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Gruppo e esperienza di chiesa

Riccardo Tonelli

(NPG 84-08-14)

 

La prassi pastorale attuale fa largo uso del gruppo. Lo possiamo considerare uno dei pochi punti di convergenza nell'attuale pluralismo di modelli di pastorale giovanile. È certamente un segno dei tempi. Se però analizziamo a fondo questo dato, nello sforzo di superare le formule generiche, è facile accorgersi che le posizioni, teoriche e pratiche, si differenziano notevolmente.
Per verificare l'affermazione, è sufficiente confrontare le risposte che vengono date nelle nostre comunità ecclesiali ad interrogativi come quelli che seguono.
Quale rapporto esiste tra comunità ecclesiale e crescita nella fede? Si richiede una diretta esperienza comunionale o è sufficiente una generica appartenenza ecclesiale? La vita ecclesiale mediata dalle istituzioni tradizionali assolve sufficientemente alle esigenze di una vera esperienza o è necessaria una realtà dotata di maggiore capacità identificativa? Il gruppo giovanile può rappresentare questa eventuale istituzione alternativa? Qual è la sua reale funzione in ordine alla esperienza di Chiesa?
Le differenti posizioni sono chiare sul piano teorico, nelle dichiarazioni dei documenti e negli autori che hanno studiato l'ecclesialità di gruppo.
Sul piano pratico le diversità si esprimono nelle concrete scelte quotidiane: il modo di vivere l'esperienza di gruppo, i suoi rapporti con l'istituzione ecclesiale e le persone che la rappresentano, il contatto tra gruppi, movimenti e comunità.
In questo contesto non vogliamo attardarci a suggerire delle tipologie. Sono importanti per un approccio critico e articolato. Ma rimandiamo a proposte già fatte. [1]
Preferiamo invece costruire una prospettiva alternativa, che tenga conto in modo attento di quello che abbiamo esperimentato e compreso della vita e della autocoscienza ecclesiale.

Il cammino che intendiamo percorrere prevede quattro tappe. Corrispondono ai paragrafi che seguono.
- Studiamo prima di tutto il rapporto Chiesa-salvezza per definire in modo corretto l'identità ecclesiale.
- Suggeriamo poi le condizioni da assicurare perché una comunità possa arrogarsi il titolo e la funzione ecclesiale; introduciamo così una istanza di analogicità ecclesiale.
- Evidenziamo inoltre la stretta interdipendenza esistente tra funzione sacramentale della Chiesa e senso di appartenenza ad essa.
- Infine affrontiamo la ricerca sul gruppo per trovare qualcosa capace di coniugare operativamente, a livello giovanile, le esigenze ecclesiali e la situazione di fatto. Le quattro tappe sono molto collegate. Solo nella reciproca integrazione possiamo esprimere in modo organico un modello di rapporto gruppo-Chiesa.


CHIESA, SACRAMENTO DI SALVEZZA

Il Vaticano II ha definito in termini precisi il rapporto esistente tra comunità ecclesiale e salvezza. Nei documenti conciliari, infatti, la Chiesa si autoproclama «universale sacramento di salvezza» [2]: mediazione efficace e anticipazione di quel progetto salvifico globale che Dio attua in Gesù Cristo per lo Spirito Santo, che investe tutti gli uomini e tutta la storia. [3]
Collocandosi così, la Chiesa definisce la sua identità a partire dalla sua missione. Per conoscere la Chiesa, dobbiamo perciò analizzare la sua funzione sacramentale e determinare di quale salvezza è sacramento. Lo facciamo a veloci accenni, richiamando cose già studiate a fondo in altri contesti. [4]


IL SACRAMENTO TRA DONO DI DIO E DECISIONE PERSONALE

La salvezza si realizza nell'incontro tra Dio e l'uomo. Questo processo salvifico è un atto di gratuita accondiscendenza da parte di Dio e di libertà, responsabilità, decisione personale da parte dell'uomo.
Non possiamo però immaginarlo come un intervento solo «puntuale», che investe un frammento di quella storia personale e collettiva in cui la salvezza sarebbe altrimenti assente.
Dobbiamo invece non dimenticare che l'esistenza di ogni persona e la storia collettiva sono avvolti e penetrati dalla grazia dell'autocomunicazione di Dio. Questa presenza diffusa della salvezza è ormai il principio costitutivo di ogni esistenza, intimo ad ogni uomo più di se stesso. Si tratta evidentemente di una presenza che è offerta alla libertà, che costituisce la libertà stessa; accettata o rifiutata nel cammino progressivo della propria vita, colloca nella salvezza o riduce alla pretesa suicida di una folle autonomia.
Comprendendo il processo salvifico in questi termini, siamo spinti a pensare al sacramento secondo modelli capaci di coniugare l'iniziativa di Dio e la responsabilità dell'uomo.
Sacramento è un segno (qualcosa visibile e verificabile, dalla parte dell'umano) in cui l'evento di salvezza (il referente divino invisibile) si fa appello ad una decisione personale, invitando ad accogliere il dono di salvezza contenuto nella manifestazione stessa.
Il segno non ha solo una funzione significativa estrinseca rispetto al referente, ma lo contiene. Contiene e comunica però questa salvezza non in modo strumentale, ma come appello: provoca la decisione
personale e la sostiene. Lo fa come concentrando in una esplosione simbolica la potenza salfifica diffusa nella vita quotidiana di ogni uomo e nella sua storia.
Dio che chiama a salvezza è presente sempre e dappertutto come offerta imprevista, come amore silente. La sua presenza è una esperienza vissuta ma non detta, percepita ma non formalizzata. Ha bisogno di esprimersi per consolidarsi e inverarsi.
Nel sacramento il silenzio viene infranto e lo svelamento assicura un più ampio coinvolgimento personale.
Questo coinvolgimento non è solo un puro gioco di intenzionalità come capita nei processi simbolici che costituiscono la trama dei rapporti intersoggettivi. La tradizione cristiana afferma in modo perentorio che nei sacramenti della salvezza Dio è presente ed agisce efficacemente.
Per questo, l'autocoinvolgimento è una esperienza privilegiata dell'autocomunicazione di Dio.
L'uomo, reso attento all'appello e alla grazia dell'autocomunicazione divina in esso contenuta, in forza del sacramento che gli è stato offerto, può decidersi più riflessamente per la salvezza di Dio.

La funzione sacramentale della Chiesa

Da queste meditazioni teologiche scaturiscono indicazioni preziose per determinare il significato della formula «universale sacramento di salvezza», in cui la Chiesa autocomprende la sua identità.
La Chiesa opera per la salvezza come «sacramento». Assume quindi quella logica che abbiamo appena sottolineato: manifesta efficacemente la salvezza, in una concentrazione simbolica così intensa da sollecitare ogni persona a decidersi per l'offerta di questa grazia.
Comunità ecclesiale e processo di salvezza sono perciò due realtà distinte ma molto interdipendenti, come il sacramento è diverso dall'effetto che produce e, nello stesso tempo, è profondamente ad esso relazionato.
Se consideriamo l'altro elemento della formula (la salvezza), possiamo comprendere in che modo la Chiesa esercita la sua funzione sacramentale e di conseguenza le condizioni che misurano questo esercizio. La salvezza è la costruzione nel tempo e la costituzione in definitività della comunione degli uomini con Dio e tra loro. La Chiesa è quindi fedele alla sua identità, opera cioè in modo sacramentale per la salvezza, nella misura in cui favorisce l'esperienza di una comunione così intensa e sconvolgente da sollecitare ad una decisione personale per la ragione, ultima e radicale, di questa comunione.
Anche se la decisione per la salvezza è sempre un atto strettamente personale, la salvezza investe quindi la persona attraverso la comunità ecclesiale.
La comunità ecclesiale è come il grembo materno in cui si compiono la decisione per la salvezza e le azioni cristiane che conseguono. La solidarietà del singolo con gli altri è così profonda che il suo personale essere salvo non può venire separato dal suo essere nella comunità.


LA COSCIENZA ANALOGICA DI ECCLESIALITÀ

Le conclusioni a cui siamo giunti pongono un nuovo problema. Lo esprimiamo con due interrogativi.
Quale comunità concretamente esercita la funzione sacramentale riconosciuta alla Chiesa? Dove si realizza il livello normativo di ecclesialità per poter discernere se e quando una persona fa veramente parte della Chiesa?

Le dimensioni normative di ecclesialità

Si comprende facilmente l'importanza e la relativa novità dell'interrogativo. In una ecclesiologia autoriaria ed ecclesiocentrica, la Chiesa si identificava con l'«istituzione» (o con il suo sistema di governo): l'appartenenza alla Chiesa coincideva con l'obbedienza passiva e rassegnata.
Il risveglio ecclesiologico operato dal Vaticano II da una parte e le pressioni contestative dall'altra hanno modificato molto l'immagine di Chiesa. Il suo asse centrale tende a spostarsi dalla gerarchia al popolo di Dio, dalla dipendenza alla responsabilizzazione critica, dalla chiesa-dall'alto alla chiesa-dal-basso. Ora siamo in un momento di decantazione e di discernimento. Come in ogni epoca di crisi non mancano le scelte di fronda e le spinte involutive. Senza entrare nel merito del problema, indichiamo quelle dimensioni normative di ecclesialità che sembrano il dato teologico acquisito dalla Chiesa postconciliare nelle sue espressioni più mature ed autorevoli.
La Chiesa è quella comunità di uomini in cui sono presenti globalmente queste dimensioni: [5]
- accoglienza della Parola di Dio, che convoca e spinge verso la missione;
- un «popolo», uomini che prendono atto dell'invito salvifico di Gesù e si radunano in comunità, professando la stessa fede, celebrando la stessa liberazione escatologica, e si sforzano di vivere nella sequela di Gesù il Signore;
- i Sacramenti e soprattutto l'Eucaristia, epifania della Chiesa stessa;
- il Vescovo con il suo Presbiterio, principio e fondamento visibile di unità e di comunione;
- un territorio, in cui vivere in contesto l'esperienza cristiana;
- il servizio all'uomo nella condivisione promozionale, per realizzare nella storia il Regno di Dio;
- l'esperienza di intensa comunione, per offrire un segno e una anticipazione della salvezza di Dio, ricostruzione della comunione degli uomini con Dio e tra di loro.

Evento di Chiesa e realizzazioni ecclesiali

Se applichiamo alla lettera le dimensioni normative di ecclesialità, ci accorgiamo che risulta difficile rispondere in modo perentorio alla domanda: quale comunità può arrogarsi il titolo di Chiesa?
Le istituzioni ecclesiali che conosciamo (diocesi, parrocchie, comunità di base, per esempio) adeguano alcune condizioni, ma ne lasciano scoperte altre.
Spesso, infatti, dove più intensa è l'esperienza comunionale o più appassionata è la condivisione della causa del Regno, è assente la dimensione di «popolo» oppure è assicurato solo in modo saltuario il collegamento con il Vescovo o la celebrazione dei sacramenti. Al contrario, in molte istituzioni parrocchiali è davvero scarsa l'esperienza di comunione, anche se sono salvate altre esigenze.
Nonostante questa diffusa consapevolezza, i credenti hanno sempre affermato che queste istituzioni sono Chiesa, luogo dove l'evento della potenza di Dio si rende presente per la salvezza degli uomini Lo stesso concetto di Chiesa è stato progressivamente applicato ad istituzioni diverse da quelle che tradizionalmente lo esprimevano. Anche se l'operazione ha suscitato inizialmente resistenze e tensioni, oggi è comune parlare di Chiesa (con l'aggiunta eventuale di qualche aggettivo con funzione restrittiva) nei confronti della famiglia, delle parrocchie personali, delle comunità di base, delle comunità religiose e, persino, delle comunità educative a forte ispirazione cristiana.
È chiaro che si utilizza il termine «Chiesa» in modo analogico: c'è analogia in rapporto alle dimensioni normative di ecclesialità e, di conseguenza, tra i diversi modelli concreti.
Questa costatazione è molto importante per determinare la funzione ecclesiale del gruppo.
Il grande progetto di Dio per la salvezza di tutti gli uomini è quel «mysterium ecclesiae» che il Concilio ha posto al centro dell'ecclesiologia. [6] Per operare la salvezza in quella logica sacramentale che abbiamo ricordato, esso deve risultare «vicino» alle persone. Deve quindi incarnarsi in realizzazioni visibili e concrete, che lo rendano appello in situazione.
Le diverse realizzazioni ecclesiali (le istituzioni, le persone che le compongono, gli apparati strutturali, i differenti organismi) adempiono questa funzione. Non degradano la potenza salvifica dell'evento, ma, al contrario, la storicizzano, anche se non ne sono un'immagine perfetta.
Queste realizzazioni non assicurano solo un'azione strumentale, esterna rispetto al mistero ecclesiale. Non è un'azione destinata a risolvere solo provvisoriamente un problema di comunicazione. Esse sono già l'esito del processo salvifico: una realtà nuova in cui quello che si vede è un elemento umano, parte e simbolo dell'esistenza dell'uomo, segnato dai limiti dell'umano, che riempito della potenza di Dio diventa luogo in cui Dio si fa vicino e incontrabile.
Riscoprendo la dimensione sacramentale delle diverse realizzazioni ecclesiali, si sottolinea anche la loro «parzialità» rispetto al mistero e, di conseguenza, si giustificano i modelli analogici di ecclesialità. Queste realizzazioni non sono tutta la Chiesa e neppure l'unica esperienza di Chiesa. Sono però Chiesa a pieno titolo: concretizzazioni storiche di quel grande progetto salvifico che nella fede chiamiamo «la» Chiesa.
Con queste riflessioni abbiamo finalmente ritagliato un punto di riferimento qualificante per la nostra ricerca.
Lo richiameremo utilizzando una formula che esprime in sintesi questi rapporti: le differenti realizzazioni ecclesiali sono, in modo analogico, «mediazione» del «mysterium ecclesiae». Esse distendono nel tempo, come tutti i sacramenti, la grande mediazione che è Gesù di Nazareth e ne riproducono per ogni uomo la grazia.

Chiese locali e parrocchie

La consapevolezza che l'ecclesialità si esprime in modo analogico, è da sempre presente nella coscienza dei credenti. Non possiamo però dimenticare una affermazione che ritorna frequentemente nei documenti magisteriali: alcune realizzazioni di Chiesa vanno considerate come particolarmente portatrici di ecclesialità. Operano come principio fondamentale e riferimento indispensabile di ogni realizzazione ecclesiale. Le dimensioni normative sono costruite quasi sulla loro misura.
La Chiesa «locale» o «particolare» è il luogo dove «è veramente presente e agisce la Chiésa di Cristo, una santa, cattolica e apostolica». [7] 
Per questo il Concilio dice che le Chiese particolari «sono formate a immagine della Chiesa universale; è in esse e a partire da esse, che esiste la sola e unica Chiesa cattolica» [8].
La Chiesa locale normalmente si articola in parrocchie. «Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l'intero suo gregge, deve costituire gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovi): esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra». [9] 
Per questa sua relazione speciale alla Chiesa particolare, la parrocchia viene considerata la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale.


SACRAMENTALITÀ DELLA CHIESA E APPARTENENZA ALLA COMUNITÀ

Non possiamo concludere così la nostra riflessione, perché le affermazioni con cui abbiamo definito la funzione sacramentale della Chiesa sono giocate quasi esclusivamente sul dover-essere e interessano più le caratteristiche istituzionali che i processi soggettivi di riferimento.
Solo dopo aver precisato le condizioni soggettive che assicurano alla comunità ecclesiale l'esercizio della sua funzione sacramentale, potremo decidere la rilevanza o meno del gruppo ed eventualmente il suo significato ecclesiale.

Modelli pastorali di sacramentalità ecclesiale

Abbiamo un punto di riferimento preciso: la comunità ecclesiale opera come sacramento di salvezza sul piano dell'intreccio tra appello e risposta.
Funziona da appello, sollecitando ad una decisione personale, e sostiene la risposta, perché essa è la grazia operosa di Dio vicina ad ogni uomo e il contesto rassicurante per la sua accoglienza.
Per fare un passo avanti nella riflessione, verso i problemi che ci stanno a cuore, dobbiamo riuscire a formulare queste affermazioni in modelli linguistici più operativi e verificabili. Passiamo. quindi dal piano teologico a quello pastorale e introduciamo la variabile dei giovani.
Se pensiamo alla funzione sacramentale della Chiesa nel gioco tra appello e risposta, possiamo ritagliare tre modalità concrete e complementari.
In primo luogo, la comunità ecclesiale opera come proposta di un progetto. Senza questa proposta, capace di rompere il silenzio della disattenzione, il misterioso appello di Dio resta senza voce e non può generare risposte esplicite.
La sacramentalità della Chiesa consiste, a questo livello, nello spazio vitale della comunità in cui i giovani hanno l'opportunità di incontrare la Parola di Dio, di celebrare i sacramenti, di sperimentare la comunione ecclesiale.
Sappiamo tutti che queste proposte possono essere accolte e vissute come qualcosa di importante e decisivo solo se sono espressione di una istituzione riconosciuta come significativa. Prima sta l'identificazione con la istituzione e poi viene il riconoscimento delle sue proposte.
Qui sta la seconda modalità.
L'evento di Dio che chiama a salvezza è sempre Parola che interpella, rispondendo a domande esistenziali profonde. Spesso però quello che è vero sul piano oggettivo non lo è nella storia delle singole persone. Per molti giovani la Parola di salvezza non rappresenta più una risposta alle proprie attese, perché queste attese sono state manipolate o perché essa è stata espressa in una cultura lontana da quella giovanile. La comunità funziona da contesto di identificazione. Non solo offre uno spazio di confronto che sollecita a rivisitare i modelli culturali utilizzati nella evangelizzazione e immette i giovani in processi di iniziazione. Ma si presenta come spazio esperienziale di quella comunicazione affettiva che sostiene e risolve il confronto culturale.
E siamo giunti alla terza modalità.
La salvezza è dono che richiede accoglienza, una accoglienza giocata nella quotidianità della propria esistenza, prima che sui gesti rituali e liturgici.
Anche nel sostenere questa accoglienza, la comunità ha un grosso peso, veramente di ordine sacramentale.
I giovani vivono in contesti che li abilitano ad uno stile di vita poco cristiano, perché sono segnati da atteggiamenti lontani da quelli che definiscono l'uomo nuovo in Gesù Cristo. In questa situazione, l'appello della comunità ecclesiale difficilmente riuscirà a produrre accoglienza.
Quando invece nella comunità ecclesiale si respira un'aria da «nuova creatura», essa può strutturalmente sostenere le decisioni di fede. Diventa così luogo dove la potenza di Dio si rende vicina, quasi sperimentabile: incontra l'uomo, gli propone un progetto di vita e lo sostiene sacramentalmente nella decisione verso di esso.
La fede della comunità sostiene e custodisce la nostra debole fede, la vivifica e la rigenera.

Il senso di appartenenza come condizione fondamentale

Si sta verificando un processo interessante. Portando verso il concreto la comprensione della funzione sacramentale della Chiesa, emerge che la capacità della comunità ecclesiale di essere appello e sostegno alla risposta personale è relativa alla esperienza di identificazione che essa sa scatenare. La misura della funzione sacramentale si sposta così da una definizione della Chiesa in se stessa verso la percezione soggettiva che i giovani hanno delle sue concrete espressioni. Questo non va interpretato come disattenzione rispetto ai contenuti oggettivi. Comporta anzi la necessità di verificare e di autovalidare su questi parametri l'oggetto del processo di identificazione. Sottolinea però che senza esperienza soggettiva di significatività difficilmente si opera identificazione di una persona ad una istituzione.
L'identificazione è infatti quel processo che spinge una persona a far propri valori e progetti in un vissuto affettivo sorto a causa del suo inserimento in una situazione collettiva.
È possibile suggerire in termini concreti le condizioni di significatività nel rapporto persona/istituzione, perché il processo è stato a lungo studiato.
Riorganizzando diversi contributi, ricordiamo alcune di queste esigenze, in una formulazione che pone già come soggetto di identificazione la comunità ecclesiale.
- Si richiede prima di tutto un minimo di interazioni dell'individuo con la comunità ecclesiale a cui si vuole appartenere. Questo minimo va pensato non in termini giuridici, ma secondo le logiche della dinamica di gruppo (condivisione degli obiettivi, percezione del significato funzionale del gruppo, accettazione delle norme e dei ruoli, esperienza di gratificazione...).
- Occorre anche la conoscenza e l'accettazione del sistema di valori, credenze e modelli che determinano la proposta oggettiva della comunità, fino a definire progressivamente in essi il personale progetto di vita.
Questo processo comporta l'acquisizione e il consolidamento dei contenuti dell'esperienza cristiana, la partecipazione affettiva ai gesti e ai riti, il riconoscimento di una funzione magisteriale, l'adoziont. dei modelli proposti per la soluzione dei personali problemi.
- Si richiede inoltre la percezione di essere accettato nella comunità. E questo suppone l'inserimento in una trama di rapporti nè burocratici nè formalizzati, una ampia distribuzione di informazioni e di ruoli, un gruppo non troppo vasto.
- In un tempo di pluralismo, si richiede infine la capacità di armonizzare a livello personale le diverse appartenenze, per elaborare i conflitti che ne scaturiscono, integrando o controllando le differenti proposte attorno ad una appartenenza che funzioni come riferimento totalizzante. Queste diverse condizioni convergono tutte in una che le esprime come in sintesi: l'appartenenza. L'identificazione scatta quando si assicura un'alta esperienza di appartenenza.
L'appartenenza è perciò condizione di ecclesialità: non una condizione da aggiungere a quelle dimensioni normative che abbiamo ricordato poco sopra, ma l'ambito esperienziale in cui esprimerle tutte.


IL GRUPPO ECCLESIALE È CHIESA, MEDIAZIONE PRIVILEGIATA DELL'EVENTO DI CHIESA

Possiamo finalmente ritornare al problema da cui siamo partiti: qual è la funzione del gruppo in ordine alla esperienza di Chiesa?
Il cammino percorso, ci ha portato a tre conclusioni:
- l'esercizio concreto della sacramentalità ecclesiale richiede un forte senso di appartenenza: le mediazioni si misurano perciò anche in rapporto alla capacità di creare identificazione;
- la coscienza analogica di ecclesialità permette di riconoscere che le differenti realizzazioni di Chiesa sono tutte Chiesa, anche se a titoli diversi;
- alcune realizzazioni di Chiesa ,raccolgono meglio di altre le condizioni di ecclesialità; vanno perciò considerate come principio di riferimento indispensabile. Se integriamo le tre conclusioni, si apre un modo nuovo di pensare alla funzione ecclesiale del gruppo.
Le istituzioni ufficiali (parrocchie, chiese locali, organismi tradizionali...) hanno perso oggi molto di significatività, per motivi di credibilità interna e per la crisi generale che ha investito ogni agenzia educativa. Soprattutto riesce difficile vivere reali esperienze comunitarie per l'anonimato e la marginalità di queste strutture.
Per raggiungere un intenso senso di appartenenza, dobbiamo «inventare» un luogo che risulti nello stesso tempo significativo, comunionale ed ecclesiale, per essere luogo di identificazione e di reale esperienza di Chiesa, nella attuale situazione giovanile e culturale.
Questo spazio è, oggi più che mai, il gruppo: per molti giovani il luogo privilegiato dove esperimentare la sacramentalità salvifica della comunità ecclesiale.
La conclusione sottolinea l'importanza del gruppo in ordine alla appartenenza ecclesiale, e ricorda alcune condizioni da assicurare. Non dice però ancora se la sua funzione va considerata in termini strumentali o se possiamo affidargliene una più rilevante.
Abbiamo però elaborato indicazioni che ci permettono di procedere oltre.
Il gruppo, quando assicura almeno germinalmente le dimensioni normative di ecclesialità, è mediazione dell'evento salvifico della Chiesa. È quindi Chiesa, allo stesso titolo analogico delle altre realizzazioni di Chiesa.
Questo è vero; ma non è tutto.
Ogni mediazione ecclesiale è Chiesa, anche quella povera e lacerata rispetto al mistero. Alla mediazione si chiede però di diventare trasparente per risultare veramente appello in situazione.
Il gruppo giovanile rappresenta oggi, per molti giovani, una esperienza capace, più di altre realizzazioni ecclesiali, di creare un senso di appartenenza.
Per questo, lo definiamo mediazione privilegiata: è Chiesa, ed è esperienza privilegiata di Chiesa.
Proprio in quanto mediazione, non esaurisce «la» Chiesa.
Per il gruppo, le ragioni di relativizzazione sono notevoli, perché in esso spesso sono strutturalmente assenti alcune di quelle dimensioni normative di ecclesialità che abbiamo precedentemente elencate.
Questa consapevolezza lo spinge a crescere in ecclesialità: fa progressivamente spazio anche a quelle dimensioni di cui è carente e resta in dialogo e in confronto con le altre realizzazioni di Chiesa e soprattutto con quelle che raccolgono in sè più completamente le dimensioni dell'essere Chiesa. [10]

 

NOTE

[1] Tonelli R., Gruppi e esperienza di Chiesa (Roma 1983) 25-29.
[2] LG 1, 48; GS 45; AG 1.
[3] LG 5; GS 22.
[4] Tonelli R., Pastorale giovanile. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quotidiana (Roma 1982) 120-129.
[5] Bartoletti E., Pastorale della Chiesa locale, in: Amato A. (ed.), La Chiesa locale. Prospettive teologiche e pastorali (Roma 1976) 47-58. Anche Valentini D., Criteri di ecclesialità nei documenti ecclesiali recenti, in: Midali M. - Tonelli R. (ed.), Chiesa e giovani. Dialogo per un itinerario a Cristo (Roma 1982) 139-171.
[6] LG 2-4, 5-7.
[7] Ch D 11.
[8] LG 23.
[9] SC 42.
[10] A questo livello si inserisce la «nota» della CEI sui criteri di ecclesialità per i gruppi e i movimenti. Si veda testo e commento in Tonelli R., Gruppi ecclesiali, o.c.

 

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