Perché la preghiera

è un combattimento?

Commento al Compendio del Catechismo /32

Enzo Bianchi


La preghiera è un dono della grazia, ma presuppone sempre una risposta decisa da parte nostra, perché colui che prega combatte contro se stesso, l’ambiente, e soprattutto contro il Tentatore, che fa di tutto per distoglierlo dalla preghiera. Il combattimento della preghiera è inseparabile dal progresso della vita spirituale. Si prega come si vive, perché si vive come si prega.

(Compendio del Catechismo n. 572) 

La tradizione cristiana ha sempre affermato che la preghiera è fatica, lotta. Basta ricordare un detto di un padre del deserto: “Non vi è fatica così grande come pregare Dio. Qualsiasi opera l’uomo intraprenda, se persevera in essa, trova riposo, ma per la preghiera bisogna lottare fino all’ultimo respiro!”.

Già la Scrittura ci testimonia che pregare è una lotta (cf. Es 17,8-16; Gen 32,23-33), in cui gli occhi si consumano (cf. Sal 119,123), la gola si inaridisce nel gridare a Dio (cf. Sal 22,16)… Nella preghiera il corpo si fa sentire in tutta la sua materialità: entrare nella preghiera esige pertanto il prendere coscienza del proprio corpo, luogo dell’inabitazione di Dio e “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19), fino a giungere a un atteggiamento di profonda unità davanti al Signore.

Se questa fatica fisica è una costante della preghiera di ogni tempo, oggi siamo particolarmente sensibili al fatto che la preghiera comporta una serie di condizioni contraddette dagli attuali ritmi della vita. Ai nostri giorni è più che mai faticoso rimanere nel silenzio, esigenza umana innanzitutto, necessaria per ridare unità al proprio essere che rischia la dissipazione nell’eccesso di rumori e di parole; è difficile rimanere nella solitudine, fermi per un certo tempo in uno stesso luogo; è difficile accettare l’inattività del tempo dedicato alla preghiera. Sembra quasi una follia, nella civiltà dell’immagine e della comunicazione, vivere l’atteggiamento di chi si apre a discernere una Presenza invisibile e silenziosa…

Dopo aver deciso di porsi in questa condizione esteriore, ecco che si apre per l’uomo il faccia a faccia con Dio, che provoca smarrimento: quando ci mettiamo in questa nudità di fronte a Dio, proviamo paura, diventiamo inquieti. Ma è proprio da questo abisso che può iniziare il cammino di comunicazione nella fede con il Signore: solo così sapremo trovare nel dialogo interiore con il Signore pacificazione e unità di tutta la nostra persona. Senza dimenticare la fatica della lotta contro le tentazioni, che puntualmente si scatenano quando ci mettiamo in preghiera: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione” (Sir 2,1); così come la fatica richiesta dalla necessità di assumere i pensieri di Dio, ben diversi dai nostri (cf. Is 55,8-9).

In questo sforzo che ciascuno affronta solo davanti al Signore è di grande conforto la certezza di essere attorniati dalla comunione dei santi del cielo e della terra. Coloro che ci hanno preceduti nel cammino di fede e i fratelli che ci attorniano ci garantiscono una preghiera incessante, capace di supplire ai nostri momenti di difficoltà: questa è una grande consolazione, uno stimolo a non disertare la lotta quotidiana della preghiera e della vita.

(Famiglia cristiana, 31 marzo 2013)