Perché proporre

la fede?

Perché la nostra (vostra) gioia sia completa» (1Gv 1,4)

André Fossion

 

Perché proporre la fede?

È la domanda fondamentale) che questo capitolo vorrebbe affrontare all'inizio del libro.2 Essa lo percorre sino alla fine. Per avviare la discussione, mi fermo brevemente sulla Prima lettera di Paolo ai Corinzi.

Una domanda sull'esempio di Paolo

Nel capitolo 9 della Prima lettera ai Corinzi, Paolo si interroga sulla sua attività di evangelizzazione. Perché evangelizza? Paolo enuncia le sue motivazioni, ma anche quelle che gli si potrebbero attribuire. Potrebbe essere sospettato, dice, di voler trarre vantaggi materiali dalle comunità che visita? Per sottrarsi a questo sospetto, Paolo sottolinea subito che non vuole essere di peso a nessuno. Non cerca un salario al quale peraltro avrebbe diritto come operaio del vangelo, allo stesso modo di un soldato che guadagna la sua paga: «Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo» (1Cor 9,12). Ma, allora, se non cerca vantaggi materiali, quali sono queste vere motivazioni? È forse l'orgoglio, la volontà di potere, il bisogno di essere riconosciuto l'apostolo migliore? Paolo esamina francamente questa ipotesi. Annunciare il vangelo in un modo così disinteressato senza chiedere alcun salario potrebbe essere, infatti, un segreto motivo di orgoglio, un modo di affermarsi. Ma Paolo si corregge subito dicendo: «Annunciare il vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il vangelo!» (1Cor 9,16). Così, dunque, la motivazione profonda di Paolo, secondo le sue affermazioni, sarebbe non l'orgoglio ma la necessità che si impone a lui di sfuggire alla sciagura. In altri termini, per lui, l'annuncio del vangelo è totalmente legato alla propria felicità. Paolo lo dice con forza: egli prova soddisfazione e gioia nell'offrire il vangelo gratuitamente senza usare dei diritti che il suo lavoro di evangelizzazione potrebbe conferirgli. È dunque per la sua felicità come per quella degli altri che Paolo si prodiga senza riserva ad annunciare il vangelo sia ai giudei che ai pagani. La sua speranza, aggiunge, è di guadagnare alcuni al vangelo, sperimentare egli stesso la salvezza e avere parte così al vangelo.
Questo breve commento del capitolo 9 della Prima lettera ai Corinzi non aveva lo scopo di trovare una risposta alla domanda «Perché proporre la fede?». La mia intenzione qui era semplicemente di portare l'esempio di Paolo, che si interroga, in modo critico, sulle proprie motivazioni quando annuncia il vangelo. La domanda è per lui non soltanto un tema di riflessione, ma un tema di dibattito con se stesso e con gli altri. Paolo si interroga sui moventi, eventualmente nascosti, che lo animano, sui dubbi che potrebbe suscitare, sugli ostacoli che potrebbe sollevare. Sull'esempio di Paolo, non dobbiamo anche noi, come testimoni del vangelo, fare luce, in modo riflessivo e critico, sulle nostre proprie motivazioni e sintonizzarle, quando possibile, al messaggio del vangelo stesso?

Motivazioni molteplici, complesse, ambigue, perfino perverse

Noi, perché evangelizziamo? Che cosa ci spinge ad annunciare il vangelo, a diffonderlo, a trasmetterlo di generazione in generazione? Come ogni azione umana, la proposta della fede può nascondere motivazioni diverse, molteplici, più o meno coscienti. Le scienze dell'uomo hanno mostrato molto bene che l'essere umano non è mai completamente padrone di sé, che non è mai perfettamente trasparente nei confronti degli svariati desideri, diversi o anche contraddittori, che lo attraversano e lo muovono. Un desiderio può sempre nasconderne un altro. Così è anche dell'annuncio evangelico. Poiché esso è umano, non sfugge alla pluralità delle motivazioni, alle ambiguità o anche alle perversioni, che surrettiziamente possono snaturarlo.
La storia, infatti, dimostra che l'annuncio evangelico è stato mescolato a motivazioni complesse, oscure, non sempre encomiabili, anzi proprio il contrario. La propagazione del vangelo, l'insegnamento della fede sono stati collegati, di fatto, al gioco delle potenze. Gli imperi - come quelli di Costantino o di Napoleone - se ne sono serviti per consolidare la loro unità e la loro stabilità politiche. Il movimento delle crociate, chiaramente, non era di pura evangelizzazione; inglobava in sé, forse anche prioritariamente, interessi commerciali e ambizioni politiche. Neppure lo slancio missionario si è compiuto senza legame stretto con la volontà di dominio e di manipolazione del nuovo mondo attraverso l'occidente cristiano. Il marxismo ha denunciato la propagazione della fede cristiana come uno strumento della borghesia per mantenere le popolazioni oppresse sotto la sua dipendenza e perpetuare così un ordine sociale ingiusto. Ancora oggi, movimenti di destra considerano la fede cristiana, prima di tutto, come un baluardo contro ciò che, secondo loro, appare come decadenza morale o contro la crescita dell'islam. L'espansione delle religioni sembra davvero, infatti, inseparabile dai giochi geopolitici e dalla ripartizione delle aree di influenza tra le potenze.
Sul piano psicologico e interpersonale, le motivazioni a proporre la fede cristiana e ad animarla sono ugualmente poco trasparenti. Anche qui la nostra modernità non ha mancato di sottolineare le ambiguità, le scappatoie, le illusioni, le volontà di potenza che possono collegarsi all'impresa della propagazione della fede. Non è forse, per esempio, come dice Comte-Sponville, un modo immaginario di esorcizzare la paura della morte - la propria come quella degli altri - e di consolarsi a basso prezzo invece di affrontare lucidamente e in verità la finitudine?
Cosa ci dice la religione - egli scrive - specialmente la religione cristiana? Che non moriremo, o non veramente, o che risorgeremo [...]. Che siamo fin da ora già amati da un amore infinito [...]. Cosa chiedere di più? Nulla, certamente. È proprio questo che rende sospetta la religione: è troppo bello, come dice, per essere vero! [...] una credenza che risponde a tal punto ai nostri desideri; c'è motivo di temere che essa sia stata inventata solo per soddisfarli (o almeno fantasmaticamente).3
Così dunque, secondo Comte-Sponville, annunciare la fede sarebbe un modo di esorcizzare le nostre paure e vivere in un immaginario consolatorio. Ma questa potrebbe anche essere volontà di potenza, volontà di potere sull'altro, volontà di conformarlo al proprio io. Ricordiamoci i tempi della Chiesa primitiva. Gli ebrei convertiti al cristianesimo volevano che i pagani convertiti adottassero le loro consuetudini giudaiche e diventassero in qualche modo come loro. Nel proporre la fede c'è dunque una specie di possibile rapporto alla verità che è rapporto di possesso, che cerca d'imporla all'altro perché vi si sottometta. Lo sappiamo anche noi, ci sono forme di pastorale che respirano l'inquietudine, la nostalgia, la moralizzazione, la fissazione nevrotica su divieti, su usi, perfino sulle rubriche. C'è molto zelo religioso disordinato, proselitismi chiassosi - parenti dell'assillo - che fanno scappare. «La salvezza in Gesù Cristo? Ah no, grazie; arrivederci, mi salvo da me!» rispondeva qualcuno non senza ironia a un missionario dalla fede un po' troppo invadente. E poi, c'è anche l'abitudine. Si annuncia la fede per abitudine, per far andare avanti il sistema, perché è un lavoro che si deve eseguire, che si deve esercitare, attraverso il quale sì è socialmente riconosciuti ed eventualmente remunerati.

Un duplice spazio di lavoro: teologico e spirituale

Ecco dunque ciò che volevo sottolineare qui: le motivazioni che spingono ad annunciare il vangelo possono essere molteplici, complesse, oscure, più o meno coscienti tanto sul piano psicologico che sul piano sociale. Non illudiamoci; le nostre motivazioni non saranno mai perfettamente pure e trasparenti. Ma almeno, come pastori, per dovere di autenticità nella nostra missione di evangelizzazione, dobbiamo impegnarci in un duplice lavoro: prima di tutto in un lavoro di intelligenza teologica dell'annuncio della fede all'interno dell'economia della salvezza, e poi in un lavoro di adattamento spirituale delle nostre pratiche pastorali all'annuncio evangelico stesso, alla grazia di cui è testimone. Da qui, i due seguenti punti del capitolo. Quale intelligenza teologica possiamo avere della proposta di fede? A quale conversione, a quale adattamento spirituale questa intelligenza della proposta della fede ci sollecita?

 

Per un'intelligenza teologica della proposta della fede

La prospettiva che vorrei sviluppare consiste nel sottolineare che la fede cristiana - e di conseguenza il suo annuncio - si regge su un paradosso: essa è radicalmente non necessaria per la salvezza, e tuttavia radicalmente preziosa per la vita, per la trasfigurazione che essa permette di vivere. Radicalmente non necessario, radicalmente prezioso; tale è, mi pare, lo statuto della fede cristiana come del suo annuncio. È il paradosso che vorrei esporre qui. Capire questo paradosso e attenervisi mi pare particolarmente proficuo per l'annuncio della fede oggi nel nostro mondo secolarizzato.

La grazia di Dio è traboccante, eccessiva, senza misura

Per entrare nella riflessione e chiarire il paradosso che ho appena enunciato, comincerò col mettere in risalto l'affermazione fondamentale del cristianesimo senza la quale esso crolla: che lo vogliamo o meno, che lo sappiamo oppure no, che lo proclamiamo o no, la grazia di Dio opera nel mondo in una maniera che ci supera e che noi non possiamo misurare. Il cristianesimo, infatti, consiste interamente nell'affermazione che Dio è amore eccessivo: «L'amore, dice san Paolo, è magnanimo, benevolo è l'amore; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine» (1Cor 13,4-7). Questo inno di Paolo all'amore non pronuncia il nome di Dio, ma lo indica nel suo stesso essere.
Come possiamo dire, in quanto cristiani, che Dio ama in questo modo, senza condizione né misura? Lo possiamo dire contemplando il volto di Cristo che, in mezzo a noi, ha amato fino all'estremo (Gv 13,1) manifestando così l'amore del Padre. Gesù ha trascorso la vita a fare del bene (At 10,38). Egli è vissuto con spirito di servizio. Ha chiamato gli esseri umani a più umanità, ad abbandonare la violenza, a riconoscersi fratelli e sorelle, figli e figlie di un Dio che si può chiamare «Padre nostro». Ha chiamato gli uomini e le donne che lo incontravano ad aver fede nella vita, nella propria e in quella dell'altro, e, in questa fede, a tracciare il proprio cammino di vita: «Va', la tua fede ti ha salvato» (Mc 10,52), dice Gesù a Bartimeo. Come dice Christoph Theobald nella sua opera Il cristianesimo come stile,4 l'ospitalità di Gesù era tale che ognuno dei suoi incontri con l'altro era come un «evento», un evento di vita per l'altro, ma anche per lui. Ma questo Gesù è stato rifiutato e ucciso dalle autorità religiose del suo tempo. Lo hanno accusato di parlare male di Dio, di essere dalla parte di satana. Sulla croce, mentre la violenza si scatena su di lui, Gesù non cede alla violenza e, in questo senso, la vince. Non risponde con la violenza, ma con una parola di perdono. San Paolo esprime questo dramma della croce in modo sublime: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). Tale è il mistero della croce: eccesso di male ed eccesso di amore ancora più grande. Quanto alla risurrezione, essa è l'opera di Dio che si rivela in questo dramma. Con la risurrezione, infatti, Dio rende giustizia e testimonianza a Gesù. Autentica così il modo di essere di Gesù, dicendo in qualche modo: «Io ero a fianco di questo uomo. Se volete sapere chi sono, ascoltatelo. Se volete sapere come io amo, guardatelo». Così, come cristiani è riconoscendo in Gesù il volto del Padre, il Figlio unico, morto e risorto, che possiamo dire che Dio ama, salva, comunica la vita in abbondanza, incondizionatamente, senza limite, infinitamente, smisuratamente.
Le Scritture testimoniano i molti modi dell'infinità della grazia di Dio. Ecco alcune citazioni al riguardo, molto note, ma che possiamo ascoltare in modo nuovo scoprendovi l'insistenza sull'eccesso della grazia di Dio.
Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio (Ef 2,4-8).
Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? (Rm 8,32).
Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8).
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura, potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,38-39).
Come ancora sottolinea Luca, «Dio è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (Le 6,35). Egli invita insistentemente «cattivi e buoni» (Mt 22,10) a entrare nella sala delle nozze. Abbandona tutto per mettersi alla ricerca della pecora perduta. Così, dunque, la grandezza dell'amore divino manifestato in Gesù Cristo - la sua larghezza, la sua lunghezza, la sua altezza, la sua profondità, per riprendere le parole di Paolo - sorpassa ogni conoscenza (Ef 3,18-19). Nulla può spegnere l'amore di Dio per noi, nemmeno il nostro peccato. Il dono di Dio è senza misura e incondizionato. L'unica condizione che ci viene chiesta, perché Dio, nella sua bontà, non potrebbe darci la vita contro il nostro volere, è di acconsentirvi, di lasciarci amare da questo amore folle.

Se la grazia di Dio è eccessiva fino a questo punto, la fede cristiana diventa essa stessa radicalmente non necessaria per essere generati alla vita di Dio

Se tale è l'amore di Dio e la comunicazione della sua vita - senza misura, senza condizione - allora possiamo fare una seconda affermazione: la fede cristiana (e di conseguenza il suo annuncio) è radicalmente non necessaria perché l'opera di Dio si compia. Questa affermazione può sembrare rude, eventualmente sconvolgente.5
Essa è tuttavia autenticamente tradizionale e profondamente salvifica. Certo, non c'è vita senza «fede», cioè senza fiducia in sé, nell'altro, nella vita.6 Ma la parola «fede» non indica qui specificatamente la confessione della fede cristiana. Certo, non c'è salvezza senza consenso finale di ciascuno, uomo e donna, all'amore di Dio manifestato alla fine dei tempi. Ma nel tempo della nostra vita, se la fede cristiana permette di sperimentare la salvezza, ciò non vuol dire, tuttavia, che i non-cristiani si trovano esclusi dalla dinamica della fede. È in questo senso che dico qui che la fede cristiana, nell'oggi della storia, non è necessaria per la salvezza. Dio, infatti, oggi come ieri, non cessa di generare alla sua vita e di condurre al suo Regno uomini e donne che non lo conoscono, che non credono in lui o hanno altre credenze. «Nessuno è obbligato a fare questo passo [della fede in Gesù Cristo, l'"unico necessario" per vivere, perché si tratta di credere che la vita vale la pena di essere vissuta e che vale la pena di mettere in gioco la vita per gli altri perché è così che l'abbiamo ricevuta ed è così che la si trasmette».? Riguardo a questa comunicazione della vita offerta per grazia a tutti, noi siamo, al riguardo, servi inutili. Noi siamo nulla e la grazia di Dio basta.
Così dunque, riguardo all'amore straripante di Dio, il riconoscimento esplicito del Dio di Gesù Cristo durante questa vita non è per nulla una condizione obbligata per essere condotti alla vita in abbondanza. Dio crea e ricrea, genera alla sua vita e salva in modo che noi non possiamo misurare, indipendentemente dalla Chiesa, dalla sua testimonianza e dai suoi sacramenti. Certo, come cristiani possiamo dire che la grazia di Dio per il mondo si manifesta ed è operante nella Chiesa e attraverso i suoi sacramenti, ma bisogna anche tener presente quest'altra affermazione di Gaudium et spes, ripresa nel Catechismo della Chiesa cattolica,8 che dice così: «Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale».9 Qui c'è l'affermazione della potenza creatrice e salvifica di Dio che anima ogni uomo, che coinvolge tutto l'universo, in un modo che supera le realtà ecclesiali.1° È la testimonianza della grazia di Dio, ma senza poterla limitare. Come Pietro all'assemblea di Gerusalemme riguardo alla salvezza offerta ai pagani, noi potremmo dire: «Chi siamo noi per porre impedimento a Dio?» (cf. At 11,17). La grazia di Dio è significata e passa attraverso i sacramenti, ma questa grazia operante di Dio non è legata ai sacramenti» La grazia li supera. In questo senso, nell'ipotesi stessa in cui la fede cristiana scomparisse dalla terra, non per questo Dio smetterebbe, per la grazia di Cristo, di conservare verso il mondo la sua sollecitudine creatrice e ricreatrice.

Se la grazia di Dio è eccessiva e se la fede cristiana è radicalmente non necessaria per essere generati alla vita di Dio, la fede cristiana è però radicalmente preziosa per la vita.
Essa la trasfigura e permette di vivere in modo radicalmente nuovo

Se la fede cristiana non è necessaria per condurre una vita piena di senso, gioiosa e generosa, se non è la condizione obbligata per essere amati da Dio ed essere generati alla sua vita, è però radicalmente prezioso conoscere e riconoscere, con una gioia raddoppiata, la grazia di Dio che ci è data, la speranza che essa autorizza al di là di ciò che possiamo immaginare. Questo riconoscimento, vissuto fraternamente nella Chiesa, celebrato nei sacramenti, non soltanto rischiara la vita di un giorno nuovo, ma la riconfigura e la trasfigura radicalmente. Per far comprendere il paradosso della non-necessità della fede e del suo carattere radicalmente prezioso faccio due esempi pedagogici. Immaginiamo due persone che si amano senza confessarselo, senza saperlo. Queste persone possono vivere così, ma la dichiarazione d'amore, benché non crei l'amore perché esiste già, cambia tutto. La dichiarazione trasfigura la vita e l'amore stesso dal momento che viene dichiarato, riconosciuto e dimostrato. Altro esempio: si può vivere, in modo pieno di senso, gioioso, generoso sotto le nubi senza rendersi conto che dietro c'è il sole con la sua luce. Ma se a un dato momento le nubi si squarciano e i raggi del sole inondano la terra, allora questa si ritrova trasformata. Appare sotto una luce nuova, che trasfigura e abbellisce ogni cosa. La stessa cosa è della fede; non necessaria per beneficiare della grazia di Dio, essa però trasfigura ogni cosa. È come la perla rara del vangelo. Si può vivere senza di essa, ma, una volta trovata, diventa il bene più prezioso,12 «molto più prezioso dell'oro destinato a perire» (1Pt 1,7).
Così è la nostra condizione umana. Dio ci ha fatti tali che la vita, senza la fede cristiana e senza la Chiesa, può essere portata al suo compimento. Non c'è bisogno di fede cristiana né di Chiesa per vivere una vita secondo lo Spirito di Dio ed essere uniti al mistero pasquale. Non c'è bisogno di fede cristiana perché una vita vissuta in verità possa essere riconosciuta come opera di Dio. Infatti, dal momento che l'amore è presente, che tra gli uomini viene vissuta l'ospitalità, che essi rifiutano la violenza, lo Spirito di Dio stesso è presente e concede a ciascuno di nascere a se stesso e di scrivere la propria storia. «Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21). «Ogni uomo è una storia sacra;13 l'uomo è a immagine di Dio», dice un canto liturgico molto noto.
Per quanto riguarda la grazia di Dio già operante nella genesi del mondo, la fede cristiana non aggiunge nulla se non precisamente il riconoscimento esplicito della grazia stessa. E questo riconoscimento, con tutto ciò che esso permette di vivere nella Chiesa, rinnovando lo sguardo su ogni cosa, apporta motivi supplementari di gioia, di senso, di gratitudine, di impegno che vengono ad aggiungersi, per grazia, alla grazia dell'esistenza. La fede, da questo punto di vista, è in ordine al «quanto più», «a maggior ragione», a fortiori. Se nel mondo c'è senso e gioia, se ci sono motivi di lottare per un mondo migliore, «quanto più», «a maggior ragione», a fortiori se si è cristiani, se si sa che siamo figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle destinati a una vita che non finirà. Quanto ai compiti comuni di umanizzazione che impegnano gli uomini, la fede cristiana, come dice Gaudium et spes (n. 43), ce ne fa «un dovere pressante». Se è un dovere, infatti, per gli esseri umani essere solidali tra loro, «a maggior ragione» se ci riconosciamo figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle in Gesù Cristo, chiamati alla vita eterna.
Da questo punto di vista, la fede appare come un raddoppiamento di senso, di gioia e di comunione che non si innesta soltanto sulla vita, ma, molto di più, la riconfigura, la trasfigura alla radice come in una nuova creazione, per una nuova nascita. «In Cristo, siete una nuova creatura» (2Cor 5,17), dice san Paolo. E l'intera vita a essere così riconfigurata e trasformata. Ciò non vuol dire, beninteso, che i cristiani abbiano motivi per prevalere sugli altri. Non si tratta, infatti, di essere o di pretendersi migliori; si tratta piuttosto di configurarsi alla rivelazione di una grazia che è offerta a tutti, che trasforma la vita e che ci impegniamo a condividere con altri.
Prima di passare alla terza parte, riassumo l'argomento. In virtù della natura eccessiva della grazia di Dio, la fede cristiana è radicalmente non necessaria per essere generati alla vita di Dio, ma è radicalmente preziosa per la trasfigurazione della vita che essa opera. In una logica di «grazia su grazia» (Gv 1,16), essa si dà come una grazia supplementare che viene ad aggiungersi alla grazia dell'esistenza.

 

Per un adattamento spirituale e pastorale della proposta della fede

In questo terzo punto, più pratico, più pastorale, vorrei porre la questione dell'adattamento spirituale dell'annuncio della fede alle prospettive teologiche che ho appena sviluppato. Questo adattamento spirituale consiste nel rimanere all'interno del paradosso che ho evocato di una fede radicalmente non necessaria e tuttavia radicalmente preziosa. La sfida di questo adattamento consiste nel lasciarci generare a un annuncio del vangelo che sia esso stesso evangelico. La mia riflessione si svilupperà in sei punti che illustrano la genesi in noi dell'atto della proposta della fede a chiunque.

L'immersione nell'amore smisurato di Dio

Il primo atteggiamento giusto del testimone del vangelo è di lasciarsi toccare dal messaggio dell'amore eccessivo di Dio. Il testimone deve stare davanti a Dio lasciandosi impregnare dalla ricchezza infinita della sua grazia. In altri termini, si tratta, per lui, di immergersi nella grazia del proprio battesimo, nella grazia di un Dio che dona vita, chiama ognuno per nome, lo riveste di dignità, lo salva, lo ricrea destinandolo a una vita che non avrà mai fine. La posta in gioco è che la proposta della fede trovi effettivamente le sue radici in questa esperienza di immersione nell'amore di Dio. La sfida è che la proposta della fede sia fondata sull'esperienza della grazia di Dio e ne sia l'espressione gratuita. Ci ritornerò.

La carità anzitutto: la priorità dell'atteggiamento diaconale

Il secondo atteggiamento consiste, per il testimone, nella disposizione ad amare nello stesso modo con cui è amato, cioè gratuitamente, senza calcolo, indipendentemente dai meriti. Questa fondamentale disposizione ad amare porta ad adottare un principio di benevolenza verso chiunque. Essere benevoli verso chiunque è, in ogni circostanza, volere il suo bene e custodire il suo bene. Si potrebbe parlare qui di atteggiamento «diaconale»: un atteggiamento di «servizio» nei confronti di tutti e in particolare dei poveri e di coloro che soffrono." La diaconia qui non indica un impegno particolare e specifico come, per esempio, la visita ai malati, ma, più fondamentalmente, a monte, un modo di essere, un modo amante di abitare il mondo in nome della grazia di Dio manifestata in Gesù Cristo: «La diaconia è un modo di relazionarsi o di essere inviato verso gli altri, che comprende in sé il dono di Dio così come si è manifestato pienamente nel Figlio».15 La diaconia indica, in questo senso, una vicinanza benevola agli uni e agli altri, frutto della pasqua di Gesù Cristo. È ciò a cui la Chiesa intera e i suoi diversi ministeri sono ordinati. Ogni sacerdote incomincia con l'essere diacono senza smettere mai di esserlo. Così pure è della Chiesa intera: la dimensione diaconale è alla base della sua missione. D'altronde, è ciò che proclamava solennemente Paolo VI a conclusione del concilio Vaticano II: «L'idea di servizio ha occupato un posto centrale nel concilio [...]. La Chiesa in un certo modo si è dichiarata ancella dell'umanità [...]; tutta la sua ricchezza dottrinale è rivolta in un'unica direzione: servire l'uomo».16

Vedere Dio in tutte le cose

Ma al testimone di Gesù Cristo non basta adottare un atteggiamento diaconale, bisogna che egli educhi il proprio sguardo per «vedere Dio in tutte le cose», secondo la formula ignaziana. «Vedere Dio in tutte le cose» significa, per il testimone, riconoscere l'amore di Dio operante nel mondo come lo è in lui stesso. E riconoscere, nell'esistenza concreta, Dio, in cui «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28), che genera alla sua vita, ama, rialza, salva, invita ciascuno a diventare se stesso.
Al riguardo, oggi, nel nostro mondo secolarizzato non dovremmo affinare lo sguardo per vedervi lo Spirito di Dio «che penetra ogni cosa»?17 Nella cultura attuale, Dio non è né evidente per l'intelligenza né necessario per vivere una vita gioiosa, piena di senso, generosa. Il mondo di oggi, in ogni caso nel contesto culturale europeo formato da secoli di cristianesimo, è arrivato a poter fare a meno di Dio. Il problema, per il testimone del vangelo, non è di denunciare questo mondo, di criticarlo duramente o di volerlo correggere perché esso non crede più in Dio, ma piuttosto di «vedere Dio» che genera questo mondo e amarlo. In altre parole, oggi la pastorale non consiste nel fare la lezione al mondo perché esso non crede in Dio, ma di vedere Dio in questo mondo discernendo nella non evidenza di Dio, nella sua non necessità, la traccia stessa di un Dio che dona la vita gratuitamente cancellando se stesso. In un certo modo, come credenti, dobbiamo forse riconciliarci teologicamente con il nostro mondo agnostico e ateo, cogliervi l'opera di Dio stesso, che concede agli uomini di vivere e di realizzarsi senza rendersi necessario né evidente. Si tratterebbe, in altri termini, di riconoscere la ricchezza infinita dell'amore di Dio che dona la vita cancellandosi, facendosi dimenticare, ritirandosi nella discrezione. Così si può riconoscere l'opera di Dio nel mondo incredulo di oggi nella misura in cui nasce da un dialogo vero e da un interrogarsi autentico. Questo mondo dice qualcosa della grazia di Dio che dona, genera e salva cancellandosi. La non credenza non è di per sé il frutto di un peccato che offusca la coscienza. La non-evidenza della fede come la possibilità di vivere senza di essa lasciano vedere qualcosa dell'infinito dell'amore di Dio che dona senza contare, senza l'obbligo di ricambiare.

La proposta della fede nell'impiego della diaconia

Per il testimone del vangelo, mantenersi nell'atteggiamento diaconale e «vedere Dio in ogni cosa» vuol dire essere condotto, nell'esistenza concreta, nel corso degli avvenimenti, a vivere nello spirito delle beatitudini, a essere ospitali verso tutti, con un a priori favorevole, in modo tale che ogni incontro sia, per l'uno e per l'altro, un momento di verità al servizio della comunicazione della vita. «Colui che bussa alla porta, sottolinea François Moog, lo accogliamo come un fratello e intessiamo con lui un dialogo che ci converte ambedue, facendoci entrare in un mondo nuovo di cui non siamo i padroni e che attraversa le nostre esistenze. Il dialogo converte perché il primo a essere accolto è lo Spirito operante in tutti».18 Vivere questa ospitalità (ri)sveglia l'umano in sé e nell'altro senza trattenerlo. Per il testimone del vangelo, è già un fine in sé, perché con questa ospitalità la vita si comunica. Ricordiamoci che la diaconia è la forma principale e fondamentale del ministero della Chiesa: contribuire al compiersi dell'umano vuol dire prendere parte all'opera di Dio già nel cuore dell'esistenza umana, senza che possiamo né limitarla né misurarla. Questa diaconia non è proselitista; non mira a fare dei discepoli o a riempire le chiese; essa consiste molto semplicemente nel fare in modo che si giunga a un di più di umanità. Come dice Philippe Bacq, si tratta «di permettere a Dio di generare persone alla propria vita grazie a un modo di essere in relazione e a un modo di agire ispirati dal vangelo».19
L'esercizio di questa diaconia - la carità - è un fine in sé. Si inscrive da se stessa in una dinamica di vita. Parlare di Dio non è affatto qui un passaggio obbligato, perché Dio stesso genera alla sua vita senza porsi come necessario. Radicata nell'esercizio della diaconia, la proposta della fede è dunque come un sovrappiù, come un'eccedenza che si offre gratuitamente. E questa proposta della fede si presenta essa stessa come fondata nell'atteggiamento diaconale di cui si è parlato prima: la proposta della fede è essa stessa, anzitutto e soprattutto, un atto di carità verso l'altro a cui si offre il meglio che si possa donare. La proposta della fede è un'opera di carità che, come ogni atto di carità, è un fine in sé qualunque sia, del resto, la reazione dell'altro, che l'ascolti o non l'ascolti, che l'accetti o meno. In questo senso, proporre la fede a qualcuno è innanzitutto la manifestazione della stima che si ha per lui a motivo stesso dell'amore di Dio che gli è personalmente offerto, che lo sappia o non lo sappia, che lo riconosca o meno.

Uno stile gradevole

La proposta della fede invita a riconoscere la grazia infinita di Dio già operante nella vita. L'enunciato di questa grazia riguarda anche il modo di dirla, il processo di enunciazione stesso o, in altre parole, lo stile del discorso al quale si ricorre per proporre la fede. Ricordiamoci al riguardo la frase di Pietro: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto» (1Pt 3,15-16). In questa ottica, l'enunciato della fede implica almeno due cose: da una parte, un aspetto argomentativo o apologetico nel senso positivo del termine - si tratta di «rendere ragione» - e, dall'altra parte, un modo di enunciazione che sia esso stesso gradevole, pieno di dolcezza e di rispetto. Abbiamo in ciò due tratti fondamentali della proposta della fede: plausibilità e gradevolezza.
Da una parte, infatti, è opportuno che la proposta della fede la faccia apparire come plausibile e ragionevole all'intelligenza umana. La proposta della fede non può conciliarsi con la pigrizia intellettuale. Infatti, si tratta di rendere ragione della fede, cioè di renderla comprensibile, desiderabile e dunque possibile per l'uomo, senza peraltro obbligarlo. La proposta della fede non costringe, ma «fa riflettere». Essa unisce, al riguardo, lievità e serietà: serietà per le questioni che pone, ma anche lievità per la libertà che dona. La proposta della fede, infatti, non pesa, non obbliga, non forza, ma si offre al riconoscimento libero della sua fondatezza come del suo carattere salvifico per la gestione della vita.
La plausibilità del discorso della proposta della fede che fa riflettere senza costringere implica un modo di enunciazione che sia esso stesso gradevole. Come caratterizzare questo stile gradevole? Il campo semantico ricchissimo della parola «grazia» può aiutarci. Comprende le nozioni di gratuità ma anche di riconoscenza, come nella «gratitudine». Comprende la dimensione del perdono, come in «graziare». È legato al piacere e alla felicità, come in «piacevole, fascino». È legato alla bellezza, come in «grazioso». Richiama ancora la nozione di dolcezza, di non-violenza e di vulnerabilità, come in «gracile». Lo stile gradevole della proposta della fede riunisce tutti questi tratti di gratuità, di gratitudine, di perdono, di piacere, di bellezza e di dolcezza. E questo stile gradevole della proposta della fede è esso stesso espressivo della grazia di Dio che vi si trova enunciata. Così, dunque, proporre la fede significa renderla ragionevole e plausibile per l'intelligenza, in modo che nello stesso tempo susciti un sentimento di bellezza, di piacere, di grazia e di bontà.

La comunicazione della fede in una logica del sovrappiù gratuito

La proposta della fede, abbiamo detto, è un atto di carità che è un fine in sé, indipendentemente dalla reazione dei suoi destinatari. Ma se uno di loro si lascia toccare e incomincia a condividere la fede, questo sarà allora come un sovrappiù esso stesso gradevole. In altre parole, se avviene l'adesione di fede dell'altro, sarà come una grazia supplementare, come un motivo supplementare di comunione e di gioia. Se c'è la gioia di vivere, se c'è la gioia di credere, c'è anche la gioia supplementare a comunicare la fede e a credere in comunione con i nuovi credenti. «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia completa- ta» (1Gv 1,3-4).20 Si può quindi capire perché Paolo diceva, nella Prima lettera ai Corinzi, che trovava la sua felicità nell'annunciare il vangelo e nel conquistare qualcuno al vangelo.

La comunicazione della fede nella dinamica della generazione alla vita di Dio

Questo accesso alla gioia e alla comunione di cui si è appena parlato si inscrive in una dinamica di generazione alla vita di Dio. Il testimone è così chiamato a coltivare in sé un atteggiamento di sollecitudine amante, piena di affetto paterno o materno verso l'altro, non nel senso che genera lui stesso, ma nel senso in cui, pieno di affetto, si mette a servizio della trasmissione della vita di Dio che egli non può né misurare né padroneggiare. Al riguardo, ascoltiamo ancora san Paolo:
Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. [...] Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, [...] ricevendo la parola di Dio che opera in voi credenti (lTs 2,7b-13).
È Dio che dona la vita, salva, crea e ricrea; non siamo certo noi. Ma, con la proposta della fede, noi possiamo, almeno, metterci al servizio di questa pasqua.
Dio creatore e salvatore è operante nel mondo senza di noi, con noi e oltre noi. L'opera di Dio, in questo senso, oltrepassa del tutto l'annuncio del vangelo e la proposta della fede. Questa non aggiunge nulla al dono di Dio offerto a tutti gratuitamente e senza misura, se non la grazia di riconoscere tale dono. Il riconoscimento del dono di Dio non è necessario per beneficiarne, ma è tuttavia radicalmente prezioso. Fa vedere l'esistenza sotto una luce nuova, la trasfigura, la rinnova concedendoci di viverla con motivazioni supplementari di impegno, di comunione e di gioia.

da: André Fossion, Il Dio desiderabile, EDB 2011, pp. 15-29.


NOTE

1 L'espressione «proporre la fede» è stata resa popolare dalla pubblicazione della lettera ai cattolici di Francia Proporre la fede nella società attuale, rapporto di mons. Dagens, prefazione di mons. L.-M. Billé, Cerf, Paris 1996, 129.
2 Questo articolo è il testo di una conferenza tenuta al Colloquio europeo delle parrocchie (CEP) svoltosi a Mons dal 5 al 10 luglio 2009.
3 A. COMTE-SPONVILLE, L'esprit de l'athéisme. Introduction à une spiritualité sans Dieu, Albin Michel, Paris 2006,135-136; trad. it. Lo spirito dell'ateismo. Introduzione a una spiritualità senza Dio, Ponte alle Grazie, Milano 2007.
4 Cf. C. THEOBALD, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella post-modernità, 2 voll., EDB, Bologna 2009.
5 Quest'affermazione può essere percepita sconvolgente nei contesti culturali in cui la fede in Dio fa parte delle evidenze culturali. Può anche apparire in contraddizione con alcune affermazioni ripetute dal Nuovo Testamento che legano la salvezza alla fede, come per esempio: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non avrà la vita» (Gv 3,36).Trattandosi del legame tra la salvezza e la fede, si possono fare i seguenti rilievi:
— è vero che non c'è salvezza senza la fede nel significato principale di «fiducia» nella vita, in sé e nell'altro. Questa fede è necessaria alla vita, ma essa non indica specificamente la confessione della fede cristiana;
— è vero che non c'è salvezza senza un abbandono fiducioso di se stessi, alla fine dei tempi, all'amore di Dio. Alla fine dei tempi, infatti, ognuno dovrà scegliere tra l'amore o il rifiuto dell'amore. Dio non potrebbe comunicarci la sua vita senza il nostro consenso al suo amore. Tinti gli uomini e tutte le donne, qualunque siano le credenze o le convinzioni che li avranno animati durante la loro vita, dovranno decidere, alla fine dei tempi, tra l'amore e il rifiuto dell'amore. Non ci sarà salvezza, dunque, nel senso escatologico del termine, senza consenso all'amore di Dio;
- è vero che la fede cristiana permette di sperimentare fin da ora la salvezza. Ma questa affermazione non vuol dire che gli uomini e le donne che non professano la fede cristiana siano esclusi dalla dinamica della salvezza. Il riconoscimento esplicito della salvezza in Gesù Cristo non è una condizione per esserne beneficiario. Il Credo cristiano riconosce l'amore di Dio manifestato in Gesù Cristo «per noi uomini e per la nostra salvezza». L'umanità intera è raggiunta da questa generazione alla vita che Dio dona.
6 Nella sua conferenza alle Settimane sociali di Francia sul tema del «Trasmettere», Christoph Theobald dice acutamente che non c'è vita senza fede, senza fiducia in sé, nell'altro, nella vita. Gesù, precisamente, era uno che, per la qualità della sua relazione, sapeva riconoscere o risvegliare nell'altro questa fede nella vita. Gesù genera la fede nella vita con il suo modo di rivolgersi all'altro; cf. il capitolo «La fede in Cristo: trasmettere l'intrasmissibile?», in C. THEOBALD, Trasmettere un vangelo di libertà, EDB, Bologna 2010, l5ss.
7 THEOBALD, Trasmettere un vangelo di libertà, 20.
8 Catechismo della Chiesa cattolica 1260.
9 GS 22 (EV 1/1389); cf. anche LG 16 (EV 1/326); 7 (EV 1/1104ss).
10 La preghiera eucaristica prega per tutti gli uomini «che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e tutti i defunti dei quali tu solo hai conosciuto la fede». Questa preghiera dice che la grazia di Dio si estende a tutti.
11 «Dio ha legato la salvezza al sacramento del battesimo, tuttavia egli non è legato ai suoi sacramenti» (Catechismo della Chiesa cattolica 1257).
12 Ma ciò non impedisce che altri possano sperimentare che il loro modo di pensare e di vivere sia più prezioso per loro di ciò che la fede cristiana invita a vivere. Così, oggi, per molti nostri contemporanei vivere senza Dio può apparire come una conquista umana estremamente preziosa. Si è qui nell'ordine delle convinzioni all'interno di un dialogo tra persone ragionevoli che si rispettano e si ascoltano per camminare in verità.
13 «Ogni uomo è una storia sacra» è una frase di Patrice de La Tour du Pin all'inizio di La vie recluse en poésie (1938). È stata integrata da Didier Rimaud nella messa «Quanto sono belle le tue opere», composta con Jacques Berthier per gli scout francesi nel 1983.
14 Cf. GS 1 (EV 1/1319).
15 É. GRIEU, Un lien si fort. Quand l'amour de Dieu se fait diaconie (Théologies pra- tiques), Novalis-Lumen vitae-Ed. de l'Atelier, Montréal-Bruxelles-Paris 2009, 16.
16 PAOLO VI, Omelia nella sessione pubblica: EV 1/448*ss.
17 PAOLO VI, Omelia nella sessione pubblica: EV 1/448*ss.
18 E MOOG, Reconnaissez l'Esprit de Dieu (1 Jn 4,2). La reconnaissance, enjeu décisif pour et sa mission, intervento tenuto a Lourdes in occasione dell'incontro catechetico «Ecclesia 2007», ottobre 2007. Il testo della conferenza è stato pubblicato in Accuellir ceux qui frappent à la porte de l'Église (Le point catéchèse), Le Senevé, Paris 2009.
19 P. BACQ, «La pastorale d'engendrement, qu'est-ce-à-dire?», in Lumen vitae 63(2008), 300.
20 «Completata», infatti, piuttosto che «completa», perché il testo greco della lettera usa "pepleromene", che è il participio passato passivo del verbo “pleroo”.