La sua missione

è la nostra vocazione

Camillo Ruini

 

Gran parte dell’evento è stata giustamente dedicata non a quanto è accaduto a Gesù in Palestina bensì alla presenza attuale di Gesù nella storia e nella vita degli uomini. Anche qui si tratta di tenere unite le due facce o le due dimensioni: quella della realtà storica e quella per la quale nella storia è presente, in Gesù Cristo, la salvezza che viene da Dio. Da Gesù è scaturito cioè un grande movimento, una comunità di uomini e donne, che poi, certo, si è divisa e anche frammentata, conservando però una inestirpabile tendenza a ritrovare in lui la propria unità. Questa comunità ha dato vita a una “storia efficace”, perché è stata e rimane la forza in grado di incidere più in profondità sui modi di pensare e sui comportamenti, sulla cultura e sul vissuto delle persone come dei popoli. Storia efficace ma anche paradossale, perché si svolge secondo la forma della croce-risurrezione, della sconfitta che diventa vittoria: questo paradosso che si rinnova è il segno, o l’indizio, della presenza di Dio.

L’evento ha cercato di analizzare il momento attuale di questa grande storia, nelle sue dimensioni concrete come nel suo impianto di fondo. Quest’ultimo è stato in particolare l’oggetto delle relazioni dei teologi, Pierangelo Sequeri e Piero Coda. Abbiamo visto quindi quanto profondamente Dio, in Gesù Cristo, si è fatto vicino agli uomini, superando quella distanza che la stessa esperienza religiosa, come esperienza del sacro, sembra portare con sé. Abbiamo visto come la prossimità di Dio implichi ed esiga la prossimità e l’amore tra gli uomini: una convinzione, questa, che negli ultimi tempi si è dimostrata “storia efficace” anche al di là del cristianesimo, imponendosi ad altre religioni e culture, almeno come riconoscimento teorico di un criterio superiore al quale dovrebbero essere improntati i rapporti reciproci. Abbiamo visto, inoltre, il ruolo decisivo che ha l’Eucaristia attraverso la quale la Chiesa, facendo memoria della morte e risurrezione di Gesù, viene resa dalla potenza dello Spirito Santo contemporanea di Gesù, vive in lui e di lui e così realizza e costruisce se stessa. Un aspetto che è rimasto un po’ in ombra nell’evento è proprio il ruolo esercitato dallo Spirito Santo, del quale San Paolo ha scritto queste parole mirabili: “Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è la libertà” (2Cor 3,17).

Esiste cioè un’identificazione dinamica tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo, in virtù della quale Gesù si rende presente e contemporaneo mediante l’opera del suo Spirito. E questo Spirito è libero e generatore di libertà o, come è scritto nel Vangelo di Giovanni, “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Gesù di Nazaret, nella sua vita terrena, ha manifestato in maniera sovrana questa libertà, che è il riflesso della libertà di Dio, e la storia del cristianesimo, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi fallimenti è stata giustamente qualificata come “storia della libertà”, storia cioè della crescita del genere umano in direzione della libertà. Tocca a noi, oggi, vivere in noi stessi e manifestare al mondo questa medesima libertà che, contrariamente a un pregiudizio diffuso nella cultura attuale, non è coartata ma alimentata dal suo rapporto con la verità. Questa mattina Henning Ottmann ci ha fatto vedere magistralmente come l’escatologia cristiana abbia cambiato il concetto e l’interpretazione della storia: qualcosa del genere è avvenuto e deve continuare ad avvenire per la libertà.

I molteplici aspetti concreti della contemporaneità di Gesù sono stati oggetto delle varie conversazioni o tavole rotonde, testimonianze, proiezioni, mostre cinematografiche. Si è visto così come anche oggi Gesù sia in realtà molto più presente nella vita e nella cultura di quanto noi stessi ne siamo consapevoli. Alcune forme della sua contemporaneità sono emerse con speciale forza. Quella delle opere di fraternità che scaturiscono dal prendere sul serio il nostro legame con lui.

Quella, intima e particolarmente diretta, del rapporto personale e vivificante che si stabilisce tra lui e chi sceglie di trascorrere, mediante il silenzio e la preghiera, la vita in sua compagnia. Quella dell’esperienza del dolore, attraverso la quale Gesù penetra dentro di noi e si immedesima con noi, offrendoci una difficile ma straordinaria possibilità di immedesimarci a nostra volta con lui. Quella infine, la più alta di tutte, che si realizza in chi muore martire per la fede in lui.

Nella conversazione sui giovani e Gesù è risuonata una domanda: questa grande presenza di Gesù ha il futuro assicurato, qui in Italia e in Occidente, o invece i giovani, pur amandolo e ammirandolo per tanti aspetti, stanno perdendo la fede in lui, in concreto stanno abituandosi a vivere a prescindere dal Gesù vivo e reale, sostituendolo magari con un Gesù immaginario, fabbricato da una cattiva letteratura o costruito sulla misura dei nostri gusti? A questa domanda non c’è una risposta prestabilita, una risposta, cioè, in grado di prevedere il futuro della fede in Italia e in Occidente. In realtà questo futuro è aperto, aperto alla nostra libertà e prima ancora alla libertà e

alla misericordia di Dio.

Esiste però una risposta precisa e vincolante per ogni credente, che non prevede gli esiti ma indica il nostro compito. Questa risposta si riassume in una parola, che è tra le più antiche e originarie del cristianesimo: la parola missione, come ciascuno di voi ha già compreso. Gesù stesso, con la forza dello Spirito Santo, è colui che è mandato dal Padre, colui che si identifica con la missione che il Padre gli ha affidato. E missionari, mandati da Cristo con il dono dello Spirito, sono gli Apostoli, missionaria era tutta la comunità cristiana delle origini. In ogni epoca la Chiesa ha generato grandi missionari. Oggi probabilmente non basta più che alcuni membri della Chiesa vivano la loro fede come missione, in paesi lontani o qui da noi. Gesù rimarrà sempre nostro contemporaneo, perché vive con noi e per noi nell’eterno presente di Dio. Affinché però anche noi viviamo da suoi contemporanei, con lui e per lui, mi sembra necessario che oggi la missione ritorni ad essere quello che è stata all’inizio: una scelta di vita che coinvolge l’intera comunità cristiana e ciascuno dei suoi membri, ciascuno naturalmente secondo le condizioni concrete della sua esistenza.

(Dalle Conclusioni del Convegno internazionale "Gesù nostro contemporaneo", Roma 9-11 febbraio 2012)