Dire Dio nel lager

Ruggero Simonato

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"Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite": così termina il diario di Etty Hillesum, giovane donna ebrea, scritto in campo di concentramento. Due mesi prima aveva scritto: "La miseria che c'è qui è veramente terribile - eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce - non ci posso fare niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: "la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita".

Una breve vita intensa

A partire dal 9 marzo 1941 ha annotato fatti e riflessioni in otto quaderni manoscritti che formano il suo Diario; nelle lettere spedite agli amici scriveva idee analoghe, fino a quando venne caricata con i familiari nel treno che li trasferiva nel campo di sterminio di Auschwitz, il 7 settembre 1943. La pur tardiva pubblicazione degli scritti di questa giovane colta e dinamica ha rivelato una preziosa e tragica esperienza umana e spirituale.
Etty era nata in Olanda nel 1914, figlia di un docente di lingue classiche e di un'ebrea immigrata dalla Russia per sfuggire ai ricorrenti pogrom antisemiti. Era sorella di un affermato pianista e di un geniale medico ricercatore. Laureata in giurisprudenza, studiò lingue slave e cominciò a fare traduzioni dal russo; intanto divenne assistente d'uno straordinario psicochirologo che la aiutò nella ricerca di ciò che è umano, mentre attorno a lei cresceva la disumanità della guerra e dell'odio razziale legalizzato. Una disumanità ricorrente e sempre in agguato perché - nota il filosofo E. Lèvinas il corpo altrui offre "una resistenza quasi nulla" e l'omicidio è un "banalissimo incidente della storia umana".
Lei visse i primi anni della seconda guerra mondiale lavorando e studiando intensamente. Era piena di vita, di amicizie, di sogni. Presto spenti. Vide lucidamente lo squarcio che stava laceranndo la carne del suo popolo: "La liquidazione delle rimanenze ebraiche procede ora a ritmo serrato", ma non voleva cedere alla disperazione: "si può soffrire ma non per questo essere disperati". Annotava il 3 luglio 1942: "Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall'altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia".

Immersa nella Shoah

Come sfuggire alla disperazione senza perdere il realismo? Priva d'una specifica formazione religiosa, Etty visse un altruismo radicale, decidendo di condividere il destino del suo popolo. Dall'agosto 1942 andò nel campo di concentramento di Westerbork, pur non essendovi costretta, senza ascoltare gli inviti degli amici a fuggire o a nascondersi. Lì gli internati ebrei erano isolati, "in uno spazio vuoto, delimitato da cielo e terra", con indosso soltanto "l'ultima camicia della propria umanità". Lei divenne presto "il cuore pulsante della baracca", con un' "aria così raggiante" che incoraggiava i compagni di sventura, spesso preoccupati soltanto di salvarsi e ridotti a "semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze".
Il suo non era un atteggiamento spontaneo: "Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ho ripreso a vivere". Era una conquista. Di che cosa? La risposta sta nei suoi scritti. In essi c'è traccia dell'itinerario spirituale che l'ha portata ad aprirsi per questo essere agli altri e all'Altro, per proteggerli nell'immenso dolore. Conviene ascoltare qualche riga di quella sua scrittura capace di illuminare gli eventi dall'interno. In essa traspare la vita del suo spirito, la ricchezza della sua interiorità.

La scoperta dello spazio interiore

L'intuizione fondamentale dell'interiorità non le proveniva da un preciso credo religioso, ma da vari riferimenti alla cultura d'ispirazione biblica e cristiana, sintetizzati nel dovere di cambiare anzitutto se stessi: "Raccogliersi e distruggere in se stessi ciò per cui si ritiene di dover distruggere gli altri". In questo spazio interno ha trovato insospettate energie per ripensare e affrontare le enormi questioni che aveva di fronte: "Ogni momento della propria vita in cui si è privi di coraggio è un momento perduto". Occorreva impegnarsi perché dai pozzi più profondi della disperazione sorgesse un nuovo senso della dignità umana: "Dopo la guerra, due correnti attraverseranno il mondo: una corrente di umanesimo e un'altra di odio. Allora ho saputo di nuovo che avrei preso posizione contro quell'odio".
All'interno di sé scopriva, inoltre, soprattutto una realtà, una presenza insospettata con cui intrattenere un tenero dialogo, che le consentiva di gettare una luce nuova su se stessa e sulla situazione dolorosa in cui era immersa: "Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo stravagante, infantile o terribilmente grave con ciò che c'è di più profondo in me, e che per comodità io chiamo 'Dio' ". E, quasi echeggiando S. Agostino: "In fondo la mia vita è un ininterrotto ascoltare dentro me stessa, negli altri, in Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio stesso che ascolta nel più profondo di me. Ciò che c'è di più essenziale e di più profondo in me ascolta ciò che c'è di più essenziale e di più profondo nell'altro. Dio a Dio".

Un Dio fragile

Di quale Dio si tratta? L'attacco del nazismo agli ebrei ha colpito anche il rapporto dell'uomo con la trascendenza: ha reso quasi empio il pensare ad un Dio insieme buono e onnipotente, che guida comunque la storia al bene. Etty - come Simone Weil - non si è rifugiata in un provvidenzialismo fatalistico o in un irenico spiritualismo; ha pensato invece ad un Dio buono ma impotente di fronte al dolore, in sintonia con le riflessioni di Bonhoeffer e Benjamin, e in anticipo su quelle di E. Lèvinas e Hans Jonas.
Nel suo cuore ha appreso la terribile lezione dei campi di annientamento, la fragilità di Dio di fronte al male, il suo bisogno di noi: "Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l'oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali, ma anch'esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi".
Così gli ultimi suoi mesi di vita sono divenuti un incessante colloquio con Dio, un'unica preghiera: "Mi hai resa così ricca, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro con te, mio Dio".
L'agire a favore degli altri si radicava nel paradossale credere che noi portiamo la responsabilità del male e del dolore, ma anche dell'esistenza stessa di Dio nel mondo; e nella certezza che il nostro agire amoroso è effetto d'una azione divina in noi. Perciò nei confronti degli altri e di Dio sentiva di non poter accampare diritti, ma di avere soltanto degli obblighi, di dover esercitare quella bontà che - come la povertà - secondo E. Lèvinas, consiste "nell'andare senza sapere dove" per rispettare il volto dell'altro. Era l'antidoto all'obiettivo nazista di uccidere insieme al corpo anche l'anima dei deportati, portando le vittime al livello di abiezione morale del carnefice.
Nella sua ultima cartolina postale, lanciata il 7 settembre 1943 dal treno della sua ultima destinazione, Etty ha scritto: "Abbiamo lasciato il campo cantando". È stata uccisa il 30 novembre successivo ad Auschwitz.