La libertà dello Spirito:

Etty Hillesum,

una santità nuova

Wanda Tommasi

Spesso i santi, anche quelli che sono stati canonizzati dalla chiesa e che sono molto amati dalla religiosità popolare, sono stati personaggi eccentrici e anticonvenzionali. Accanto a figure di santi edificanti, che hanno condotto delle vite esemplari, vi sono sempre stati dei santi anomali, fuori dagli schemi, decisamente non convenzionali.
Penso per esempio a san Francesco, un santo amatissimo non solo dai cristiani, ma anche dai fedeli di altre confessioni religiose, come gli hinduisti. Il gesto scandaloso di Francesco d'Assisi di spogliarsi delle vesti e di mostrarsi nudo davanti al padre e a tutti segna il suo ingresso nella fede: è un gesto clamoroso e radicale. La scelta della povertà, esibita come una ricchezza di altra natura, il parlare con gli uccelli e con gli animali in genere, e infine l'essere in intimità con tutte le forme viventi e persino con quelle inanimate del creato, ne fanno sicuramente un santo anomalo.
Simone Weil gli riconosce lo straordinario merito di essere l'unico santo della tradizione cristiana ad avere espresso pienamente l'amore per questa nostra patria terrena, per la bellezza del mondo; e l'amore per l'ordine del creato è per lei una delle forme dell'amore implicito di Dio.[1] A sua volta, Max Scheler vede in san Francesco l'unico esempio di amore cristiano in cui si fondono la tradizione occidentale, orientata all'amore per Dio e per il prossimo, e quella orientale, contrassegnata piuttosto dall'«elevazione della natura verso la luce e lo splendore del soprannaturale».[2]
Una seguace di san Francesco, la beata Angela da Foligno, fu anche lei portatrice di una santità inquieta: si era sposata in giovane età e aveva condotto una vita «selvaggia, adultera e sacrilega».[3] Prima di diventare terziaria francescana, Angela aveva pregato intensamente Dio di far morire tutti i suoi familiari, come in effetti accadde in un breve arco di tempo, affinché lei potesse dedicarsi interamente a lui.
La stessa santa Teresa d'Avila, prima di essere canonizzata e proclamata in seguito dottore della chiesa, era stata definita da un nunzio apostolico una donna «vagabonda e ribelle», «che pretendeva di insegnare come maestra nonostante quello che aveva detto san Paolo, quando aveva ordinato che le donne non insegnassero».[4] Teresa, sottoposta all'Inquisizione, aveva rischiato di essere accomunata alle false mistiche condannate dalla chiesa, di essere scambiata per una simulatrice.
In generale, si può dire che una santità eccentrica e anticonvenzionale caratterizzi, fra i santi, in modo particolare i mistici e le mistiche. Soprattutto nell'età moderna, quando, tramontato l'ordine teocentrico medioevale, la ricerca del Dio assente diventa lo stimolo a scandagliare il proprio spazio interiore come luogo di tentazione e di prova, la "follia" mistica diventa la via privilegiata di imitazione del Cristo.[5]
Questo vale a maggior ragione per la nostra epoca contemporanea, a proposito della quale Simone Weil afferma che, in un tempo dominato dalla menzogna come il nostro, i soli capaci di dire la verità sono i folli, gli emarginati, gli idioti, ma al prezzo di non essere ascoltati da nessuno:
In questo mondo, solo degli esseri caduti all'ultimo grado dell'umiliazione, ben al di sotto della mendicità, [...] guardati da tutti come sprovvisti della prima dignità umana - la ragione -, solo costoro hanno la possibilità di dire la verità. Tutti gli altri mentono.[6]
In altri termini, la sequela di Cristo si traduce spesso, nella mistica moderna e contemporanea, in gesti di "follia" o che tali almeno appaiono agli occhi del mondo, si traduce nel contatto con l'emarginazione sociale, con i corpi feriti, sfigurati e mutilati.[7]
Proprio per il nostro tempo, il quale è non solo totalmente secolarizzato ma anche scristianizzato, occorrono forme di santità nuove: fra le mistiche contemporanee che rappresentano degli esempi di santità nuova, anticonvenzionale, del tutto fuori dagli schemi agiografici tradizionali, si possono annoverare a mio parere Simone Weil ed Etty Hillesum. Mi soffermerò proprio su quest'ultima.
Etty Hillesum, giovane donna ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943, all'età di ventinove anni, ebbe, dal punto di vista della morale convenzionale, una vita irrequieta e scandalosa. A partire dall'età di ventisette anni, intrattenne una relazione con due uomini contemporaneamente: Han Wegerif, olandese, suo padrone di casa, un vedovo sessantaduenne a cui la legava una relazione di lunga data, e Julius Spier, ebreo cinquantacinquenne, suo psicoanalista, amante e compagno intellettuale, il quale era a sua volta fidanzato con una ragazza ebrea che lo aspettava a Londra.[8]
Ora, Etty, benché sappia bene che la morale comune può giudicare scandaloso il suo comportamento, non si sente affatto a disagio: sente di essere "fedele" a entrambi gli uomini che ama,[9] ma soprattutto questa sua sregolatezza affettiva non le impedisce di intraprendere un cammino spirituale straordinario, che la porta a scoprire Dio dentro di sé e a coltivare una religiosità tutta sua, estranea a chiese, sinagoghe, dogmi.
Non le è neppure di ostacolo nel suo cammino mistico-spirituale l'aborto volontario, a cui ricorre per interrompere una gravidanza indesiderata:[10] rimasta incinta - di Han Wegerif, probabilmente -, decide di abortire perché non se la sente di mettere al mondo un bambino in quelle circostanze storiche - la persecuzione degli ebrei, la deportazione, lo sterminio -; la spinge all'aborto anche il timore di germi di follia che circolano nella sua famiglia e che lei ritiene che possano essere ereditari.
In seguito all'aborto, si affida a Dio chiedendogli dí accettarla così com'è, con i propri limiti e le proprie contraddizioni, e continua il suo colloquio con lui nella preghiera: né la sua libertà sessuale né l'aborto sono di ostacolo alla sua relazione con Dio, che prosegue e anzi si intensifica in seguito a tali eventi.
Il suo si può definire un cammino di santità nuovo. Dalla scoperta di Dio dentro di sé, Etty arriva fino all'intuizione straordinaria di dover "aiutare Dio" a non assentarsi del tutto da un mondo avvelenato dalla violenza, dall'odio e dal risentimento:
Una cosa [...] diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.[11]
Questo proposito di "aiutare Dio" per farlo sopravvivere alla shô'âh, come un bimbo inerme custodito nel suo grembo - come se lei fosse incinta di Dio -,[12] si traduce di fatto nell'impegno, portato avanti nel campo di smistamento di Westerbork, in Olanda, di aiutare il suo prossimo, gli ebrei disperati che affollano il campo, a cercare a loro volta di disseppellire Dio dentro di loro, liberandolo dalle macerie dell'odio e del comprensibile desiderio di vendetta.
Certo, a farla giungere all'intuizione straordinaria secondo cui non è Dio a poter aiutare noi uomini, ma siamo noi a dover aiutare Dio - un'intuizione che l'accomuna a Dietrich Bonhoeffer [13] -, è soprattutto la terribile esperienza della shô'âh: è proprio lì, in un mondo dominato dalla violenza e dall'odio, che occorre "aiutare Dio" affinché egli non scompaia del tutto dal cuore degli uomini. Rispetto all'enormità della catastrofe e dell'orrore che la shô'âh rappresenta, poca cosa sono il disordine sentimentale di Etty e il suo aborto: ha fatto bene questa giovane donna a non lasciarsene turbare eccessivamente e a rendersi capace ugualmente di aiutare Dio e il suo prossimo in un tempo storico che ne aveva un così grande bisogno.
La "santità" di Etty ha inoltre la peculiarità di non lasciarsi rinchiudere in un recinto confessionale determinato: lei non appartiene totalmente né all'ebraismo né al cristianesimo, nonostante vi siano state dispute fra ebrei e cristiani in Olanda per contendersene l'eredità.[14] Oltre che dall'ebraismo e dal cristianesimo, Etty trae ispirazione per la sua spiritualità anche dalla religione islamica, visto che fra le sue letture, oltre all'Antico Testamento e al vangelo, c'è anche il Corano, e dalla sapienza orientale. La sua è una santità libera, interreligiosa, che va al di là dei confini che separano fra loro le diverse confessioni religiose.
Nella religiosità di Etty agisce la libertà dello Spirito. La parola ebraica per indicare lo Spirito è rûah, "soffio" o "respiro": il significato di questa parola non è lontano dall'immagine che ricorre in Etty Hillesum, quella di Dio come la parte più riposta di sé, come il soffio divino che alita in ciascuno di noi. Lo Spirito, si sa, soffia dove vuole, e usa liberamente quelli e quelle che si lasciano usare da lui.
In un tempo, quello attuale, in cui la chiesa cattolica si arrocca spesso su posizioni a mio avviso inaccettabili sul piano della morale sociale - per esempio sulla questione dei divorziati risposati o su quella delle unioni omosessuali -, abbiamo bisogno di sante anticonvenzionali come Etty per avvertire ancora di nuovo la libertà dello Spirito e il soffio dell'amore creativo di Dio.
Un altro aspetto per cui si può parlare di "santità" a proposito di Etty Hillesum è il suo rifiuto dell'odio: in un tempo in cui tutti gli animi sono avvelenati dalla violenza, dall'odio, dal risentimento e dal desiderio di vendetta, Etty pratica l'amore per il prossimo e rifiuta l'odio indiscriminato, rivolto a un'intera categoria di persone, fossero pure i tedeschi o i nazisti. Scrive:
Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero.[15]
Etty arriva fino a pregare per un tedesco perbene, kasher, che le è capitato di incontrare.
Questa sua posizione, di amore per il prossimo, anche per il nemico, e di rifiuto dell'odio indifferenziato si colloca in una pratica di non-violenza radicale ma estremamente efficace per la sua capacità di sottrarsi all'umiliazione che viene inflitta agli ebrei. Infatti, Etty Hillesum, lungi dal lasciarsi piegare dalle innumerevoli e crescenti restrizioni e discriminazioni attuate a danno degli ebrei nell'Olanda occupata dai nazisti, non reagisce aggressivamente alle provocazioni, ma mantiene sempre fermo il senso della propria dignità: «Per umiliare qualcuno si deve essere in due», scrive: «Colui che umilia e colui che è umiliato e soprattutto che si lascia umiliare».[16] Se quest'ultimo è immune dall'umiliazione, restano solo delle "disposizioni fastidiose", ma la propria dignità non ne viene intaccata. Un senso di indomita fierezza traluce da queste parole di Etty.
Alcuni le hanno rimproverato di non essersi voluta salvare, di non aver cercato di fuggire, di essersi consegnata volontariamente ai nazisti: Tzvetan Todorov l'ha criticata vedendo nel suo atteggiamento di fronte alla prospettiva della deportazione una rassegnazione pericolosa, un'accettazione così completa di tutto ciò che le poteva accadere che tale supina accettazione non sarebbe stata certo da raccomandare agli ebrei in simili circostanze.[17]
Tuttavia, in realtà, il motivo per cui Etty non ha voluto sfuggire alla deportazione non è stata la rassegnazione, ma la responsabilità morale, la consapevolezza che, se non partiva lei, qualcun altro sarebbe partito al suo posto.[18] Etty ha avvertito una profonda responsabilità nei confronti di altri, ebrei come lei, i quali, se lei fosse riuscita a salvarsi, sarebbero stati sacrificati al posto suo, e non ha voluto salvarsi al prezzo della vita di qualcun altro. Nello scegliere di recarsi volontariamente a Westerbork, rifiutando l'ancora di salvataggio del consiglio ebraico di Amsterdam, Etty avvertì quella responsabilità estrema per altri, per il volto d'altri, che arriva fino al limite della sostituzione, di cui ci parla il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas.[19] Nel volto altrui brilla il divino: lì c'è una trascendenza incarnata, e noi ne siamo infinitamente responsabili.
Nel campo di Westerbork, dove si era recata in un primo tempo come infermiera volontaria, e dove in seguito era stata internata come prigioniera, Etty Hillesum ha testimoniato la sua fede, comunicandola agli altri abitanti del campo, che erano comprensibilmente disperati, anche a quelli che non erano credenti o che avevano perso la fede.[20]
Per questo, lei parla oggi non solo a coloro che appartengono a confessioni religiose diverse, ma anche a chi non crede, a chi dubita, a chi ha perduto la fede. E soprattutto Etty insegna a noi tutti, in ogni tempo e luogo che, per quanto disperata possa essere la situazione che stiamo attraversando, tuttavia possiamo ancora essere lieti e lodare Dio per un cibo condiviso con degli amici e per il fatto di avere due mani che potranno sempre congiungersi nella preghiera.
Etty ci insegna, con il suo esempio e con le sue parole, che può anche esserci tolto tutto, ogni avere e ogni affetto, ma non il pezzo di cielo sopra la nostra testa,[21] né il giallo dei lupini nella brughiera né la bellezza del creato. Tutto questo a Etty i nazisti non hanno potuto toglierlo, finché è stata in vita nel campo di Westerbork e poi, per breve tempo, in quello di Auschwitz.
La vocazione di Etty è stata quella di una grande libertà religiosa e spirituale, e a tale vocazione lei è stata fedele fino in fondo. Questo è stato il tipo di santità - una santità eccentrica, anomala, noncurante della morale convenzionale -, che Etty Hillesum ha concretamente incarnato. Sta a noi raccoglierne l'eredità. Perché, come afferma Simone Weil, il nostro tempo ha bisogno di un tipo di santità nuova:[22] non quella celata nelle vesti dei religiosi, preti o suore, ma una santità diversa, incarnata da persone mescolate fra la gente comune, indistinguibili dagli altri, che ne condividano gli sforzi e le contraddizioni. Una santità che emerga a fatica dai problemi, dalle gioie e dalla angosce della gente comune, ma anche da una fede in Dio che, come Etty ci insegna, può riuscire a non venir meno neppure nelle prove più estreme.

(Concilium, 3/2013, pp. 135-143)

 

NOTE

[1] Cf. S. WEIL, Forme dell'amore implicito di Dio, in EAD., Attesa di Dio, a cura di J.-M. Perrin, Rusconi, Milano 1988, 127s.

 

[2] M. SCHELER, Essenza e Forme della Simpatia, a cura di L. Boella, Franco Angeli, Milano 2010, 110.

 

[3] Cf. ANGELA DA FOLIGNO, Il libro, introduzione, traduzione e note di S. Andreoli, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998.

[4] Cf. R. ROSSI, Teresa d'Avila. Biografia di una scrittrice, Editori Riuniti, Roma 1993, 197. Su Teresa, cf anche D. SARTORI, Perché Teresa, in Diotima: mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La tartaruga, Milano 1990, 25-60, e il mio I filosofi e le donne. La differenza sessuale nella storia della filosofia, Tre lune, Mantova 2001, spec. 105-111.

[5] Cf. M. DE CERTEAU, Fabula mistica. La spiritualità religiosa fra il XVI e il XVII secolo, Il mulino, Bologna 1987.

[6] S. WEIL, Écrits de Londres et dernières lettres, Gallimard, Paris 1957, 255. Penso, fra gli esempi recenti di santità di questo tipo, segnata dal contatto con i corpi piagati dei malati e dei lebbrosi, a madre Teresa di Calcutta.

[7] Penso, fra gli esempi recenti di santità di questo tipo, segnata dal contatto con i corpi piagati dei malati e dei lebbrosi, a madre Teresa di Calcutta.

[8] Sulla vita e il pensiero di Etty Hillesum, cf. il mio Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Messaggero, Padova 2002.

[9] «Nel mio cuore gli sono fedele. Sono fedele anche a Han. Sono fedele a tutti. [...] È mancanza di gusto? È decadente? Per me è tutto perfettamente in ordine [.. .1. Si tratta di un altro amore, che si estende più lontano» (E. HILLESUM, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1981, 84).

[10] Cf ibid., 82.

[11] Ibid., 194.

[12] L'immagine di Etty "incinta" di Dio viene usata da L. MURARO, Il Dio delle donne, Mondadori, Milano 2003, 154ss. Questo libro è importante perché offre una lettura libera e originale della mistica femminile alla luce del pensiero della differenza sessuale.

[13] Cf. D. BONHOEFFER, Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, edizione critica a cura di Chr. Gremmels, E. Bethge e R. Bethge, Queriniana, Brescia 2002.

[14] Cf J.-G. GAARLANDT, Introduzione, in E. HILLESUM, Diario 1941-1943, cit., 13.

[15] HILLESUM, Diario 1941-1943, cit., 29s.

[16] Ibid.,126

[17] 17 Cf. T. TODOROV, Di fronte all'estremo, Garzanti, Milano 1992, 211-225.

[18] 18 Cf. N. NERI, Un'estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, Bruno Mondadori, Milano 1999.

[19] Cf. E. LÉVINAS, Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, Jaca book, Milano 1983.

[20] «Ci ho messo due sere per poter confidargli questa cosa così intima, la cosa più intima che ci sia. E volevo tanto dirgliela, quasi per fargli un regalo. E allora, allora mi sono inginocchiata in quella gran brughiera, e gli ho detto di Dio» (HILLESUM, Diario 1941-1943, cit., 206).

[21] «Dappertutto ci sono cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada c'è pur sempre il cielo, tutto quanto» (ibid., cit., 126s.).

[22] n Cf. S. WEIL, Quaderni, vol. IV, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1993, 314.