Stampa
PDF

I giovani

e la Bibbia

Suggerimenti per una utilizzazione sapienziale

Riccardo Tonelli

Lo studio del rapporto tra i giovani di oggi e la Bibbia propone un tema vastissimo. Sarebbe impossibile anche solo immaginare di poterlo affrontare in un rapido contributo. Tra l’altro, non si può ignorare che in una stagione di complessità e di pluralismo l’universo giovanile si frastaglia in una inflorescenza di situazioni e condizioni e non si può di certo parlare in generale dei giovani, senza prima delineare con un minimo di precisione i referenti. E poi cosa vogliamo studiare: una descrizione di come vadano le cose oppure una indicazione, anche frettolosa, del dover essere?

Il sottotitolo scelto evidenzia il limite della mia riflessione, proprio mentre ne ricorda il taglio specifico. Propongo suggerimenti per una utilizzazione sapienziale della Bibbia con i giovani, pensando soprattutto ai giovani di questo contesto culturale e sociale.

In questa prospettiva – limitata e concreta - tento di suggerire alcune esigenze e soprattutto di ritagliare processi attraverso cui restituire i testi biblici, soprattutto quelli più impegnativi nell’esperienza di fede, ai giovani. Lo faccio immaginando e descrivendo modelli di tipo pastorale. Nascono dalla riflessione e dalla esperienza, anche grazie alle indicazioni, teoriche e pratiche, di Cesare Bissoli, che sono felice di rilanciare, a partire dalla mia sensibilità.

1.       Prospettive

Ho utilizzato, nelle note introduttive, due aggettivi (sapienziale e pastorale) con cui intendo limitare e qualificare il mio contributo.

Devo, per forza di cose, spiegarmi.

1.1.   Non basta affermare l’importanza della Bibbia nella educazione alla fede

E’ certamente fuori discussione la consapevolezza della importanza della Bibbia nell’educazione dei giovani alla fede.

Non solo essa fornisce i riferimenti normativi di tutto il processo, secondo la tradizione ecclesiale, ma esige di essere incontrata, sperimentata, approfondita e pregata, per consolidare il processo stesso.

Le difficoltà non mancano. Sono però un dono prezioso alla pastorale giovanile tutti coloro che non si stancano di affermare questa esigenza irrinunciabile. E oggi, per fortuna, la prassi pastorale ha fatto ormai un cammino consistente al riguardo[1].

La questione è un’altra, ed è proprio questa che, qualche volta, frena gli entusiasmi o introduce un realismo pratico persino eccessivo.

Si incrociano due interrogativi. A quali giovani, in concreto, pensiamo, quando affermiamo l’urgenza di un loro incontro con la Bibbia? Fuori discussione la necessità dell’incontro personale e comunitario con la Bibbia, ma quali testi vanno privilegiati? Quali possono sostenere meglio il processo di maturazione della fede?

1.2.   La misura dei referenti concreti

La risposta non è indifferente rispetto ai cammini di educazione della fede.

Non possiamo privilegiare quella élite che ormai sta vivendo un ottimo rapporto con la Bibbia. Essa indica la possibilità e ritaglia un punto ottimale di arrivo. Non può essere però considerata come il referente di un progetto di pastorale giovanile che pretenda di assicurare cammini, concreti e possibili, per tutti i giovani e, in modo privilegiato, per i più poveri tra essi. Lo affermo a partire da quell’orientamento di fondo che caratterizza la proposta di pastorale giovanile in cui mi riconosco e che cerco di condividere d’attorno[2].

Un modello di pastorale giovanile aperto verso i giovani di questo nostro tempo sollecita a progettare un incontro tra giovani e Bibbia “realistico”, meno élitario nello stile, più ermeneutico che esegetico, più sapienziale che dottrinale. Sollecita, inoltre, a prevedere una utilizzazione dei testi stessi che vada dai più semplici ed incisivi (i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, alcuni Salmi) a quelli più complessi e articolati[3].

2.      Un modello comunicativo: la narrazione

I criteri indicati come “prospettiva” funzionano da mappa orientativa nel groviglio delle possibili realizzazioni.

2.1.   La scelta della narrazione nella evangelizzazione

Da anni, con tanti amici, sono impegnato nella ricerca appassionata di vie nuove attraverso cui realizzare l’evangelizzazione dei giovani[4]. Una decina di anni fa mi sono imbattuto in una serie di proposte che mi hanno interessato, spalancando una prospettiva di lavoro e di sperimentazione che ha segnato decisamente la mia maturazione personale e professionale.

Tra le tante, una la voglio citare perché, in qualche modo, riguarda un mondo culturale abbastanza vicino a quello della Bibbia.

Gli studiosi di discipline dell’Antico Egitto conoscono Christian Jacq, egittologo di fama internazionale. Purtroppo le sue opere erano riservata alla cerchia ristretta degli addetti ai lavori, fintantoché questo autore non ha scelto di comunicare la sua scienza relativa allo stile di vita degli antichi Egizi mediante racconti avvincenti (interessanti, per esempio, i tre romanzi della serie La pietra di luce).

Gli autori che pretendono di comunicare una loro visione della vita, privilegiando il genere narrativo su quello argomentativo, propongono le buone ragioni della loro scelta. Lo dice bene U. Eco, nella presentazione del suo romanzo più famoso[5], "Se ho scritto un ro­manzo è perché ho scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare".

Questo è il punto: in una situazione di crisi dei modelli e dei processi attraverso cui tradizionalmente veniva realizzata la tra­smissione culturale, come è quella che attraversa oggi la nostra cultura, la narrazione rappresenta il ritorno ad un mezzo di co­municazione di valori e messaggi, significativo e incisivo.

Possiamo applicare questo modello comunicativo anche ai Vangeli e ai documenti biblici della nostra fede? Non potrebbero rappresentare un processo concreto per restituire la Bibbia ai giovani della vita quotidiana?

Molti autori sono d’accordo con l’ipotesi. Molti persino denunciano la riduzione della tradizione narrativa ebraico-cristiana  a semplici concetti logici e ad un sistema razionale di dottrine come un grave impoverimento della fede e della sua si­gnificatività salvifica[6].

In questa logica ho immaginato uno stile di approccio alla Bibbia di tipo sapienziale, capace di recuperare tutta la potenza narrativa (e salvifica) di cui essa è carica.

2.2.   Lo stile narrativo dei Vangeli

Va studiato e precisato il modello comunicativo fondamentale.

Mi faccio aiutare da chi ha analizzato a fondo i modelli linguistici utilizzati nella Bibbia e, in particolare, nel Nuovo Testamento. Tra essi, quasi come esempio, faccio riferimento agli studi dell’esegeta Gerhard Lohfink[7].

Analizzando i vangeli e le lettere apostoliche, G. Lohfink  indi­vidua tre forme di linguaggio: l'argomentazione (si pensi, per esempio, alla lettera di Paolo ai Romani), l'appellazione (si pensi al Discorso della Montagna di Gesù, alle parenesi delle lettere apostoliche) e la narrazione (si pensi ai racconti della passione).

In base all'impiego di questi modelli linguistici nei testi del Nuovo Testamento, l'autore conclude che "il linguaggio narrativo è basilare e determinante" e che "gli elementi non narrativi han­no una funzione puramente secondaria", anche se sono quantitati­vamente più numerosi.

L'autore è del parere che le professioni di fede in Gesù croci­fisso e risorto, siano state redatte secondo la forma linguistica della narrazione, in quanto sono annunci di eventi. Un'origine simile riguarda anche le parenesi e le argomentazioni teologiche di cui sono ricche le Lettere del Nuovo Testamento.

L'autore ricorda che non è intenzione dei Vangeli riportare i fatti per l'informazione, ma piuttosto trasmettere "un'esperienza di vita" con la quale l'ascoltatore possa coniugare la propria. Narrando l'essenziale, questi racconti hanno lo scopo di "far en­trare nell'avvenimento" chi ascolta o legge, comunicando la "pre­senzialità del narrato".

Di questo modello comunicativo Lohfink scopre la più significati­va espressione nel racconto dell'ultima Cena: proprio nel modo quasi liturgico in cui sono narrati "i fatti avvenuti con Gesù", essi possono "farsi sempre di nuovo presenti".

Dalla costatazione della funzione primaria del linguaggio narra­tivo nella Scrittura, la teologia e la pastorale devono trarre le opportune indi­cazioni, fino a riconoscere che l'annuncio dell' "intervento irrepetibile, impre­vedibile e non più deducibile di Dio" non può essere comunicato in modo argomentativo o appellativo; esso sol­lecita verso comunicazioni di tipo narrativo.

2.3.   A confronto con la struttura narrativa dei Vangeli

Su questa convinzione ho progressivamente elaborato un modello comunicativo, capace di restituire ai giovani i testi del Vangelo. Per farlo, mi sono lasciato ispirare dalla struttura stessa dei Vangeli, fondamentalmente di tipo narrativo.

Mi spiego con un paragone. Lo spero non del tutto… irriverente.

Invito a pensare ad una partita di calcio di quelle che contano, una finale al cardiopalma o il derby tra due squadre della stessa città.

All’ultimo minuto, quando i giochi sembravano fatti, spunta un rigore. Cambia il risultato della partita. Lo so che il giudizio dell’arbitro è insindacabile… ma, accidenti, quel rigore è un fatto grosso. Ha cambiato di peso un risultato che sembrava ormai pronto per finire in archivio.

Un tipo era allo stadio e ha assistito di persona a tutta la partita. Torna a casa e si infila nel bar dove lo aspettano gli amici. Essi la partita l’hanno vista solo in TV o, magari, l’hanno ascoltata, con il fiato in gola, solo in radiocronaca. Hanno visto tutto: con gli occhi ingannati dalle telecamere o, peggio, costretti ad immaginare quello che il commentatore raccontava. Sulle cose che contano, non basta il parere degli estranei. Ci vuole una testimonianza diretta.

Appena entra, lo assalgono. “Tu eri allo stadio… Dicci: quel rigore… c’era o non c’era?”. Siccome era allo stadio e ha visto (nel filtro del tifo della “curva” in cui era piazzato), lui può parlare. Solo lui può risolvere la questione che sta facendo discutere fino all’impazzimento.

Certo, non può imbrogliare. I fatti li deve raccontare come sono andati davvero. Anche il tifo, infatti, ha le sue regole di oggettività.

Il racconto del tipo che era allo stadio fila veloce, senza nessuna incertezza. Se il rigore era a favore della squadra per cui fanno tifo lui e gli amici del bar, nessun dubbio sul rigore. L’intervento dell’arbitro era sacrosanto… e guai a chi lo contesta. Ma se il rigore era contro la squadra del cuore… il povero arbitro non si salva più.

I fatti sono chiari e lampanti. Stanno sotto gli occhi di tutti. Ma gli occhi hanno una capacità di penetrazione specialissima: portano a leggere fatti e particolari con la passione dell’amore e del coinvolgimento.

La TV ci offre un’altra opportunità. Penso a quella specie di “processo” che viene fatto nel dopopartita. Si radunano un gruppo di esperti. Riguardano l’azione contestata… quel rigore che ha scosso il cuore dei tifosi delle due squadre. Riproducono il filmato dieci volte. Poi incominciano a dire la loro. Ogni tanto, qualcuno si appella ai fatti e… via di nuovo lo spezzone del filmato. Si arriva persino a volerlo revisionare al rallentatore per non perdere nessun particolare. Con gli strumenti raffinati di cui è in possesso la TV, si riesce persino a tracciare una perpendicolare tra il pallone, la mano dell’attaccante e l’erba del campo… per vedere se l’azione era dentro o fuori la linea del rigore. Le discussioni si sprecano. Ci si prende quasi per i capelli. Viene rispolverato un fatto simile, capitato quindici campionati fa.

Risultato? Tutto come prima. Chi è entrato convinto della necessità del rigore, ne esce straconvinto, come è straconvinto del contrario chi era entrato con questo parere.

Il racconto appassionato approfondisce l’esperienza e allarga la fiducia. Quello, arricchito delle elucubrazioni degli esperti e degli artifizi della tecnica, non sposta di un millimetro la fede.

L’esempio aiuta a comprendere lo stile scelto dagli autori per la stesura dei Vangeli.

Lo stile con cui sono scritti i Vangeli assomiglia molto di più al racconto appassionato del tifoso che al resoconto del “processo” in TV. Fuori metafora, i Vangeli e le testimonianze apostoliche non sono mai il resoconto materiale degli avvenimenti della vita di Gesù di Nazareth, di cui i discepoli sono stati testimoni. Essi sono invece un documento di fede e di amore. I Vangeli sono l’espressione, autentica e verificabile, di avvenimenti, scritti in una stagione in cui moltissimi testimoni diretti erano ancora vivi. C’è un fatto certo e documentabile: la persona di Gesù, i gesti da lui compiuti e le parole che ha detto. C’è però la fede appassionata del discepolo e della prima comunità cristiana, nata nell’entusiasmo di questi avvenimenti meravigliosi. E ci sono persino i destinatari concreti di questi testi scritti: persone vive, piene della voglia di vita e affamate di speranza, che l’autore di ogni Vangelo coinvolge direttamente nel suo racconto.

In sintesi, si può dire che i racconti evangelici non sono la cronaca degli avvenimenti che riguardano la persona di Gesù né, tanto meno, possiamo immaginare che i discorsi riportati siano il resoconto stenografico delle sue parole.  Fatti e parole sono la trascrizione, in una ispirazione specialissima dello Spirito di Gesù,  della esperienza di fede dei suoi discepoli. Fatti e parole non sono comunicati per informare su particolari sconosciuti, ma per suscitare nuove esperienze di fede.

Per questo, i Vangeli sono, in ultima analisi, un documento tessuto di fede e di storia, pieno di avvenimenti documentabili e traboccante della vita concreta di chi scrive e di chi legge. Questo modello speciale di scrittura rende i Vangeli capaci di suscitare altre esperienze di fede, come è capitato all’inizio e continua a capitare nell’esistenza di tante persone.

Sono un pezzo di storia, vera e autentica, scritta però più in “amorese”[8] (la lingua in cui diciamo agli altri il nostro amore) che in “matematichese” (la lingua in cui siamo abituati a descrivere “scientificamente” le nostre conoscenze e i fatti impegnativi della nostra esistenza). Chi preferisce il “matematichese” anche per parlare della esperienza di Gesù e del suo dono per la nostra vita e la nostra speranza… non può capire nulla dei modelli narrativi e non riuscirà mai a sopportare che nel racconto si intreccino particolari che non corrispondono alla lettera del testo evangelico o che, eventualmente, il… numero dei pani e dei pesci che Gesù ha condiviso per sfamare le persone che l’avevano ascoltato non corrisponda esattamente alla indicazione di Luca (Lc. 9, 10-17) o a quella di Matteo (Mt. 14, 13-21) o a quella di Marco (Mc. 6, 30-44) o a quella di Giovanni (Gv. 6, 1-14).

3.      Quattro modalità comunicative

L’analisi della struttura linguistica dei Vangeli è importante per immaginare anche i modelli comunicativi con cui raccontarli.

Narrare il Vangelo, continuando l’esperienza dei discepoli di Gesù (come ho appena ricordato) comporta al massimo il tentativo di attualizzare il testo biblico oppure al narratore si aprono differenti opportunità, in una fedeltà “in amorese” al testo stesso?

Se per narrare fosse sufficiente aggiungere qualche particolare al testo, magari tentando una sinossi sulle differenti redazioni, ho l’impressione che la fatica sarebbe inutile. E’ ingiustificata l’aggiunta di particolari non contenuti nel testo. E’ impraticabile la ricerca di una sintesi letteraria su documenti nati da preoccupazioni diverse, dal momento che la differenza tra una redazione e l’altra dipende dalla reazione dell’evangelista allo stesso avvenimento e dalla sua preoccupazione di misurarlo con i vissuti dei suoi concreti interlocutori. In questi casi, considero molto più saggio proclamare il testo ufficiale (eventualmente nelle diverse redazioni), cercando al massimo una traduzione la più vicina alla lingua corrente.

La mia ipotesi è diversa. Proprio la struttura e la qualità narrativa dei Vangeli mi sollecita verso la ricerca di modelli alternativi. Non si sostituiranno al testo scritto del Vangelo, ma lo possono precedere, per assicurare quel coinvolgimento che la proclamazione del testo riporterà poi al livello sacramentale.

Non pretendo fornire indicazioni esaustive. Faccio solo degli esempi, suggerendo quel minimo di teoria che dall’esempio può scaturire.

3.1.   Il Vangelo come una delle tre storie

La prima modalità narrativa rilancia, quasi in modo ripetitivo, lo stile con cui sono stati costruiti i Vangeli.

Il testo che ci è stato tramandato propone il ricordo di un avvenimento importante della vita di Gesù, trasfigurato dall’esperienza di fede dell’evangelista (sotto la guida speciale e misteriosa dello stesso Spirito di Gesù, come ci invita a riconoscere la fede della Chiesa), e attento alle attese e alle sensibilità dei possibili interlocutori. Per questa ragione, il Vangelo secondo Matteo è diverso da quello secondo Luca… e persino i racconti della Cena sono conservati e tramandati secondo redazioni diverse.

Nei testi che possediamo c’è quindi una storia di salvezza, costruita su tre differenti storie: l’evento di Gesù, la fede appassionata dei suoi discepoli, le attese e le esperienze dei destinatari, che diventano contenuto stesso del Vangelo, per la loro vita e per il consolidamento della loro speranza.

Noi possiamo continuare nello stesso stile.

La prima delle tre storie è quella decisiva e normativa: la storia di Gesù, tramandata nei testi scritturistici (l’attesa, il vissuto, l’esito: Antico Testamento, quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli), la storia di chi imposta la narrazione, la storia di coloro cui si rivolge la narrazione.

Le tre storie si intrecciano; ciascuna però conserva la sua rilevanza e la sua importanza in ordine all’obiettivo che la narrazione si propone: aiutare a vivere e non solo assicurare l’ascolto. In ogni racconto sono presenti ed evidenti queste tre differenti storie: la storia di Gesù e della fede che ha suscitato nei suoi discepoli e della prassi che ha scatenato; l’esperienza, le attese, le delusioni, i sogni e le speranze del narratore e della comunità ecclesiale attuale; il vissuto delle persone che cercano ragioni di vita e di speranza, con una passione mai spenta.

Un esempio può mostrare in concreto questa prima modalità:

I PIEDI DI BARTOLOMEO[9]

Carissimi,

l'altro giorno ho ricevuto questa lettera: "Caro vescovo, io non sono né marocchino, né tossicodipendente, né sfrattato. Temo perciò di non avere udienza presso di te, perché ho l'impressione che oggi se non si appartiene a quel campionario di umanità, che ha a che fare con la violenza, con la prostituzione e con la miseria economica e morale, non si è in possesso dei titoli giusti per entrare nel cuore di Dio. Ma è colpa mia se la casa io ce l'ho, e il lavoro anche! Debbo farmi uno scrupolo se non ho mai rubato e in Tribunale non ci sono entrato neppure come testimone! Mi devo proprio affliggere se, grazie a Dio, non ho grossi problemi di salute, né soffro di solitudine. Quando ti sento parlare degli ultimi e affermi che la Chiesa, ad imitazione di Gesù, deve esprimere un amore preferenziale verso coloro che sono precipitati nell'avvilimento del vizio e dell'alcol, io che per giunta sono astemio, mi sento quasi un escluso. E' mai possibile, mi chiedo, che il Signore mi scarti sol perché non frequento le bettole, e la sera mi ritiro a casa in orario. Debbo proprio ritenere una disgrazia il fatto che nella graduatoria, sia pure effimera, dell'estimazione pubblica, invece che gli ultimi posti, occupo posizione di tutto rispetto. Ricco non sono, ma non mi manca il necessario per tirare avanti con una certa tranquillità. Non ho mai tradito mia moglie. I miei figli, che non sono né malati di AIDS, né disoccupati, mi danno tantissime soddisfazioni. Mi reputo fortunato e sarei l'uomo più felice della terra se da un po' di tempo a questa parte, a seguito di certi discorsi che ascolto in chiesa e a certe lettere che scrivi tu, non mi fosse venuto il dubbio che senza un certificato di emarginazione, di stato magari dalle patrie galere, mi sarà difficile l'ingresso nel regno di Dio. Dimmi, Vescovo, ma un po' d'acqua, nel suo catino, Gesù Cristo non ce l'avrebbe anche per me?".

Non ho dato ancora riscontro a questa lettera, ma siccome so che gli stessi interrogativi sono condivisi da più di qualcuno, ho pensato bene di rispondere, per così dire, ad alta voce.

Mi viene in aiuto la figura evangelica di Natanaele, identificato dalla maggior parte degli studiosi col figlio di Tolomeo, e detto perciò Bar-tolomeo. Era un uomo così pulito e trasparente che quando Gesù lo vide la prima volta esclamò: "Ecco davvero un israelita, in cui non c'è falsità!".

Secondo l'Evangelista Giovanni, questo apostolo simbolizza, addirittura, tutta una categoria di persone, e cioè gli israeliti fedeli, che non hanno tradito mai il Dio dell'Alleanza, si sono mantenuti irreprensibili, fino alla venuta del Messia e da Lui sono stati invitati ad entrare nella sua nuova comunità.

Ebbene, la sera del Giovedì Santo, Gesù si è curvato a lavare anche i piedi di Bartolomeo, l'uomo onesto, nei cui occhi, un giorno, mentre si trovava sotto il fico, Egli, il Maestro, aveva visto specchiarsi il cielo limpido della rettitudine. Anche quel cielo, però, aveva la sua piccola nube. Quando, infatti, Filippo gli andò a dire che Gesù di Nazareth era il Messia, lui, l'israelita integerrimo, il galantuomo, aveva replicato: "Da Nazareth, può mai venire qualcosa di buono?".

Carissimi fratelli onesti, Bartolomeo è la vostra immagine. Non abbiate paura, perciò di essere discriminati dal Signore. Egli nel suo catino, l'acqua ce l'ha pure per i vostri piedi, che se si sono contaminati è solo per la polvere della strada percorsa per andarlo a trovare. Vi lava e vi asciuga con la stessa tenerezza perché vi vuol bene da morire. Anzi, vorrei aggiungere, che Egli sulle vostre estremità indugia di più, così come si indugia di più a detergere un cristallo di Boemia, che a lavare un bicchiere di creta carico di tartaro. I vostri piedi li lava e li asciuga con identico amore, anche perché forse, tra gli alluci, si nasconde una piccola macchia difficile a scomparire: la riluttanza a ricevere.

Dite la verità: non avete mai affermato, pure voi, che cosa può venir di buono da Nazareth? Forse questo è il vostro peccato, piccolo quanto volete,  ma che vi colloca tra gli ultimi pure voi. Vi siete esercitati solo a dare, a ricevere no. Da un drogato può mai venire qualcosa di buono? Dalla prostituta? Da un avanzo di galera? Che cosa può dare mai un marocchino se non un pericolo di infezioni? Forse questa è l'unica colpa che obbliga Gesù ad inginocchiarsi dinanzi a voi e che spinge la Chiesa a fare altrettanto. Non voler ammettere, sia pure per raffinate ragioni estetiche, che i poveracci abbiano qualcosa da insegnarvi in termini di crescita umana. Sicché gli emarginati sono quasi lo spazio dove esercitare le virtù della generosità, ma solo nella direzione del dare e mai dell'avere.

Non abbiate paura, fratelli irreprensibili e buoni, Gesù Cristo si piega anche su di voi, se non altro per dirvi che non serve a nulla svuotare la casa per gli infelici, se poi non sapete introdurre qualcosa che essi possano offrirvi, sia pure un souvenir. A me e a tutti voi, che apparteniamo alla confraternita dei galantuomini, conceda il Signore di capire che metterci sulla pelle la camicia dei poveri, vale più che lasciarci scorticare vivi per loro, come San Bartolomeo, appunto.

Un affettuoso saluto.

3.2.   L’attualizzazione del Vangelo

Un’altra modalità in cui realizzare la narrazione di testi evangelici è quella che il titolo del paragrafo indica come “attualizzazione”.

L’espressione è abbastanza eloquente per dire di che cosa si tratta.

Pensiamo dal concreto.

Gesù per indicare al dottore della legge la via maestra per la vita eterna, ha invitato ad amare Dio e il prossimo e, alla richiesta di chiarimenti, ha precisato chi è il prossimo, raccontando la storia del “buon samaritano” (Lc. 10, 25-37). In quella storia, la proposta di Gesù è molto chiara e precisa: non possiamo fare un elenco di chi merita di essere considerato “prossimo” per noi e di chi, al contrario, non lo merita; l’atteggiamento verso il prossimo è qualcosa di strettamente personale. Si tratta di “farsi prossimo” a chiunque ha bisogno di noi e non di definire in anticipo chi ha bisogno e chi non ne ha.

Gesù racconta la storia, utilizzando personaggi ricavati dalla cultura dei suoi interlocutori. I Giudei consideravano buoni il dottore della legge, il sacerdote e il levita. E valutavano poco affidabili i samaritani. Gesù capovolge la valutazione: l’unico che riscuote il suo consenso totale è il poco raccomandabile… samaritano.

Anche i particolari sono espressivi per chi lo ascoltava: la strada, deserta e assolata, che da Gerusalemme porta a Gerico, i briganti che l’infestavano, il mezzo di trasporto…

La storia del buon samaritano è già molto eloquente. Lo può diventare ancora di più, se viene attualizzata, cambiando i personaggi e le circostanze secondo le abitudini e i modelli culturali degli ascoltatori.

Narrare il Vangelo attualizzando significa, in ultima analisi, realizzare questa trasposizione: cambiare contesto, nomi e particolari… per mostrare quanto la proposta ci riguarda da vicino. L’operazione è semplice: forse è quella più alla portata di mano di chi cerca modelli narrativi per il Vangelo.

Ecco un esempio, collegato direttamente con la parabola del suon samaritano, di cui ho appena parlato:

LA CIVETTA IN AUTOSTRADA[10]

Non gli era mai successo di trovarsi solo, di notte, con il motore guasto in autostrada dove, di solito, la gente non si ferma. E perché dovrebbe fermarsi? Ci sono apposta le colonnine di SOS. Non è neanche omissione di soccorso, perché il soccorso c'è, ciascuno si arrangi a raggiungerlo con le sue gambe, se le ha buone; e se non le ha buone, si arrangi in altro modo fatti suoi; e se, come quella notte, piove, apra l'ombrello; e, se non ha l'ombrello, peggio per lui che l'ha dimenticato, un'altra volta se ne ricorderà.

Non gli era mai successo. Aveva visto altri in panne: qualche volta si era fermato, più spesso aveva tirato diritto, con la scusa del soccorso di Stato (o dell'Aci), augurando che la colonnina non fosse troppo lontana e che funzionasse.

Adesso che era capitato a lui, quell'augurio così poco costoso - se mai qualcuno, passando rapido, gliel'avesse fatto - gli pareva una beffa; e la colonnina, sotto la pioggia, la immaginava lontanissima. (E chissà se funzionava!)

Scese dall'auto e, riparandosi alla meglio con un impermeabile, cominciò a fare segni disperati.

Passò un alto dirigente e quasi si infastidì. Perché la gente doveva mettersi per strada col motore in disordine? Se uno viaggiacon la macchina vecchia porti un meccanico con sé e non infastidisca il prossimo! Si prende apposta l'autostrada per far presto. Se si dovesse fare i soccorritori tanto varrebbe prendere le vie ordinarie; e si risparmierebbe pure il pedaggio. Pigiò l'acceleratore e si allontanò rapidamente.

Passò un ricco signore con una macchina riccamente accessoriata, dal radiotelefono al frigobar. Aveva anche l'autista, un accessorio in più che utilizzava nei viaggi brevi, più per rappresentanza e per prestigio che per necessità, perché di guidare era capace anche lui.

«Ci fermiamo?» domandò l'uomo al volante.

«Figurarsi! Con tutti i drogati, emigrati, zingari, delinquenti che ci sono in giro... Tira, tira diritto!»

E l'autista diritto tirò.

Passò un politico e fece subito il suo calcolo. Fermarsi, un uomo importante come lui, certo era bello e forse gli avrebbe fruttato qualche voto. Però era atteso ad una cerimonia e arrivare in ritardo era brutto e gli sarebbe costato più voti di quanti lì avrebbe potuto guadagnare. Affare in perdita: non conveniva.

Passò un prete. Si fece un rapido ripasso della morale e del Vangelo; e, sì, stando a quello che c'era scritto, avrebbe proprio dovuto fermarsi. Ma pensò ai suoi fedeli che l'aspettavano in chiesa... Non conveniva farli attendere; e le riflessioni sulla carità le riservò per l'omelia che avrebbe fatto di li a poco, puntualmente.

Le macchine continuavano a passare, la pioggia seguitava a cadere, l'uomo seguitava a fare gesti inutili. E gli montò dentro una gran collera. Possibile che neanche un cane, un gatto o nessun altro si fermasse? Già la gente aveva altro da fare e da pensare.

Proveniva da Roma, aveva costeggiato piazza del Popolo piena di scalmanati bianchi, neri, gialli, rossi e di tutti i colori: insieme là a gridare e a cantare, a sprecare tempo per difendere quegli scalzacani di immigrati che venivano qui, a rubare pane e lavoro; come se l'Italia fosse un istituto di beneficenza e non avesse abbastanza problemi per suo conto, da doversi inguaiare con i problemi degli altri...

Le macchine seguitavano a passare, la pioggia seguitava a cadere; e neanche un cane che si fermasse: un cane, un gatto, un animale qualsiasi... Quasi evocato dalla sua esasperazione, da un albero calò, amichevole, il chiu-chiu della civetta.

L'uomo sibilò una bestemmia che solcò il cielo a razzo, diretta verso Dio che non c'entrava niente per ricadere sulla bestia che non c'entrava niente neanche lei. Subito dopo, abbassando il tiro, da Dio nell'alto dei cieli, all'animale nell'alto dell'albero, bofonchiò:

«Uccellaccio del malaugurio!»

Aveva appena emesso l'imprecazione che si fermò un'auto. Era una macchina scalcagnata; e ne discese un uomo malvestito e con un viso nero che, nella notte, quasi non si vedeva.

«Posso aiutare?» e, nel suo italiano un po' stentato, lo invitò a salire, scusandosi per la povertà del mezzo. «E un'auto rimediata. Di solito, noi immigrati facciamo l'autostop» disse, scherzando bonariamente sulla propria miseria.

Lo portò alla colonnina di soccorso, che funzionava! Lo riportò alla macchina in avaria, in attesa del carro-attrezzi.

Dall'albero, amichevole, ricantò la civetta: «Chiuchiu». L'uomo nero guardò in alto (e si videro, nel nero della notte e della pelle, i denti bianchi del sorriso) .

«Buona bestia» esclamò. «Buona bestia. Porta bene!».

Non posso però nascondere una serie di perplessità. Non le ricordo per negare la funzionalità del modello ma per invitare verso utilizzazioni accorte e critiche.

I testi evangelici hanno il pregio, enorme, di essere facilmente generalizzati verso tutte le circostanze della esistenza. Non dividono in buoni e cattivi e, soprattutto, non danno ragione ad una categoria di persone, mettendo l’altra con le spalle al muro. L’attualizzazione eccessiva, al contrario, riduce la prospettiva, restringendo le categorie dei possibili destinatari e, soprattutto, esprimendo facili valutazioni etiche… senza avere l’autorevolezza di proporle.

E’ latente il rischio di strumentalizzare il Vangelo ai propri interessi. Qualche volta – e potrei produrre testi narrativi a documentazione – l’attualizzazione si trasforma in un gioco al massacro nelle mani del narratore.

3.3.   Tradurre in racconto la proposta teologica del Vangelo

Per commentare questa terza modalità narrativa, trascrivo prima di tutto una storia, molto bella ed espressiva.

LA PECORELLA SMARRITA[11]

Una pecora scoprì un buco nel recinto

e scivolò fuori.

Era così felice di andarsene.

Si allontanò molto e si perse.

Si accorse allora di essere seguita da un lupo.

Corse e corse,

ma il lupo continuava ad inseguirla,

Finché il pastore arrivò

e la salvò riportandola amorevolmente all'ovile.

E nonostante che tutti l'incitassero a farlo,

il pastore non volle riparare il buco nel recinto.

Il testo presentato contiene due parti molto distinte.

Nella prima è riassunto, quasi alla lettera e con le stesse espressioni, il testo del Vangelo, secondo il racconto di Luca (Lc. 15, 3-6). Nella seconda parte si aggiunge una battuta che riferisce la decisione del pastore di non chiudere il buco nel recinto, nonostante i consigli e le pressioni dei suoi colleghi, saggi e prudenti. Questa nota non è contenuta nel testo del Vangelo, in nessuna delle redazioni e… neppure in qualche documento apocrifo. Sembra inventata di sana pianta.

A pensarci bene, in una meditazione trasversale di tutto il Vangelo, l’atteggiamento del pastore è tutt’altro che strano e originale. Gesù continuamente afferma che così fa Dio per noi: ci ama per primo, ci accoglie quando ci spunta dentro la nostalgia del suo abbraccio, ci insegue con il suo amore accogliente anche quando abbiamo deciso di camminare lontano da lui. Non ci ritira il dono della libertà e della responsabilità, anche se decidiamo di fare di esso un uso suicida.

L’autore del racconto della pecorella smarrita ha collegato due fatti: il racconto di Gesù e la sua teologia. Ha trasformato quello che Gesù ha ripetutamente dichiarato in parole in un particolare, concreto e imprevedibile, della sua storia. Non ha aggiunto un messaggio teologico alla sua storia; ha trasformato il messaggio in una storia, interpretando in modo narrativo il Vangelo.

Questo rappresenta, nella rassegna di modelli che sto offrendo, un ipotesi affascinante di narrazione evangelica: il fatto narrato viene trasfigurato perché nel racconto viene esplicitata una conclusione a sorpresa che dice qualcosa di evangelico anche sul merito del racconto.

3.4.   Una storia costruita su differenti pagine del Vangelo

Il quarto modello di narrazioni evangeliche ci riporta ancora alla struttura del Vangelo.

Una cosa ha fatto impazzire coloro che hanno tentato di ricostruire una cronologia plausibile degli avvenimenti relativi alla vita di Gesù. L’esempio più concreto è dato dalla settimana che precede la morte di Gesù sulla croce. Gli avvenimenti sono tanti e collocati in contesti così differenti che sembra improbabile che tutti si siano realizzati nello stesso arco di tempo.

L’evangelista ha fatto anche lui i suoi conti… ed è arrivato certamente alla stessa conclusione cui siamo giunti noi. Una differenza c’è però tra la nostra preoccupazione e la sua: a lui non interessava offrire uno spaccato cronologico della vita di Gesù. Gli interessavano i fatti raccontati. Le cose impegnative da comunicare stanno nei fatti, non nella scansione temporale in cui sono avvenuti.

Questa constatazione mi ha suggerito un modello di narrazione evangelica in cui un insieme di avvenimenti, di collocazione spazio-temporale diversa, sono narrati come un’unica storia, perché al narratore sta a cuore cogliere e rilanciare un messaggio, attraverso la struttura del racconto stesso, e non, al contrario, dire come si sono svolti veramente i fatti e in quale ordine si sono succeduti.

Anche questa volta lo dico con un esempio: la storia della fedeltà di Maria alla causa che Gesù le ha consegnato, quasi come gesto di riconoscenza per tutto quello che la mamma sua gli ha donato.

LA FEDELTA' ALLA CAUSA[12]

Trent'anni passati con Gesù vicino, condividendo, giorno dopo giorno, lo stesso ritmo di vita, non erano, di certo, pochi. Maria si era abituata. Ed era felice.

Era ormai lontano il ricordo di quanto era successo tanti anni prima a Gerusalemme, in quel viaggio organizzato per festeggiare il dodicesimo compleanno di Gesù. Maria ogni tanto ci ritornava nella sua preghiera; lo temeva un presagio di qualcosa che doveva capitare. Man mano che il tempo passava, però, la preoccupazione si faceva sempre meno inquietante. Gesù stava, buono e tranquillo, in casa con sua mamma. Niente sembrava turbare la gioia della convivenza.

All'inizio era lei che gli insegnava i segreti dell'esperienza religiosa. Gli raccontava le storie gloriose del suo popolo. Approfittava di qualche pagina meno felice per fargli le raccomandazioni di cui ogni mamma circonda il figlio.

Un poco alla volta, però, si sono invertiti i ruoli. Gesù aveva troppe cose importanti da dire. Sembrava conoscere, quasi d'esperienza diretta, qualche segreto del mistero di Dio. Ogni tanto gli scappava persino di chiamarlo "Padre" con un tono originale che lasciava stupiti.

Ad un certo punto qualcosa cambia. Prima con qualche battuta e poi con un tono sempre più deciso, Gesù incomincia a parlare di un suo progetto, grande e impegnativo. Diceva: "Sai, mamma, come si comporta chi cerca perle preziose? Guarda dappertutto, con ansia; si informa; la pensa di giorno e di notte. Poi, quando viene a sapere dell'esistenza di una perla dal valore inestimabile, vende tutto per comprarla. Quella perla è il sogno della sua vita. Tutto il resto conta meno: è bello, interessante, gradevole... ma la perla... gli toglie il sonno e spegne ogni altro desiderio". Aggiungeva subito, trasognandosi in volto: "Io ho trovato la perla preziosa. Devo andare. Presto abbandonerò tutto. Il Padre mi ha affidato un compito che è come la perla preziosa". Maria ascoltava e pensava. Sperava che quel giorno non venisse mai. Se lo augurava lontano.

Un giorno, quasi all'improvviso, Gesù abbraccia sua mamma, saluta gli amici, organizza le sue poche cose, e parte, con l'entusiasmo di chi ha trovato finalmente la perla preziosa attorno cui gira tutta l'esistenza.

I primi giorni sono stati duri per Maria. Senza Gesù accanto tutto le sembrava triste. La casa era vuota. Mille cose le ricordavano il figlio lontano, perduto dietro una passione strana e un poco pericolosa.

Maria sapeva pregare. L'aveva insegnato lei a Gesù. Così, anche questa volta, ha ripensato, meditato e pregato. Nella preghiera scopre che il progetto di Gesù non riguarda solo suo figlio. Era anche suo: un pezzo decisivo della sua vita. Gesù le aveva regalato la passione per la perla preziosa.

Passano lunghi mesi.

Ogni tanto, le arrivano, a ondate successive, espressioni e ricordi che le riempiono il cuore di gioia. Gesù parla parole di pace e di speranza. Si impegna per la vita di tutti. Sa resistere persino ai farisei e ai sommi sacerdoti che la facevano da padroni nel nome di Dio. Glielo confidano quelli che passavano da Nazareth e avevano incontrato Gesù da qualche parte. Qualcuno, ogni tanto, le portava persino i saluti del figlio in missione.

Un'ombra attraversava, qualche volta, il suo cuore di mamma: speriamo in bene... toccare i potenti è sempre pericoloso.

Un giorno incontra per strada una donna. La stava cercando. "Tu sei Maria? Sei la mamma di Gesù?". Non fa a tempo a rispondere di sì. Le butta le braccia al collo e le stampa un bacio sulla fronte. "Maria, grazie per averci regalato Gesù... Mio figlio era morto per una malattia misteriosa e incurabile. Pensa: dieci anni, strappato violentemente dalla morte; e io sono vedova. Ero disperata. Lo stavano già portando alla tomba. E' arrivato Gesù come un raggio di sole nella notte. Ha fermato il funerale e ha chiamato per nome mio figlio. Ora è vivo. Sta bene. Maria, grazie... ". E giù un altro bacio, più solenne del primo.

Maria si commuove. Condivide la causa di suo figlio con la stessa ardente passione. Se lo sente vicino, nei segni di vita che la sua presenza ha seminato tutt'attorno.

Però... quanta nostalgia di Gesù. Possibile che non passi mai da queste parti?

Finalmente arriva la volta buona. Un'amica, un giorno, entra in casa di Maria come un fulmine. "Sai, Maria, Gesù è da queste parti. Sta predicando nel villaggio vicino. Andiamo a salutarlo. Vieni?".

Qualche preparativo alla veloce; una raccomandazione ai vicini di casa... e via di corsa verso il villaggio dove c'era Gesù.

Nella piazza principale una grande folla è radunata. In mezzo c'è Gesù. Sta parlando. Maria si ferma ai bordi della folla. Vede lontano Gesù. Lo scruta con lo sguardo di mamma. Si è un po' sciupato. Ma gli occhi e la voce... è sempre lui. Quanta gente lo ascolta, con gioia e interesse. E' bello... la lontananza è ripagata dal bene che sta facendo.

Maria aspetta. Forse Gesù non si è accorto di lei. Aspetta.. appena smette di parlare e ha un po' di pace, l'abbraccio ripagherà l'attesa.

Tra la folla, c'è anche la donna di qualche giorno prima. Con lei c`è il figlio: un bel ragazzo, che scoppia di salute.

La donna la guarda. Si fa avanti. "Maria, Gesù non ti ha visto. Chiamalo. Va' in prima fila. Se non ti vede, Gesù continua a parlare. Sai... mi hanno riferito che qualche volta si fa notte. Lui parla benissimo. Tutti lo ascoltano volontieri. Ma il tempo passa inesorabile. Fatti avanti".

"Sta buona. Aspetto. Non ho fretta. Mi basta vederlo da lontano. Gesù ha i suoi impegni. Non posso interromperlo". Nel suo cuore pensava alla perla preziosa, di cui tante volte Gesù le aveva parlato negli ultimi tempi.

Anche l'amica insiste: "Maria, fatti avanti... qui non si torna più a casa. Fatti vedere da Gesù. Sei o non sei sua madre?".

Maria tenta di tranquillizzarla. Non può interrompere Gesù. Certo, è suo figlio. Sa però che la causa di Gesù ha dei diritti anche sulla carne e sul sangue. Davanti alla causa della vita che Gesù sta servendo nel nome di Dio, anche lei, come tutti gli amici di Gesù, è "soltanto serva".

Le viene in mente il primo momento della sua maternità... quel giorno, misterioso e affascinante, in cui aveva avuto il coraggio di porsi davanti al mistero di Dio come "serva" dei suoi progetti.

Allora... non era per nulla chiaro. Si è fidata di Dio. Ora, però, le cose si fanno chiare. Riafferma la sua disponibilità piena e totale.

Ci pensa, con gioia e timore, mentre la voce di Gesù risuona lontana.

Si rifà avanti la donna di prima: "Maria, chiamalo. Non avere paura. E' tuo figlio. Qui ci sono tante mamme. Ti capiranno".

"No. Aspetta. Lascialo finire", insiste Maria. La donna non ne può più. Ci pensa lei adesso: sa cosa vuol dire essere madre. "Gesù", grida, facendosi coraggio "qui c'è tua madre... una donna fortunata ad avere un figlio come te. C'è tua madre, Gesù".

Gesù si interrompe per un attimo. Tutti si voltano verso Maria. Qualcuno accenna ad un applauso. Maria se lo merita proprio... con un figlio così.

La risposta di Gesù non si fa attendere: "Maria, mia mamma, ha capito benissimo la storia della perla preziosa. La causa della vita di tutti sta prima della carne e del sangue. Maria lo sa e l'ha scelto. Continuiamo...".

Sembrano dure e implacabili le parole di Gesù. Maria le comprende benissimo. Le ha vissute per tanto tempo. Ora deve scegliere: riafferma con forza la sua scelta di fedeltà. E aspetta, tranquilla.

La storia della fedeltà di Maria alla causa di Gesù ha un epilogo triste e violento: la croce. Ai piedi della croce, Maria riafferma, nel pianto, la sua fedeltà. Lo fa anche per noi. Per dichiarare l'esigenza e per assicurarci sull'esito.

Questa è la fedeltà che il servizio alla causa del Vangelo chiede a coloro che Gesù invita a collaborare con lui: la vita e la speranza di tutti stanno prima di tutto, persino prima dei diritti della carne e del sangue.

E’ facile realizzare un’operazione di discernimento critico sul testo appena riportato. Ci sono diversi rimandi a testi evangelici (per esempio: Mc. 3, 31-35, Gv. 19, 26-27). Altri particolari non sono documentabili (la mamma del ragazzo di Nain che abbraccia riconoscente Maria)… ma non ci vuole eccessiva fantasia per constatare che se le cose non sono andate esattamente così, è solo perché le circostanze non hanno permesso l’incontro di queste due mamme.

Un filo logico collega tutti i frammenti di storie: l’esperienza del narratore che ha attivato un forte processo ermeneutico tra i testi del Vangelo e il suo vissuto concreto, restituendo al Vangelo una forza provocatoria speciale e alla propria vita un’orizzonte insperato.

In questo caso, alla radice della storia non sta un episodio concreto del Vangelo: ce ne sono tanti… forse anche qualcuno di quelli di cui parla Giovanni a conclusione del suo Vangelo:  “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv. 20, 30-31).

C’è però una “teologia” dal Vangelo: una rilettura del mistero di Dio e di quello che siamo noi in lui, a partire dalla parola definitiva di questo grande complementare mistero, che è Gesù di Nazaret.

4.      Una proposta

I testi biblici (quelli evangelici, soprattutto) vanno certamente posti al centro in ogni incontro formativo. Importante è la modalità comunicativa utilizzata.

Faccio una proposta, per mostrare in un itinerario pastorale concreto il modello teorico appena delineato.

4.1.   Dal tema al testo evangelico da mettere al centro

La prima cosa da fare è la scelta del tema. Si tratta di scegliere articolando le attese dei giovani, quelle immediate e quelle più profonde, con le esigenze educative e progettative che ogni educatore e ogni comunità ecclesiale conosce e riconosce. Questo primo momento è di grande rilevanza: permette davvero la realizzazione di un percorso formativo, capace di accompagnare e di sollecitare nello stesso tempo.

Scelto il tema, l’attenzione va concentrata sulla scelta di un testo evangelico da mettere al centro del progetto formativo.

La scelta del testo da porre al centro richiede una doppia fatica: la decisione di quale sia il brano (la storia) cui fare riferimento e l’elaborazione di una nuova storia, costruita sul testo evangelico, per inserire nella storia evangelica la storia di chi narra e quella di coloro cui la narrazione è offerta.

Questa operazione è molto delicata. A monte del racconto e come suo riferimento normativo stanno i testi del Vangelo: un documento che fonda il racconto, gli assicura la forza salvifica, lo rende capace di risultare significativo e coinvolgente nell’ordine della speranza. Senza questa centralità del testo evangelico, l’operazione diventerebbe una vuota e inutile fabulazione letteraria.

I modi di raccontare la stessa storia sono però davvero tanti. Una buona narrazione del Vangelo non solo sa articolare in modo accorto tempo, personaggi e trama. Deve assicurare anche un collegamento consequenziale con il testo evangelico di riferimento.

Come assicurare tutto questo? La condizione, prima e pregiudiziale, è la conoscenza attenta del testo evangelico che è posto al centro della giornata. In un altro capitolo ho già ricordato alcune modalità di questa indispensabile conoscenza (per esempio, al livello esegetico, per non far dire al testo ciò che non vuole affatto dire). Qui, sul piano pratico, ricordo alcune raccomandazioni che vengono dall’esperienza:

  • Leggere bene il testo più volte, meglio se scritto su un foglio in caratteri grandi con spazio per scrivere e sottolineare. E' bene servirsi di traduzioni diverse per confrontare verbi, ripetizioni, diversità e avere una visione più ampia che rispetta la versione originale.
  • Analizzare il testo, delimitarlo, scegliendo quale parte deve essere oggetto della lettura e vedere quali sono gli elementi che lo discostano da ciò che precede e segue; trovare gli elementi: personaggi, luoghi, indicazioni di tempo e gli avvenimenti. E' necessario raccogliere la maggior quantità di informazioni che non balzano subito agli occhi. Un altro elemento utile è definire il significato di parole specifiche come ad esempio: fariseo, esattore delle imposte, essere giusti ecc. Sarebbe bene usare colori diversi a seconda dell'elemento che si vuole sottolineare.
  • Studiare l'intreccio confrontando i cambiamenti dall'inizio alla fine, l'importanza dei personaggi e luoghi, il valore simbolico di alcuni elementi, la presenza dell'intreccio di più storie, la conclusione se è sospesa, verificare cosa c'è in causa.
  • Precisare il ruolo dell'autore, più specificatamente se è un commentatore, se è solo narratore, cercare di scoprire il suo intento.
  • Formulare il messaggio, o i messaggi, visto che possono essere diversi.

4.2.   Un modello di approfondimento

Scelto il tema, il testo e il messaggio, inizia il lavoro di approfondimento e di confronto, personale e di gruppo.

L’approfondimento può assumere questo ritmo:

Primo momento

Viene presentato il tema attraverso il racconto della storia, scelta per evocarlo in tutta la sua forza provocante e coinvolgente. La presentazione della storia può essere fatta in modalità diverse, selezionate sulla misura di coloro cui la storia è offerta. Il modello più semplice (e forse quello più efficace) è il racconto della storia. Il racconto può essere realizzato anche a più voci e con un minimo di drammatizzazione. Molte storie si prestano anche a presentazioni… multimediali. In questo primo momento è importante assicurare coinvolgimento e affidare alla storia la capacità di far intravedere problemi e prospettive.

Secondo momento

Il secondo momento è dedicato ad un lavoro a gruppo, orientato a riflettere sulla storia, per coglierne tutta la ricchezza propositiva e l’attualità rispetto ai destinatari.

Dopo un primo momento di approfondimento, il gruppo può essere opportunamente invitato a cercare storie simili a quella offerta. La somiglianza può essere assicurata per convergenza o per divergenza. Se la storia è fondamentalmente una storia evangelica, è interessante far cercare al gruppo passi paralleli, per cogliere l’atteggiamento di Gesù in circostanze simili a quelle all’ordine del giorno nella storia scelta.

Il lavoro di gruppo si conclude attraverso la costruzione di una nuova storia “di gruppo”, in cui possono convergere le riflessioni di approfondimento, le esperienze personali, le storie parallele.

Terzo momento

Si ritorna in assemblea per ascoltare le storie che i singoli gruppi hanno prodotto. L’operazione è destinata ad assicurare non solo la condivisione del lavoro di gruppo, ma soprattutto l’esperienza felice di sentirsi immersi in una storia generale, che spalanca attenzioni, interessi e preoccupazioni verso una visione molto più ampia e generale.

Quarto momento

La giornata di formazione si conclude con una celebrazione “solenne”. Essa può assumere questo ritmo:

  • Proclamazione del testo evangelico che sta a fondamento della storia raccontata, per incontrare la parola di Dio nella sua autenticità e pienezza. Nessuna parola nostra può diventare sostitutiva della parola di Dio che i testi della Scrittura propongono. Tutto il lavoro precedente converge su questo momento. Non è inutile ricordare la necessità di realizzare questo momento in modo davvero solenne.
  • Un impegno “collettivo”: la storia è sempre orientata a far nostro l’invito di Gesù: “Fa’ anche tu lo stesso”. Viene studiato assieme questo impegno possibile. Una volta condiviso, va studiato la possibilità concreta di realizzarlo e i momenti in cui verificare assieme come si sta operando sul merito.
  • Una preghiera conclude l’incontro, per ringraziare e per affidare allo Spirito di Gesù le prospettive, personali e comunitarie, che l’esperienza ha suscitato. 

NOTE

[1] Azione Cattolica Italiana - Settore Giovani, Cose nuove e cose antiche. Comunicare la fede ai giovani d'oggi, Editrice AVE, Roma 1994, PETICLERC J. M., Dire Dieu aux jeunes, Editions Salvator, Mulhouse 1996, TONELLI R., Modelli di pastorale giovanile a confronto, in "Note di pastorale giovanile", 1987. 21 (6), 3-21.

[2] TONELLI R., Per la vita e la speranza. Un progetto di pastorale giovanile, LAS, Roma 1996, TONELLI R., Ringiovanire la Chiesa. Lettura pastorale di pagine scelte degli "Atti degli Apostoli", ElleDiCi, Leumann 2005.

[3] BOULAD H., Parabole d'oggi, Ed. Messaggero, Padova 2004, CRAVOTTA G. (ed.), Catechesi narrativa, Edizioni Dehoniane, Napoli 1985, DUPONT J., Il metodo parabolico di Gesù, Paideia editrice, Brescia 1978, FUSCO V., Oltre le parabole. Introduzione alle parabole di Gesù, Borla, Roma 1983, LICHT J., La narrazione nella Bibbia, Paideia, Brescia 1992, ROSENSTIEHL M. - ZUBER H., Raccontare la Bibbia, Elle Di Ci, Leumann 1999, RUSSOTTO M., Il Vangelo delle beatitudini. Fare Chiesa sui sentieri della gioia, Tipolit. Paruzzo, Caltanisetta 2007.

[4] Ho studiato la questione nel mio libro TONELLI R., La narrazione nella catechesi e nella pastorale giovanile, ElleDiCi, Leumann 2002.

[5] ECO U., Il nome della rosa, Bompiani, Milano 2004.

[6] MOLARI C., Teologia narrativa. Natura e ragioni di una teologia narrativa, Queriniana, Brescia 1981. Il testo contiene una interessante e documentata rassegna di questi autori.

[7] Cito un contributo specifico: LOHFINK G., Erzählung als Theologie, in "Stimmen der Zeit" 192 (1974) 521-532.

[8] Ho spiegato e sviluppato questa terminologia… poco frequente nel già citato La narrazione.

[9]BELLO A., Dalla testa ai piedi, Luce e vita, Molfetta 1989 - trascrizione dalla cassetta registrata.

[10]ZARRI A., Apologario. Le favole di Samarcanda, Camunia, Milano 1990.

[11]DE MELLO A., Il canto degli uccelli. Frammenti di saggezza nelle grandi religioni, Paoline, Milano 1986.

[12] TONELLI R., Trenta storie da meditare e raccontare per un progetto di pastorale, ElleDiCi, Leumann 1999.

Sinodo sui giovani 
Un osservatorio
Commenti. riflessioni, proposte  

logo-SINODO-GIOVANI-colori-295x300

Newsletter
Speciale 2018
(Estate-Settembre-Ottobre)
NLspeciale2018

Di animazione,
animatori
e altre questioni
NPG e «animazione culturale»

animatori

Newsletter NPG



Ricevi HTML?

invetrina2

Laboratorio
dei talenti 2.0
Una rubrica FOI

rubrica oratorio ridotta

No balconear 
Rubrica ispirata al/dal Papa
 

lostintranslation 1

Sulle spalle... 
dei giganti

giganti

Temi di PU 
(pastorale universitaria)

temi di PU

rubriche

 Il Vangelo
del giorno
(Monastero di Bose)

Lezionario 1

Storia "artistica"
della salvezza 

agnolo bronzino discesa di cristo al limbo 1552 dettaglio2

I cammini 
Una proposta-esperienza
per i giovani
e materiali utili

vie

Bellezza, arte 
e PG
(e lettere dal mondo)

arteepg

Etty Hillesum 
una spiritualità
per i giovani

 Etty

Semi di
spiritualità
Il senso nei frammenti

spighe

 

Lo zibaldone. 
Di tutto un po'
Tra letteratura, arte e pastorale...

zibaldone

Società, giovani 
e ragazzi
Aspetti socio-psico-pedagogici  

ragazziegiovani

Sussidi e materiali 
x l'animatore in gruppo 
 

cassetta

LIVE

Il numero di NPG 
in corso
Settembre-Ottobre 2018

cop sett-ott2018

Il numero di NPG 
precedente
Estate 2018

cop estate2018

Post It

1. Abbiamo spedito agli abbonati, in un unico invio, il numero estivo (con i materiali di approfondimento per la proposta educativo-pastorale salesiana: "Io sono una missione - #perlavitadeglialtri") e quello di settembre-ottobre (sul Sinodo "Nel cuore del Sinodo. Temi generativi, sfide provocatorie, inviti alla conversione")

2. Uno splendido omaggio ai nostri abbonati: il libretto dell'INSTRUMENTUM LABORIS del Sinodo, in allegato alla spedizione dei due NPG di cui sopra

3. On line tutta NPG fino all'annata 2013 (come promesso, fino a 5 anni fa), e pulizia-aggiornamento definitivo dei files delle annate precedenti

Progettare PG

progettare

novita

ipad-newspaper-G

NPG: appunti 
per una storia

2010 SDB - NPG Logo 02 XX

Le ANNATE di NPG 
1967-2018 
 

annateNPG

I DOSSIER di NPG 
(dall'ultimo ai primi) 
 

dossier

Le RUBRICHE NPG 
(in ordine alfabetico)
Alcune ancora da completare 
 

Rubriche

Gli AUTORI di NPG
ieri e oggi 

pennapennino

Gli EDITORIALI NPG 
1967-2018 
 

editorialeRIDOTTO

INDICI NPG
50 ANNI
 
Voci tematiche - Autori - Dossier

search

VOCI TEMATICHE 
di NPG
(in ordine alfabetico) 
 

dizionario

I LIBRI di NPG 
Giovani e ragazzi,
educazione, pastorale
 

libriNPG

I «QUADERNI» 
dell'animatore

quaderni

 

Alcuni PERCORSI 
educativo-pastorali in NPG
 

percorsi

I SEMPREVERDI 
I migliori DOSSIER di NPG 
 

vite N1

NOTE'S GRAFFITI 
Materiali di lavoro
con gruppi di ragazzi e adolescenti 
 

medium

webtvpic

SOCIAL AREA

 
socialareaok2 r1_c1_s1 socialareaok2 r1_c2_s1 socialareaok2 r1_c3_s1 socialareaok2 r1_c4_s1

Contattaci

Note di pastorale giovanile
via Marsala 42
00185 Roma

Telefono: 06 49 40 442

Fax: 06 44 63 614

Email

MAPPE del SITO 
navigare con una bussola

mappesito 1

PROGRAMMAZIONE
NPG 2018

programmazione 1

LECTIO DIVINA 
o percorsi biblici

lectiodivina 1 

DOTTRINA SOCIALE 
della Chiesa

dottrina 1

LE INTERVISTE: 
PG e...

interviste 1

ENTI CNOS

cospes tgs cnosfap cgs cnosscuola scsOK1 cnossport

SITI AMICI

Salesiani di Don Bosco Figlie di Maria Ausiliatrice editrice elledici università pontificia salesiana Servizio nazionale di pastorale giovanile Movimento Giovanile Salesiano salesitalia Mision Joven Dimensioni Mondo Erre DonBoscoland Scritti di Don Bosco ans bollettino
LogoMGSILE valdocco missioni vis asc exallievi vcdb mor ICC icp ILE ime ine isi