Mons. Giancarlo Perego

 

Docente di Teologia, Resp. Centro Documentazione Caritas Italiana-Migrantes

 

LETTURA DELLA SITUAZIONE

 

 

 

 

1. Volti nuovi tra i poveri vicini

 

 

 

La povertà oggi in Italia: i dati statistici ufficiali (Istat, Banca d’Italia)

 

 

 

Un primo dato economico di partenza, non secondario è che in Italia il 50% delle risorse economiche sono in mano al 10% della popolazione e il restante 50% è in mano al 90% della popolazione: si tratta di un primo dato ‘macro’ che segnala già una profonda disuguaglianza nel nostro Paese. Andando, poi, ad analizzare i dati ufficiali sulla povertà[1], resi oggi ancora più gravi dalla crisi economica e sociale, oggi parliamo di  2.653.000 famiglie (l’11,1% delle famiglie residenti in Italia) e di 7.542.000 persone (il 12,9% della popolazione) che in Italia vivono una situazione di povertà di reddito e di consumo, che quasi raddoppiano se si va a inserire per altre persone e famiglie una spesa imprevista annuale fino a 1.000 euro. E’ un dato pressoché costante da 10 anni. Questo dato, però non è uniforme in Italia, ma esiste un forte divario tra povertà al Nord e al Sud: rispetto al dopoguerra si è ribaltata la situazione (da una povertà al 20% al Nord si è passati al un 5 % - 6,2 per l’Emilia Romagna; da una povertà al 5% al Sud si è passati al 22,5%[2] - arrivando anche al 27% in Sicilia. La povertà più grave riguarda le famiglie con tre e più figli (30%), che arriva ad essere del 48% al Sud. Nelle regioni del Nord si assiste a una povertà delle persone anziane e sole o non autosufficienti: un dato allarmante. Una situazione di povertà nuova riguarda le famiglie monoreddito, in seguito anche a divorzi e separazioni (in Italia oggi 402 su 1000 matrimoni). Un altro dato che la Banca d’Italia segnala è che il 68% di chi si trova in questa povertà relativa vi permane già da tre anni.

 

 

 

La povertà oggi in Italia: oltre i dati statistici su reddito e consumi

 

 

 

Questi dati statistici sulla povertà a partire dal reddito e dal consumo trascurano di considerare altre situazioni che interessano le nostre città e i paesi e che in questi ultimi anni hanno subito forti trasformazioni. Mi riferisco ai 4 milioni di immigrati, ai 2.500.000 di disabili, di cui 170.000 in residenze, ai 500.000 irregolari[3], alle 40.000 donne prostituite, ai 50/60.000 detenuti, ai 15.000 minori non accompagnati o in residenza, ai 50.000 senza dimora, alle 500.000 famiglie indebitate o a rischio usura…: oltre 8.000.000 di esclusi nell’analisi della povertà.

 

Se entriamo poi in famiglia oggi troviamo altri volti di povertà che non sempre sono considerati e che come Caritas Italiana in questi anni abbiamo studiato a fondo.

 

La casa. Il 20% delle famiglie italiane è indebitata per mutui: 1 su 5.  L’80% delle famiglie separate ha figli. 45.000 famiglie nel 2008 hanno avuto lo sfratto e il 20% vive in affitto, che pesa sullo stipendio da un minimo del 40% a un massimo del 70%.

 

Il lavoro. 3 milioni di lavoratori sono precari e 1 milioni di essi oggi è a rischio di vedere non rinnovato il contratto; per mezzo milione di lavoratori c’è la cassa integrazione, che li porta immediatamente in situazione di povertà (la cifra massima mensile per chi è in cassa integrazione è 856 euro). 2 milioni di persone sono nel circuito di lavoro nero. L’80% delle persone disabili in età lavorativa è disoccupato.

 

La donna. 1.400.000 famiglie è costituita da madre sola. Il 25% delle madri tra i 25-34 anni che ha avuto un figlio è rimasta disoccupata. Il 76% delle donne che lavorano con i figli ricorre ai nonni. 714.000 donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro. Il 30% delle donne anziane sopra i 70 anni vive sola. 50.000 donne, di 70 paesi del mondo, sono prostituite.

 

I giovani. Dei 500.000 giovani tossicodipendenti in Italia solo la metà è in cura. 10.000 ragazzi ogni anno abbandonano la scuola (drop out). Almeno 200.000 giovani, soprattutto ragazze, hanno disturbi alimentari gravi (anoressia, bulimia).

 

I bambini. Nelle famiglie povere vivono oltre 1.700.000 bambini. Normalmente i bambini – secondo un’indagine dell’AGe – passa dalle 4 alle 6 ore davanti alla televisione o al computer ogni giorno. Solo il 15% dei bambini fa regolarmente sport.

 

 

 

Isolamento, solitudine, discriminazione, incapacità educativa, violenza, marginalità sociale, disabilità sono altri volti di una povertà in Italia, nelle nostre città che non può essere dimenticata.

 

 

 

 

2. I volti della povertà globale

 

 

 

Un mondo di poveri

 

 

 

Parlando di povertà, un primo aspetto che dobbiamo considerare è certamente la povertà nel mondo, anche alla luce della campagna degli obiettivi del millennio, cioè attraverso la cartina di tornasole della cooperazione internazionale, che oggi invita a guardare al miliardo e centomila persone che vivono con un dollaro al giorno, al miliardo e trecentomila persone che non hanno acqua potabile, ai 500 milioni di uomini e donne che non hanno accesso alle cure più semplici,alle 500 mila donne che muoiono durante il parto, ai dieci milioni di bambini che muoiono alla nascita, cento milioni di bambini – 2/3 bambine - che non vanno a scuola. Sono questi alcuni dati che, ulteriormente aggravati dalla crisi economica, dall’aumento dei costi di generi alimentari (grano, riso…) e dalla diminuzione delle risorse della cooperazione allo sviluppo – anche dello Stato Italiano – che oggi in termini di povertà non possono lasciarci indifferenti. Infatti, questa crisi, a pagarla, anzitutto, saranno ancora una volta i poveri: nonostante la campagna si prevede un aumento di cento milioni di persone che muoiono di fame, di cento milioni di persone che non accesso all’acqua potabile…

 

 

 

Un’ Europa di poveri

 

 

 

Anche la ‘casa’ Europa presenta un numero significativo di poveri. Si parla di 72 milioni di poveri, il 18% della popolazione. La Romania e la Slovacchia, con oltre il 22% di poveri, sono le due nazioni dell’Europa più povere.

 

 

 

 

 

 

3. La mobilità

 

 

 

Uno dei fenomeni più significativi che sta segnando profondamente molte nostre comunità e parrocchie, dopo quello della secolarizzazione, è certamente quello della mobilità[4]. Possiamo dire che l’immigrazione è un ‘segno dei tempi’, un luogo in cui la fede  e l’esperienza ecclesiale è chiamata a ripensarsi e a riorganizzarsi. Nel mondo ogni anno ormai 200 milioni di persone si muovono a motivo della ricerca di nuove  o migliori condizioni di vita, a causa di emergenze ambientali o guerra o fame. I Paesi d’arrivo di queste persone sono soprattutto l’Asia, ma 1 su 10 persone in movimento raggiunge in questi ultimi anni l’Europa. L’Italia, da Paese  solo di emigrazione si è trasformato anche in Paese di’immigrazione. Sono ormai oltre 4 milioni gli immigrati presenti nel nostro Paese, il 60% dei quali al Nord. Sono persone che provengono da 196 Paesi del mondo, oltre  2 milioni sono cristiani e 775.000 cattolici e che, arrivati negli anni ’80 soprattutto nelle grandi città si sono radicati ormai nel tessuto territoriale italiano: abbiamo in Italia 1 immigrato ogni 15 residenti, 1 ogni 15 studenti a scuola, 1 ogni 10 lavoratori occupati; così come 1 matrimonio su 10 ha un partner straniero e 1 bambino su 10 che nasce in Italia ha genitori stranieri[5]. I preti stranieri tra noi, di oltre 30 nazionalità inseriti nelle parrocchie sono circa 2.000 (i nostri sacerdoti fidei donum nel mondo sono 700), che seguono anche 700 centri pastorali etnici.

 

Esiste anche una migrazione interna nel nostro Paese non trascurabile ogni anno  almeno 100.000 persone lasciano il Sud per andare al Nord, per studio  e lavoro; 1 milione e mezzo di persone ogni anno cambia Regione di residenza.

 

 

 

 

4. La crescita delle opere e del volontariato

 

Di fronte a una povertà  sempre presente e, al tempo stesso, rinnovata nei volti e nelle situazioni, nel corso di questi anni nella Chiesa Italiana è cresciuto il mondo delle opere (da oltre 3000 negli anni ’70) a oltre 10.000 negli anni ’90), con un’attenzione all’incontro e alla relazione con volti e storie nuove. Al tempo stesso è cresciuto, a partire dagli anni ’70 un fenomeno importante in Italia, qual è il volontariato, che è diffuso nelle nostre comunità e che in Italia impegna oltre 5.000.000 di persone in maniera temporanea e quasi 800.000 persone in maniera continuativa. Dal mondo del volontariato è nato anche l’esperienza del servizio civile che, prima come obiezione di coscienza alle armi, oggi come scelta volontaria, ha interessato oltre un milione di giovani, oltre 100.000 dei quali incontrati dalle caritas diocesane.

 

 

 

 

 

 

SCELTE DI CONTENUTO

 

 

 

 

Alla luce della situazione che segnaliamo soprattutto dai luoghi dei nostri incontri (Centri di ascolto, case di accoglienza, progetti internazionali…), nel quadro del ‘primo annuncio’, tre aspetti possono aiutare a collocare l’azione-animazione della Caritas oggi: il riferimento cristologico alla scelta preferenziale per i poveri, la relazione nuova Chiesa-mondo inaugurata dal Concilio, la relazione stretta tra evangelizzazione e testimonianza. Dentro queste due rinnovate relazioni è possibile delineare lo stile dell’animazione Caritas, al servizio dell’azione pastorale della Chiesa oggi. Si tratta di spetti sottolineati particolarmente da Benedetto XVI nelle due encicliche Deus caritas est e Caritas in veritate.

 

 

 

 

1. L.G. 8: Chiesa povera e dei poveri

 

 

 

Punto di riferimento è il testo conciliare della Lumen Gentium, al n. 8:

 

“Come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza”. “Gesù Cristo ‘sussistendo nella natura di Dio…spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo” (Fil. 2,6-7) e per noi “da ricco che egli era si fece povero” (2Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche con il suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione”. “Cristo è stato inviato dal Padre “a dare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito” (Lc. 4,18), a “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 10,10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall’umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo”. “Ma mentre Cristo, ‘santo, innocente, immacolato’ (Eb 7,26), non conobbe il peccato (2Cor 5,21), ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo (Eb 2,17), la chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento”. “La Chiesa ‘prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio’, annunziando la passione e la morte del Signore fino a che Egli venga (1Cor 11,26). Dalla forza del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà, e per svelare al mondo, con fedeltà, anche se sotto ombre, il mistero del Signore, fino a che alla fine dei tempi sarà manifestato nella pienezza della sua luce”.

 

Il Concilio Vaticano II, con la Lumen Gentium al  n. 8 offre un testo fondamentale per il contenuto della formazione in Caritas. Dal testo conciliare si evince che la scelta per i poveri è una chiamata che non trova tanto una giustificazione nella realtà storico-sociale (contesto), quanto nel Mistero dell'Incarnazione, Passione e Morte, Risurrezione di Gesù Cristo e, di conseguenza, nel Mistero della Chiesa (contenuto).

 

 

 

 

2 G.S.: Chiesa ‘segno’ di relazioni nuove nel mondo

 

Nel documento conciliare Gaudium et spes, la storia è il luogo in cui costruire una comunità nuova, un’autentica fraternità, la dimensione sociale della Chiesa. L’indole sociale della Chiesa la porta a valorizzare l’interdipendenza tra gli uomini (n.25), la ricerca del bene comune, l’attenzione alle persone deboli: “Soprattutto oggi urge l’obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un’unione illegittima…o affamato” (n. 27). O ancora, l’indole sociale della Chiesa chiede l’attenzione a tutto ciò che offende la vita: “Ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario;…le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche;…le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, le condizioni di lavoro disumano” (n.27).

 

In questa storia, fatta di grandezza e miseria, la chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo di salvezza, la responsabilità e la partecipazione di tutti, l’amore ai nemici. Non ci si salva da soli, ma ‘in comunione’, nella Chiesa: questa idea di salvezza presente nella Gaudium et spes è rivoluzionaria, perché non è più in termini privatistici, ma comunitari. E questa comunità è nel mondo, ma è anche il mondo.

 

La vita della comunità degli uomini è in cammino: se è vero che non occorre far coincidere il progresso umano e la realizzazione del Regno, la realtà della storia e l’escatologia, è vero anche che nella storia Dio è presente, accompagna con amore l’uomo e che “quei valori quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità” (n.39) sono un segno dei cieli e della terra nuovi.

 

In termini di modalità di annuncio-testimonianza, centrale è il n. 38 della Gaudium et spes. Dio carità entra nella storia. Pertanto, i cristiani “che credono alla carità divina sono da lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini. Così pure (Cristo) ammonisce di camminare sulle strade della carità solamente nelle grandi cose, bensì soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita”. E nell’oggi la carità si traduce anche in ‘servizi segno’ ricordati al n. 42 della costituzione: “Dove fosse necessario, a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, anche la Chiesa può, anzi deve suscitare opere destinate al servizio di tutti, ma specialmente degli ultimi, come per esempio opere di misericordia”.

 

 

 

 

 

 

CAMMINI EDUCATIVI

 

 

 

 

3. Finalità e metodo della Caritas

 

Riprendendo le indicazioni  del Concilio lo Statuto di Caritas ha indicato così il metodo e le  proprie finalità:

 

“ promuovere, anche in collaborazione con altri organismi, la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell'uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con «prevalente funzione  pedagogica” (art.1). Le finalità vedono al centro la testimonianza, la persona nella sua integralità e la comunità, con una preferenza per gli ultimi, lavorare per la giustizia e la pace; il metodo è quello della “pedagogia dei fatti”, cioè valorizzare, il gesto, le scelte e gli stili di vita, l’opera-segno, le relazioni,l’incontro e la compagnia, il disagio e la fragilità…: in altre parole la testimonianza.

 

 

 

Il peso della testimonianza nell’evangelizzazione

 

 

 

Il documento della Chiesa Italiana dopo Verona è ritornata a valorizzare la testimonianza dentro il cambiamento.

 

 

 

“La via della missione ecclesiale più adatta al tempo presente e più comprensibile per i nostri contemporanei prende la forma della testimonianza, personale e comunitaria: una testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell'unità inscindibile tra una fede amica dell'intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito. Il testimone comunica con le scelte della vita, mostrando così che essere discepolo di Cristo non solo è possibile per l'uomo, ma arricchisce la sua umanità. Egli quando parla, non lo fa per un dovere imposto dall'esterno, ma per un'intima esigenza, alimentata nel continuo dialogo con il Signore ed espressa con un linguaggio comprensibile a tutti. La testimonianza pertanto è l'esperienza in cui convergono vita spirituale, missione pastorale e dimensione culturale” (CEI, Rigenerati nella speranza, n.10)

 

 

 

Già l’Evangelii Nutinadi di Paolo VI, nel 1975, ricordava come la Chiesa che evangelizza è una Chiesa di “testimoni”, di “testimonianze”: di “profeti” e di “segni” che incarnano in maniera nuova una cultura e dei tempi.

 

La Chiesa della testimonianza è una Chiesa che “ascolta e custodisce la Parola e la confronta con le parole degli uomini, che custodisce e ascolta”. Continuamente: è il duplice primato: il Primato della Parola e la scelta preferenziale dei poveri. E’ anche il senso della circolarità tra liturgia, catechesi e carità

 

La Chiesa che testimonia è una Chiesa che osserva e valuta, ragiona sulle tragedie e sulle possibilità umane per costruire un futuro, per sperare.

 

 

 

La centralità delle relazioni

 

 

 

Sempre il documento dopo Verona dei vescovi italiani segnalava l’importanza delle relazioni nella pastorale.

 

 

 

“Il volto di una comunità che vuol essere sempre più capace di intense relazioni umane, costruita intorno alla domenica, forte delle sue membra in apparenza più deboli, luogo di dialogo e d'incontro per le diverse generazioni, spazio in cui tutti hanno cittadinanza. La scelta della vita come luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio costituisce un segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili (CEI, Rigenerati per una speranza viva,n.12).

 

 

 

Sulla testimonianza nasce il compito dell’animazione delle Caritas, che  risponde alla sua funzione ‘prevalentemente pedagogica’, e si sviluppa nell’animazione dell’intera comunità a costruire relazioni e comportamenti coerenti con un “volto fraterno di Chiesa”. Relazioni e comportamenti che partono dalla solidarietà, passano dalla messa in comune di beni, portano a una visione di vita diversa, a un’alternativa sul piano dell’economia e del mercato, a una visione politica, cioè del bene comune, con un occhio particolare alla spesa sociale. Sono relazioni e comportamenti che non possono essere standardizzati, ma sono frutto della libertà e della fantasia delle persone nella carità. L’animazione alla carità non può essere solo personale , ma ecclesiale, di tutta la comunità: la carità, infatti, non può essere delegata a un gruppo, ma, attraverso la caritas interpella sempre tutta la comunità; e interpella la comunità sia in termini di programmazione che in termini di servizi. L’animazione a cui tende la caritas ha una progressione educativa: da semplice dono di cose o di soldi (‘offerta’), a prestazione di attività che impegnano le persone (‘rapporti solidali’), fino alla condivisione della propria vita con la vita dei poveri (‘vocazione’): donazione, relazione, condivisione sono i tre momenti tipici del percorso educativo alla carità cristiana. Tale percorso educativo, poi, non deve mai cessare di essere illuminato dalla catechesi e sostenuto dalla celebrazione sacramentale (circolarità di rapporti educativi tra catechesi, liturgia e carità).

 

 

 

 

4. Le figure dell’animazione e della formazione in Caritas: presbitero, diacono, consacrato, laico

 

 

 

Tutti hanno un ruolo e una responsabilità in ordine all’animazione alla carità nella Chiesa. Una Chiesa della carità che non si arricchisce del ruolo di tutte queste figure è debole, perché tutte queste figure dicono, in modo diverso, il primato della carità.

 

Il Concilio Vaticano II ha voluto la ‘restaurazione del diaconato’ anzitutto come ‘grado’ della pienezza’ del ministero ordinato, oltre che come strumento importante per dare peso ai poveri nella comunità e per ‘accompagnare’ vescovi e presbiteri nel ministero della carità.

 

Grande valore hanno avuto e hanno i consacrati, per la forma di totale dedizione e condivisione

 

Grande importanza hanno i laici, anche per una carità che non si ferma alle risposte, ma cerca le cause e trasforma le ‘strutture’ culturali, economiche e sociali, oltre che politiche. Il documento dopo Verona, a tale proposito, ha un passaggio molto importante, proprio in riferimento al tema dell’animazione: “L'ottica della testimonianza e della corresponsabilità permette di mettere meglio a fuoco le singole vocazioni cristiane, senza cadere in una visione puramente funzionale dei carismi. La vocazione laicale, in modo particolare, è chiamata oggi a sprigionare le sue potenzialità nell'annuncio del Vangelo e nell'animazione cristiana della società. A Verona abbiamo sentito echeggiare l'insegnamento del Vaticano II sul laicato, arricchito dal Magistero successivo e dall'esperienza di tanti laici e comunità che in questi anni si sono impegnati a vivere con passione, talvolta con sofferenza, tali insegnamenti. Il Convegno ha rivelato il volto maturo del laicato che vive nelle nostre Chiese. Le comunità cristiane devono trarne conseguenze capaci di farle crescere nella missione, individuando scelte pastorali che esprimano una conversione di atteggiamenti e di mentalità. Per questo diventa essenziale "accelerare l'ora dei laici” (CEI, Rigenerati nella speranza, n. 26).

 

Alla luce dell’attuale contesto storico, queste figure sono chiamate a rileggersi, in funzione di un annuncio nuovo nella prassi caritativa.

 

Possiamo pensare a modelli nuovi di formazione alla carità.

 

  1. Custode originale della cattolicità, della universalità della Chiesa. Simone Weil disse di non avere chiesto il battesimo, perché “la Chiesa non è cattolica di fatto, come lo è di no­me”. Cattolico, com'è noto, significa universale, l'esse­re pienamente universale, in grado di abbracciare gli esseri umani di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ciò che lei non poteva accettare era la condizione particolare, talora persino settaria, che ai suoi occhi l'essere cattolici romani comportava. Rifiutava la traduzione della fede personale in un corpo sociale organizzato che per lei andava inevitabilmente a scapito dell'universalità. I percorsi i gesti, i luoghi della Caritas servono l’universalità della Chiesa attraverso l’apertura di porte, di case, di comunità che fanno della Chiesa una casa, una famiglia, una comunità, dove non c’è giudeo o greco, schiavo o libero, ma tutti si sentono fratelli in Cristo – come richiama l’apostolo Paolo in molti passaggi. La mondialità diventa un volto della cattolicità, che passa attraverso anche una progetttualità ‘glocale’, costruita sul territorio, ma guardando al mondo, che conosciamo con una immediatezza come non mai nelle sue gioie e nelle sue speranze, nelle sue tristezze e angoscie, parafrasando le prime parole del proemio di Gaudium et spes.
  2. Costruttore di comunione. A catechismo abbiamo imparato che Dio è Padre. Egli ha voluto in Cristo Gesù far conoscere il suo volto paterno e avvicinarsi all’uomo, ad ogni uomo per avere una relazione familiare che aiutasse a superare ogni distanza tra Lui e gli uomini. Per permettere la relazione Dio-uomo, tale distanza viene colmata con un dono (=grazia), un servizio: l’abbassamento del Figlio, di una Persona del suo Essere, della sua famiglia, fino alla morte e alla morte di croce. Gesù è il Mediatore-Ponte di questa relazione. E sempre per un dono, e una sua personale presenza, quella nello Spirito Santo o della Pentecoste, Dio continua a mantenere e ad alimentare il suo amore per l’uomo. Così l’uomo, gli uomini insieme guardando a Lui in Cristo Gesù, e per la forza dello Spirito, riescono a cambiare, a trovare un senso nuovo per il proprio esistere: quello di esistere in Dio, di fare la volontà di Dio, di essere uniti  al Padre al Figlio allo Spirito Santo scoprendosi come un corpo solo. Questa comunione è il mistero, la realtà più grande e straordinaria della Chiesa. I percorsi di formazione in Caritas servono la comunione, perché aiutano a sperimentare l’ascolto, dell’incontro, la comunicazione, la relazione: aiutano la costruzione di momenti di comunione, la mediazione sociale, cercano di aiutare a superare la conflittualità, sempre più crescente in famiglia, nella società.
  3. Operatore di pace. I percorsi formativi della Caritas cercano di a tradurre il valore della comunione anche in esperienze e scelte di pace, di non violenza. E’ il giovane in servizio civile che al termine fa la scelta dell’obiezione di coscienza alle armi. E’ la famiglia che preferisce, anche di fronte a fatti criminali e alla paura, non armarsi, non comprare un’arma, come invece hanno fatto nel 2007 il 18% di famiglie in più in Italia. E’ colui che sceglie il dialogo, il confronto, la ricerca della giustizia non formale attraverso anche scelte alternative sul piano della pena per chi commette un reato, ma scelte alternative anche in ordine a strutture che alimentano gli armamenti (banche, aziende, strumenti di comunicazione…). E’ colei che ricorda in parrocchia che non si può accettare che ancora oggi nel mondo esistano 24 guerre, che vengano dimenticate dalla politica e dai giornali, che si finga di non sapere che 100.000 persone muoiono, 10 milioni ogni anno perdono la casa e cercano rifugio per seè e la propria famiglia.
  4. Il viaggiatore, l’educatore di strada. Se la Chiesa è in cammino, anche i percorsi di formazione caritas valorizzano il viaggiatore (per usare una felice espressione del sociologo Baumann),l’uomo della strada, l’educatore di strada. Sono forme moderne di missionarietà che interpretano l’andare, l’invito che conclude l’Eucarestia, il sacramento del cammino.. Al tempo stesso, essere viaggiatori significa essere uomini e donne in ricerca, che sanno osservare, riflettere, appassionandosi a tutto ciò che avviene attorno a noi, soprattutto quando il cambiamento rischia di segnare profondamente le persone. Uomo e donna in cammino, l’animatore o l’animatrice caritas è aperto al nuovo, alle res novae soprattutto che incontra nella società, nel mondo, il luogo più familiare della sua vita. Il viaggio, l’andare in mezzo alla gente dell’animatore gli fa scoprire il valore dell’ospitalità, come il luogo in cui emerge la presenza di Dio dentro le culture diverse. Al tempo stesso il viaggio rende attenti ai ‘segni’ , ai ‘segni dei tempi’ che aiutano a interpretare dove andare, dove indirizzare il proprio cammino.
  5. Il consumatore critico. I percorsi di formazione caritas partono anche dai consumi delle persone e famiglie, per aiutare ad assumere la forma del consumatore critico, che sa denunciare alcune sfasature a partire da un gesto critico e alternativo. Non si può ingenuamente pensare che ogni male, ogni povertà e abbandono sia frutto soltanto dell’incapacità, della debolezza dell’individuo. Molti mali sono ‘strutturali’, frutto di un ideologia e di una ‘struttura di peccato’ che rende l’uomo incapace di gestire la propria vita, le proprie risorse. La denuncia, in questo sempre più complesso mondo della comunicazione e della politica, diventa uno strumento importante per ricordare, ammonire, stimolare nuove progettualità politiche, economiche e sociali sul piano del rispetto della dignità e dei diritti, della politica familiare, della casa, del lavoro, della salute e dei servizi alla persona. Ogni denuncia, per non essere superficiale ed emotiva, deve essere accompagnata dallo studio, dall’osservazione puntuale, dall’informazione dalla discussione fraterna, anche negli organi di partecipazione pastorale. “La denuncia, nei cuori profondi, – ricordava don P. Mazzolari – anche se vivace e ardita, è sempre una pretesa d’amore e un documento di vita”[6].
  6. Il genitore aperto. In un mondo che rischia di rinchiudersi, di chiudere le porte d’ingresso, di pensare soltanto al proprio benessere la prima esperienza che rischia di essere travolta è la famiglia. Famiglie divise, famiglie di fatto, genitori soli, genitori soli con i figli chiedono una testimonianza, anche nel segno della carità, di un animatore/animatrice caritas che a partire dalla propria esperienza di sposo e sposa, padre e madre, genitore cerca di fare della propria famiglia un luogo di dialogo, di incontro, di accoglienza e sostegno di chi è in difficoltà: da un proprio parente, a un anziano, a un minore che non è accompagnato dalla propria famiglia, aprendo il proprio bilancio familiare ad altre esigenze di povertà educativa, sociale, di salute. Questa apertura può caratterizzare il percorso di formazione caritas, che in parrocchia costruisce ‘caritas’ non indipendentemente, o in altri tempi e modi rispetto la famiglia, ma dentro la famiglia stessa e con la sua famiglia. In questo senso il genitore coltiva una scelta educativa, nella logica della pedagogia dei fatti, che alimenta anche uno stile di vita familiare.
  7. L’educatore sociale. L’educazione è una forma alta dell’animazione. L’educatore sociale è un animatore che, anche sul piano professionale, costruisce percorsi e progetti di accompagnamento delle persone in difficoltà, ma anche costruisce percorsi di stile di vita che interessano le famiglie, i giovani, gli studenti e i lavoratori e che possano costruire relazioni nuove fra le persone, aiutare l’inclusione e non l’esclusione, avvicinare chi è solo, motivare chi vive nell’abitudinarietà.
  8. L’operatore/operatrice di case aperte e accoglienti. La casa è un luogo vitale per le persone, senza casa, intesa come la semplice abitazione o anche un luogo familiare, le persone non riescono a vivere. Costruire case di accoglienza o di carità, operare in esse significa costruire una città dove le persone non vivono ai margini, dove le persone non si abbandonano alla delinquenza, dove le persone non vengono sfruttare, dove le persone non restano ‘invisibili’. L’operatore/operatrice di case della carità è una persona che mostra il volto di una chiesa che sa amare tutti, che sa cercare chi è in difficoltà, che sa destinare alcuni luoghi all’accoglienza e all’ospitalità, rinnovando un lunga storia di amore, quale è stata la storia della Chiesa. E la casa della carità non è fuori dalla comunità, dalla parrocchia, ma ne è un segno importante, quasi un sacramento dove Dio si incontra nei poveri e dove si impara ad amare.
  9. Il volontario, che sceglie anche la gratuità. Non tutto si paga, non tutto a un costto, non tutto è regolato dal mercato. I percorsi di formazione al volontariato aiutano a considerare nell’organizzazione della vita e della società, nella gestione del proprio tempo e del proprio denaro, il ‘di più’ della gratuità sia in termini di dono che di donazione. Il volontario è colui che in Italia e all’estero, vicino a casa e lontano da cssa, sa coniugare il locale e il globale costruendo gesti, servizi, percorsi di dono che aiutano a organizzare la vita in maniera alternativa.
  10. Il comunicatore di speranza. L’animatore caritas è un comunicatore di speranza, di speranze, soprattutto quando è giovane e ai giovani– come ha ricordato il Papa nel Messaggio per la Giornata mondiale della gioventù di quest’anno. “La giovinezza in particolare è tempo di speranze, perché guarda al futuro con varie aspettative. Quando si è giovani si nutrono ideali, sogni e progetti; la giovinezza è il tempo in cui maturano scelte decisive per il resto della vita. E forse anche per questo è la stagione dell’esistenza in cui affiorano con forza le domande di fondo: perché sono sulla terra? che senso ha vivere? che sarà della mia vita? E inoltre: come raggiungere la felicità? perché la sofferenza, la malattia e la morte? che cosa c’è oltre la morte? Interrogativi che diventano pressanti quando ci si deve misurare con ostacoli che a volte sembrano insormontabili: difficoltà negli studi, mancanza di lavoro, incomprensioni in famiglia, crisi nelle relazioni di amicizia o nella costruzione di un’intesa di coppia, malattie o disabilità, carenza di adeguate risorse come conseguenza dell’attuale e diffusa crisi economica e sociale. Ci si domanda allora: dove attingere e come tener viva nel cuore la fiamma della speranza?”. L’animatore caritas, negli sportelli dei centri di ascolto, nei progetti di servizio civile, di fronte a un emergenza nazionale e internazionale è colui che aiuta la comunità a coltivare la speranza, a non abbandonarsi alla disperazione. Attraverso le scelte della condivisione e della relazione, della comunicazione e della denuncia l’animatore caritas regala speranza, perché costruisce legami interesse.

 

 

 

 

 

5. I tempi, i segni e i gesti  della formazione-animazione in Caritas

 

 

 

I segni della memoria: L’Eucaristia,  come ‘sacramentum caritatis’, in cui è importante il recupero mistagogico, cioè del valore della celebrazione in alcuni suoi momenti

 

 

 

I segni della memoria: La Domenica, il riposo l’altro, la gratuità

 

I segni della memoria:L’Anno liturgico: tempi forti, santi, solennità

 

I segni del servizio:L’Emergenza: riordinare le cose attorno alla casa

 

I segni del servizio: Il servizio civile: la cittadinanza, la non estraneità

 

I segni del servizio: Il dono, segno della prossimità: la condivisione delle cose e la destinazione di beni, il volontariato, la cooperazione sociale e internazionale

 

I segni del servizio: Il dialogo: valorizzare tutte le esperienze culturali e religiose

 

I gesti di pace: obiezione di coscienza, mediazione dei conflitti

 

I gesti di giustizia: denuncia, accompagnamento, tutela, legalità, informazione, eticità di scelte di consumo e investimento

 

I gesti di speranza: rispetto della libertà, rispetto delle cose e della natura, con scelte ambientali e alternative

 

 



 

[1] Caritas Italiana-Fondazione Zancan, Ripartire dai poveri, Bologna, il Mulino, 2008, pp. 66-71. Sono riportati i dati Istat. Normalmente il dato Istat considera povere le persone singole che vivono con meno di 530 euro al mese e le famiglie con meno di  986,35 euro (cfr. www.istat.it). Per i dati della Banca d’Italia cfr. www.bancaditalia.it/statistiche.

 

[2] Sui dati della povertà nel dopoguerra cfr. G. La Pira, L’attesa della povera gente, Firenze, LEV,1951.

 

[3] Il Rapporto ISMU sull’immigrazione 2008, presentato nei giorni scorsi, parla di 650.000 irregolari. Una nuova stima di questi giorni parla addirittura di 800.000 irregolari.

 

[4] Mi permetto di rimandare al mio precedente contributo G. PEREGO, Mobilità e tempi di vita; in: CARITAS ITALIANA-FONDAZIONE ZANCAN, Vuoti a perdere. Rapporto 2004 su povertà e esclusione sociale, Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 52-58.

 

[5] CARITAS-MIGRANTES, Immigrazione. Dossier statistico 2008, Roma, IDOS, 2008.

 

[6] P. MAZZOLARI, La Parrocchia, Vicenza, La Locusta, 1957, p.47.