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Pace, guerra,

odio, violenza

Pensieri di Etty Hillesum

 auschwitz22   etty

«E convinciamoci
che ogni atomo di odio
che aggiungiamo al mondo
lo rende ancora più inospitale».

«Bisogna costruire la pace del mondo
in se stessi
e amare i propri simili».

 

PACE 

... ci sono molte altre cose attorno a me e la vita è ricca, sebbene debba essere conquistata minuto per minuto. E adesso al lavoro! E conserva la pace e non dimenticare Dio nel frattempo. 

Potrei ovviamente leggere la Bibbia ogni mattina, ma non credo di essere pronta per questo, e ritengo che la mia pace interiore sia insufficiente: continuo a preoccuparmi dell'intento di questo Libro, sicché non riesco mai ad afferrarne il significato profondo e a lasciarmi andare. 

L'essere umano cerca anche fuori il paesaggio che si porta dentro. Forse è per questo che ho sempre nutrito una bruciante voglia di ampie steppe russe. Il mio paesaggio interiore consiste di grandi, vaste pianure, infinitamente vaste, quasi prive di orizzonte, perché ognuna scompare nell'altra. Quando me ne sto tutta rannicchiata su questa sedia, il capo piegato, in realtà vago per quelle distese immacolate, e dopo un po' mi coglie una sensazione di benessere, di infinito e di pace.

Non ho ancora imparato ad accettare le numerose contraddizioni della vita con il centro del mio essere piuttosto che con la mia mente. Quello che desidero è la piena sintonia e unità e pace. Vorrei sparire, dissolvermi, dimenticare e smarrire me stessa; non fuggire da me stessa, ma fondermi molto naturalmente e armoniosamente con terra e cielo. In realtà non so ancora cosa sia importante e cosa no, e in quale punto debba essere posto il centro di gravità della mia vita. 

Oggi pomeriggio mi sono ritrovata d'un tratto in ginocchio sulla stuoia di cocco marrone, nel bagno, la testa nascosta nell'accappatoio, che pendeva dalla sedia di vimini rotta. Non riesco proprio a inginocchiarmi bene, c'è una sorta di imbarazzo in me. Perché? Forse a causa della parte critica, razionale e atea che pure mi appartiene. Tuttavia sento, di tanto in tanto, un forte desiderio di inginocchiarmi, con le mani sul viso, per trovare pace e per ascoltare la fonte nascosta in me. 

Un'osservazione su un ex insegnante di esperanto - “La lingua più orribile” -, non ricordo esattamente cos'ha detto dopo, ma ha aggiunto: “Sì, certo, fratellanza internazionale, puah, per dirla con Zamenhof”. E il tono sprezzante con cui ha pronunciato la parola “fratellanza”: con questi toni la pace mondiale viene immediatamente rimandata almeno di un paio d'anni. Bisogna costruire la pace del mondo in se stessi e amare i propri simili, il che non significa giacere insieme in un letto. Immagina se dicessi loro una cosa simile! Risponderebbero con qualche racconto sadico su un campo di concentramento, aggiungendo trionfanti: “Be', cosa te ne fai adesso del tuo amore per l'umanità?”. 

Ti ringrazio, Dio, nel mio grande Regno interiore adesso dominano tranquillità e pace, grazie al forte potere centrale che Tu eserciti. Le più lontane zone di confine avvertono il Tuo potere e il Tuo amore, e si lasciano guidare da Te. 

Adesso vado a dormire. È stato un giorno talmente buono, eppure non ho lavorato molto, ho dormito per tutto il pomeriggio, trascorso la mattina a chiacchierare e ho un terribile mal di testa.

Posso forse descrivere al meglio il mio stato di oggi dicendo che i cieli dentro di me si sono estesi per un istante, diventando ampi quanto quello fuori di me, in questa silenziosissima sera d'estate.

Per umiliare qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l'ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c'erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada che ci rimane c'è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po' di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma ciò non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto allora verrà da sé: e “lavorare a se stessi” non è proprio una forma d'individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. E adesso, buona notte; spero di poter tornare domattina presto, alle otto, dai miei gigli giapponesi e dalla mia rosa tea morente. 

È come se in ogni momento altri pesi mi cadano di dosso, come se tutti i confini che oggi ci sono tra persone e popoli non esistano più; in certi momenti è proprio come se la vita mi fosse divenuta trasparente e così anche il cuore umano, e io vedo, vedo e capisco sempre di più, e dentro di me sono sempre, sempre più in pace, e c'è in me una fiducia in Dio che in un primo tempo quasi mi spaventava per la sua crescita veloce, ma che sempre più diventa parte di me. E ora al lavoro. 

In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d'irraggiarla anche sugli altri. E più pace c'è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato. 

Se solo si potesse far capire alla gente che si può “lavorare” alla propria pace interiore, e continuare a essere produttivi e fiduciosi dentro di noi malgrado le paure e le voci che circolano. Che possiamo costringerci à inginocchiarci nell'angolo più remoto e tranquillo del nostro essere, e rimanerci fintanto che su di noi non si stenda nient'altro che un purissimo cielo. Da ieri sera ho potuto di nuovo sperimentare su me stessa quanto la gente soffra, è un bene doverselo ricordare e imparare ogni volta da soli come reagire. E poi, continuare indisturbati a percorrere i vasti e sgombri paesaggi del proprio cuore. Ma non sono ancora a questo punto. 

Stamattina all'alba sono saltata giù dal letto e mi sono inginocchiata alla finestra. L'albero era immobile nella mattina grigia e silenziosa. Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della Tua natura. Se vuoi farmi soffrire, dammi il dolore grande e pieno, non le mille, piccole preoccupazioni che consumano completamente. Dammi pace e fiducia. Fa' che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre ansie per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei Tuoi confronti, mio Dio? E non ci castighi forse prontamente - con l'insonnia, e con una vita che non è più una vita?

Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno, ma allora voglio essere un'unica, grande preghiera. Un'unica, grande pace. Devo portare nuovamente la mia pace con me. “La paziente deve fare vita tranquilla”. Pensa Tu alla mia pace, mio Dio, dovunque mi troverò. Potrebbe essere che non la sento più perché sto per compiere dei passi sbagliati? Forse - non so. Sono una persona così socievole, mio Dio, non ho mai saputo quanto. Voglio stare fra gli uomini, fra le loro paure, voglio vedere tutto da me e capirlo e raccontarlo più tardi. Ma vorrei tanto star bene. In questi giorni mi preoccupo troppo per la mia salute e questo è naturalmente sbagliato. Fa' che in me ci sia la stessa, grande immobilità che c'era nella Tua alba grigia. Fa' che la mia giornata sia qualcosa di più che le semplici preoccupazioni per il corpo. 

Non mi sento affatto impoverita, ma ricca e in pace. Siamo rimasti solo Dio e io. Buona notte. 

 

GUERRA guerraausch

Mio Dio, com'è potuto succedere? Van Wijk ci ha lasciati. Lo smarrimento è tanto grande che mi sento totalmente stordita. Non si riesce neanche a guardare nel vuoto che all'improvviso si è aperto davanti. Non capisco, continuo a ripetere a me stessa che non ci capisco assolutamente nulla. Un intero mondo di sapere scientifico è crollato in un istante, così, senza far rumore. Mi sembra più tremendo dell'intera guerra, anche se so che in futuro dovrò rimangiarmi queste parole. In questo momento ci sono professori imprigionati nei campi di concentramento in Germania, professori e studiosi vengono annientati, ma tutto questo accade per motivi politici, accade secondo la logica degli eventi, fa parte della nostra storia: si può partecipare, indignarsi, agire e talvolta aiutare; questo invece è semplicemente incredibile: malato per un paio di giorni e poi morto. Un intero universo è crollato. A ciò non si può più porre rimedio. 

Qui un intero mondo di sapere e conoscenza è crollato all'improvviso e senza far rumore. Si riesce a malapena a capire come sia potuto succedere: su di me questo ha avuto un effetto più devastante di tutta la guerra. Anzi, è una sorta di lugubre simbolo della guerra stessa, della distruzione della cultura. 

Regnava un grande sconforto stamattina a lezione. Ma una luce c'era: una breve, inaspettata conversazione con Jan Bool mentre attraversavamo il freddo e stretto Langebrugsteeg, e poi aspettando il tram. Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l'uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici - ma ricordati che sei un uomo anche tu. E inaspettatamente, quel testardo, brusco Jan era pronto a darmi ragione. Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. 

E giovedì sera c'era di nuovo la guerra dietro la mia finestra, e io la osservavo dal letto. Nella stanza accanto, Bernard stava ascoltando Bach; e quella voce suonava dapprima tanto energica e luminosa, e poi improvvisamente aeroplani, colpi antiaereo, spari, bombe, più fragorosi di quanto non accadesse da molto tempo. Sembrava che tutto si svolgesse vicino a casa. E d'un tratto ho acquisito la chiarissima consapevolezza di quante case, in tutto il mondo, ogni giorno crollano sulle persone. E Bach proseguiva coraggiosamente, ma era ormai una vocina molto debole. E io, sdraiata sul letto, mi sentivo in uno stato d'animo strano. Lievi luci di esplosioni lungo il tronco spoglio e minaccioso davanti alla mia finestra. Scalpitio. Ho pensato: a ogni istante una scheggia di granata può attraversare questa finestra. È possibile. Ed è anche possibile che si debba patire molto dolore. E tuttavia mi sentivo in uno stato d'animo pacifico e grato, là nel mio letto. E accettavo, con una sensazione di maturità e rassegnazione, tutte le catastrofi e le sofferenze che ancora mi aspettavano. E credevo fermamente che avrei comunque continuato a ritenere la vita bella, sempre, nonostante tutto. Tutte le catastrofi vengono da noi stessi. Perché c'è la guerra? Forse perché ogni tanto ho l'inclinazione a trattare in malo modo il prossimo. Perché io e il mio vicino e noi tutti non abbiamo abbastanza amore nel profondo, eppure possiamo sconfiggere la guerra e persino tutte le sue escrescenze interiori, ogni giorno, ogni istante, sprigionando l'amore che abbiamo dentro, in modo da concedergli una chance di vivere. E credo che non sarò mai capace di odiare qualcuno per via di quella che viene chiamata la sua “cattiveria”, mi odierei per questo, anche se “odio” è una parola troppo grossa qui. Non si può mai essere abbastanza elastici in quello che si esige dagli altri né abbastanza intransigenti nelle richieste che si fanno a se stessi. E credo che sia per questo motivo che oggi io non ho paura, perché tutto quello che mi succede mi è così vicino, perché nasce - per quanto mostruose siano le dimensioni che esso prende a volte - dagli uomini ed è sempre da ricondurre a qualcosa di umano. È questa la ragione per cui molti eventi non mi spaventano, perché io continuo a pensare che originino dall'uomo, da ogni individuo, da me stessa, il che rende tutto comprensibile; quegli eventi non degenerano mai in misfatti isolati, totalmente avulsi dagli individui.

Già, quegli alberi: a volte, di notte, i loro rami si abbassavano sotto il peso dei frutti delle stelle, mentre ora sono minacciosi pugnali eretti contro il cielo chiaro di primavera. E nella loro nuova forma, nel nuovo paesaggio, sono di nuovo indicibilmente belli. 

Già - com'era ieri, nella mia cameretta? Ero andata a dormire presto, dal mio letto guardavo fuori attraverso la grande finestra aperta. Ed era come se la vita con tutti i suoi segreti mi fosse nuovamente accanto, come se la potessi toccare. Avevo la sensazione di riposare sul suo petto nudo, di sentire il battito regolare e leggero del suo cuore. Ero fra le nude braccia della vita e ci stavo così sicura e protetta. Pensavo: com'è strano. C'è la guerra. Ci sono i campi di concentramento. Piccole barbarie si accumulano di giorno in giorno. Camminando per le strade, io so che in quella casa c'è un figlio in prigione, in quell'altra un padre preso in ostaggio, o un figlio diciottenne condannato a morte. E questo capita a due passi da casa mia. So quanto la gente è agitata, conosco il grande dolore umano che si accumula e si accumula, la persecuzione e l'oppressione, l'odio impotente e il sadismo: so che tutte queste cose esistono, e continuo a guardar bene in faccia ogni pezzetto di realtà nemica.

Eppure, in un momento di abbandono, io mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia mi circondano così dolci e protettive, e il battito del suo cuore non so ancora descriverlo: così lento e regolare e così dolce, quasi smorzato, ma così fedele, come se non dovesse arrestarsi mai, e anche così buono e misericordioso.

Io sento la vita in questo modo, né credo che una guerra, o altre insensate barbarie umane, potranno cambiarvi qualcosa. 

I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma ciò non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto allora verrà da sé: e “lavorare a se stessi” non è proprio una forma d'individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. E adesso, buona notte; spero di poter tornare domattina presto, alle otto, dai miei gigli giapponesi e dalla mia rosa tea morente. 

È un modo di esser blasé? No, è un vivere la vita mille volte minuto per minuto, e anche un lasciare spazio al dolore, spazio che non può essere piccolo, oggi. E fa poi gran differenza se in un secolo è l'Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Sto teorizzando dietro la mia scrivania, dove ogni libro mi circonda con la sua familiarità, e con quel gelsomino là fuori? È solo teoria, non ancora messa alla prova da nessuna pratica? Non lo credo più. Tra poco sarò messa di fronte alle estreme conseguenze. Ho dolore in tutto il corpo e tra poco dovrò camminare con S. fino all'altro capo della città e vedremo passarci davanti molti tram che avrebbero potuto portarci più velocemente che le nostre gambe; e a breve sembra che dovremo davvero essere registrati, adesso anche gli olandesi e anche le ragazze (Lei non può andarsene, ha detto ieri S. deciso; e Käthe, indicando le sue fragole sciroppate, ha aggiunto: Spero che lei possa ancora godere di queste fragole con noi; le nostre conversazioni sono già infarcite di frasi come queste). So che Mischa, col suo corpo delicato, sta per recarsi a piedi alla stazione centrale, penso ai visini pallidi di Mirjam e Renate, alle preoccupazioni di molti, so tutto, tutto, in ogni momento; a volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d'animo più elevato e pieno di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c'è qualcosa che non ti abbandonerà mai più. 

“Dopo la guerra, due correnti attraverseranno il mondo: una corrente di umanesimo e un'altra di odio”. Allora ho saputo di nuovo che avrei preso posizione contro quell'odio. 

[Martedì] 22 settembre [1942] 

Bisogna vivere con se stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti.

È forse la cosa più difficile, come constato così spesso negli altri e un tempo anche in me, ora non più: sapersi perdonare per i propri difetti e per i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare.

Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo.

Una volta ho scritto in uno dei miei diari: vorrei poter toccare con la punta delle dita i contorni di quest'epoca. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita perché non l'avevo ancora toccata dentro di me. Ho imparato a farlo mentre ero seduta qui. Poi, d'un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano - su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l'Europa. E là - sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate - su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo come un insieme compiuto, e non solo questo tempo. Avevo imparato a leggere in me stessa e così ero in grado di leggere anche negli altri. Era proprio come se le mie dita sensibili sfiorassero i contorni di questo tempo, e di questa vita. Com'è possibile che quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato, dove si riversava e scorreva tanto dolore umano, sia diventato un ricordo quasi dolce? Che il mio spirito non sia diventato più tetro in quel luogo, ma più luminoso e sereno? A Westerbork ho letto un tratto del nostro tempo che non mi sembra privo di significato. Ho amato tanto la vita quand'ero seduta a questa scrivania ed ero circondata dai miei scrittori, dai miei poeti e dai miei fiori. E là, tra le baracche popolate da uomini scacciati e perseguitati, ho trovato la conferma di questo amore. La vita in quelle baracche piene di correnti d'aria non contrastava affatto con la vita in questa camera protetta e tranquilla. Non sono mai stata tagliata fuori da una vita per così dire “passata”, per me esisteva solo una grande, significativa continuità. Come potrò descrivere tutto ciò? E far sentire quanto la vita sia bella e degna di esser vissuta e giusta, sì, proprio giusta? Forse Dio mi concederà quelle poche, semplici parole? Parole che siano anche colorite, appassionate e serie, ma soprattutto semplici? Come posso rappresentarlo con poche, tenere, leggere e robuste pennellate, il piccolo villaggio di baracche tra cielo è brughiera? Come posso far sì che anche altri leggano dentro a tutte quelle persone - persone che devono esser decifrate come geroglifici, tratto dopo tratto, finché non ci si trova davanti a un unico, grande e comprensibile insieme, incorniciato da cielo e brughiera?

Una cosa è certa: non potrò mai scrivere le cose come la vita le ha scritte per me, in caratteri viventi. Ho letto tutto, con i miei occhi e con tutti i miei sensi, ma non saprò mai raccontarlo allo stesso modo. Potrei anche disperarmi per questo, se non avessi imparato che dobbiamo accettare le nostre forze insufficienti, però con queste forze dobbiamo veramente lavorare.

Cammino accanto agli uomini come se fossero piantagioni e osservo quant'è cresciuta la pianta dell'umanità.

Sento che questa casa comincia a scivolarmi giù dalle spalle ed è un bene che sia così: il distacco si compie definitivamente, e con molta cautela e malinconia, ma anche con la certezza che è un bene e che non può essere diversamente, lascio che tutto scivoli, giorno dopo giorno.

Con una camicia indosso e una nello zaino - com'era la fiaba dell'uomo senza camicia raccontata da Kormann? Un re cercava per tutto il reame la camicia del suo suddito più felice, e quando ebbe finalmente trovato quell'uomo, si scoprì che non aveva camicie - e con quella minuscola Bibbia, posso forse portarmi anche i vocabolari russi e i racconti popolari di Tolstoj, e magari ci sarà anche posto per un volumetto di lettere di Rilke. C'è anche quel maglione di pura lana di pecora, lavorato a mano da un'amica - quante cose possiedo ancora, Dio mio: e una persona come me vuol essere un giglio del campo? Dunque, con quell'unica camicia nello zaino me ne vado incontro a un “avvenire sconosciuto”. Così si dice. Ma sotto i miei piedi girovaghi non c'è forse dappertutto la stessa terra? E lo stesso cielo - ora con la luna, ora col sole, per non parlare di tutte le stelle - non si stende forse sopra i miei occhi rapiti? Perché si dovrebbe parlare di un “avvenire sconosciuto”? 

 

ODIO IMG 8907

È un problema attuale: il grande odio per i tedeschi che ci avvelena l'animo. Espressioni come: “che anneghino tutti, quella feccia, che muoiano col gas” fanno ormai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanno sì che uno non se la senta più di vivere, di questi tempi. Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d'erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero.

Questo non significa essere indulgenti nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell'odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia dell'anima. Odiare non è nel mio carattere. Se, in questo periodo, io arrivassi veramente a odiare, sarei ferita nella mia anima e dovrei cercare di guarire il più presto possibile. Una volta me lo spiegavo in modo un po' superficiale: quando mi sentivo lacerata tra odio e altri sentimenti, credevo che fossero i miei istinti primitivi di ebrea minacciata dalla distruzione a essere in conflitto con le concezioni razionali socialiste che avevo acquisito - e che mi avevano insegnato a guardare a un popolo non come a un insieme, ma come a una maggioranza buona ingannata da una minoranza cattiva. Dunque, un istinto primitivo contrapposto a un'abitudine razionale.

Ma si tratta di un problema più profondo. Il socialismo permette all'odio per tutto ciò che non è socialista di entrare dalla porta di servizio. L'ho detto male, ma so che cosa intendo dire.

Ultimamente ho sentito che era mio compito mantenere l'armonia in questa famiglia contraddittoria: una donna tedesca, cristiana, di origini contadine, che è per me come una buona seconda madre; una studentessa ebrea di Amsterdam; un vecchio socialdemocratico equilibrato; poi Bernard un piccolo-borghese, ma di animo puro e di notevole intelligenza, pur se limitata appunto dalle sue origini piccolo-borghesi; e il giovane studente di economia, onesto, buon cristiano, che ha la gentilezza e la comprensione ma anche la combattività e le maniere tipiche dei cristiani come li si conosce oggigiorno. Era - ed è - un piccolo mondo affaccendato che, minacciato dai fatti politici esterni, rischiava di implodere. Tuttavia mi sembra che valga la pena di tenere in piedi questa piccola comunità come testimonianza contro le convulse e forzate teorie sulla razza, sul popolo, ecc., come prova che la vita non può essere rinchiusa in uno schema determinato. Però tutto questo costa dolore, forti conflitti interiori, reciproche offese di tanto in tanto, nervosismo e rimorso, ecc. ecc. A volte, se sono improvvisamente presa dall'odio, dopo aver letto il giornale o dopo aver avuto notizie di fatti che capitano, mi metto a inveire contro i tedeschi, fuori di me. So che lo faccio apposta per ferire, per sfogare in qualche modo il mio odio anche se poi lo scarico su una persona sola - una persona di cui so che ama la sua patria d'origine, com'è più naturale e comprensibile, del resto: ma in quel momento io non riesco ad accettare il fatto che lei non provi altrettanto odio, in quell'odio io cerco, per così dire, l'armonia con tutti i miei simili. Eppure so che lei trova la nuova mentalità altrettanto pericolosa, che si sente altrettanto oppressa per gli eccessi compiuti dal suo popolo. È naturale che Käthe si senta legata a quel popolo nel profondo dell'anima, capisco bene che sia così, ma in quel momento non lo sopporto, per me tutti quanti i tedeschi dovrebbero essere, e saranno, sterminati - e allora sono capace di dire con tanta cattiveria: “non sono altro che feccia”. Allo stesso tempo mi vergogno a morte, e poi mi sento di colpo infelice e non riesco a trovar pace, e ho la sensazione che sia tutto sbagliato. E allora è proprio commovente il modo, così gentile e incoraggiante, con cui diciamo ogni tanto a Käthe: “Sì, certo che ci sono ancora dei bravi tedeschi, in fondo anche quei soldati non possono farci niente, anche fra loro ci sono dei tipi decenti”. Ma è solo teoria, che se non altro serve a preservare ancora un po' di umanità grazie a qualche parola gentile. Se sentissimo davvero così, non avremmo neppure bisogno di dirlo espressamente, ci sentiremmo animati da un medesimo sentimento, la contadina tedesca come gli studenti ebrei, e allora potremmo parlare del bel tempo come della minestra di verdura, invece di tormentarci con discorsi politici, che servono solo a sfogare il nostro odio. In quei discorsi, infatti, non si riflette quasi più sulle questioni politiche, non si tenta quasi più d'individuare le grandi linee e di capire cosa c'è dietro: si rimane a un livello molto basso, né fa gran piacere conversare con il prossimo, di questi tempi. Perciò S. è come un'oasi in un deserto e ieri, così all'improvviso, ho dovuto buttargli le braccia al collo. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma adesso devo pensare al mio lavoro - prima, però, esco a prendere una boccata d'aria fresca e poi lo slavo ecclesiastico. So long! 

Deliziosa, una passeggiatina veloce, così all'aria fresca, tra una cosa e l'altra. Non lo facevo mai in passato. Lo slavo ecclesiastico dovrà aspettare ancora un po'; prima ho in mente qualcosa che vuole essere messo per iscritto.

Non si può scendere a compromessi con la realtà e con la politica, altrimenti si diventa demagoghi in miniatura. La verità politica deve essere inclusa nella grande “Verità”, ed è qui che si deve prendere una chiara posizione. Con questa mia profonda formulazione intendo dire: a volte mi trovo in compagnia di gente che si lascia andare a espressioni di odio, tra l'altro sicuramente comprensibili, contro i nuovi dominatori. Spesso si raccontano anche cose che sono evidenti menzogne, ma con le quali le persone si provocano e si istigano a vicenda: bisogna proprio chiedersi le origini di quell'odio, di quel voler persistere in un determinato stato d'animo, ecc. Io mi ci trovo in mezzo e mi formo la mia idea. Mi rendo conto da sola di quali siano le falsità manifeste, ma non mi pronuncio e penso: bene, aizzatevi pure gli uni con gli altri, così resterete più combattivi. Qualche volta mi succede pure di metterci del mio e di raccontare orrori al solo scopo di lasciare le persone in un determinato stato d'animo, mentre serbo per me la mia personale sensazione, quella di sapere la verità ma di non trovarla ancora adatta agli altri, per paura che la loro combattività si affievolisca.

Qualcosa del genere mi è successo ultimamente con la mia esagitata amica dai capelli rossi, Leonie. A L'Aia girava la voce di un attentato compiuto da un ebreo ai danni di un tedesco, un racconto che è stato divulgato dai tedeschi con grande enfasi e con le consuete intenzioni. In questo episodio c'era per caso qualcosa di vero; al che Leonie ha sghignazzato: curioso che sia davvero accaduto, perché nessuno ci crede a L'Aia. Comunque è meglio lasciarglielo credere.

Oppure ci ripetiamo, di tanto in tanto, i racconti che circolano e nei quali neanche noi crediamo, aggiungendo: restino pure nelle loro convinzioni: quanto più ci credono, tanto meglio. E questa è demagogia. È forse lo stesso metodo che anche i capi della propaganda del Terzo Reich adottano nel momento in cui sobillano le folle con teorie alle quali essi stessi probabilmente non credono. In sostanza si tratta di uno sconfinato disprezzo nei confronti della massa: tenersi per sé la verità, credendo che la massa non sia in grado di sopportarla. E senza dubbio nella loro prospettiva la massa non può sopportare la verità perché la verità rende fiacchi nella lotta. Ma si tratta di una lotta forzata e imposta. Credo che nel contesto del comunismo in Russia, appena dopo il 1917, il problema fosse leggermente diverso: si doveva forgiare un nuovo mondo dalle fondamenta e non ci si poteva lasciar distrarre da cose più profonde né dal relativismo. Eppure, in fondo si tratta proprio dello stesso disprezzo per la massa che non si ha il coraggio di lasciare a se stessa e che non può scegliere da sola tra il bene e il male.

A tal proposito mi viene in mente Il grande inquisitore di Dostoevskij, ma su questo tornerò più tardi. Di questi tempi i socialisti e i comunisti si trovano un passo più avanti rispetto al cittadino neutrale: rigettano entrambe le parti coinvolte nella lotta - il che è già una sorta di distensione -, ma si aggrappano immediatamente a una terza, la Russia o a chissà quale altro nuovo mondo, dove domineranno gli stessi metodi di qua. Hai formulato questo concetto in modo scandalosamente pigro e abborracciato, mia cara: la questione merita una migliore elaborazione, ma prima o poi ci riuscirai. Riassumendo, vorrei in realtà dire questo: la barbarie nazista fa sorgere in noi un'identica barbarie che procederebbe con gli stessi metodi, se noi avessimo la possibilità di agire oggi come vorremmo. Dobbiamo respingere interiormente questa inciviltà: non possiamo coltivare in noi quell'odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma. È questa la ragione per cui il nostro atteggiamento contro il nuovo regime può anche essere maturo e basato su princìpi, però qui si tratta d'altro. La lotta contro i propri istinti malvagi, che vengono risvegliati da loro, è qualcosa di molto diverso dal cosiddetto “essere obiettivi” in simili faccende, è diverso dal “vedere il lato buono” nel nemico: un'ambiguità, questa, che non ha niente a che spartire con ciò che intendo. Ma si può essere tanto combattivi e attenti ai propri princìpi anche senza gonfiarsi di odio; si può d'altronde essere traboccanti d'odio senza sapere esattamente di cosa davvero si tratta.

Se non faccio attenzione, rischio di fondare una nuova setta religiosa: eppure, se sorgessero simili sètte, almeno questa volta ne capirei qualcosa. Si tratta di questioni serie; quindi non raccontare sciocche storielle mentre pensi tra te e te: io so come stanno davvero le cose, ma questo va bene per voi; quindi nessuna demagogia. E adesso, torna al lavoro.

Per formularlo ora in modo molto crudo - il che farà probabilmente male alla mia penna stilografica: se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei, con un'espressione di sbalordimento misto a paura, e per puro interesse nei confronti dell'umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni?

Quando qualcuno mi rivolge parole di odio - e questo, in ogni caso, non succede spesso - non provo mai la tentazione di rispondere con l'odio, ma sprofondo improvvisamente nell'altro, in una sorta di disorientamento doloroso e al contempo interrogativo, e mi chiedo perché l'altro sia così, dimenticando me stessa. Per questo spesso sembro inerme e timida, ma non penso proprio di esserlo: so maledettamente bene come misurare le parole dell'altro e di volta in volta me ne faccio un'idea, ma in genere non ritengo molto importante farmi valere immediatamente.

Che strano fenomeno: appena comincio a scrivere, “non riesco più a smettere”. Lo “spirito costipato” comincia già a diventare meno “costipato”.

Mi sto ancora godendo i giacinti di ieri: sapevo che erano i suoi fiori preferiti e mi è costato un po' di fatica procurarmeli.

“Non deve portarmi così spesso dei fiori”. “Ma io ne sento il bisogno! Pensi, ho girato dieci negozi prima di trovarli, ma poi ero così contenta, perché sentivo il bisogno di fare qualcosa per lei”. 

Alla tristezza del mondo non bisognerebbe offrire, di tanto in tanto, un piccolo rifugio? E un bel giorno dirò forse a Ilse Blumenthal: “Sì, la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri, e lei è una madre, sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima, non devi fuggirlo ma sopportarlo come una persona adulta. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso, in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Devi lasciare a questo dolore tutto lo spazio possibile in te stessa e concedere a esso l'asilo che gli è destinato, e forse, così facendo, il dolore nel mondo diminuirà, se tutti sopportiamo, onestamente e lealmente e in maniera responsabile, ciò che ci viene assegnato. Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all'odio e ai piani di vendetta - da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be', allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio. 

Per umiliare qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l'ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c'erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada che ci rimane c'è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po' di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma ciò non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto allora verrà da sé: e “lavorare a se stessi” non è proprio una forma d'individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. E adesso, buona notte; spero di poter tornare domattina presto, alle otto, dai miei gigli giapponesi e dalla mia rosa tea morente. 

Il mio stato d'animo è così strano. Tutto quello che fino a ora era così irreale si trasforma sempre più in una cosa reale, in una realtà che fino a questo momento era interiore. È come se l'intero processo del “mettere al mondo” stesse avvenendo dentro di me. Spostamenti. All'esterno tutto rimane uguale. Meglio non parlare di simili spostamenti interiori perché non si ha ancora il controllo sulla propria voce e perché suonerebbe troppo magniloquente e quasi insostenibile. Una cosa, tuttavia, è certa: si deve contribuire ad aumentare la scorta di amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all'odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo più inospitale e invivibile. E di amore ne ho tanto, tantissimo, così tanto che davvero può fare la differenza, non occorre andare a cercarlo. E adesso devo proprio andare a dormire. La tristezza ora si è spostata dal problema uomo-donna-letto; sotto questo punto di vista sto davvero maturando e non sono più così sprovveduta. Il nostro momento arriverà quando arriverà. E adesso, buona notte. 

Sono riconoscente di non provare nessun odio o amarezza, ma di avere una così gran calma che non è rassegnazione, bensì una sorta di comprensione per questo tempo, per quanto strano ciò possa sembrare! Si deve poter capire questo tempo se si capiscono gli uomini, è infatti opera nostra. Il presente è quello che è e come tale bisogna riuscire a capirlo, malgrado lo sconcerto che si prova ogni tanto.

In qualche modo io seguo la mia via interiore, che diventa sempre più semplice ed è lastricata di benevolenza e di fiducia. 

E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale. 

 

VIOLENZA violenza

Chi si uccide, uccide; e non solo se stesso, ma anche un altro essere. Perché l'uomo non è un'isola. Questa morte, ne sono profondamente convinto, non è una liberazione come quella naturale e incolpevole. Ogni violenza nel mondo ha delle conseguenze, come ogni azione. Esistiamo per prendere su di noi un po' del dolore del mondo offrendo il nostro petto, non per moltiplicarlo, facendo a nostra volta violenza.

 

 

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