro esistenza semplicemente per esaurimento: lentamente i membri se ne vanno; i pochi rimasti decidono di chiudere definitivamente l'esperienza, per non subire la frustrazione di una lenta letale emorragia.
Qualche volta questo tipo di sbocco è realizzato da un intervento esterno che «chiude» l'esperienza. Le risorse utilizzabili allo scopo sono molte e alla portata di chiunque abbia autorità: repressione, privazione degli strumenti necessari a vivere (ambienti, strutture...), sgretolamento della fiducia, infiltrazione di membri critici o dissenzienti.
Nelle due ipotesi (morte per inedia o per soppressione) i membri del gruppo restano allo sbaraglio. Per essi l'esperienza si è conclusa senza alcuna ragionevole previsione di prospettive future.

4. Stile «partenza».
Uno dei modelli più diffusi è quello caratterizzato dalla «partenza». Il termine è di gergo e ci riporta alla prassi Scout.
I giovani sono ormai cresciuti. Il gruppo educativo ha esaurito le sue risorse per essi. È tempo di partire, anche fisicamente. I giovani si integrano così nell'esistente, cercandosi spazi adeguati. La vita di gruppo ha formato sul piano degli atteggiamenti di fondo. C'è quindi uno stile di presenza nella professione, nella politica, nella vita ecclesiale. Esso assicura una continuità ideale tra il tempo passato in gruppo e l'esistenza attuale.

5. Il servizio di ritorno: fare l'animatore.
In alcuni gruppi (o per qualche persona del gruppo) lo sbocco è costituito da un «servizio di ritorno»: fare l'animatore di altri gruppi, fare l'educatore dei più piccoli, il catechista.
All'impegno di realizzare autonomamente la propria professione nello stile appreso in gruppo, si aggiunge così l'invito ad assumere responsabilità dirette all'interno dell'istituzione di cui il gruppo era parte.
Spesso questa proposta rappresenta l'interesse formativo centrale del gruppo stesso: è il sogno dei suoi membri e l'esito sperimentato da coloro che sono finalmente arrivati alla maturità necessaria. La professione e le altre attività connesse restano un fatto strettamente privato.

6. Dall'appartenenza al riferimento.
Un modello interessante e spesso raccomandato è quello caratterizzabile sulla formula: dall'appartenenza al riferimento. Ritorneremo su questo modello, precisando meglio il significato dei termini. Intanto anticipiamo qualche cenno. Appartenenza significa partecipazione alla vita di un gruppo, condivisione degli scopi e delle attività, intensità di rapporti interpersonali.

Riferimento esprime quello che si produce sul piano dei sistemi di significato di una persona, in forza di una appartenenza. Una istituzione funziona come struttura di riferimento quando, identificandosi ad essa, una persona fa propri valori, orientamenti, atteggiamenti e comportamenti che circolano al suo interno e sui quali esiste un diffuso consenso sociale.
Ogni appartenenza produce riferimento. Si può però ipotizzare anche un riferimento senza appartenenze strette. Quando si definisce lo sbocco come passaggio dall'appartenenza al riferimento, si propone di smettere l'appartenenza in senso pieno per ricercare solo qualche esperienza aggregativa, capace di assicurare il riferimento.
Molti gruppi hanno questo esito. Cessano di chiedere una appartenenza ampia ai loro membri e assicurano solo un saltuario riferimento o nel gruppo stesso a cui si apparteneva o in altri gruppi nuovi a cui si appartiene con legami minimali.
Nel primo caso si torna di tanto in tanto al proprio gruppo, per verificare lì, con gli antichi compagni di vita, le proprie scelte e per celebrare la propria fede. Nel secondo caso si allacciano rapporti nuovi con altre persone, con cui ci si vede di tanto in tanto, in incontri di verifica, di celebrazione, di revisione di vita.

7. Dal gruppo alla comunità.
Per comprendere bene l'aspetto specifico di questo modello di sbocco, bisogna ripensare alla distinzione tra «gruppo» e «comunità», già avanzata in altro contesto.
Per molti giovani il gruppo rappresenta una delle tante appartenenze su cui si distende la loro giornata. Non gli affidano un compito esclusivo, anche se, nei casi migliori, funziona come principio selettore e organizzatore delle altre appartenenze. Il gruppo non è esclusivo e permette una pluralità di appartenenze per una ragione costitutiva, ricordata anche dalla dinamica di gruppo: i suoi obiettivi sono generalmente parziali e non coprono tutti gli interessi dei suoi membri. Quella dimensione totalizzante che fonda la sua forza educativa si regge solo sulla primarietà dei rapporti e sull'indice alto di coesione.
La comunità invece è qualificata dalla dimensione totalizzante del fine e dal numero più ampio dei membri, con conseguente abbassamento del livello di primarietà dei rapporti.
Di conseguenza lo sbocco in questo modello è determinato da alcuni fatti nuovi che progressivamente segnano il gruppo. Diminuisce l'appartenenza in senso stretto e si sperimentano nuovi modelli di coesione, per permettere la convergenza sulle prospettive di fondo anche in una pluralità di iniziative. Viene controllata la pressione di conformità, per assicurare una capacità innovativa al gruppo. I fini del gruppo si allargano con la preoccupazione di riscriverli in modo tale da poter rappresentare un obiettivo totalizzante, capace di risignificare le scelte e le iniziative collettive e personali.

8. Verso comunità a stile «monastico».
Per alcuni gruppi lo sbocco è rappresentato da un vero salto di qualità: nascono piccole comunità, che assomigliano molto ad esperienze monastiche.
Si realizza una convivenza abbastanza piena. Viene ricercata la condivisione dei beni. A qualche membro è riconosciuta una autorità morale sugli altri. La vita di preghiera è intensificata con ritmi programmati.


UNA SCELTA DI CAMPO

Urgenza di una scelta di campo

Se analizziamo con attenzione i diversi modelli di sbocco, quelli appena descritti e quelli che incontriamo nella prassi quotidiana, è facile constatare un fatto: la diversità non dipende solo da scelte contingenti; al contrario, spesso ci sono a monte orientamenti teologici e antropologici molto differenti.
Così, per esempio, possiamo catalogare gli sbocchi a partire dal tipo di rapporto esistente tra educazione e azione diretta, tra memoria e innovazione, tra professionalità e volontariato, tra «mondo vitale» e istituzione e relativa transazione.
Anche in prospettiva teologica possiamo evidenziare differenze sostanziali.
Quando un gruppo prolunga se stesso fino a gestire in proprio interventi nel sociale o nel politico, fa scorrere indirettamente l'ipotesi che la comunità ecclesiale, di cui il gruppo è realizzazione ed esperienza, abbia il dovere di costituirsi come soggetto dell'agire politico. Se il gruppo tende a conservare al suo interno, come in un luogo caldo e rassicurante, persegue una autocomprensione della fede certamente molto diversa da quella espressa da un gruppo aperto, proiettato continuamente verso l'esterno, impegnato in attività dirette.
Per orientarci verso proposte operative, dobbiamo necessariamente fare precise scelte di campo.

Nell'ottica dell'esperienza cristiana

La prima scelta è relativa alla prospettiva da cui intendiamo studiare il nostro tema.
Sappiamo che lo sbocco è un problema complesso.
Per non naufragare nella complessità, in queste pagine ci limitiamo a considerare lo sbocco dall'ottica dell'esperienza cristiana. Gli altri aspetti saranno analizzati soltanto da questa prospettiva e nella misura in cui la coinvolgono.
Se il gruppo è stato per i suoi membri un luogo privilegiato di maturazione nella fede e nella vita della Chiesa, la sua eventuale fine non può rappresentare la conclusione di questa esperienza. Al contrario si deve ipotizzare che essa rinasca secondo modalità nuove, caratterizzate dalla decisione di passare da un tempo di formazione intensiva ad uno stile di formazione permanente, dalla tranquilla omogeneità del gruppo al pluralismo conflittuale delle dinamiche sociali, da una appartenenza intensa e continuamente propositiva alla fatica di inventarsi luoghi di confronto, dal gruppo come soggetto caldo e controllato di azione politica alla presenza indifesa negli spazi istituzionali.

Una scelta di campo teologica

La seconda scelta entra nel merito dei problemi, dal punto di vista dell'esperienza cristiana.
Questa è la scelta di campo nel cui orizzonte si colloca tutta la nostra proposta: il cristiano è chiamato a ricomprendere il significato e le modalità della sua presenza credente ed ecclesiale nella storia, nella categoria teologica del «sedere a mensa con tutti, da solitario».
Per evitare il gioco facile quanto pericoloso delle frasi ad effetto, richiamiamo subito alcune indicazioni teologiche che precisano l'affermazione.

Le dimensioni teologiche della «compagnia»

Il credente pone al centro della prassi trasformatrice la croce di Cristo, esperimentata nella fede come il luogo costitutivo della effusione dell'amore di Dio, che solidarizza con chi è separato per restituirgli la pienezza della sua soggettività.
Dalla prospettiva della croce ritrova significato decisivo il gesto di Gesù che «siede a tavola» con il pubblicano e con il fariseo, con chi è fuori e con chi è dentro, al di là della dialettica e prima di essa.
Questo significa per Gesù essere «amico»: accogliendo i lebbrosi, li guarisce; accogliendo i peccatori, li ricostruisce come uomini nuovi.
Il credente riconosce nel nome di Gesù la soggettività di tutti, anche di quelli che sono «fuori dal giro», non per assicurarsi simpatia e accondiscendenza, ma per testimoniare l'evento preesistente ogni riconoscimento, costitutivo della soggettività. Impegnandosi in una compagnia che supera le divisioni e che scavalca le diversità, il credente riconosce infatti a ciascuno una dignità e una competenza più grande di quella che si può constatare a prima vista. In questo riconoscimento egli gioca la sua fede nella potenza di salvezza di Dio in Gesù Cristo, all'opera nella logica della croce e i cui segni sono già nella storia personale e collettiva.
L'atteggiamento storico fondamentale del credente è la «povertà» della compagnia con tutti: non quella meschina di chi sta con tutti perché non sa che dire e che fare in proprio, ma quella sovrana di chi riconosce in anticipo la soggettività di tutti, rischiando qui l'impegno e l'esigenza di trasformazione che gli nasce dalla fede.

L'esperienza di fede come esperienza di senso:
la «solitudine» nella compagnia

Questa profonda e intensa «compagnia» viene vissuta, nel nome della fede, da «solitari». La capacità di solitudine rappresenta la qualità della compagnia del credente con tutti.
La fede è una esperienza che inonda di luce nuova, improvvisa e abbagliante, le esperienze della esistenza quotidiana. Per questo le riempie di un senso nuovo, senza sottrarle alla fatica di sperimentare, produrre, ricercare il senso che esse si portano dentro, da spartire con tutti in una compagnia legata all'avventura dell'uomo.
Il senso sperimentato nella fede colloca veramente in un altro mondo, perché porta a risignificare le cose che si vedono e si manipolano dal mistero che si portano dentro. Non riesce però a trascinare lontano dalle trame dell'esistenza di tutti, perché il «senso dal mistero» emerge solo tra le pieghe di qualcosa che è e resta di tutti: l'esistenza quotidiana.
Ricomprendendo la fede in termini di esperienza radicale di senso, l'esigenza di solitudine non può giustificare quelle separazioni che risultano facili quando si presenta la specificità della fede in termini di identità cristiana, contrapposta ad altre identità culturali.
La persona che si autocomprende e si ricostruisce attorno a determinati significati, spontaneamente si differenzia dall'altro da sé. L'esperienza di senso richiede invece la convivialità, la compagnia, la condivisione. Le cose sono comuni. I gesti sono condivisi. Me li approprio solo perché li carico di un senso mio. L'oggetto risignificato non è mai sottratto alla condivisione, anche quando viene riconquistato alla soggettività.

Una soggettività misurata da altre soggettività nella comunità

Collocare al centro la soggettiva esperienza di senso non significa rinunciare alla dimensione veritativa del linguaggio di fede né tanto meno rifiutare la forza del magistero in ordine alla elaborazione e al controllo di questo linguaggio.
Nell'ordine della fede, la solidarietà del singolo cristiano con gli altri è così profonda che la sua personale esistenza non può venire separata dal suo essere nella comunità. E questo comporta la progressiva capacità di riconoscere anche la funzione autorevole dei testimoni della fede e della Parola, nel grembo materno di quella comunità che dà vita e sostegno alla fede personale.


VERSO UNA PROPOSTA

Abbiamo accumulato materiale sufficienti per arrivare finalmente ad una proposti operativa. Esprimiamo così il nostro punto di vista a proposito di sbocco.
Le lunghe riflessioni precedenti ci hanno convinto che si tratta di un problema impegnativo e complesso. Nella prassi dei gruppi ci sono diverse soluzioni. E questo ci sollecita a non essere troppo facili ad avanzarne una, con la pretesa di esprimere l'unica e la migliore ipotesi.
D'altra parte, però, il pluralismo non può essere l'ultima parola. Ci sono troppe responsabilità in causa sul tema dello sbocco, per accontentarsi di far coincidere l'esistente con il suo dover-essere.
Per giudicare l'attuale pluralismo di modelli ed elaborare qualche indicazione orientativa, abbiamo dedicato un po' di tempo alla definizione di una scelta teologica di campo.
In questa logica operiamo.
La nostra proposta si compone di molti elementi. Sono come le tessere di un mosaico: dall'insieme fiorisce un modello di sbocco, proponibile ai gruppi giovanili attuali, come esito ottimale al loro cammino di maturazione.

Appartenenza e riferimento in una società complessa

Una prima indicazione orientativa la ricaviamo da una riflessione attenta su appartenenza e riferimento in ordine alla esperienza di gruppo e al suo sbocco.
In queste due formule sono racchiuse le caratteristiche centrali del problema. Riprendiamo alcuni concetti già anticipati, per dare una definizione descrittiva dei due termini.
Gruppo di riferimento è quel gruppo di cui il soggetto è membro almeno idealmente, del quale ha assimilato le norme, i valori, le opinioni, i modelli di comportamento, al punto che la sua partecipazione attuale ad altri gruppi è regolata dalla identificazione a questo gruppo.
Gruppo di appartenenza è il gruppo nel quale il soggetto è presente, al quale partecipa, condividendo attività, scopi e processi.
Come già ricordavamo, ogni gruppo di appartenenza è anche di riferimento, perché spinge ad adeguarsi alle norme correnti per evitare censure. Dicendo però semplicemente «gruppo di riferimento» si ipotizza un gruppo diverso da quello di appartenenza: un gruppo a cui un soggetto si collega solo intenzionalmente per un confronto ideale sulle norme, già interiorizzate nel tempo della appartenenza piena. Su questa chiarificazione formale si innestano importanti domande educative.
È possibile, nell'attuale società, immaginare un gruppo di riferimento pienamente sganciato da ogni appartenenza; o, al contrario, il riferimento è possibile solo quando c'è contemporaneamente un minimo di appartenenza?
Se si riconosce un rapporto stretto tra appartenenza e riferimento, come è possibile immaginare un unico riferimento, in una situazione sociale dove le appartenenze sono molteplici e non convergenti?
Affermando il rapporto tra riferimento e appartenenza, non si corre forse il rischio (pericoloso certamente a tutti i livelli) di produrre personalità frammentate, perché sostenute da differenti riferimenti sulla misura delle diverse appartenenze; o di cercare un'unica appartenenza per assicurare un unico riferimento, giungendo così a modelli involutivi di presenza sul terreno sociale, culturale e politico?
Non possiamo ignorare questi interrogativi. Ma non possiamo neppure lasciarcene sommergere, incrociando le braccia con rassegnazione. La posta in gioco è troppo alta: investe anche la capacità di una presenza cristiana intensa e impegnata in questa nostra società complessa.
Proviamo a suggerire una prospettiva, elencando attenzioni da tenere contemporaneamente presenti.

Attenzione alle cose nuove

Prima di tutto è necessario rendersi conto che molte cose sono cambiate da quando discorsi simili venivano fatti all'inizio degli anni Settanta. In quel contesto ci si rendeva conto con entusiasmo di un problema nuovo: il bisogno di spalancare le porte dei nostri gruppi, per immettere i giovani a pieno titolo nella gestione della storia. E l'insistenza correva spontaneamente al gruppo di riferimento quasi allo stato puro.
L'intuizione si è dimostrata corretta e preziosa, alla prova dei fatti. Ma non può essere ripetuta di peso oggi, se non vogliamo moltiplicare gli esiti negativi a cui essa è andata incontro anche allora.

Importanza del riferimento

Per conservare la propria identità, rafforzarla nel confronto, per abilitarsi a vivere nella «solitudine» dell'esperienza cristiana, «sedendo a mensa con tutti», per superare la tentazione di soggettivizzare e privatizzare le espressioni della fede, è necessario avere luoghi di riferimento, anche quando è cessata l'appartenenza diretta e intensa a gruppi.
Senza momenti di riferimento è difficile continuare a vivere da credenti impegnati, consegnati nella verità a Gesù Cristo nella sua Chiesa e pienamente uomini di questo nostro tempo.

Un minimo di appartenenza per assicurare il riferimento

La funzione di riferimento è più facilmente assicurata se esiste anche un minimo di appartenenza con l'istituzione che deve funzionare da riferimento. Questo è l'aspetto più nuovo del problema.
Dire appartenenza significa ricordare che l'istituzione deve facilitare i rapporti interpersonali tra i suoi membri, deve coltivare la primarietà delle interazioni, deve progettare momenti informali in cui sperimentare gratuitamente lo «stare assieme», come valore in sé.
Sul piano delle dinamiche di gruppo, l'appartenenza richiede anche un minimo di pressione di conformità, con conseguente circolazione di norme; esige un certo consolidamento di leadership e il controllo dei processi decisionali, per assicurare sopportabili e positivi «limiti di tolleranza». Certamente tutto questo non è indolore: si corre il rischio di vivere questa appartenenza come totalizzante rispetto alle altre, prolungando così la vita di gruppo (quello precedente allo sbocco o quello nuovo). In un sistema sociale in cui pressione di conformità e pluralismo rendono difficile l'elaborazione autonoma di un quadro di significati che funzioni come riferimento, è necessario reagire prolungando le condizioni che assicurino un reale riferimento alternativo.

Quale riferimento

Le note precedenti hanno affrontato il problema soprattutto in un'ottica strutturale. Abbiamo infatti ritagliato un modello istituzionale capace di assicurare riferimento in una società complessa.
Qualche cosa bisogna aggiungere entrando maggiormente nel merito.
Per evitare modelli integralistici ed esclusivistici, permettendo nello stesso tempo alla persona una necessaria pluralità di appartenenze senza trascinarla nella frammentazione del «riferimento di circostanza», è importante ripensare dall'interno il meccanismo stesso del riferimento.
Ci aiuta in questa riflessione quello che sappiamo del «programma» di un elaboratore elettronico.
Esso funziona come principio selettore delle informazioni che gli vengono immesse. La selezione non è esterna, ma avviene nell'unità centrale di «memoria». Tutti gli impulsi possono essere lanciati sulla macchina. Alcuni vengono però rifiutati, perché non sono coerenti con il programma. Altri invece sono accumulati: il programma li ha selezionati come operabili.
Il programma funziona inoltre come principio organizzatore delle informazioni selezionate. Quello che «esce» dall'elaboratore è nuovo rispetto ai dati immessi, anche se è strettamente, fisicamente quasi, legato ad essi.
La differenza tra quanto viene immesso e quanto esce è determinata dall'operazione organizzatrice ed elaboratrice assicurata dal «programma».
In questo stile immaginiamo il «riferimento» per i giovani d'oggi.
La pluralità di appartenenze comporta pluralità accesa e non omogenea di informazioni. Non può essere eliminata in partenza, se si vuole restare cittadini di questo tempo.
La selezione e l'organizzazione va operata all'interno della persona, sulla misura di quel programma che egli ha acquisito, in forza di una nuova appartenenza, fonte di riferimento qualificante e decisivo.
Una condizione fa «buono» un programma: la sua espandibilità, la sua capacità di crescere e di riaggiustarsi in quantità e qualità.
Questa caratteristica è importante anche per il riferimento di cui stiamo parlando. La crescita si svolge in rapporto ai nuovi impegni (politici, professionali, culturali), che la persona è progressivamente chiamata ad assumere.
Essa ha inoltre come linea di sviluppo obbligato quel difficile processo dal soggettivo all'oggettivo che qualifica ogni maturazione umana e cristiana

Una indicazione concreta

Dopo aver precisato il rapporto che corre tra appartenenza e riferimento, siamo in grado di suggerire una proposta concreta di sbocco.
Prima di tutto bisogna saper distinguere tra modelli di sbocco «normali», quasi da vita quotidiana, e modelli «profetici», espressione della radicalità evangelica.
Incominciamo da questi secondi.
Ci sono gruppi che portano a compimento in modo radicale l'esperienza cristiana vissuta e si aprono a forme di comunità intense, proposte come segno per tutti delle esigenze totali dell'evangelo. Questa ipotesi va accolta come un dono grande dello Spirito alla sua Chiesa. Ci aiuta a comprendere la ragione più profonda della nostra vocazione per il Regno e ci permette di anticipare nell'oggi la prospettiva della definitività.
Il modello è affascinante. Ci riporta in qualche modo al significato della «vita religiosa».
Questi modelli non possono però essere considerati come «normali» nel vasto panorama dei nostri gruppi ecclesiali, anche se sono un innegabile dono dello Spirito a tutti.
Lo sbocco «normale» ci sembra quello caratterizzato da un passaggio dalla appar
tenenza verso il riferimento, nelle condizioni che abbiamo ricordato sopra.
Ad un certo momento della vita di gruppo, cessano progressivamente le attività in proprio, si diradano gli incontri, viene cercato un modello di coesione meno centrato sui rapporti primari e più organizzato attorno a valori operativi. Poi avviene la partenza: il salto dal gruppo alla realtà più vasta.
Ciascuno avverte però il bisogno di riferimento (con quel minimo di appartenenza di cui si diceva), per consolidare e sostenere la sua identità.
Il riferimento viene trovato in proposte diverse.
Per qualcuno il gruppo stesso continua ad assicurare il riferimento. Si ritorna ad esso di tanto in tanto, soprattutto per momenti celebrativi e riflessivi.
Altri, invece, cercheranno istituzioni diverse: gruppi d'impegno, attività ecclesiali intense, incontri programmati, convivenze. Qualche altro si accontenterà del riferimento normale di un cristiano adulto: la celebrazione eucaristica domenicale, i sacramenti e la vita personale di preghiera. In tutti questi casi, sbocco non significa abbandono del giovane al suo destino. Al contrario sono previste e programmate piccole appartenenze diversificate, per continuare in modo rinnovato la vita di gruppo.

Verso quale comunità ecclesiale

Per esigenze di realismo, la nostra riflessione deve portarsi anche verso il luogo che rappresenta l'esito della vita del gruppo ecclesiale. Abbiamo scelto di studiare il problema dello sbocco solo dalla prospettiva dell'esperienza cristiana. Questo ci permette di analizzare con attenzione prioritaria la «comunità ecclesiale» che accoglie i giovani maturati nei gruppi. Lo stesso discorso andrebbe fatto sotto altre angolature (politiche, culturali, professionali, istituzionali) se volessimo studiare tutti gli altri ambiti in cui confluiscono i giovani dai gruppi.
Pensiamo quindi alla comunità ecclesiale.

Sbocco non è integrazione

È importante prima di tutto chiarire che l'operazione sbocco non significa integrazione nella comunità ecclesiale esistente, come se il gruppo fosse solo uno spazio dove si fa il rodaggio necessario prima di immettersi nell'unica struttura autentica e pertinente.
Questa ipotesi l'abbiamo già contestata in linea di principio, quando abbiamo indicato il gruppo come reale «mediazione» di Chiesa.
Le forze nuove che si immettono nella comunità hanno il compito di rinnovarla dal suo interno, in quello che essa ha di costitutivo e che spesso viene tradito nello scorrere povero dell'esistenza quotidiana. La «nuova» comunità ecclesiale è chiamata a misurarsi sempre di più sulla sua missione. Sul suo compito di essere «sacramento di salvezza» essa definisce la sua identità. Riesprime la salvezza di cui è sacramento in un orizzonte culturale più vicino alle attese degli uomini d'oggi. Per questo si sente impegnata a far nascere «vita nuova» nel nome e per la grazia del suo Signore.
Questa autocomprensione la condurrà ad accogliere gioiosamente le diversificate prassi di promozione della vita e a unificarle nella confessione e nella celebrazione dell'unico Signore. Nello stesso tempo, essa aiuta tutti a vivere nella trepida attesa del Regno che viene, unico approdo di perfezione piena e definitiva, che contesta la radicale provvisorietà e insufficienza di ogni umana produzione di vita.
Quello che il gruppo è chiamato ad assicurare ritorna presto all'unico soggetto di ecclesialità, la comunità; non si tratta però di un ritorno di tipo integrativo, perché il modello di comunità verso cui invitiamo ad evolvere è più avanti di quello che stiamo vivendo.
Lo sbocco richiede perciò una capacità di conversione in tutti i suoi protagonisti: i giovani, il gruppo, la comunità ecclesiale.

Sul piano operativo

Sul piano operativo la comunità è chiamata ad assicurare veramente una funzione di riferimento, capace di sostenere l'identità cristiana di persone di questo tempo e di questo sistema sociale.
Per non lasciare nel generico questa importante sottolineatura, vogliamo ricordare in concreto alcune di queste esigenze. Per funzionare da riferimento i diversi gesti delle comunità ecclesiali dovrebbero qualificarsi come rilettura di quello che fa l'esistenza quotidiana di ogni persona dalla prospettiva dell'evento di Gesù il Signore. Le comunità sono inoltre chiamate a cercare un'unità che non elimini le diversità, una convergenza che permetta la distinzione legittima su tutto ciò che è opinabile, proprio mentre si afferma con coraggio e con fierezza l'irrinunciabile dell'esperienza cristiana.
I momenti di riferimento possono essere tanti nella vita di una comunità ecclesiale. Alcuni vanno certamente inventati e programmati con costante capacità innovativa (riunioni, incontri, tempi di revisione di vita, confronto su problemi scottanti, scuole di preghiera e di lettura della Scrittura, verifica con testimoni...). Molti però fanno parte del calendario normale delle comunità. Si pensi, per esempio, alla preziosa funzione di riferimento di cui possono essere caricati i gesti liturgici e celebrativi.

Attenzione alle variabili in gioco

Quando ci sono di mezzo persone, nessun processo può essere realizzato solo da programmazione a tavolino.
Il tempo dello sbocco e le sue modalità concrete vanno misurate attentamente e amorevolmente sulle variabili concrete in gioco: l'età delle persone, il livello di maturità umana e cristiana raggiunto, la capacità di reale riferimento offerta dal contesto, il tipo di accoglienza che previsionalmente può essere assicurato.
Non possiamo dimenticare la profonda crisi che attanaglia istituzioni civili e comunità ecclesiali. Lasciare troppo presto il gruppo significa rischiare di finire in una situazione poco governabile, che aumenta le frustrazioni legate al passaggio dal gruppo al dopo.
L'esperienza degli ultimi anni ha reso accorti gli operatori pastorali. Su troppi casi abbiamo sofferto e pianto, forse perché ci siamo lasciati condurre affrettatamente da principi teorici chiari e incontestabili.


LO SBOCCO NEL TEMPO DEL GRUPPO

* Le singole concrete scelte che segnano la vita di un gruppo giovanile ecclesiale sono una progressiva ipoteca sul suo sbocco.
Se il gruppo condivide la proposta che abbiamo avanzato, è chiamato a «prepararsi» ad essa, con gesti concreti e controllando su questa prospettiva lo sviluppo dei fenomeni che lo attraversano.
Prepararsi significa assicurare nella vita del gruppo precise precondizioni: quelle che anticipano il tipo di presenza del cristiano nella storia (sul piano della coesione ricercata e della prassi politica realizzata); quelle che permettono al gruppo di evolvere in modo maturo verso uno sbocco, rifiutando la tentazione di prolungarsi al proprio interno (basta ricordare tutto quello che abbiamo raccolto attorno al tema della «transazione»).
Ci basta aver fatto l'elenco delle esigenze: il lettore affezionato le troverà adeguatamente analizzate in altri contesti.

* Nel ritmo della vita di un gruppo c'è un tempo di particolarissima rilevanza in ordine allo sbocco. Lo possiamo chiamare il tempo del «passaggio».
Ormai lo sbocco è alle porte; lo si intravede come una meta attesa e ineludibile. Piccoli o grandi segnali lo rendono vicino. Molti membri allentano volutamente l'appartenenza, in un pendolarismo che saggia la possibilità di vivere nel gruppo e fuori del gruppo. Diminuisce quel tipo di coesione che era costruito sui rapporti primari e sullo stare spesso assieme. Si fa invece strada l'esperienza di una condivisione dialettica solo sui grossi orientamenti di fondo, per permettere a ciascuno presenze e responsabilità diversificate.
Prima sottovoce e poi con rimbalzi crescenti, ci si chiede: e dopo? Tu che fai... adesso che sei grande?
Girano così nel gruppo proposte alternative, che prima sembravano strane ed estemporanee. Si vagliano possibilità. Si studiano progetti e programmi di altre organizzazioni più adulte.
Questo è il tempo del passaggio: il tempo in cui i membri sono ancora appartenenti al gruppo e si preparano, nel gruppo e attraverso esso, al grande salto.
In questo tempo prezioso aumentano certamente le tensioni e i conflitti.
Ma tutti li sanno accettare, nella coscienza di vivere una «crisi di maturazione». Per favorire i riferimenti al dopo-gruppo, sono contattati luoghi, momenti, istituzioni, verso cui, ad ondate successive, i singoli membri sono chiamati a confluire.

* Se lo sbocco è problema di gruppo, ancora una volta è chiamato fortemente in causa l'animatore.
La sua funzione è urgente e insostituibile, in un gioco educativo che sa dosare prospettive e anticipi, esperienze intense e aperture, vita nel gruppo e confronti fuori del gruppo.
Egli aiuta il gruppo a maturare un modello di sbocco, lo sostiene nelle difficoltà, tensioni e scossoni che questo sguardo al futuro sicuramente scatenerà.
Lo abilita a vivere quelle precondizioni allo sbocco di cui si diceva poco sopra. Soprattutto l'animatore sostiene il gruppo nel tempo cruciale del passaggio.
E guarda lontano, verso la comunità che dovrà accogliere i suoi giovani. Per questo, mentre lavora in gruppo, si impegna nello Spirito a ringiovanire la Chiesa e a trasformare la società.

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