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L’ascolto dei giovani e della realtà

 

cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"

 

Ci sono dei modi di dire che, nell’attuale situazione culturale, sembrano ormai un punto di riferimento obbligato. Sono certamente frutto di una faticosa conquista. Fanno correre però il rischio grave di rappresentare qualcosa che ritorna sulle bocche di tutti, senza un minimo di verifica critica.

Uno di questi nell’ambito educativo e pastorale, è l’affermazione di “partire dai giovani”, di pretendere di porli al centro dei progetti, dando ad essi un credito assoluto. In una parola: la decisione di “ascoltare i giovani”, come primo, fondamentale intervento nell’ambito educativo e pastorale.

L’atteggiamento si fa pratico, quando si traduce in espressioni che ritornano con frequenza: i giovani di oggi sono così… dunque l’educazione e la pastorale deve organizzarsi in modo coerente e conseguente.

Non mi sembra saggio assumere questo modo di fare senza cercare di comprenderlo, motivarlo, ed eventualmente ridimensionarlo; come non è certamente saggio contestarlo solo perché mette in discussione quel modo di fare sul quale per anni abbiamo impostato interventi e speranze.

È urgente invece cercare di rendersi conto del significato della scelta, delle ragioni e dei limiti.

Ed è quello che tento di fare, in un profondo e convinto atteggiamento di amore verso i giovani, che vuole davvero dare credito ad essi, al di là delle belle e seducenti espressioni.

 

3.      Condizioni per un corretto ascolto

 

L'umanità dell'uomo e la storia in cui si distende l’avventura personale e collettiva dell’umanità hanno una loro precisa concretezza, che può essere descritta e manipolata. Hanno un suo spessore verificabile; lo si vede e lo si tocca, a di­versi livelli.

Nella fede riconosciamo la presenza operosa di Dio in questa avventura esistenziale. Essa ne è il principio costituti­vo,  intimo ad ogni uomo più di se stesso.

La fede non si interessa quindi di alcuni temi e problemi tutti suoi, che si aggiungono a quelli che già pervadono l'esistenza quotidiana. Oggetto della fede è invece l'esistenza concreta e quotidiana, la storia profana, che è sto­ria e avventura di tutti e luogo dove si affaccia l'avventura salvifica dell'amore di Dio.

Vive di fede colui che legge l'esistenza quotidiana dalla prospettiva del mi­stero che essa si porta dentro. Questo mistero è collocato oltre la nostra scienza e sapienza. Non lo vediamo e non possiamo manipolarlo. Lo possiamo so­lo invocare e sperare. Eppure lo possediamo già, tanto intensamente da riusci­re ad utilizzarlo come chiave di interpretazione e di decisione delle vicende in cui ci sentiamo protagonisti e responsabili.

In ogni gesto della sua vita il credente si ritrova così di fronte ad una alternativa drammati­ca: comprendere le cose solo alla luce di quello che riesce a decifrare, nell'esercizio sapiente della sua ricerca; oppure riconoscere che la loro ve­rità è più profonda e più intima, le pervade tutte dal mistero di una presenza che confessa in un gioco appassionato di fantasia, di rischio calcolato, di e­sperienza di amore.

 

3.1.   La competenza “scientifica"

 

E' vero che l'atto pastorale riguarda, costitutivamente, quel livello miste­rioso in cui è in gioco l'amore di Dio che interpella e la libertà di ogni uo­mo, in ordine alla salvezza. Questo dialogo si svolge però all'interno dell'e­sistenza concreta e quotidiana di ogni uomo; è condizionato, positivamente o negativamente, dalle strutture in cui si esprime e dagli strumenti comunicati­vi che lo supportano.

Per questo è possibile accedere al mistero solo passando attraverso la porta stretta del suo visibile.

Il visibile, però, è un fatto tecnico, umano, comprensibile e sviluppabile se­condo le logiche scientifiche di ogni evento profano. Il mistero lo avvolge tutto, senza mai travolgerlo.

Per decifrare il visibile e raggiungere in esso la soglia del mistero, la pastorale ha bisogno delle diverse competenze scientifiche.

Se vuole analizzare dimensioni del reale, lo deve fare attraverso la collabo­razione di sociologi, linguisti e antropologici. Se vuole elaborare prospetti­ve di intervento, deve chiedere la presenza di metodologici, politologi, e­sperti di discipline progettative.

L'esperienza credente non dà una chance in più in una ri­cerca che resta, di natura sua, affidata alla ricerca e alla competenza multi­disciplinare.

Certamente, non possiamo restringere il processo ad un semplice gioco di pro­cedimenti scientifici, con l'assurda pretesa di assicurare meglio la fredda oggettività. Qui, come sempre quando c'è di mezzo l'uomo e la sua libertà, una voce in capitolo decisiva va affidata alla sapienza: amore appassionato, con­divisione, quadro di valori orientativi, ricerca e invenzione di senso.

La lunga dimestichezza con l'avventura dell'uomo e con l'esperienza normativa del suo Signore hanno dato alla Chiesa la pretesa di una preziosa “competenza” in umanità. Entra in gioco qui, come contributo sapienziale per una ricerca tutta sbilanciata sul piano antropologico.

 

3.2.   Il mistero come precomprensione

 

Una ricerca, condotta tra scienza e sapienza, risponde solo alle procedure lo­giche riconosciute dallo statuto epistemologico delle discipline in gioco. Non ci sono giudici esterni, chiamati a validare o a contestare i risultati. L'au­tonomia va riaffermata con coraggio contro ogni tentazione integralista.

Si tratta però sempre di un'autonomia “relativa". Relativa, a che cosa?

Oggi, molti studiosi di epistemologia della scienza riconoscono il peso deter­minante delle precomprensioni.

Le precompresioni suggettive e i giochi linguistici che utilizziamo, determi­nano pesantemente la nostra percezione della realtà e la nostra pretesa tra­sformatrice.

A questo livello entra in gioco quel mistero teologale che riconosciamo, nella fede, embricato in ogni realtà. Esso si colloca come un'esperienza soggettiva, radicata in una oggettività tanto consistente da sostenere ogni soggettività. E' l'ultima precomprensione, quella che segna di sé tutte le altre.

Il “contenuto” teologico di questo mistero profondo ci porta verso l'evento della pasqua come dimensione costitutiva di tutto il reale. Riconosciamo una solidarietà profonda dell'uma­nità con Dio in Gesù di Nazareth: l'umanità dell'uomo è ormai altra da sé, perché è stata progettata e restituita alla capacità di essere volto e parola del Dio ineffabile. Affermiamo la presenza di una forza di male, che trascina lontano dalla vita e dal progetto di Dio sulla vita, come trama personale, an­che nell'intricata rete dei processi istituzionali e strutturali. Confessiamo una potenza rinnovatrice che sta già facendo nuove tutte le cose, fino a riem­pirle tutte di questa ansia di vita.

Questi dati teologici segnano la realtà come in filigrana. Ne rappresentano il tessuto connettivo ultimo e decisivo.

Non li possiamo riconoscere con la stessa lucida capacità interpretativa con cui elenchiamo fatti e progetti della vita quotidiana. Se lo facciamo, ci rendiamo conto di procedere a semplificazioni indebite, a pericolosi cortocircuiti logici.

La coscienza di questi dati ci fornisce però un quadro di precomprensioni sog­gettive con cui ci collochiamo sul reale, lo leggiamo, lo interpretiamo e ne progettiamo la trasformazione.

 

3.3.   Alla ricerca di “sfide"

 

Attraverso questo sguardo, che si spinge fino alle soglie del mistero, la pastorale cerca di raggiungere anche la definizione delle “sfide", la ricerca cioè delle preoccupazioni prioritarie e specifiche.

Sfida significa una interpretazione riflessa del vissuto culturale attuale per cogliere i segni di novità presenti  e quei dati di fatto che provocano il progetto di esistenza diffuso e generalmente consolidato. La “sfida” è, di con sequenza, un contributo e una provocazione: una provocazione che regala contributi preziosi, proprio mentre sollecita ad intervenire coraggiosamente.

L’operazione che porta al riconoscimento delle sfide corrisponde ad una dimensione caratteristica di ogni ricerca socioculturale: l'intenzionalità. Chiamo con questo termine “il fatto che nell'attività cono­scitiva del vivente si effettua un'orientazione spontanea, un 'indirizzarsi' del soggetto verso l'oggetto, accompagnata da una forma di partecipazione o di identificazione del soggetto riguardo agli oggetti che, pur restando se stes­si, diventano anche, in qualche modo, parte del soggetto” (E. Agazzi).

Gli stessi dati parlano secondo modalità diverse a partire dall'intenzionalità di chi li recensisce o li utilizza. La sua soggettività e il progetto per la cui realizzazione è impegnato, sollecitano a percepire, in modo inedito, pro­blemi (attese che gli vanno deluse) e germi di novità che sfuggono totalmente a partire da altre intenzionalità.

La pastorale non ha quindi bisogno di programmare ricerche specifiche, quasi per studiare dati e fatti di cui immagina di possedere il monopolio rispetto alle altre discipline fenomelogico-ermeneutiche. Lo fa in via eccezionale, quando intende recensire comportamenti e atteggiamenti originali e specifici. Di solito, invece, utilizza tranquillamente il materiale prodotto a partire da altre preoccupazioni, consapevole che tutta la complessa vicenda dell'uomo rientra nell'angolo di prospettiva dell'educazione alla fede.

Su questo materiale comune lancia uno sguardo, penetrante e specifico.

La pastorale ritrova così, le “sfide”: i “problemi” su cui si sente interpel­lata e i segni positivi, da raccogliere e potenziare in vista di progetti nuo­vi.

 

3.4.   Un processo verso il progetto

 

La pastorale non si limita mai ad un ascolto della realtà orientato alla sua conoscenza. Essa ha bisogno di conoscere per trasformare: la dimensione costitutiva della pastorale consiste infatti nell’impegno di trasformare in ordine alla realizzazione del progetto di Dio sull’uomo e sulla storia. Per fare questo, ha bisogno dei contributi delle scienze sociologiche per conoscere la realtà e per percepirne i meccanismi che la muovono. Questi dati non possono servire però come unica premessa del processo, quasi che si potes­se instaurare una rigida consequenzialità discendente.

Sui dati offerti dalle scienze sociologiche, la pastorale interviene a partire dall'intenzionalità teologica che la anima. Legge così la realtà, provocata da alcune domande (di portata metafisica) di cui possiede già una sua iniziale risposta.

Non pretende di verificare le ipotesi che stanno a monte delle ricerche, perché riconosce l'autonomia delle discipline e la sua incompetenza al riguar­do.

Essa cerca invece di verificare le sue ipotesi, quelle che sono relative al suo progetto. Nello stesso tempo mette in luce quelle dimensioni della realtà che sono rilevanti per il suo progetto e che le sfuggirebbero se il discorso pastorale non si ancorasse correttamente sul reale. Può definire così le stra­tegie più utili da adottare, per consolidare il progetto così come è stato ri­compreso in situazione.

 

3.5.   In ascolto di “tutti” i giovani

 

Oggi la condizione giovanile è segnata dal­la complessità e si frammenta in differenti tipologie. Cosa significa, in una situazione come è questa, ascoltare i giovani? Con quali giovani ci misuriamo? A chi diamo credito?

La mia ipotesi è molto precisa: scelgo, come referenti, tutti i giovani.

E’ interessante e urgente misurarsi, con grande disponibilità, con i giovani più sensibili e impegnati, quelli che ormai hanno saputo elaborare sapientemente la loro esistenza con i profondi cambi culturali che la segnano.

Dare credito ai giovani non significa però ascoltare solo questi giovani. Spesso essi non rappresentano la situazione tipica dell’essere giovane in questo tempo. Indicano una prospettiva matura… ma spesso lontana da quella normale e diffusa.

Anche questi giovani più quotidiani hanno tante cose da dirci, proprio nella nostra preoccupazione di dare volto e parola al Dio di Gesù che vogliamo incontrare e far incontrare.

Non possiamo contrapporre gli uni agli altri. Dobbiamo raggiungere “tutti”. E abbiamo bisogno di una categoria di interlocutori che ci restituisca questa possibilità e ci rassicuri sulla validità del percorso.

Per riuscire a realizzare questo approccio complessivo, credo di dover preferire i più marginali, i meno sensibili, quelli che ci lanciano più preoccupazioni che consolazioni. Questi “poveri” rappresentano, per me, quel­la categoria egemone capace di offrire la presunzione motivata di comprendere e dialogare effettivamente con tutti.

 

4.      Dall’interdisciplinarità verso la transdisciplinarità

 

Riprendo l’esigenza ricordata poco sopra (un ascolto aperto su progetti di trasformazione) per sottolineare la qualità epistemologica del processo e le sue esigenze.

Solo il rispetto di queste caratteristiche assicura un approccio scientificamente corretto e utilizzabile pastoralmente.

 

4.1.   L’interidsciplinarità

 

Il problema che la pastorale vuole affrontare è sempre profondamente unitario. La molteplicità del­le discipline va quindi risolta in un dialogo e in un confronto attorno al­l’unico problema.

Alcune condizioni concrete sembrano irrinunciabili a questo livello:

 

a. Il rispetto del­le diverse competenze: il dialogo tra le diverse discipline è proficuo solo se ciascuna sa offrire, in modo serio, il proprio contributo ori­ginale.

Questa prima condizione ricorda, in altre parole, che, nel confronto, l’elemento di giudizio è la scientificità del contributo e la sua congruenza rispetto al problema. Le diverse discipline non possono abdicare al­la loro competenza, per dire cose gradite o per orientare al­la soluzione dei problemi nel­la direzione desiderata. Il confronto è invece arricchente, nel­la dialetti­ca che nasce dal­la diversità, se ogni disciplina porta il suo contributo qualificante, sul piano del metodo di ricerca e da quel­lo dei risultati ottenuti.

 

b. La capacità di confronto anche nel­la diversità: il dialogo interdisciplina­re è possibile solo quando i diversi interlocutori convergono attorno al problema, consapevoli di non possederne la soluzione in modo autonomo.

Ciascuno coglie una parte del­la realtà o legge tutta la realtà a partire da una prospettiva parziale. Il rispetto del­la complessità chiede la disponibilità a misurarsi con gli altri interlocutori, con l’atteggiamento sincero di colui che ne ha urgente bisogno, per districare e risolvere il problema che è comu­ne. Quando invece qualche disciplina è convinta, in modo più o meno rifles­so, di bastare a se stessa, perché possiede tutti gli strumenti e le informazioni necessarie per elaborare il problema, il dialogo è impossibile e si trasforma in uno scontro di competenze o si risolve in una spartizione di po­tere.

 

c. Una conoscenza minima del­la “lingua” del­l’interlocutore: e cioè del­lo statuto epistemologico del­la disciplina che l’altro coltiva, dei termini che sono in gioco, del livel­lo di approssimazione che riconosce di perseguire.

Al centro sta il problema, non le pretese dei cultori del­le diverse discipline. Per risolvere questo problema, ciascuno fa lo sforzo di parlare un poco la lingua del­l’altro: cerca di conoscere i rudimenti fondamentali del­l’appa­ra­to epistemologico del­l’interlocutore e supera la cattiva abitudine di rifugiarsi nel proprio mondo, aperto solo agli iniziati.

 

d. Il confronto tra le diverse discipline è possibile solo se esiste un principio regolatore del confronto stesso, che funzioni come sede unificante del dialogo.

In pastorale, questo principio è l’attenzione al­l’uomo, come evento integrale e indivisibile, in vista del­la compenetrazione nel­la sua struttura di personalità del­la maturità umana e cristiana: l’uomo, cioè, che ricerca ragioni per vivere e sperare e cui la comunità ecclesiale vuole testimoniare il progetto definitivo di salvezza in Gesù Cristo.

 

4.2.   Verso la transdisciplinarità

 

La pastorale definisce il suo statuto scientifico nel confronto interdisciplinare, realizzato dal­la prospettiva del­la fede (l’uomo compreso nel mistero di Dio e chiamato ad una comunione definitiva con lui) e nel tentativo di superare persino la pluralità di approcci in un unico processo in cui discipline epistemologicamente distinte si unificano creativamente in una sintesi nuova rispetto ai contributi che l’hanno costruita. Essa, dunque, pur essendo come un nome col­lettivo di una pluralità di scienze, è una scienza autonoma, perché antropologia, scienze del­l’educazione, del­la comunicazio­ne e teologia dialogano attorno al­l’unico problema in modo interdisciplinare fino al punto da costituire, soprattutto nel momento del­l’azione pastorale e del­la sua progettazione e verifica, un evento transdisciplinare.

 

4.3.   Secondo un modello procedurale “empirico-critico”

 

La comprensione del­l’esistente, la ricerca dei riferimenti normativi per valutarlo, la programmazione degli interventi adeguati sono operazioni episte­mologicamente diverse. Esse richiedono strumenti disciplinari e modi interdisciplinari di confronto differenti. Per dire questo in modo concreto spes­­so, nel­l’ambito del­le riflessioni pastorali, si parla di un approccio specificato da tre prospettive.

 

a. La prospettiva normativa. Chiamo prospettiva normativa la ricomprensione e riformulazione del­l’esperienza cristiana (di quel­la “salvezza” cristiana che forma l’obiettivo globale del­la pastorale) in rapporto al­le concrete situazioni storiche in cui questa esperienza cristiana è chiamata a realizzarsi. La prospettiva normativa è data quindi da una soteriologia-in-situazione (una soteriologia esistenziale), ottenuta mediante il processo di inculturazio­ne del­la fede nel “luogo teologico” del­l’attuale condizione giovanile.

 

b. La prospettiva critica. Chiamo prospettiva critica l’analisi del­la situazio­ne presente (i problemi, i risultati, le difficoltà che s’incontrano nel­la pras­si pastorale, misurata sul­la situazione giovanile, culturale e strutturale), per raccogliere imperativi pastorali e mettere sotto giudizio le realizzazioni carenti. Questa analisi viene condotta mediante approcci antropologici (of­ferti dal­le scienze descrittive e interpretative), utilizzati dando la precom­pren­­sione al­la prospettiva normativa, per rispettare la specificità di un’ana­lisi “pastorale».

 

c. La prospettiva strategico-progettativa. Chiamo prospettiva strategico-pro­­gettativa l’elaborazione di progetti e di strategie d’intervento, condotta mediante le scienze progettative (per esempio, le scienze del­l’educazione e del­la comunicazione), utilizzate ancora dal­la precomprensione del­la prospet­tiva normativa (per ottenere un progetto “pastorale», finalizzato cioè al­l’educazione del­la fede).

 

Le tre prospettive vanno organizzate in una logica specifica e coerente. Si chiama “metodo” l’indicazione del­le procedure logiche attraverso cui una disciplina cerca di raggiungere l’obiettivo che si prefigge.

Ogni disciplina ha il suo metodo. Quel­lo che, abitualmente, caratterizza la riflessione pastorale è definito come “metodo empirico-critico».

La formula ricorda due esigenze, diverse e complementari.

A differenza dei metodi storici che arrivano al­l’obiettivo procedendo da una comprensione teorica dei dati o da documenti, ritenuti oggettivi, il meto­do empirico-critico prende le mosse dai problemi e interroga scientificamente la teologia e le altre discipline a partire da questa col­locazione esistenziale e pratica.

Nel­la comprensione dei problemi la pastorale muove da precise ed esplicite precomprensioni teologiche. Esse sono una specie di “intenzionalità” sog­gettiva, che determina la qualità del­la lettura del reale. Nel metodo empirico-critico la riflessione pastorale parte dal­la realtà, interpretata in quel­lo sguardo di fede che permette di raccogliere le sfide da cui sentirsi interpel­lata e i segni positivi da potenziare in vista di progetti nuovi.

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