Etty maestra

di canto corale

 

Lucetta Scaraffia, storica e saggista, si è occupata di storia delle donne e di storia religiosa, con particolare attenzione alla religiosità femminile. In quest’intervista ripercorre dettagliatamente la formazione spirituale di Etty Hillesum, quel cammino che la porterà alla piena comprensione e coraggiosa espressione di sé e del proprio ruolo. (Elena Buia)


D: Chi è Etty Hillesum?
R: Etty Hillesum fu una giovane donna moderna nata da una famiglia ebraica. Il nonno era un importante rabbino olandese, mentre il padre era professore di latino e greco, quindi un uomo attento alla cultura classica. Etty visse in un ambiente intellettuale e fu una giovane donna intellettuale. Era appassionata di libri e di letture; studiò legge e culture slave, studi che la legarono al ramo materno della famiglia: la madre, infatti, era un’ebrea russa, appassionata, di carattere istintivo e molto diversa dal padre, che invece era un uomo piuttosto razionale. Etty ereditò dal padre la passione per il mondo intellettuale e dalla madre una vena spirituale, emotiva, un interesse inquieto per la vita. Etty fu una giovane donna inquieta.

D: Nelle prime pagine del “Diario” Etty parla di cultura, delle sue passioni e dei suoi interessi: la guerra è ancora in sottofondo…
R.: Il diario inizia nel 1941. Conoscendo la situazione europea di quegli anni, ci stupiamo di come questa ragazza sia stata così presa dalle sue difficoltà a vivere, dai suoi interessi intellettuali e amorosi e da problemi personali come le depressioni improvvise o le angosce: Etty sembra quasi non accorgersi di tutto quello che c’è attorno. Appare tutta presa dal proprio lavorio interno, dal tentativo di imparare a vivere, e lei stessa afferma: “Io leggo per poter vivere”. Tutto quello che fa è una sorta di apprendistato a vivere, perché per lei vivere è molto doloroso.

D: Lei crede che i suoi malesseri fisici, di cui Etty scrive spesso nel diario, siano anche stati lo specchio di un disagio spirituale? Pensa che sia stato proprio questo disagio a mettere in moto un cambiamento, un tentativo di guardarsi dentro, un approfondimento?
R: Sicuramente in Etty Hillesum corpo e anima sono strettamente legati, come lei stessa capisce nettamente nelle prime pagine del “Diario”. Tutti i problemi che ha verso il cibo e tutte le sue debolezze sono malattie che oggi definiremmo psicosomatiche, cioè malanni che nascono dal suo disagio psichico, disagio che in seguito lei definirà spirituale. La cosa interessante è che Etty Hillesum fu capace di superare rapidamente la fase del disagio psichico – ossia dell’individuazione dei problemi psichici - per spostarsi immediatamente sul piano spirituale.

D: Chi è Spier?
R: Per superare i suoi disagi psichici Etty va da uno psicanalista un po’ strano, fuori da ogni scuola. Si chiama Julius Spier ed è uno psicochirografo; è stato allievo di Jung ed è uno studioso della psiche, ma è anche una specie di mago. Pur facendo riferimento alla scuola junghiana, Spier supera rapidamente i confini della psicoanalisi dell’epoca - confini molto circoscritti alla sfera dell’io e alla vita psicologica delle persone - per spostarsi in qualche modo sul piano del destino. Attraverso l’analisi delle linee della mano, Spier vuole leggere la persona umana, l’individuo che hai di fronte all’interno del suo destino. Tutto ciò si rifà a una dimensione squisitamente religiosa.

D: In che senso questa storia d’amore può essere considerata l’inizio della svolta spirituale di Etty Hillesum?
R: Julius Spier è uno psicanalista, ma è anche uno spiritualista, e ciò implica che per lui il destino è lo sfondo e il quadro entro cui interpretare il disagio psicologico delle persone. Spier pone immediatamente i disagi psicologici di Etti sul piano spirituale e infatti, come rimedio, le dà da leggere l’Antico e il Nuovo Testamento. Questo è un po’ curioso, perché Spier è ebreo ed Etty pure: entrambi conoscono le Sacre Scritture, ma solo dal punto di vista ebraico. Ciononostante, Spier dà a Etty la Bibbia cristiana, e da alcuni riferimenti pare fosse nella sua interpretazione cattolica – infatti c’è qualche differenza tra la traduzione cattolica e quelle protestanti. Non bisogna inoltre dimenticare che Spier è junghiano, ed è noto come il protestante Jung attingesse alle Sacre Scritture come a un luogo letterario metaforico di spiegazione della psiche. La differenza tra i due è che mentre Jung utilizzava queste metafore per spiegare sempre problemi di tipo psicologico, Spier va molto più in là e sposta l’accento sul piano del destino e sul piano religioso.

D: Etty si definiva “la ragazza che non riusciva a inginocchiarsi”. Da quando incontra Spier, però, inizia a parlare con Dio, lo riconosce come altro da sé e inizia la preghiera.
R: Il percorso di Etty è strettamente spirituale perché non si limita all’adesione razionale che in molti hanno nella lettura della Bibbia e dei Vangeli, non si limita neppure al piacere provocato da questa lettura, ma si tramuta immediatamente in esperienza spirituale, e l’esperienza spirituale per eccellenza è la preghiera. Per lei la lettura di questi testi diventa riuscire ad inginocchiarsi, ossia un’esperienza di tipo religioso-spirituale che entra nel suo intimo e cambia il suo modo di essere e di percepirsi.

D: Etty definisce la preghiera “un modo pazzo, forse bambino, per dialogare con la parte più profonda di me, che per comodità chiamo Dio”. Quindi in Etty Hillesum la conoscenza di sé va di pari passo con la conoscenza di Dio. Non è una conoscenza narcisistica, non si tratta di una mera introspezione...
R: Per Etty Hillesum l’adesione ad una vita religiosa e spirituale è un tutt’uno con la ricerca di se stessa. Non c’è distacco anche perché lei individua Dio dentro se stessa, impara ad ascoltare la voce di Dio dentro se stessa. Non c’è un brusco cambio di direzione della sua vita, ma piuttosto un continuum che ricalca il pensiero dei grandi mistici.

D: “Mi sento come un piccolo campo di battaglia in cui si combattono i grandi problemi del nostro tempo”. Etty, tramite il lavorio interiore, vuole assumere su di sé il male del mondo, per bloccarlo, per eliminarlo e per poi restituirlo purificato sotto forma di vita, di servizio...
R: Etty Hillesum capisce che il problema del male - che nel suo caso è anche un problema storico con cui si scontrerà in maniera drammatica - riguarda ogni uomo. Il male è dentro ogni uomo, non è solo il male dei nazisti contro gli ebrei. In questa battaglia tra bene e male lei individua immediatamente sia l’aspetto storico - più evidente – sia quello umano, perché ritrova i termini della battaglia dentro se stessa, e dunque dentro ogni uomo. In qualche modo ripropone il peccato originale nella versione più agostiniana possibile: Etty, infatti, fu un’appassionata di Agostino.

D: La cosa che sconcerta in Etty Hillesum è il sentimento di gratitudine. Come è possibile, da dove nasce la gratitudine di una ragazza ebrea che sta per essere deportata?
R: Per Etty Hillesum la più grande felicita è capire, è la comprensione. Nel suo caso si tratta di una vera e propria illuminazione, perché da razionale la comprensione si fa spirituale e mistica. Questo è il senso profondo di ogni vita, senso che lei sente di aver compiuto proprio perché è arrivata a tale illuminazione, alla comprensione profonda del senso della vita. Era ciò che la angosciava da giovane, ma ora ha risolto il problema - che è il problema di ogni essere umano - e per questo è felice: sente di aver compiuto il senso della vita, di averlo capito e compiuto. Pensa che ogni essere umano – una volta compreso tutto ciò - possa essere felice, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova a vivere.

D: Etty dice: “Dio, tu non puoi aiutarci, ma sta adesso a me aiutare te. Aiutare te vuol dire fare in modo che una parte di te in me non muoia”. Sono parole sconcertanti!
R: Sono parole sconcertanti in un momento in cui tutti, al contrario, hanno parlato della morte di Dio. Questa sua affermazione è molto importante perché significa che Etty ha capito che il raggio di luce e di amore da lei portato nel campo di sterminio testimonia la presenza di Dio nel campo di sterminio stesso. Ha capito anche che la presenza di Dio non è la salvezza materiale, ma è salvare il nucleo di amore, di capacità, di rispetto e di riconoscimento dell’umanità degli altri che lei cerca di riportare alla luce. In questo modo è sicura di difendere la presenza di Dio nel campo di concentramento. E’ una concezione di Dio molto raffinata, molto profonda, ma molto vera.

D: Etty per un breve periodo lavora presso il consiglio ebraico: lei lo odia e lo definisce un inferno, ma potrebbe darle l’opportunità di salvarsi…
R: La fase più contraddittoria della vita di Etty comincia quando le danno l’opportunità di lavorare come dattilografa presso il consiglio ebraico, un’istituzione nata e richiesta dai nazisti per mediare il rapporto tra il regime occupante e gli ebrei. Il consiglio ebraico è nato in tutti i paesi occupati dai nazisti ed ha svolto dei ruoli fortemente ambigui, del resto denunciati dagli stessi ebrei. Ad esempio, le persone che avevano rapporti o che facevano parte del consiglio ebraico avevano più possibilità di sapere cosa succedeva e di salvarsi, perché era il consiglio ebraico a stabilire quali ebrei dovessero partire. Il suo ruolo era orribile perché attraverso di esso i nazisti chiedevano agli stessi ebrei di farsi complici della selezione. Naturalmente il progetto finale era lo sterminio di tutti gli ebrei, ma i membri del consiglio non lo sapevano e pensavano di potersi salvare mandando altri al macello. Etty capì immediatamente questo fatto, e la sconvolse perché le fece comprendere che il male aveva la terribile capacità di proliferare passando dai nazisti agli ebrei: entrava in quegli ebrei che preferivano la morte di un altro alla propria. Questa consapevolezza le fece maturare una decisione drammatica e straordinaria, ossia quella di unirsi al suo popolo: lei, che poteva salvarsi, che poteva scappare, scelse la deportazione.

D: Parliamo della prima grande retata del luglio 1942 ad Amsterdam: la deportazione inizia da Westerbork, che è il campo di smistamento…
R: La prima retata di cui Etty è consapevole e testimone porta gli ebrei in un campo di concentramento, Westerbork, in una zona abbastanza periferica dell’Olanda. Qui gli ebrei stazionano in attesa di essere deportati a gruppi regolari verso Auschwitz. Etty capisce immediatamente qual è la posta in gioco e non si nasconde mai la realtà, come purtroppo hanno fatto molti altri ebrei fino alla fine. Comprende da subito che quel che succederà è lo sterminio di tutti e non s’illude neanche per un momento del fatto che qualcuno si possa salvare o pensa solo che qualcuno sopravviverà ai campi: non si illude che ci sia un’altra possibilità di salvezza per gli ebrei. Questa consapevolezza è ribadita più volte nel suo diario. Tale rifiuto d’illudersi la porta a coltivare il ricordo del passato e della sua vita felice, mentre molti altri deportati non riescono a ricordare nulla per il troppo dolore. Per lei, invece, la vita passata è un tesoro a cui fare sempre ricorso per poter vivere il presente.

D: Etty si definisce “il cuore pulsante della baracca”, in che senso?
R: Quando sceglie di partire con i suoi connazionali e di andare nel campo, Etty sa che il suo ruolo non è quello di vittima sacrificale che si unisce alle altre vittime, quanto quello di portare Dio nel campo. Si definisce “cuore pulsante della baracca” perché la sua volontà è quella di ricordare a tutte le persone che una parola buona o un atto d’amore possono portare luce anche in quelle condizioni terribili. I pochi sopravvissuti alla deportazione che hanno conosciuto Etty la descriveranno come una figura luminosa all’interno del campo.

D: Etty lancia la sua ultima cartolina dal vagone che la porta ad Auschwitz e vi scrive: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. Da chi viene presa, a chi viene spedita?
R: Etty, come molti deportati, riesce a lanciare un messaggio all’ultimo momento fuori dal vagone che la sta portando a Auschwitz. La cartolina viene raccolta da alcuni contadini olandesi, che la spediscono al destinatario. La frase “abbiamo lasciato il campo cantando” ci dà un’immagine completamente in contrasto con quella che di solito associamo a questi lugubri convogli. È qui che capiamo qual è la funzione di Etty: è riuscita a trasmettere a tutti coloro che vengono deportati con lei che ciò che sta accadendo non è solo male, ma anche la possibilità di tramutare il male in bene. Questa cartolina ci fa capire che lei è riuscita nel suo intento, prima all’interno di se stessa e poi con i deportati che partono con lei. Questo canto è ciò che ci riempie di maggior stupore in tutta l’opera della Hillesum: Etty è riuscita in quello straordinario esperimento alchemico che consiste nel mutare il male in bene, dando un senso alla vita e alla sofferenza al di là della situazione in cui questa viene vissuta. Etty ha anche trascinato gli altri in questa comprensione, e il canto corale descritto nella sua ultima cartolina ce lo testimonia: questo mi sembra il vero miracolo della vita di Etty Hillesum, il compimento più alto del suo cammino.

D: A chi parla oggi Etty Hillesum?
R: Etty Hillesum ha avuto un successo strepitoso presso atei, cattolici, ebrei: non ci sono limiti di pubblico in Etty Hillesum per una serie di ragioni molto interessanti. In primo luogo, Etty è una donna moderna in cui tutte le donne degli anni successivi hanno potuto identificarsi. Inoltre è una donna che riesce a percorrere un cammino spirituale al di fuori delle istituzioni: anche questo è molto moderno, perché gli individui odierni preferiscono essere autonomi invece che dipendenti da istituzioni. A formarla sono stati gli incontri con gli altri esseri umani: persone che le hanno dato dei libri e che le hanno permesso di proseguire questo suo cammino. Tale aspetto è molto importante perché, forse, l’unico modo in cui oggi noi moderni riusciamo ad accettare una conversione è attraverso un percorso interiore, e non tramite una conversione mediata dal clero o dalle istituzioni. Questa è la grande modernità di Etty Hillesum, ed è il motivo fondamentale per cui ha avuto un cosi grande successo.