Com’è possibile

il perdono? 

Commento al Compendio del Catechismo /51

Enzo Bianchi

 

La misericordia penetra nel nostro cuore solo se noi pure sappiamo perdonare, perfino ai nostri nemici. Ora, anche se per l’uomo sembra impossibile soddisfare a questa esigenza, il cuore che si offre allo Spirito santo può, come Cristo, amare fino all’estremo della carità, tramutare la ferita in compassione, trasformare l’offesa in intercessione. Il perdono partecipa della misericordia divina, ed è un vertice della preghiera cristiana.

(Compendio del Catechismo n. 595)  

Il perdono ha a che fare con il male, una realtà che nelle sue varie forme è ben presente nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Il male commesso è irreversibile, resta male anche dopo il perdono, ma può essere trasceso. Con il perdono, radicato nel perdono preveniente donatoci da Dio in Gesù Cristo, chi ha subìto il male ricrea le condizioni per un nuovo inizio nella relazione con l’altro: questa è l’azione dello “Spirito santo, il quale è la remissione dei peccati” (preghiera liturgica), è il perdono che ricrea vita là dove c’è morte.

Ma com’è possibile il perdono nella nostra vita quotidiana? Si tratta di un cammino lungo e faticoso, che comporta almeno due tappe essenziali. Innanzitutto occorre rinunciare alla tentazione impulsiva di rispondere al male con il male, interrompendo la spirale distruttiva dell’odio e della vendetta. Non si tratta di perdonare subito, con una forzatura della volontà, e neppure di esercitarsi a dimenticare, perché il male subìto non va negato né dimenticato: è male, e come tale va ricordato, perché nel farne memoria si riconosce ciò che è mortifero, che non deve ripetersi più e che, soprattutto, non va ripetuto da chi ha sofferto il male. Occorre però imporsi di non dare corso alla rabbia, alla violenza che in noi vorrebbe esplodere. La rinuncia è un atto al quale occorre allenarsi costantemente, per poter avere padronanza su noi stessi e sui nostri istinti aggressivi.

(Famiglia cristiana, 11 agosto 2013)