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Le condizioni per il protagonismo ecclesiale

 

cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"

 

La Chiesa opera per la salvezza come "sacramento": manifesta efficacemente la salvezza, in una concentrazione simbolica così intensa da sollecitare ogni persona a decidersi per l'offerta di questa grazia.

Non esercita questo ministero solo in modo strumentale: essa è la salvezza di Dio presente nella storia quotidiana, nel momento in cui la rende visibile e interpellante.

Comunità ecclesiale e processo di salvezza sono perciò due realtà distinte, ma molto interdipendenti, come il sacramento è diverso dall'effetto che produce e, nello stesso tempo, è profondamente ad esso relazionato.

E' importante di conseguenza distinguere bene tra mediazione ecclesiale e processo salvifico. La distinzione dà infatti concretezza pastorale alle riflessioni precedenti e aiuta a collocare adeguatamente la Chiesa al servizio del Regno di Dio.

Il processo di salvezza è l'attuazione e assimilazione personale della salvezza. Si tratta di un atto libero, in cui ogni persona esprime la propria decisione in ordine alla salvezza. Questa decisione non viene amministrata dalla Chiesa. Riguarda il dialogo misterioso e intimissimo tra Dio e ogni uomo. Investe l'attuazione nel tempo del Regno di Dio il cui ambito è molto più ampio dell'ambito costatabile della mediazione ecclesiale.

La mediazione ecclesiale è invece un dato di ordine storico. Non coincide con il processo di salvezza, né lo assicura in modo deterministico.

Essa ha il compito di favorire, di sostenere il processo di salvezza. Crea le condizioni perché esso possa svolgersi nell'imprevedibile dialogo tra l'amore interpellante di Dio e la libertà e responsabilità dell'uomo, a livello personale e collettivo.

Se consideriamo il "contenuto" di questa mediazione sacramentale (la salvezza), possiamo anche comprendere in che modo la Chiesa esercita la sua funzione sacramentale.

Come ho ricordato, la salvezza è la costruzione nel tempo e la costituzione in definitività della comunione degli uomini con Dio e tra loro.

La funzione sacramentale della Chiesa è perciò legata alla manifestazione e alla esperienza di una ricostruita comunione. La Chiesa può manifestare efficacemente la salvezza, perché "é in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio di tutto il genere umano". Essa è però fedele alla sua identità, opera cioè in modo sacramentale per la salvezza, nella misura in cui favorisce l'esperienza di una comunione così intensa e sconvolgente da sollecitare ad una decisione personale per la ragione, ultima e radicale, di questa comunione.

Queste riflessioni mi portano a comprendere anche il significato dell'aggettivo "universale" nella cui ampiezza la Chiesa colloca la sua missione: la salvezza cristiana ha sempre e per tutti una dimensione ecclesiale; la comunione con Dio e tra gli uomini ha nella Chiesa il suo segno di prospettiva e di realizzazione.

Anche se la decisione per la salvezza è sempre un atto strettamente personale, la salvezza investe la persona attraverso la comunità ecclesiale.

La comunità ecclesiale è come il grembo materno in cui si compiono la decisione per la salvezza e le azioni cristiane che conseguono. La solidarietà del singolo con gli altri è così profonda che il suo personale essere salvo non può venire separato dal suo essere nella comunità.

 

5.      Quale appartenenza

 

Questa consapevolezza mi porta a legare intensamente la funzione della comunità ecclesiale in ordine alla salvezza con la categoria dell’appartenenza e con il suo indice di intensità.

In altre parole, sono convinto che quel sostegno alla vita di fede che sentiamo il bisogno di assicurare e, di conseguenza, la sfida alla pastorale giovanile attuale passa attraverso la ricostruzione di un maturo senso di appartenenza ecclesiale.

Appartenenza significa sentirsi parte di un gruppo e consiste nella condivisione con il gruppo, di comportamenti, modi di pensare e atteggiamenti. Alla base dell’appartenenza si trova, in genere, un processo di identificazione, in cui la sfera dell’Io si identifica con il Noi, e che permette di riconoscersi e di essere riconosciuti come membri di un gruppo anche attraverso l’assunzione di alcuni segni distintivi.

L’appartenenza diviene consapevole tramite la riflessione sulla propria identità, sui propri valori e sui valori condivisi con i gruppi di cui si fa parte. La consapevolezza delle proprie radici e della propria storia e cultura crea le condizioni per un’appartenenza che sia anche possibilità di riconoscere il diverso e di apertura e di confronto con l’altro.

Questo modello di appartenenza si riferisce, prima di tutto, ai gruppi e alle istituzioni della nostra vita quotidiana.

La indicazione vale anche per la comunità ecclesiale.

La sua funzione costitutiva di “mediazione sacramentale” per la salvezza è legata alla sua capacità di diventare luogo di identificazione e, di conseguenza, luogo di appartenenza, nel senso appena indicato.

 

5.1.   Condizioni di appartenenza

 

Sono abbondanti gli studi e le ricerche che riguardano le condizioni di appartenenza. Molti ricercatori, infatti, sono interessati a verificare attraverso quali processi viene generata l'identificazione ad una istituzione.

Organizzando i loro contributi è abbastanza facile fornire un elenco delle condizioni necessarie per costruire e consolidare l'appartenenza:

  1. Si richiede prima di tutto un minimo di interazioni dell'individuo con l'istituzione a cui si vuole appartenere. Questo minimo non va pensato in termini giuridici, ma secondo le logiche della dinamica di gruppo (condivisione degli obiettivi, percezione del significato funzionale del gruppo, accettazione delle norme e dei ruoli, esperienze di gratificazione...).
  2. Occorre anche la conoscenza e l'accettazione del sistema di valori, credenze e modelli che determinano la proposta oggettiva dell'istituzione in questione, fino a definire progressivamente in essi il personale progetto di vita. Nel caso della comunità ecclesiale, questo processo comporta l'acquisizione e il consolidamento dei contenuti dell'esperienza cristiana, la partecipazione affettiva ai gesti e ai riti, il riconoscimento di una funzione magisteriale, l'adozione dei modelli proposti per la soluzione dei personali problemi.
  3. Si richiede inoltre l'esperienza soggettiva di essere accettato nell'istituzione. E questo suppone l'inserimento in una trama di rapporti né burocratici né formalizzati, un'ampia distribuzione di informazioni e di ruoli, un insieme di persone non troppo vasto.
  4. In un tempo di pluralismo, si richiede infine la capacità di armonizzare a livello personale le diverse appartenenze, per elaborare i conflitti che ne scaturiscono, integrando e controllando  le differenti proposte attorno ad una appartenenza che funzioni come riferimento totalizzante.

 

5.2. La Chiesa cui appartenere

 

La seconda questione da precisare riguarda il riferimento dell’appartenenza: a quale esperienza ecclesiale vogliamo assicurare appartenenza?

L’elenco delle condizioni che assicurano una reale esperienza di appartenenza, integrate da alcuni rapidissimi rilievi che le trascinano verso il soggetto ecclesiale, indica già in modo eloquente quanto il problema sia complesso, in una situazione culturale come è quella in cui stiamo vivendo. La Chiesa, infatti, ha una sua precisa e impegnativa identità, che non può essere messa tra parentesi per favorire meglio l’appartenenza. Si tratta, al contrario, di assicurare esperienza di appartenenza verso questa concreta istituzione nella sua verità.

Per raggiungere l’obiettivo che ci sta a cuore, non è sufficiente perciò immaginare esperienze che alzino l’indice di appartenenza. Vanno programmate esperienze che assicurino l’appartenenza ad una istituzione di autentica ecclesialità: l’appartenenza alla istituzione, capace di identificazione, deve coincidere con l’appartenenza a quella istituzione ecclesiale che corrisponde al progetto normativo di ecclesialità, presente nella coscienza ecclesiale attuale ufficiale.

Ritorna, anche in questo contesto, la necessità di impostare la ricerca pastorale nel rispetto di una prospettiva normativa autentica e impegnativa.

Dove si realizza il livello normativo di ecclesialità?

Da sempre la Chiesa si è autodefinita su alcune "dimensioni" fondamentali. Esse rappresentano le condizioni pregiudiziali che una comunità deve assicurare per arrogarsi il titolo di Chiesa.

La Chiesa postconciliare le ha formulate in modo rinnovato rispetto alle dichiarazioni precedenti. Le ricordo brevissimamente.

La Chiesa è quella comunità di uomini in cui sono presenti globalmente le seguenti caratteristiche:

  1. accoglienza della Parola di Dio, che convoca e spinge verso la missione;
  2. un "popolo", uomini che prendono atto dell'invito salvifico di Gesù e si radunano in comunità, professando la stessa fede, celebrando la stessa liberazione escatologica, e si sforzano di vivere nella sequela di Gesù il Signore;
  3. i Sacramenti e soprattutto l'Eucaristia, epifania della Chiesa stessa;
  4. Il Vescovo con il suo Presbiterio, principio e fondamento visibile di unità e di comunione interna;
  5. un territorio, in cui vivere in contesto l'esperienza cristiana;
  6. il servizio all'uomo nella condivisione promozionale, per realizzare nella storia il Regno di Dio;
  7. l'esperienza di intensa comunione, per offrire un segno e una anticipazione della salvezza di Dio, ricostruzione della comunione degli uomini con Dio e tra loro.

6.      Dal gruppo all’appartenenza ecclesiale

 

Per assicurare un corretto senso di appartenenza alla Chiesa, tale cioè da scatenare in situazione la sua funzione sacramentale in ordine alla salvezza, è necessaria una "mediazione" (cioè, una realizzazione concreta e storica del mistero della Chiesa, sullo stesso piano analogico della parrocchia, della comunità religiosa, della famiglia...), capace di assicurare un luogo "significativo", "comunionale" ed "ecclesiale" nello stesso tempo, nell'attuale situazione giovanile e culturale.

Si richiede una struttura "significativa", per essere veramente e soggettivamente luogo di identificazione.

Questa struttura deve risultare intensamente "comunionale", per sostenere l'esperienza di quella salvezza di cui la comunità ecclesiale è sacramento, attraverso la sua anticipazione storica privilegiata.

Questa struttura deve essere infine "ecclesiale": quella in cui si invera oggettivamente il progetto di Gesù Cristo, come è espresso nell'autocoscienza attuale della Chiesa, per fare veramente esperienza di Chiesa.

Il gruppo, quando assicura almeno germinalmente le dimensioni normative di ecclesialità, è mediazione dell'evento salvifico della Chiesa. E' quindi Chiesa, allo stesso titolo analogico delle altre realizzazioni di Chiesa.

Questo è vero; ma non è tutto.

Il gruppo giovanile rappresenta oggi, per molti giovani, una esperienza capace, più di altre realizzazioni ecclesiali, di creare un senso di appartenenza. Per questo lo considero come mediazione privilegiata: è Chiesa, ed è esperienza privilegiata di Chiesa.

Proprio in quanto mediazione, non esaurisce "la" Chiesa.

Per il gruppo, le ragioni di relativizzazione sono notevoli, perché in esso spesso sono strutturalmente assenti alcune di quelle dimensioni normative di ecclesialità, precedentemente elencate.

Questa consapevolezza lo spinge a crescere in ecclesialità: fa progressivamente spazio anche a quelle dimensioni di cui è carente e resta in dialogo e in confronto intenso con le altre realizzazioni di Chiesa e soprattutto con quelle che raccolgono in sé più completamente le dimensioni dell'essere Chiesa.

Non contrappongo alla "grande" Chiesa istituzionale (Chiesa universale, locale e parrocchia) le "piccole" realizzazioni ecclesiali in cui è più immediata l'esperienza di comunione. Metto invece al centro una comunità ecclesiale vicina, concreta, significativa: alcuni credenti, il gruppo, una comunità educativa che celebra la sua fede. Queste esperienze carismatiche permettono e sostengono il cammino di identificazione nei confronti della Chiesa. L'istituzione ecclesiale è ritrovata in esse e a partire da esse, come esito di un processo di progressiva crescita in ecclesialità.

La Chiesa diventa veramente l'esperienza che si fa messaggio e il messaggio di questa stessa esperienza.

 

7.      La celebrazione eucaristica come evento di appartenenza

 

Un buon processo educativo non è sufficiente. Si esige la ricostruzione di una esperienza ecclesiale forte che sappia proporsi come evento accogliente e salvifico, con cui accettare gioiosamente di confrontarsi.

L’educazione al senso di appartenenza ecclesiale passa quindi anche attraverso la proposta “sperimentabile” di concreti eventi ecclesiali, in cui il mistero dell’essere chiesa diventi una realtà vicina, sperimentabile, gioiosamente constatabile.

La prassi ecclesiale di questi anni e il dono di alcune figure carismatiche suggeriscono esempi concreti e praticabili.

Sulla misura di tutti i giovani, proprio in questa prospettiva, rilancio l’esperienza eucaristica, un frammento di futuro tra le pieghe del tempo duro del presente.

La celebrazione eucaristica, infatti, è l’evento, speciale e originale, in cui la comunità ecclesiale sa cogliere le sfide che i giovani di questo tempo lanciano ai discepoli di Gesù e dove la proposta del suo Vangelo diventa grande esperienza di speranza.

Questo è il dato che tutti riconosciamo. Esso rappresenta certamente la convinzione più profonda e il fondamento del nostro ministero.

Lo deve diventare sui fatti del ritmo quotidiano. Così l’Eucaristia diventa veramente l’attesa , desiderata e sperimentata… che fa dire anche ai giovani di questo nostro tempo “senza la domenica non possiamo vivere”. E diventa la porta che si apre verso la vita quotidiana, per trasformarla nel Vangelo: “se condividiamo il pane eucaristico, come non condivideremo quello quotidiano?”.

La fiducia verso l’educazione ci spinge a passare dalle affermazioni solenni a progettazione di prassi rinnovate.

La nostra è una stagione di crisi del rapporto tra passato, presente e futuro. Il Vangelo della speranza richiede la ricostruzione di questa scansione.

L’Eucaristia è la grande festa cristiana del presente tra pas­sato e futuro, tra memoria e profezia.

Il passato è rievocato come sorgente e ragione della festa nel presente. Non è il greve condizionamento che pesa sul presente; ma l'avvenimento che gli dà senso e lo riempie di ragioni.

Viene anche anticipato il futuro. La celebrazione eucaristica è scoperta felice dei segni della novità anche tra le pieghe tristi del­la necessità del presente. Per questo, possiamo vestire nel pre­sente i panni fantasiosi del futuro, senza passare per uomini che fuggono quelle responsabilità cui chiama ogni presente. Essa è quindi una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza fuggirlo. E' un piccolo gesto di li­bertà, che sa giocare con il tempo della necessità e sa anticipa­re il nuovo sognato: il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della speranza, della condivisione.

E’ importante ricordare che tutto questo non si realizza in un gioco d'intese, di realizzazioni o di compromessi. La sua radice è invece il mistero di Dio, reso presente nella pasqua del Crocefisso risorto.

Lo stretto collegamento tra celebrazione e vita quotidiana sollecita chi è tentato a leggere la propria esperienza solo dalla pro­spettiva del suo esito, quando asciugata ogni lacrima vivremo nei cieli nuovi e nella nuova terra, a misurarsi coraggiosamente con i gesti della necessità, nel tempo delle lacrime e della lotta. Nello stesso tempo, immerge nel futuro la nostra piena condivisione al tempo: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso. Dalla parte del futuro, il presente ritrova la sua verità, il protagonismo soggettivo acco­glie un principio oggettivo di verificazione.

In questa discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza, dalla lotta e dalla croce. Ritroviamo quella intensa esperienza di verità e di autenticità, in una stagione in cui siamo sedotti da mille false prospettive e in cui persino il servizio alla vita mette in dubbio la logica evangelica del seme che sottoterra muore per diventare pane per tutti.

L’Eucaristia spalanca verso la vita quotidiana.

Abbiamo ritrovato il senso più profondo della vita, dell’amore, del dolore e della morte, immersi nella pasqua del Crocifisso risorto. E torniamo alla vita di tutti, per consolidare la compagnia con tutti e aiutarci reciprocamente a vivere, trasformando la realtà, secondo il progetto di Dio che abbiamo incontrato e celebrato, in una compagnia che accoglie e che sostiene.

L’invito a spalancare le porte della nostra comunità ecclesiale per immergerci nella responsabilità sociale, culturale, politica… nasce dall’Eucaristia e ci spinge a ritornare continuamente ad essa per ritrovare senso e fondamento.

Nella celebrazione impariamo a cantare i canti del Signore anche in terra stra­niera. Riusciamo a cantarli, in una convivialità nutrita di spe­ranza, in questa nostra terra.

Cantando i canti del Signore in terra straniera, la riscopriamo la nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tut­ti.

Cantando i canti del Signore, la terra straniera diventa la no­stra terra, proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.

Il sogno a cui ci trascina l’Eucaristia è un sogno speciale. Esso ha Dio come protagonista. Lui è il nostro sogno di futuro che ci permette di vivere il presente, anticipando frammenti di futuro fino alla pienezza del nostro sogno, sperimentata nella gioia. Egli fa realizzare i sogni. Dalla parte del futuro scopriamo meglio, con un sguardo molto più penetrante, il limite che attraversa il nostro presente. Non ci disperiamo e nemmeno ci rassegniamo. Continuiamo a sognarlo, nella certezza che i nostri sogni, proprio quando sono belli davvero, avremo la gioia di vederli realizzati.

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