Grazie, Tommaso

Ti racconto Gesù /7

Riccardo Tonelli

(NPG 2013-04-38)


Di incontri le nostre giornate sono tutte punteggiate. Alcuni sono tanto importanti che ce li ricordiamo per lungo tempo. Altri lasciano il tempo che hanno trovato. Verso i primi viene spontaneo ritornarci sopra con nostalgia. Gli altri siamo ben felici di dimenticarceli appena possibile.
L’incontro con Gesù è prima di tutto un incontro, come gli altri, che segna la vita o che viene presto dimenticato. Anche i Vangeli ci documentano le reazioni diverse scaturite dall’incontro con Gesù.
Per alcuni discepoli è diventato l’incontro decisivo, quello che ha cambiato la vita e li ha trascinati a condividere la causa di Gesù fino a dare la propria vita in una fedeltà appassionata. Altre persone l’hanno vissuto come un’avventura bella, interessante e originale, presto dimenticata sotto lo stimolo di altre esperienze e persino tradita perché troppo impegnativa.
E noi? Dove ci collochiamo?
Pensandoci bene, un poco di paura ci viene spontanea: è difficile essere sicuri come ci piacerebbe. Per noi Gesù è il Signore, veramente l’unico nome in cui avere la vita. Però ci inquieta la constatazione che anche i suoi discepoli, nel momento duro del pericolo, l’hanno scambiato per un fantasma, che cammina sul lago in tempesta e serve più a spaventare che a salvare. Per l’urgenza di fare chiarezza e di possedere criteri di autenticità, ho intitolato la mia riflessione «Grazie… Tommaso».
Anche lui, come noi, aveva incontrato Gesù, gli aveva detto un sì grande come una casa, e poi dubita, vuole delle prove impossibili. Ragiona troppo e affoga nell’incertezza. Ma poi ci ripensa e professa una fede decisa ed eroica.
Alla scuola di Tommaso, possiamo concludere con una constatazione impegnativa: l’incontro con Gesù è autentico, capace di segnare l’esistenza in un crescendo di decisioni coraggiose, quando diventa un forte atto di fede. Anche senza prove convincenti, ci si fida e ci si affida.
La constatazione è bella, ma apre più interrogativi di quelli che sembra risolvere. Cosa è la fede? Non cerchiamo una definizione da ripetere, ma un criterio che verifichi l’autenticità dell’incontro personale con Gesù. Non possiamo certamente sbagliare prospettive.
Sulla fede ne abbiamo scritte e dette tante che senza una radice sicura corriamo il rischio di naufragare. Preoccupa il fatto che non affoga la scienza ma la vita. Anche questa volta è veramente importante metterci alla scuola dei discepoli di Gesù, per trovare radici sicure.

La fede: uno sguardo dal profondo

Abbiamo una testimonianza bellissima e originale per farci guidare per mano alla scoperta della fede e delle sue esigenze: il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. Contiene quella che considero la più bella e concreta definizione di fede: «La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono» (Eb 11, 1).
Sembra tutto risolto: vedere il mistero nel profondo della realtà per trovare ragioni sufficienti alla speranza. Ma alle persone serie affiora facile un dubbio: sarà poi vero? Quando le parole riguardano la vita, non sono mai chiare e convincenti a sufficienza e lasciano sempre una punta di amarezza in gola.
Anche l’autore della Lettera si è posto l’interrogativo. Per questo, dopo aver dato una sua definizione di fede, la commenta e la concretizza, raccontando la storia di personaggi famosi che hanno vissuto in questa prospettiva.
Dobbiamo quindi continuare la lettura di tutto il capitolo. Lì la definizione teorica di fede è trascinata nel racconto della storia di personaggi che i lettori del documento conoscevano molto bene.
Ci sono gli uomini che consegnano tutta la loro esistenza alla Parola che Dio loro rivolge, fino a compiere gesti impensabili e inediti. Significativo è l’esempio di Abramo. Aveva ardentemente desiderato un figlio. L’aveva sognato sulla promessa di Dio. Ora accetta di sacrificarlo sulla parola esigente del suo Dio. Nella sua fede, forte come la roccia, diventa padre di una moltitudine di gente.
Ci sono poi personaggi e situazioni dal sapore molto più quotidiano. Dice, per esempio, l’autore della Lettera che per fede la mamma di Mosè decide di non obbedire alla parola del tiranno che le chiedeva di uccidere il bambino. Il suo gesto «normale» di mamma affettuosa e coraggiosa è interpretato come grande gesto di fede.
Sono citate anche situazioni abbastanza strane: a partire dalle «cose che non si vedono», diventano gesto di fede anche l’intrigo con cui Giacobbe ruba la primogenitura ad Esaù e l’ospitalità che la prostituta Raab offre agli esploratori ebrei.
Questa passerella di personaggi e soprattutto l’interpretazione delle loro vicende, ci fanno pensare e ci aiutano a comprendere cosa sia in concreto la fede che fa vivere e dà speranza.
L’autore ha fatto un’operazione decisiva. Ha preso dei fatti che tutti conoscevano e li ha riletti a partire da una realtà, sprofondata nei fatti narrati, che nessuno conosceva a prima vista, ma che rappresentava il volto e la dimensione autentica dei quei fatti. Ha letto la realtà da quello che non si vede, per scoprire la dimensione più autentica di quello che si vede.
Ha fatto una «lettura di fede». La fede è dunque la capacità di leggere la realtà a partire da quello che non si vede.

La storia di Meghiddo

Provo ad approfondire la cosa, facendo un esempio. Cito un fatto e passo poi al significato che ho intenzione di attribuire ad esso a proposito della fede.
Nel titolo ho introdotto uno strano richiamo a Meghiddo.
Meghiddo è una città antichissima. Oggi è solo una collina di macerie, bruciata dal sole caldo della terra di Israele, circondata da campi di cotone. Da settemila anni prima della nascita di Gesù era invece una grande città, fortificata da mura potenti.
La sua posizione è strategica. Si trova infatti al centro di una vallata, che rappresenta il percorso obbligato per chi dal Nord vuole scendere al Sud e viceversa. Adesso la terra di Israele è attraversata da molte alte strade e ci si muove senza eccessivi problemi. Un tempo, invece, quella vallata era l’unica strada praticabile.
Capitava spesso, in quei secoli di guerre continue e feroci, che gli eserciti dell’Assiria tentassero di invadere l’Egitto: dal Nord scendevano verso Sud. Altre volte, l’Egitto cercava di invadere l’Assiria e così l’impresa di conquista cambiava direzione. Al centro c’era sempre la città di Meghiddo. Bisognava distruggerla per poter passare.
Meghiddo è stata distrutta e ricostruita tantissime volte, dal secolo decimo prima di Gesù fino al tempo dei romani, un centinaio di anni dopo Gesù.
Poi, un poco alla volta, di Meghiddo si è perso persino il ricordo, coperte le sue rovine dalla polvere del deserto e dalle coltivazioni di cotone.
Una trentina di anni fa, gli archeologi hanno deciso di riportare in luce Meghiddo. Le poche indicazioni contenute nei documenti della storia hanno permesso di arrivare facilmente alla collina che spuntava improvvisa nella valle. Per riportare alla luce l’antica città, hanno incominciato a scavare la collina misteriosa, dall’alto verso il basso. Si sono imbattuti subito con ruderi preziosi… e con un problema inquietante. Se scavavano dagli strati più recenti (quelli in alto) verso gli strati più antichi (quelli in basso) distruggevano tutto. Meghiddo spariva per lasciare posto solo ad una raccolta di cocci e di pietre, pronti per un bel museo.
Hanno trovato una soluzione intelligente: scavare un pozzo, largo a sufficienza, per penetrare dal livello più alto fino al cuore della collina di ruderi.
Scavando il pozzo, si sono imbattuti in grosse pietre dell’età crociata, poi in costruzioni romaniche, poi… giù giù fino ai Fenici, agli Assiri, agli antichi popoli del Mediterraneo, ai famosi abitanti dell’Egitto dei Faraoni.
Un po’ alla volta, mentre lo scavo del pozzo di Meghiddo proseguiva verso il cuore della collina, gli archeologi sono riusciti a ricostruire la storia della città fortificata, distrutta ad ogni guerra e riedificata dal vincitore.
Ad un certo punto, nello scavo del pozzo, sono arrivati alla roccia su cui la città è stata fondata. Avevano finalmente toccato il fondo della loro ricerca. Sapevano tutto di Meghiddo.
Oggi, grazie al pozzo, resta la collina con il fascino dei suoi ruderi antichissimi; ma è possibile dare uno sguardo restrospettivo, strato dopo strato, alla storia millenaria di Meghiddo. Sappiamo tutto di una delle città più antiche del mondo.
Questa è la storia del pozzo di Meghiddo.
Cosa c’entra con la fede?
La fede è vedere il visibile dalla prospettiva del mistero che si porta dentro. I turisti, che arrivano nella valle assolata d’Israele, vedono una collina. Non si scoraggiano. Il pozzo svela i segreti di Meghiddo: strato dopo strato, la collina diventa una raccolta di frammenti di storia, che coinvolge migliaia di anni ed eserciti in battaglia.
Possiamo dire qualcosa sulla collina di Meghiddo, solo se percorriamo all’ingiù lo scavo del pozzo.
La nostra vita è come la collina di Meghiddo. Viviamo di fede quando riusciamo a scavarci un pozzo dentro e la comprendiamo alla luce del mistero scoperto. Quello che scopriamo quando riusciamo a penetrare gli eventi misteriosi che affiorano al livello della roccia di fondazione, diventa decisivo per conoscere e vivere la nostra quotidiana esistenza.

Vivere di fede per costruire vita e speranza

L’invito dell’autore della Lettera a fondare la speranza su quello che è immerso nel profondo degli avvenimenti, collega la fede alla speranza. La fede permettere di possedere la realtà da quello che non si vede e questo ci permette di fondare la nostra speranza, proprio su quanto non possediamo.
Ci penso e mi mette in crisi.
Quando Gesù ha parlato ai suoi apostoli della sua imminente morte violenta, li ha sbattuti in crisi totale. Con Gesù speravano di diventare il futuro di Israele e di sperimentarsi come i vincitori. E invece sono costretti a conoscere il fallimento e la sconfitta. Con l’ultimo respiro di Gesù, i suoi nemici hanno cantato vittoria: anche lui ha fatto la fine che si meritava… si può continuare a vivere in pace.
Gesù li costringe ad una revisione radicale di prospettive. Anticipa un pezzo del futuro vittorioso quando si trasfigura davanti ad essi… ma poi li rimanda subito a fare i conti con la trama complessa di un presente, elaborato su prospettive tanto differenti. Solo pieni del dono dello Spirito imparano a leggere dentro i fatti. Scoprono che la morte spalanca alla vita, la sconfitta, accolta per amore, diventa un principio fondamentale di vittoria.
Guidati da Gesù e animati dal suo Spirito… scavano pozzi di Meghiddo sulla loro esperienza e concludono tutti con Paolo:

«Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto:
 Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,
siamo trattati come pecore da macello.
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom. 8, 31-39).

La fede per la vita e la speranza

Meditando il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei ho incontrato indicazioni preziose per definire quell’atteggiamento fondamentale che verifica la qualità dell’incontro con Gesù.
Da questa prospettiva ho continuato a rileggere il Vangelo.
Alla scuola dei discepoli di Gesù ho scoperto un’altra esigenza, veramente molto impegnativa. Sapevo che l’incontro con Gesù è sempre una vocazione. Mi chiama per affidarmi la sua stessa causa. La condivide con me come gesto impensabile di amore.
Consapevole di questo, ho cercato nuovi criteri di verifica, visto che non è sufficiente davvero dire «Signore, Signore»… e restare tranquilli nella propria esistenza.
Ho riscoperto la fede.
Gesù ha regalato ai suoi discepoli la passione per la vita di tutti e la constatazione che solo nella fede (anche se piccola e povera come un chicco di grano…) possiamo produrre vita dove c’è morte.
Ce lo manifesta la storia del ragazzo epilettico che Gesù guarisce quando i suoi discepoli non ci erano riusciti. Leggiamo in sinossi Lc. 9, 37 ss, Mt.17, 14 ss, Mc. 9, 14 ss.
Gesù aveva spiegato tutto ai suoi discepoli, come un buon maestro, contento di condividere la propria sapienza con gli amici, per coinvolgerli totalmente nella sua causa.
Sono pronti a partire: in giro per il mondo per annunciare la bella notizia. Gesù fa un ultimo gesto d’affetto nei loro confronti. «Vi accompagno per un pezzo di strada... volete?».
Erano felici. La compagnia con Gesù dava sicurezza... anche se pensavano di sapere tutto, gli imprevisti sono sempre imprevedibili.
Arrivano nella piazza principale del primo paesetto che era sulla loro strada. S’accorgono subito di un crocchio di persone, al centro della piazza.
Gesù non ci fa caso e tenta di procedere avanti, per la sua strada, come se quella gente non dovesse preoccuparlo più di tanto. Con lo sguardo penetrante che viene dall’amore e dalla passione per la vita, si era già accorto di tutto. Fa l’indifferente per mettere alla prova la preparazione dei suoi discepoli.
La lezione di Gesù l’avevano imparata proprio bene. «Gesù, fermati... dobbiamo andare a vedere. Ci hai insegnato ad essere curiosi per la vita e la speranza della gente. Non possiamo procedere, senza prima verificare se qualcuno, là tra quella folla, ha bisogno di noi».
»Bravi», dice Gesù, «D’accordo... i miei discepoli non camminano con gli occhi bassi, come se nulla dovesse interessarli... perché hanno ben altre preoccupazioni».
Due partono decisi. Vanno a vedere di persona. Tornano dopo pochi secondi, con il fiatone. «Dobbiamo fermarci e intervenire subito. Tra quella gente c’è un povero ragazzo che sta uccidendosi con le sue mani. Sbava... batte con il capo sul selciato della piazza, grida come un ossesso. Il padre è lì impotente. Gli altri sono spaventati... e non sanno che fare. Andiamo noi... sei d’accordo, Gesù? Ce l’hai insegnato tu: il buon pastore lascia nell’ovile le pecore brave e corre disperato dietro quella che è fuggita».
Altra gran consolazione per il cuore di Gesù. Pensa: sono proprio bravi i miei discepoli... posso fidarmi di loro. Con gente così, cambiamo la faccia della terra. Avevano capito bene che non possono essere discepoli di Gesù e annunciatori del Regno quelli che non hanno passione, forte e intensa, per la vita e per tutte le sue manifestazioni.
Arrivano i discepoli di Gesù. Si fanno largo tra la folla. Prendono per mano il ragazzo che sta per morire... lo chiamano per nome... fanno i gesti che avevano visto fare spesso da Gesù. Niente. Anzi, peggio di prima. La gente li guarda minacciosa. Poi, qualcuno alza la voce: «Sparite... c’è già abbastanza confusione. Fuori dai piedi. Tornate da dove siete venuti».
Tornano da Gesù. Sono distrutti. Sembrava tutto così facile. Si aspettavano l’applauso riconoscente della folla e l’abbraccio del padre. E invece si sono presi insulti.
«Gesù... che facciamo? Vai tu, per favore. Fallo per quel povero ragazzo. Solo per lui».
Gesù interviene. Chiama per nome il ragazzo. Lo solleva con una mano. Non sbava più. È tranquillo. Sorride. È guarito. Si butta tra le braccia del padre. La morte è stata sconfitta. Ancora una volta la vita ha vinto, grazie a Gesù.

Mancava la fede

La gente applaude. Il padre ringrazia Gesù. Gli chiede indicazioni su dove rintracciarlo, più avanti, con calma, per dirgli la gratitudine di tutta la sua famiglia.
Gesù parla del Regno di Dio vicino, presente tra loro. Accenna al Padre che sta nei cieli. Poi, saluta e torna dai suoi discepoli. È felice. Anche oggi ha annunciato il Regno di Dio con parole convincenti.
Assieme, Gesù e i discepoli, stanno per riprendere il cammino. Ma non poteva finire così. Ritorna, in primo piano, il corso di formazione per diventare buoni evangelizzatori. Se non l’avessero sollecitato i discepoli, sarebbe di sicuro intervenuto direttamente Gesù. Il pezzo che mancava era troppo importante, per lasciarlo in sospeso.
Qualcuno prende il coraggio a due mani e butta lì la questione principale: «Senti, Gesù... ci hai insegnato tante cose, ma qualche segreto te lo sei tenuto. Ci dispiace... ma non è serio. Se vuoi che siamo discepoli tuoi a tempo pieno e non ti facciamo fare la figura barbina che abbiamo fatto oggi, devi svelarci questo segreto. Come mai a te ha funzionato e a noi no? Abbiamo fatto di tutto per guarire quel povero ragazzo, ma non ci siamo riusciti. Sei arrivato tu e, in quattro e quattr’otto, l’hai restituito vivo all’abbraccio del padre. Perché? Dove abbiamo sbagliato? Quale tecnica ci manca ancora?».
Fanno eco tutti: «Dai, Gesù, insegnaci anche l’ultimo trucco... per favore».
Risponde Gesù senza mezzi termini: «Vi ho insegnato tutto... non mi sono tenuto nessun segreto. Credetemi. Perché, allora, risultati tanto diversi? Avete ragione a lamentarvi... Qualcosa vi manca ed è la cosa più importante. Non si aggiunge alle competenze che avete già acquisito, perché non è una tecnica in più, disponibile solo agli iniziati.
Sapete cose vi manca?».
Tutti restano a bocca spalancata, in attesa.
Gesù si ferma un attimo, per costringerli a pensare e ad ascoltare fuori d’ogni interesse d’efficienza. Poi aggiunge, con quel pizzico di fantasia con cui diceva le cose più importanti: «Vedete quella montagna là...». Tutti si girano, con un punto interrogativo disegnato sul volto. «Bene, se voi aveste tanta fede quanto un granello di senapa – e lo sapete che è il più piccolo dei semi –, potreste dire a quella montagna: spostati da là a qua... e la montagna si sposterebbe, pronta e obbediente.
Vi mancava la fede... l’unica tecnica che, alla fine, sposta davvero le montagne».