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Povertà e giustizia

 

Giovani cercatori di Dio /9

La cura e la logica del dono come orizzonti di senso

Francesca Moratti

(NPG 09-09-41)


 

«Non è povero chi non ha da mangiare,

ma chi non ha nessuno»

(proverbio wolof – Senegal)

 

 

Che cos’è la povertà? Come si può definire la giustizia? Sembrano domande retoriche, ma di fatto sono concetti difficilmente determinabili. Dietro queste due parole si coglie una profonda complessità, per non dire ambiguità, non solo nelle definizioni teoriche ma anche nell’esperienza pratica.

Sì, perché è povero chi non ha mezzi di sussistenza ma anche chi è «povero in spirito», ossia umile e quindi non pieno di sé, oppure chi è apatico e privo di relazioni significative.

Giusto è un altro termine difficile: nell’Antico Testamento equivale a dire buono, santo, perfetto; d’altra parte c’è chi intende la giustizia come pedissequa adesione alla legge, oppure chi elabora distinzioni tra giustizia distributiva, retributiva e riconciliativa o chi preferisce definirla in negativo sostenendo che la giustizia sia irriducibile alla legalità o al giustizialismo. Il giudice Zagrebelsky, intervenendo ad uno degli incontri della cattedra dei non credenti istituita dal Cadinal Martini, afferma che

 

«l’intera storia dell’umanità è una lotta per affermare concezioni della giustizia diverse e perfino antitetiche, ‘vere’ solo per coloro che le professano. Giusto è ciò che corrisponde alla propria visione della vita in società. Così però la giustizia rinuncia alla sua autonomia e si perde negli ideali o nelle ideologie o nelle utopie. […] Dietro l’appello ai valori più elevati e universali è facile che si celi la più spietata lotta per il potere, il più materiale degli interessi. Quanto più puri e sublimi sono quei valori, tanto più terribili sono gli eccessi che giustificano» (Martini e Zagrebelsky, pp. 4-5).

 

In questo articolo mi pare doveroso tentare di camminare attraverso la rete intricata che collega il problema della povertà a quello della giustizia perché, da un lato, sono temi verso i quali i giovani si rivelano particolarmente sensibili e, dall’altro, perché essendo facilmente ideologizzabili rischiano di diventare fuorvianti. Non mi soffermerò nello specifico sul tema, purtroppo sempre attuale, dell’ingiusta distribuzione delle ricchezze nel mondo: il tema sarebbe degno di un articolo dedicato. Intendo qui guardare oltre questi due concetti per cercare di cogliere un orizzonte comune entro il quale iscriverli e che riesca a spiegare, o quanto meno a lasciar intuire, la relazione dinamica che intercorre tra povertà e giustizia. Questo perché l’impressione, talvolta, è che si passi automaticamente dallo scandalo per una condizione di povertà alla richiesta di giustizia senza valutare come ciascuno consideri e viva la povertà: questo porta inevitabilmente a prendere degli abbagli anche in merito al tipo di giustizia che, in buona fede, si esige.

I ragazzi, spesso i più sensibili e i più spontanei in queste lotte a favore dell’uguaglianza, dei diritti umani, della pace, devono essere aiutati a sviluppare un senso critico e della complessità del reale per evitare di venire strumentalizzati dalle forze occulte della nostra società dello spettacolo, come la chiama G. Debord, in cui l’immagine è diventata più reale della realtà e in cui la critica, per questo, risulta più difficile perché la coscienza risulta sempre più alienata.

 

Parto da una favola ebraica.

 

I corvi

 

«Tanti e tanti anni fa, un giovane, figlio di un ricchissimo mercante, raggiunta l’età di diciotto anni attraversò un momento di profonda crisi e, stanco della vita tediosa e oziosa che conduceva, si recò dal padre e gli disse: «Padre, io sono perfettamente consapevole di tutto quello che mi dai. Sono un giovane fortunato: ho denaro, vestiti preziosi, tanti schiavi. Ma tutto questo non mi basta. Io voglio imparare qualcosa dalla vita e ho la necessità di accrescere il mio spirito seguendo una via di sapienza. […] So che tutto quello che hai realizzato durante la vita è destinato a me, ma voglio ricordarti che ogni uomo, quando muore, abbandona tutti i suoi beni materiali, perché nell’aldilà questi non possono servire a nulla. Invece la Torah e le azioni buone compiute durante la vita ci permettono di affrontare serenamente il viaggio ultraterreno». L’anziano padre comprese l’inutilità di ogni sforzo volto a far cambiare idea al figlio, per tanto si limitò ad aggiungere: «Va bene, Isacco, prendi con te il denaro necessario e recati pure nella città dei saggi. Ma ti prego: trascorsi i tre anni ritorna da noi». […] Scaduto il terz’anno il vecchio padre lo fece ritornare a sé. «Dicci figliolo, che cosa hai imparato?» E Isacco: «Miei cari, sono appena riuscito a bere una goccia di tutta la conoscenza, quindi devo tornare al più presto presso il mio maestro spirituale per almeno altri tre anni». «Figlio mio, non vedi come siamo vecchi? Le forze ci stanno abbandonando ed è opportuno che tu rimanga per assisterci. Questo è un tuo preciso dovere!» disse la madre indispettita. Ma il padre acconsentì. […] Scaduto anche questo temine il padre si recò dal maestro del figlio e gli fece doni meravigliosi, poi avanzò la sua richiesta al saggio rabbino: «Rabbi, mia moglie e io siamo disperati senza nostro figlio: ti prego rimandacelo a casa». Padre e figlio si incamminarono sulla strada di casa ma, dopo alcune leghe di cammino, un corvo si posò sulla spalla di Isacco e gli sussurrò: «Tuo padre ora è ricchissimo, ma prima di morire diventerà l’uomo più povero della terra e in quel preciso istante sarà nuovamente ricco e di una ricchezza che non avrà uguali!». Isacco sorrise. «Perché sorridi? Tu mi prendi in giro, dimmi che cosa ti sta passando nella mente! Io ho sprecato tutto questo denaro per farti studiare e altro non vedo che un burlone che ride senza motivo!». Non ricevendo alcuna risposta, egli perse il controllo di sé e diede una spinta al figlio che scivolò giù dalla scarpata che fiancheggiava la strada, facendolo finire in mare. Isacco stava per affogare quando giunse un enorme pesce che lo inghiottì in un sol boccone.

 

Soffermandoci su questa prima parte già risulta chiaro che genitori e figlio seguono due logiche antitetiche che, nei precedenti articoli, avevamo definito come logica calcolante e logica poetica. La prima fa intendere la povertà come mancanza di mezzi materiali e la giustizia come mera questione di legalità: il permesso di fare qualcosa, l’obbligo di tener fede alle scadenze, l’impegno a restituire i favori ricevuti («Le forze ci stanno abbandonando ed è opportuno che tu rimanga per assisterci. Questo è un tuo preciso dovere!»). La seconda fa percepire una povertà più grave di quella materiale: l’ignoranza del senso di esistere e la conseguente incapacità di relazionarsi in modo pieno con la realtà che ci circonda. Inoltre fa cogliere la giustizia come altro dalla cieca obbedienza ai dettami dei genitori, pur mantenendo il rispetto e l’affetto per loro, perché si intuisce una verità più alta da perseguire (richiamando così l’episodio di Gesù ritrovato al tempio tra i dottori della legge, il quale dà questa spiegazione ai suoi genitori: «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?»: Lc 2, 49).

 

Ma procediamo con il racconto.

 

I corvi

(continua)

 

[Dopo parecchi giorni Isacco] fu vomitato sulle sponde di un lontano reame. Accadde in quel periodo un fatto molto strano alla corte del re di quelle lontane terre: sul tetto della reggia si radunò un nutrito stormo di corvi. Per giorni e giorni la popolazione dei corvi non si mosse, perciò il sovrano, disperato, fece convocare tutti i saggi, i sacerdoti e i maghi del suo regno affinché gli suggerissero un modo per porre fine all’invasione dei volatili. Anzi fece una solenne promessa: chi avesse liberato la reggia dalla presenza dei corvi avrebbe ricevuto in sposa la figlia e metà del regno. Giunto davanti al monarca Isacco disse: «Maestà, come puoi vedere ci sono due corvi maschi e uno femmina al centro delle due schiere; questo indica che c’è una diatriba tra di loro e il popolo dei corvi si è diviso in due fazioni. La storia è questa: la femmina, prima, era sposata al corvo più grande, ma con la carestia dell’anno scorso il marito l’ha ripudiata sostenendo che non riusciva a mantenerla. La moglie allora si è allontanata e, dopo avere a lungo vagato, ha incontrato il secondo corvo, che le ha offerto ospitalità presso il suo gruppo e poi l’ha sposata. Adesso che la carestia è finita, il primo marito ha voluto riprendere con sé la moglie, ma il secondo marito si è opposto. Siccome non riescono ad arrivare a un accordo, sono venuti da te perché tu giudichi il fatto!». Il re fece convocare i giudici e alla fine decisero che il secondo marito aveva ragione. Subito tutti i corvi si lanciarono sul colpevole uccidendolo, dopodiché abbandonarono il palazzo. Il sovrano fece chiamare Isacco e si diede inizio ai festeggiamenti per le nozze. Isacco mandò un messaggero dai genitori per invitarli alla cerimonia. Intanto il padre, come il corvo aveva predetto, era stato abbandonato dalla sorte e aveva perduto ogni ricchezza, al punto che lui e la vecchia consorte vivevano della misera elemosina che andavano mendicando lungo le strade. Quando giunsero alla reggia, Isacco li accolse con grande affetto, perdonando al padre la violenza, quindi ordinò di dare le stanze più belle e i migliori vestiti ai genitori. Il banchetto nuziale si svolse in piena serenità e letizia.

 

Anche in questa seconda parte povertà e giustizia si intrecciano. La povertà materiale, se non supportata da valori orientativi forti, rischia di essere dannosa tanto quanto l’opulenza perché può indurre a comportamenti lesivi e ingiusti: non solo il corvo più grande e bello ripudia la moglie a causa della carestia, ma anche i genitori di Isacco, caduti in rovina materiale, iniziano a condurre una vita disperata al limite della dignità. Inoltre quale idea di giustizia viene comunicata? Una giustizia paradossale agli occhi del positivismo giuridico e della giustizia retributiva classica, secondo i quali la legge non ammette deroghe e la pena deve essere proporzionale al male compiuto.

Il primo corvo avrebbe avuto tutto il diritto di reclamare la propria moglie, così come Isacco avrebbe avuto il diritto di rinnegare i propri genitori in seguito al tentato omicidio da parte del padre e alle pretese della madre. Invece l’affetto e la cura sgretolano la logica retributiva. Il secondo corvo, che ha accolto e amato la moglie ripudiata dal primo marito, diventa di diritto il nuovo marito. Il re stesso, in segno di riconoscenza e affetto verso Isacco, gli fa doni ben maggiori di quanto Isacco abbia fatto per lui: non solo gli offre metà del suo regno ma gli dà l’amata figlia in sposa.

Infine i genitori di Isacco, intrappolati in una gretta logica del do ut des, vengono sorpresi e inondati da una nuova ricchezza che va ben oltre le lussuose camere del palazzo del re: l’amore e la riconoscenza del proprio figlio.

 

La cura dell’altro

 

È fondamentale per tutti, ma soprattutto per i nostri ragazzi, crescere con questa consapevolezza: come la pace non è semplice assenza di guerra, così la giustizia non è pura osservanza di leggi, per quanto buone siano. Pace e giustizia si fondano su una realtà ben più ampia: la cura dell’altro.

Un giudice che è solo scrupoloso osservante passivo della legge non è un buon giudice, sostiene Zagrebelsky. Ciò è in sintonia anche con l’ideale cristiano che non mira tanto a punire il male quanto a convertire il cuore perché, come dice il cardinal Martini, «non v’è sistema legale o giuridico, per quanto perfetto, che possa funzionare se il cuore rimane cattivo» (Martini e Zagrebelsky, p.62). Pensiamo ai decantati diritti umani: per quanto pretendano assolutezza perché fondati sull’universale della ragione umana, non riescono a nascondere il loro aspetto relativo e storicamente determinato e, anche per questo, trovano difficile applicazione nelle diverse parti del mondo.

 

«Le dottrine che concernono i diritti umani, come ogni altra dottrina della giustizia, non si sottraggono alla pluralità dei punti di vista e delle credenze, e non sono immuni dall’accusa o dal sospetto di mettere una maschera su meri interessi, talora brutalmente solo economici» (Martini e Zagrebelsky, p. 7).

 

Stessa cosa vale per il diritto internazionale, così difficile da far accettare e rispettare dall’intera comunità umana. La giustizia è allora solo un’utopia? O, peggio ancora, una parola vuota? Una maschera? No, la giustizia, soprattutto la speranza di giustizia, è intrinseca alla natura umana, di credenti e non credenti. Persa questa si perde lo scopo del vivere.

Spiega Zagrebelsky:

 

«La speranza di giustizia è una condizione di esistenza e questa condizione viene meno non solo laddove esiste oppressione ma anche per rassegnazione, atrofia, stordimento, nichilismo morali. […] La giustizia è remota non solo quando ogni libertà di perseguirla è spenta ma anche quando, al contrario, la libertà (come assenza di costrizione) è assicurata ma non si sa a che cosa applicarla, a cosa finalizzarla» (Martini e Zagrebelsky, pp. 13-14).

 

Ma quale giustizia si spera così ardentemente, anche oltre il razionalmente sperabile? Non una giustizia che sia fuori di noi e nemmeno una giustizia che sia un’idea dentro di noi. Platone afferma che non si può definire la giustizia in astratto: lo può fare, in concreto, solo il giusto, poiché ha una «natura conforme alla giustizia» (Lettere VII, 344); giustizia che, in ultima analisi, ha a che fare con il cuore nel senso più ampio del termine, ossia con la coscienza aperta alla relazione con l’altro da sé, a prescindere dai legami formali razionalmente predeterminati e socialmente condivisi. Conclude molto acutamente Zagrebelsky:

 

«Se non disponiamo di una formula di giustizia che possa mettere tutti d’accordo, molto più facile è convenire – a meno che si abbia a che fare con coscienze deviate – nel percepire l’ingiustizia insita nello sfruttamento, nella reificazione degli esseri umani da parte di altri esseri umani. Ed è più facile non vederla o rimuoverla come cosa remota piuttosto che rimanere insensibili, una volta che si sia entrati con essa in un contatto immediato» (Martini e Zagrebelsky, p. 16).

 

La giustizia, i diritti, sono intrinsecamente legati alla libertà umana di poterli scegliere e alla conseguente responsabilità nel perseguirli, altrimenti si tratterebbe di puro conformismo. Così tra i nostri ragazzi è più maturo e responsabile chi contesta le regole in nome di una giustizia «più giusta» rispetto a chi segue pedissequamente gli ordini senza darsene una ragione.

Anche in campo economico l’assolutismo della razionalità non è sufficiente. Scrive il filosofo ed economista Latouche, sostenitore della teoria della decrescita:

 

«Dobbiamo decolonizzare il nostro immaginario dai miti del progresso, della scienza e della tecnica. Far tramontare l’onnipotenza dell’assolutismo della razionalità. Conviene costruire una postmodernità attraverso una Aufhebung, un superamento critico della modernità che non neghi il passato modernista e razionalista. La postmodernità non può che mirare alla reintegrazione, al reinserimento della tecnica e dell’economia nel sociale. Non si tratta di bandire i mercati o di escluderli, ma di limitare il dominio del mercato lottando contro la sua eccessiva influenza. Una nuova cultura dovrà emergere e verrà dalla rinascita del politico, da nuovi rapporti con l’ambiente, da una nuova etica» (Latouche, Decolonizzare l’immaginario, p. 133).

 

La logica del dono

 

La logica del dono è forse quella che più si avvicina alla logica poetica che permette di cogliere il senso più lato e più cogente, al di là della legalità e di tutti gli aspetti più materiali o tecnici dell’organizzazione sociale. Latouche, facendo riferimento agli scritti di Marcel Mauss e di Jacques Godbout sul dono, così spiega:

 

«il legame sociale funziona con lo scambio; ma lo scambio, con o senza moneta, si fonda più sulla triplice obbligazione di donare, ricevere e rendere che sul mercato. Ciò che è centrale e fondamentale nella logica del dono è che il legame sostituisce il bene. […] Il dono crea e rafforza i legami sociali, mentre lo scambio commerciale li rende sterili e impersonali» (Latouche, pp.112 e 133).

 

Così ad esempio l’Africa, resistente alle dinamiche mercantilistiche occidentali, può mostrare tutte le sue ricchezze. Continua Latouche:

 

«Gli africani non hanno mai pensato di essere poveri fino a quando qualcuno non è andato a dirglielo, non hanno mai pensato a loro stessi come a dei sottosviluppati fino a quando gli europei colonialisti non gliel’hanno fatto credere. […] L’80% degli africani sono considerati degli esclusi e dei marginalizzati; ma non è così, loro non si sentono tali. È vero che sono fuori dai processi della globalizzazione e dell’economia, ma sono una società, una vera società, un’altra società. […] Sicuramente frugale, sicuramente priva di beni, ma ricca spiritualmente e socialmente» (Latouche, La globalizzazione, pp. 99-100).

 

Questa dinamica è tipica anche della giustizia riconciliativa, che differisce nettamente dalla giustizia distributiva (il maggior bene per il maggior numero di persone) e dalla giustizia retributiva (giustizia come vendetta o come riconoscenza). La giustizia riconciliativa ha come scopo non la punizione del colpevole ma il componimento della controversia attraverso il riconoscimento del torto compiuto, il perdono, la riconciliazione e la pace. Non si tratta di risarcire il torto con una sanzione equivalente, bensì si mira a ristabilire una comunanza incrinata ristabilendo i legami originari, rinnovati e resi più forti.

Dietro alla logica del dono, alla giustizia riconciliativa e alla logica relazionale è presente la dinamica della cura che, in termini cristiani, può essere tradotta col termine misericordia. La cura spinge ad aprirsi all’altro gratuitamente, senza aspettative e con la disponibilità ad accogliere e farsi carico dell’altro perché ha valore in sé a prescindere da ciò che ha o fa. La cura è uno sguardo innamorato verso chi o ciò che vedo davanti a me. La teologia della liberazione afferma che il povero può aiutare ad assumere una nuova prospettiva nei confronti del mondo; certo, ma è lo sguardo di cura che realizza la vera metanoia in ciascuno di noi.

Dio disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Caino rispose: «Non lo so: sono forse io il custode di mio fratello?». Nella logica relazionale la risposta sarebbe «Sì».

 

SCHEDA DIDATTICA

 

Commentare insieme ai ragazzi la celebre affermazione di Mons. Helder Camara: «Se do da mangiare ai poveri sono santo, se chiedo perché sono poveri sono ritenuto un comunista».

 

La povertà vera è di chi si chiude, non si relaziona più, non si scandalizza più, non lotta più perché non spera più. Stimolare i ragazzi a trovare degli esempi di persone che vivono così: poi, divisi in gruppi, provare ad inventare dei dialoghi tra chi è deluso e chi ha ancora motivo di sperare.

 

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose non ho da cercarle fuori della portata della mia vista, avvolte in oscurità, e nel trascendente; né devo, semplicemente, presumerle: le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. (Kant, Critica della ragion pratica, conclusioni). Alla luce di quanto detto nell’articolo, commentare.

 

La legge è uguale per tutti. E la giustizia? Stimolare i ragazzi a prendere posizione nel dibattito su cosa sia per loro la giustizia sulla base dei diversi punti di vista espressi nell’articolo.

 

Suggerimenti musicali

– Pink Floyd: The Wall

– Nomadi: In favelas, Mamma giustizia, Una storia da raccontare, Salve sono la giustizia

– De André: Princesa, Il giudice, Khorakhanè

– Battiato: Povera patria

– Guccini: Auschwitz

– Metallica: And… justice for all

– Modena City Ramblers: Ahmed l’ambulante, Una perfecta excusa

– Cisco e la Casa del vento: A las barricadas

 

Suggerimenti cinematografici

– La città della gioia

– I cento passi

– Hurricane

– Insider – dietro la verità

– Grido di libertà

– Dead man walking

– Il miglio verde

– Alla luce del sole

– Antwone Fisher

– Fahrenheit 9/11

– Schindler’s list

– La vita è bella

– Hotel Rwanda

– Gomorra

– Parada

– Il cacciatore di aquiloni

 

Suggerimenti bibliografici

– Baricco A., Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, Milano 2002.

– Debord G., La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano 1997.

– De Rosny E., La nuit, les yeux ouverts, Seuil, Paris 1996.

– Ellacuria I. e Sobrino J. (a cura di), Mysterium liberationis, Borla-Cittadella, Roma-Assisi 1980.

– Kant I., Critica della ragion pratica, Laterza, Bari-Roma 2004.

– Latouche S., Decolonizzare l’immaginario. Il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo, EMI, Bologna 2004.

– Latouche S., La globalizzazione non è il destino dell’umanità, in Chiappero Martinetti E., Semplici A. (a cura di), Umanizzare lo sviluppo, Rosenberg & Sellier, Torino 2002.

– Martini C. M., Sulla giustizia, Mondadori, Milano 2002.

– Martini C.M. e Zagrebelsky G., La domanda di giustizia, Einaudi, Torino 2003.

– Moratti F., L’Africa nella rete, L’Harmattan Italia, Torino 2008.

– Platone, Lettere, BUR, Milano 1986.

– Rigoldi G., Il male minore. Devianza giovanile, un problema per tutti, Mondadori, Milano 2007.

– Rosano G., (a cura di), Fiabe della tradizione ebraica, ed. Demetra, Colognola ai Colli (VR) 1997.

– Sobrino J., La fede in Gesù Cristo. Saggio a partire dalle vittime, Cittadella, Assisi 2001.

 

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