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Dolore e malattia

 

Giovani cercatori di Dio /8

Riflessioni sul senso del male

Francesca Moratti

(NPG 09-08-52)


 

 

«Porto con me il rimpianto

di un canto inconcluso»

(Arthur Rimbaud)

 

 

Il dolore non usa molte parole, talvolta non ne usa affatto. Eppure ci parla e parla di noi molto più di tanti momenti gioiosi e spensierati; per questo ci aiuta a crescere e ad aderire pienamente alla nostra umanità, fatta di slanci e di limitatezze. Non intendo fare un’apologia del dolore e della malattia, ben consapevole che, potendole evitare, tutti lo farebbero; tanto meno voglio scrivere un trattato sul dolore e sulle sue valenze pedagogiche: a questo hanno già provveduto in tanti. Ciò di cui vorrei parlare, rivolgendomi soprattutto ai giovani, è il valore epifanico del dolore sia in merito a noi stessi che riguardo al mysterium vitae.

 

Basta solo la salute?

 

Il dolore nasce dall’esperienza del limite, dall’esperienza di un canto inconcluso destinato a rimanere tale. Nessuno può sfuggire a tale esperienza perché intrinsecamente umana. Rendendosene conto e tentando di definire tale dolore risulta però più facile metabolizzarlo e integrarlo nella vita quotidiana, anche se ciò richiede coraggio, pazienza e abnegazione. Certamente è molto più semplice stordirsi per non pensare e non sentire, ma così di fatto non si affronta la questione: «si tira avanti» per inerzia, fino a che non sopraggiunge un momento di prova in cui inesorabilmente si crolla perché non si possiedono strutture sufficientemente solide per reggere il colpo. Anche la formula «basta la salute» suona più come un divertissement pascaliano: scegliendo la salute come valore primo non si ha il coraggio di guardare in faccia alla vita in tutti i suoi aspetti e con tutti i suoi limiti; la vita sembra avere un senso solo se si è sani. Ma se ci si ammala, magari gravemente, come reagire? Che senso può avere l’esperienza della malattia? Eppure ci sono parecchi casi umani inspiegabili secondo questa prospettiva miope: non solo chi gode di ottima salute psico-fisica spesso soffre per qualcosa ma, cosa ancor più sconvolgente, talvolta chi è malato è sereno. Dunque la felicità non si fonda esclusivamente sulla salute.

Una qualsiasi forma di malattia (fisica, psichica o spirituale) aiuta a sperimentare se stessi in una situazione di limitazione e questo, naturalmente, è fonte di dolore ma è anche occasione di crescita. Senza tagli, strappi e separazioni l’uomo non evolve, così senza dolore non si cresce.

Il dolore nasce dalla percezione di essere impotenti di fronte a qualcosa o qualcuno, è uno sbattere il naso contro la finitezza della nostra condizione mortale. Finché il dolore parla, allora parla del nostro radicale desiderio di continuare a vivere. Ciò che dobbiamo temere è il dolore muto perché è quello che chiude ad ogni possibilità di riscatto e di rimessa in gioco. L’apatia, l’insensibilità, il freddo distacco, il silenzio dei sensi e dell’anima denotano il distacco radicale dalla vita: questo dolore afono è il preludio al nulla esistenziale, al nichilismo assoluto. Al contrario, la nostalgia è un sentimento che rimane fortemente legato alla vita.

La vita di fatto è intrecciata al dolore: dal momento della nascita e per tutta l’esistenza (almeno quella terrena) l’uomo sperimenta il dolore. Dolore fisico, psichico, affettivo, l’esperienza della malattia. Un dolore che spesso tempra, «rinforza lo spirito»; non è un caso che molti riti di iniziazione presso diversi popoli richiedano di superare prove di resistenza al dolore. D’altra parte tutti vorrebbero evitare questa esperienza o, quanto meno, vorrebbero affrontarla con la consapevolezza che esiste una giustificazione razionale. Ma questa non si dà. Anzi il male è tale proprio in quanto non ha spiegazioni. Tutte le religioni nascono in fondo per rispondere alla domanda sulla sofferenza dell’uomo e per sconfiggere la paura di essere destinati all’annientamento. La filosofia, l’arte, la scienza stessa cercano di offrire delle valide risposte al dolore, al male, alla paura di vivere.

Pensiamo agli adolescenti, la fascia d’età che più forse si deve misurare con il dolore e con il male di vivere: perché soffrono? di cosa soffrono? Vivono nella delicata fase in cui iniziano a prendere in mano la loro vita, definiscono la loro personalità e compiono scelte importanti che influenzeranno l’esistenza futura: in altre parole sperimentano, per la prima volta, il fatto di essere persone limitate e, come spesso aggiungono, inadeguate. Ma in un mondo in cui dilaga il relativismo inteso nel senso più qualunquista, è chiaro che la fatica di crescere definendosi sempre più (e quindi ponendosi dei limiti) è doppia: è già umanamente difficile scegliere di «limitarsi», ma lo è ancora di più in una società in cui si bandisce ogni vincolo perché démodé o perché artificioso e arido in quanto non più espressione di un ordine interno sostanziale. Un mondo che non ha più argini e che quindi risulta apparentemente libero, pur essendo di fatto in balia delle onde del momento. Trasponendo il discorso sulla sfera delle relazioni si coglie immediatamente quanto anch’esse risultino sempre più inconsistenti perché, in nome di una sedicente libertà da tutelare, nessuna di queste deve avere la pretesa di essere unica e per sempre. Ma a questo punto nulla è più certo, non ci sono più «garanzie» neanche negli affetti, il senso di incertezza esistenziale aumenta, così come il dubbio, la delusione (che è altro da una sana disillusione), la demotivazione che rende impossibile un impegno definitivo verso una causa o una persona. I giovani soffrono più di chiunque altro questo clima indistinto e nebuloso perché, più di ogni altro, per crescere hanno bisogno di conferme che non trovano più.

Il dolore, e più in generale il senso del male, nascono dal conflitto interiore tra ciò che uno è e ciò che desidererebbe essere: dunque dall’esperienza di una discrepanza, di un limite che non si accetta e che non si riesce ad integrare nella propria vita quotidiana. In questo senso il dolore è legato al limite e al non-senso (a un senso che ci sfugge perché più grande di noi o che non esiste affatto: e quindi le cose, le relazioni vengono svuotate di significato e trasformate in sepolcri vuoti).

È paradossale constatare che l’amore e il dolore hanno spesso gli stessi sintomi. Gli adolescenti e i giovani in ogni epoca ne sono sempre stati una testimonianza emblematica: amori travolgenti, passionali, assolutizzati, accompagnati da litigi, incomprensioni, odio, tristezza, sfiducia. L’amore richiede limiti e nello stesso tempo li vuole superare, dunque fa soffrire portando talvolta alla somatizzazione del dolore, ossia trasformando il malessere in male fisico. Ma nel contempo essere malati d’amore è un bell’essere malati, e tutti in realtà lo vorrebbero provare.

 

Dal limite al male

 

A parte questo dolce naufragare nel maremoto amoroso, per il resto la forma mentis occidentale porta normalmente a non accettare alcun limite perché significherebbe accettare, in un certo senso, la debolezza della definizione e della definitività che ci isola dal mare delle infinite possibilità. E se da un lato si aborre il limite, dall’altro ci si standardizza in accordo con un modello predefinito e condiviso per non sentirsi esclusi. Così oggi in occidente essere belli, in forma, socievoli, dinamici, disinibiti garantisce di essere socialmente accettabili. E chi risente maggiormente della pressione di questi standard, così esigenti e irrispettosi della particolarità di ciascuno, sono proprio i ragazzi. Per loro il male estremo è l’emarginazione dal gruppo, dalla società (o almeno da quella parte di società che interessa o che ha la voce più grossa) e quindi, pur di evitarlo, cercano di adeguarsi al modello proposto. Il paradosso è che ormai nella nostra società lo standard d’accettabilità è dato dall’estremizzazione: sport estremi, velocità estreme, sballo estremo, ritmi lavorativi estremi, ecc. È impegnativo rimanere sempre sulla cresta dell’onda senza cadere.

Scrive Alexandre Jollien, cerebroleso dalla nascita ma arrivato infine alla laurea in filosofia a Friburgo:

 

Ci sono due effetti della normalità. La normalità può costituire uno stimolo per la persona che se ne sente esclusa. Suscita in lei il desiderio di migliorarsi sempre, di ridurre sempre di più lo scarto che la separa dagli altri. La normalità può anche creare la marginalità, escludere. Ma dov’è esattamente il confine tra anormalità e normalità? (Jollien, pp. 103 e 106).

 

La domanda si fa ancora più impellente nella società relativista di oggi, una società in qualche modo malata con una visione distorta, più che disincantata, del mondo.

In questo consiste l’impasse soprattutto per i giovani: se il normale è relativo, ossia non ha una ragion d’essere in sé ma dipende dal modello proposto, com’è possibile aver dei punti fissi di riferimento per distinguere, almeno a grandi linee, ciò che è bene da ciò che è male? E non penso in assoluto, ma quanto meno per me.

Ecco che il senso di colpa gradatamente perde vigore e le giustificazioni si fanno sempre più rare, perché, come spiega bene Natoli, l’esigenza di giustificazione nasce quando si percepisce di aver agito o pensato in modo discorde da ciò che naturalmente si sentiva e si voleva. Ribadisce lo psicanalista Andreoli:

 

Il senso di colpa è una sensazione di malessere che uno prova di fronte alla constatazione di essersi comportato in modo differente da quanto avrebbe voluto. Lo scarto tra il comportamento attuato e quello voluto, o desiderato, misura l’intensità della colpa. L’attuale cultura ha combattuto il senso di colpa proprio perché posto all’origine di un dolore, che è sempre un vissuto penibile e negativo. La colpa è stata vista come una mina all’autostima che è fondamento della fiducia e della possibilità di proporsi attivamente nella società, invece che ritrarsi come si fosse indegni di esserne parte. In questo senso la cultura del tempo presente si pone in antitesi a quella religiosa in genere, e cattolica in particolare, che parla persino di colpa originaria, legata all’appartenenza alla specie (Andreoli, p.17).

 

Ma allora il male tacito che si perpetua nella vita quotidiana vive spesso di un equivoco: persiste perché ci si sente a posto, perché «non si è fatto niente di male» e si declina ogni responsabilità. Quindi, come afferma Hannah Arendt, il male, lungi dall’essere assoluto, è banale ed è in forza di quest’abitudinarietà che è difficilmente rilevabile e diviene terribile. Anche per Natoli il male assoluto non esiste:

 

è una potenza attiva ma non principio, non esiste per sé e per esistere ha sempre bisogno di un bene da distruggere. […] È innegabile, nella storia l’orrore è accaduto. Gli uomini sono precipitati negli abissi del male: lo hanno consapevolmente perpetrato nella totale indifferenza tra ciò che è bene o male. Si dice perdita dei valori, ma più prosaicamente spesso non c’è alcun interesse alla valutazione morale e le azioni vengono valutate in vista del risultato immediato (Natoli, p. 13).

 

Dunque il male più che un’ipostasi autarchica è piuttosto un’intenzionalità, una mentalità, un modo di leggere e interpretare persone ed eventi in modo parziale, scisso, attribuendo le carenze solo all’altro da me: in altri termini non è una sostanza in sé bensì è la personificazione nel nemico assoluto che funge da capro espiatorio per tenere tranquilla la propria coscienza.

 

Se il male assoluto è generato dalla presunzione dell’assolutezza del bene, questo permette di concepire un’inimicizia assoluta – più che di un satana di turno, si tratta di un principio antagonista – contro cui combattere fino allo stremo (Natoli, p. 16).

 

In questo modo si entra in un campo minato in cui l’ortodossia del pensiero cristiano esprime posizioni molto chiare in merito all’esistenza del male. Non è questo l’ambito per svolgere della teodicea; quel che importa qui è capire quali siano i meccanismi che sottendono all’esperienza del male per aiutare, soprattutto i giovani, ad avere valide chiavi di lettura del reale che permetta loro di operare scelte oculate. È sufficiente tener presente una dinamica, trasversalmente valida perché assolutamente umana: le azioni e i pensieri più riprovevoli nascono di fatto dalla congiunzione fatale tra la banalità del male e la presunzione del bene; «l’iniquità diventa veramente misteriosa quando chi la pratica si crede buono» (Natoli, p. 16). Si pensi ai totalitarismi del Novecento, ai genocidi, ai fondamentalismi religiosi, a tante politiche estere che si reggono solo sull’individuazione di nuovi nemici da contrastare, alle fobie nei confronti degli immigrati ma anche a tanti orrori che avvengono dentro le mura di casa. Tante violenze, frutto di malessere e disequilibrio esistenziale, hanno bisogno di individuare un capro espiatorio per incanalare contro di lui l’energia accumulata. Anche il capro espiatorio è una personalizzazione del male, ovviamente dal punto di vista dell’aggressore.

Credenti e non credenti da sempre hanno cercato di spiegare il male, il dolore, il senso della malattia. Le argomentazioni e le strategie pratiche suggerite sono naturalmente diverse, ma c’è un elemento che le accomuna: l’importanza di saper integrare il limite, strutturalmente umano, nella propria vita. L’etica del finito di Natoli, l’elogio della debolezza di Jollien, il potere crocifisso di Olivier Clément comunicano tutte questa fondamentale accettazione del limite, indicando diverse vie tutte percorribili a seconda della propria storia e sensibilità. L’urgenza di questi tempi è farle conoscere e farle vivere soprattutto alle nuove generazioni, affinché imparino ad accettare le frustrazioni come parte della vita, a sopportare la fatica per arrivare ad un risultato per cui vale la pena, a vivere la malattia non come tragedia ma come percorso (più difficile certo) di crescita umana attraverso la trasvalutazione dei valori. Solo in questo modo sapranno affrontare le esperienze dolorose da uomini e donne forti che, sapendo valorizzare il momento difficile, non perdono il gusto di vivere, anzi!

 

Un esercizio umano

 

Certamente queste possono sembrare parole di chi non ha conosciuto la sofferenza. Altre sono quelle usate da Lewis, ad esempio, quando racconta della morte di sua moglie:

 

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione. Altre volte è come un’ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c’è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me (Lewis, p. 9).

 

Ma anche tra le righe di Lewis si percepisce una certa compostezza: la compostezza di chi, pur soffrendo un dolore che va oltre ogni spiegazione razionale, rimanda a più tardi il giudizio o, quanto meno, il tirare «le somme»; forse persiste ancora una flebile speranza che esista un senso e che si capirà in futuro, perché comunque il male non potrà mai annientare totalmente la vita.

Si legge sul libro dell’Ecclesiaste: «Dio ha posto nel cuore umano anche il senso dell’eterno (‘olam), senza però che l’uomo riesca ad afferrare l’inizio e la fine della creazione divina» (Qo 3, 11). E Gianfranco Ravasi spiega: «La cosciente assunzione del vuoto dell’esistenza e l’individuazione del limite insito nella condizione umana, sono un esercizio da rinnovare ogni giorno, cioè etimologicamente un’ascesi (da askeîn: esercitare, praticare) da compiere». Un esercizio ascetico che può valere per chi crede e per chi no, semplicemente perché è un esercizio pienamente umano.

Certo, di fronte al male una differenza tra le due posizioni c’è, e risulta lampante grazie alla celebre argomentazione di Epicuro:

 

Dio o vuole togliere il male e non può; o può e non lo vuole; o vuole e può. Nel primo caso è debole – ma un Dio impotente è ancora Dio? – ; nel secondo caso odia gli uomini o quanto meno non li ama – ma un Dio perverso è ancora Dio? –; se poi vuole e può perché allora non lo elimina?

 

Ebbene il credente, quanto meno il cristiano, alla domanda retorica di Epicuro: «Un Dio impotente è ancora Dio?» risponde: «Certamente sì».

 

 

SCHEDA DIDATTICA

 

* Quali sono le esperienze di maggior sofferenza che i ragazzi hanno provato? C’è un elemento che accomuna tutte queste esperienze? La paura? Il non voler accettare il limite? Il sentirsi impotenti? L’impossibilità di trovare un senso?

Discuterne insieme.

* Di fronte al dolore, provato in prima persona e/o provato da altri, quali sono i sentimenti e le reazioni di ciascuno? Rabbia? Indignazione? Tristezza e depressione? Voglia di fuggire?

Approfondire con i ragazzi i loro moti d’animo più profondi per aiutarli a prenderne coscienza.

* Il dolore è solo distruttivo? Dipende dai casi o dipende da noi? Che altre valenze può avere, se ne può avere altre? Può aiutare a vivere?

* Il dolore può parlarci di noi? Cosa potrebbe aiutarci capire, se di fatto aiuta?

* Cercare degli esempi in cui la congiunzione tra la banalità del male e la presunzione del bene ha prodotto effetti riprovevoli, nella storia e nella vita di ciascuno.

* Il male è una realtà o è piuttosto un’intenzionalità?

 

Suggerimenti musicali

– Guccini: Cyrano

– De André: Amico fragile; Khorakhanè; Smisurata preghiera

– Nomadi: Ci vuole un senso

– Mannoia: Fragile

– Angelini: Il signor domani

– Timoria: La cura giusta

– V. Rossi: Un senso

– Negrita: Destinati a perdersi

 

Suggerimenti cinematografici

– L’avvocato del diavolo

– Caos calmo

– Le chiavi di casa

– 21 Grammi – il peso dell’anima

– John Q

– La stanza del figlio

– Il miglio verde

– Dead man walking

– Philadelphia

– Grido di libertà

– Hotel Rwanda

 

Suggerimenti bibliografici

– Andreoli V., Elogio della normalità, Marietti, Torino 2002.

– Clement O., Il potere crocifisso, Qiqajon, Magnano 1999.

– Daoud H., Il traduttore del silenzio, Piemme, Casale Monferrato 2008.

– Fausti S., L’idiozia, Ancora, Milano  1999.

– Hillesum E., Diario, Adelphi, Milano 1996.

– Jollien A., Elogio della debolezza, Qiqajon, Magnano 2001.

– Lewis C. S., Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1998.

– Lewis C. S., Le lettere di Berlicche, Mondatori, Milano 1998.

– Natoli S., Sul male assoluto, nichilismo e idoli nel Novecento, Morcelliana, Brescia 2006.

– Pontiggia G., Nati due volte, Mondatori, Milano 2000.

– Ravasi G., Qohelet e le sette malattie dell’esistenza, Qiqajon, Magnano 2005.

– Roth J., Giobbe, romanzo di un uomo semplice, Adelphi, Milano 2003.

– Springer E., Il silenzio dei vivi, Marsilio, Venezia 1997.

– Van Thuan F.X., Cinque pani e due pesci, San Paolo, Cinisello Balsamo 1997.

–             Varillon F., L’umiltà di Dio, Qiqajon, Magnano 1999.

 

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