Aprire (a) la fede

André Fossion

 

«Per questo io ritengo di non mettere ostacoli
davanti ai pagani che si convertono a Dio» (At 15,19)

Non è inutile riascoltare l'invito di Giacomo all'assemblea di Gerusalemme riportata dal libro degli Atti degli apostoli. Questo appello mi pare sia un imperativo che, ancora oggi, si impone all'insieme della Chiesa e dei suoi pastori. La fede ci fa dire che Dio non è lontano dall'uomo e che l'uomo, nella gestione della propria vita, è «capace di Dio». Così, forti di questa fede, è necessario impegnarsi a fondo per facilitare l'accesso di tutti al riconoscimento salutare e gioioso della ricchezza infinita dell'amore di Dio manifestato in Gesù Cristo.

Di fronte a sfide inedite, una necessaria rivoluzione spirituale

Il dovere di togliere gli ostacoli al riconoscimento della grazia di Dio si presenta oggi in un contesto socio-culturale inedito, mai conosciuto prima: un contesto in cui Dio, in particolare nei nostri paesi, non è più evidente per l'intelligenza né necessario per vivere e, nello stesso tempo, un contesto di crisi planetaria del sistema capitalista di sviluppo. Nei confronti della storia plurisecolare dell'umanità in cui Dio o gli dèi facevano parte delle evidenze comuni, stiamo verosimilmente per passare collettivamente a un'altra èra, nella quale la religione non gioca più il ruolo di fondamento o di inquadramento della società. Questa situazione, che il cristianesimo ha contribuito a far accadere, lo mette profondamente in crisi. Essa però offre anche delle possibilità nuove per una riscoperta della potenza del vangelo a condizione che, senza nostalgia per ciò che è stato, si accetti, senza demonizzarla, la distanza che molti nostri contemporanei hanno preso nei confronti delle tradizioni religiose e delle istituzioni che le sorreggono. Questa presa di distanza è un fatto; essa è, oggi, un punto di partenza, non un punto finale. Essa, d'altronde, non inaridisce le aspirazioni spirituali. E il futuro forse ci riserva delle sorprese, soprattutto in un mondo in crisi, che è da reinventare. Infatti, oggi si vede chiaramente che il modello di crescita, di competitività e di consumo che attualmente domina, non può essere esteso all'intero pianeta. Bisogna assolutamente inventare un altro mondo secondo nuovi assiomi, il che suppone, come sottolinea Christian Arnsperger, molta intelligenza, immaginazione ed energia spirituale. Per affrontare le sfide del mondo contemporaneo e uscire dal vicolo cieco del sistema capitalista, bisognerà, dice, che ci si dedichi a veri esercizi spirituali, che si ricorra a degli «strumenti religiosi o non religiosi che portano il soggetto ad allargare e ad approfondire la sua prospettiva sull'esistenza, a demistificare le sue paure senza negarle e a trascendere (che non significa occultare) la sua identità socialmente e storicamente costruita».1
In questo momento cruciale per l'umanità, che impone una rivoluzione spirituale, si può sperare che il vangelo diventi nuovamente, con una rinnovata freschezza, una sorgente ispirante che scorre limpida e abbondante. Quando gli uomini e le donne si lasciano prendere dal vangelo, esso manifesta sempre tutta la sua forza trasformatrice e ispirante. Come dunque favorire questa esperienza e permettere al vangelo di fecondare le diverse culture e il mondo futuro?

Attualità dello stile del Vaticano II

Il concilio Vaticano II si era dato il compito di progredire nell'arte di proclamare il vangelo, di renderlo significante, comprensibile e accessibile per il mondo di oggi, con la convinzione che il vangelo è capace di far vivere chiunque lo accolga e di nutrirne l'esistenza. La Chiesa, durante il concilio, si è messa in ascolto del mondo, per imparare da esso e per compiere il proprio aggiornamento con la preoccupazione di rendere accessibile a tutti, per quanto possibile, la forza umanizzante del vangelo. Come diceva Paolo VI nel discorso di chiusura del concilio: «Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire e di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento».2 A tal fine il concilio si è messo in atteggiamento di ascolto del mondo e, contemporaneamente, di contemplazione della bontà senza misura di Dio, che penetra tutte le cose e le fa guardare con amore. La regola del concilio è stata prima di tutto la carità. Una simpatia senza limiti per gli uomini, sottolineava Paolo VI, ha invaso tutto il concilio: «Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno della verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore».3 Il concilio ha assunto la voce familiare e amica della carità pastorale. Ha cercato di esprimersi con lo stile della conversazione ordinaria. Si è messo così al servizio del mondo con la certezza che il vangelo è per esso, in mezzo alle sfide che deve affrontare, una forza di ispirazione, una potenza di umanizzazione. In questo spirito di servizio, ha rivolto al mondo un appello amicale e pressante a scoprire o a ritrovare, attraverso la via dell'amore fraterno, il Dio di Gesù Cristo che fa vivere. «Ecco - diceva ancora Paolo VI a conclusione del concilio - ciò che speriamo per l'umanità tutta intera, che qui abbiamo imparato ad amare di più e a meglio servire».4
Questo imparare del concilio e lo stile adottato per facilitare l'accesso di tutti al riconoscimento gioioso della grazia di Dio sono sempre da rendere nuovamente attuali. Perciò, nell'attuale contesto di mutazione, in cui si impone l'invenzione di un mondo nuovo, la Chiesa non può privarsi del potere che le è stato dato di innovare e di rinnovarsi nella fedeltà alla sua missione di umanizzazione e di evangelizzazione. Su questo punto, si devono ancora togliere degli ostacoli perché la Chiesa rimodelli effettivamente il suo funzionamento, il suo stile, il suo modo di essere per presentare al meglio, sotto lo sguardo di tutti, il messaggio evangelico e così renderlo accessibile. Il rischio che corre la Chiesa di oggi, 50 anni dopo il concilio, è che, per pigrizia, per paura, per autosoddisfazione, per amore dei poteri stabiliti, essa cada in un conservatorismo che la confina in un modello di cristianesimo occidentale, diventato inadatto allo stesso occidente. La sciagura sarebbe che essa perda la sua libertà di innovare sacralizzando le sue forme antiche al punto che ogni dibattito - sul ruolo del papa, sul celibato dei preti, sui divorziati risposati, sui riti liturgici, sulle forme del sacramento della penitenza, sull'accesso delle donne al sacerdozio, sulle relazioni ecumeniche e interreligiose, ecc. - sia sospettato di essere una infedeltà alla Tradizione o al vangelo stesso. La Chiesa si priverebbe allora della libertà di innovare di cui tuttavia essa dispone, così come testimonia la sua stessa storia.

Comunità fraterne e partecipative in nome di Gesù Cristo

Oggi, per andare avanti, per affrontare le sfide del mondo attuale e ridare tutte le possibilità al vangelo, è necessario poter sognare e perseguire ostinatamente i nostri sogni, con intelligenza, coraggio e realismo.5 Sulla scia del concilio, dobbiamo sognare una Chiesa decentralizzata, che promuova meccanismi partecipativi di deliberazione e di decisione, che offra modi più flessibili, più diversificati di vivervi e di camminarvi, che sia costituita di comunità fraterne, ugualitarie, di libera appartenenza e di libera espressione della fede comune in Gesù Cristo. Oggi, l'evangelizzazione e la catechesi passano necessariamente attraverso l'esistenza di comunità viventi, nel contempo catechizzate e catechizzanti, che formano un tessuto fraterno che colleghi le generazioni. Si ha bisogno di comunità che assumano delle responsabilità, che garantiscano funzioni diverse in modo partecipativo, che si strutturino meno in funzione del territorio che della rete di relazioni che esse fanno nascere e dei servizi che rendono con attenzione alla prossimità e all'accessibilità. La singolarità di queste comunità, in mezzo alla città, consiste non nella sottomissione a un ordine divino e sacro e incombente sulla nostra esistenza, ma nel loro rapporto personale con Gesù di Nazaret come col Dio di cui egli è il testimone e l'inviato. Gesù non ha fondato una nuova religione, ma nelle condizioni religiose del suo tempo, ha adottato un modo di essere e assunto delle posizioni di una novità così radicale che risvegliavano la vita in ogni incontro e ponevano delle domande ultime. Per questo la singolarità cristiana ritroverà la sua pertinenza e la sua attrazione centrandosi nuovamente sulla figura di Gesù Cristo, sul suo modo di essere, su ciò che è accaduto di lui fino alla sua morte ingiusta sulla croce, sulla testimonianza inaudita della sua risurrezione per la potenza di Dio. L'evangelizzazione oggi passa attraverso un linguaggio pertinente su Gesù. La preghiera delle comunità, le formulazioni inventive dei testimoni, il lavoro dei teologi possono essere crogiolo di un linguaggio rinnovato su Gesù: un linguaggio pieno di senso nei confronti dell'esperienza umana, un linguaggio che risveglia la vita, un linguaggio che mostra una immagine profondamente trasformata di ciò che l'umanità chiama «Dio», un linguaggio che infine attribuisce tutto il suo peso alla domanda di Gesù stesso: «E voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

La carità pastorale

Se le comunità viventi sono inevitabili per l'evangelizzazione del mondo contemporaneo, occorrono, a tal fine, dei profeti e anche dei responsabili, degli operatori pastorali, dei catechisti, debitamente formati e competenti, che siano dei «passatori» del vangelo. La competenza dei pastori - uomini e donne - di cui si parla qui e che si può sperare, indica il saper-fare inventivo che discerne ciò che è utile fare per il bene di tutti e per la generazione di «ogni opera buona», secondo l'espressione di Paolo nelle sue lettere pastorali. Indica anche il «desiderio condiviso»6 di svolgere insieme questo servizio.
La competenza pastorale è molteplice e complessa.' Prima di tutto c'è la competenza teologica che è la capacità di parlare della fede in modo giusto e coerente, in modo dinamico e significativo, con chiarezza e semplicità, senza mai cadere però nel semplicismo. Poi, la competenza culturale, che consiste nel potersi inserire nella conversazione degli uomini, interessarsi a ciò che interessa loro, a condividere i loro problemi e le loro preoccupazioni per poter semplicemente stabilire rapporti di amicizia e anche, in seguito, proporre la fede rendendone conto in un modo che sia percepito giusto. Ma ai pastori saranno anche necessarie competenze pedagogiche; con questo intendiamo la capacità di introdurre alla fede, di far maturare l'intelligenza, in un modo pieno di indicazione, con diverse tecniche, rispettando la singolarità delle persone, facilitando il loro apprendimento e agevolando il loro cammino personale. Al riguardo, è stato sottolineato più volte in questo libro, nel contesto attuale è particolarmente opportuna la pedagogia detta di iniziazione. I pastori dovranno anche essere dotati di una buona competenza organizzativa. Poiché la pastorale è un'opera collettiva, che richiede una organizzazione concertata, una ripartizione dei compiti in spirito di corresponsabilità e di collaborazione Infine, vi è la competenza spirituale senza la quale le altre sarebbero vuote. Questa competenza indica la capacità di svolgere i compiti pastorali in un modo che sia esso stesso evangelico, rigoroso e amabile nel contempo, in spirito di servizio. Il pastore, infatti, non è il centro. «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,27). È Dio che dona vita e crescita. Con rigore e in un gioioso non-possesso, il pastore è al servizio di questo generare.
I quattro punti che ho evocato qui riprendono, in modo conciso e sotto un'altra angolazione, ciò che mi sono sforzato di far emergere in questo libro: l'attenzione alle sfide del nostro tempo, la fedeltà allo spirito conciliare, la vitalità delle comunità locali e la carità pastorale. La sfida è di facilitare l'accesso al riconoscimento della grazia di Dio. Possa questo libro aiutare gli uomini e le donne che sono impegnati nella pastorale a essere più fiduciosi e più felici.

André Fossion, Il Dio desiderabile, EDB 2011, pp. 239-243

 

1 Cf. C. ARNSPERGER, Éthique de l'existence post-capitaliste. Pour une militantisme existentiel, Cerf, Paris 2009, 170.
2 PAOLO VI, Omelia nella IX sessione pubblica: EV 1/454.
3 PAOLO VI, Omelia nella IX sessione pubblica: EV 1/457.
4 PAOLO VI, Omelia nella IX sessione pubblica: EV 1/464.
5 Leggere a questo proposito P. Tixon, Pour libérer l'évangile (Théologies), Cerf, Paris 2009.
6 Secondo l'etimologia della parola cum-petere: «desiderare con».
7 Cf. a questo riguardo il mio contributo «La compétence catéchétique. Perspectives pour la formation», in H. DERROITTE - D. PALMYRE, Les nouveaux catéchistes. Leur formation, leur compétence, leur mission (Pédagogie catéchétique 21), Lumen vitae, Bruxelles 2008, 15-32.