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I discepoli di Emmaus: una storia che è la mia storia

Ti racconto Gesù /2

Riccardo Tonelli

(NPG 2012-02-46)


Ci sono dei fatti che ci costringono a pensare, anche se non ne abbiamo molta voglia e sarebbe più comodo procedere nel ritmo tranquillo di una cosa che tira l’altra. Funzionano come una folata improvvisa di vento che butta all’aria i fogli tutti ben ordinati sul tavolo di lavoro.
In fondo, è bello essere sollecitati a mettere sotto verifica quello che sembrava pacifico e tranquillo. Vale per tutta la nostra esistenza. Vale in modo speciale per la storia del nostro incontro personale con Gesù e per la decisione di fare di lui il Signore della nostra vita e il determinante di tutte le scelte.
La ragione è presto detta. L’incontro personale con Gesù rappresenta uno di quegli eventi che coinvolge alla radice tutta la nostra esistenza. Non possiamo di sicuro giocarcelo all’insegna della nostra soggettività, facendo prevalere, a tutti i costi, la strada comoda del «per me è così». E non basta neppure lasciarsi serenamente travolgere dall’onda di una bella esperienza fatta o dal clima del movimento in cui ci riconosciamo. Abbiamo bisogno di un confronto sicuro, capace di giudicare e mettere in crisi i nostri orientamenti. È troppo impegnativo dichiarare di aver trovato il riferimento decisivo della nostra esistenza e poi averlo di fatto sognato e basta, in una notte in cui facevamo fatica a prendere sonno.
Il problema è un altro: dove verificare la qualità del nostro incontro con Gesù e come scatenare i processi che lo possano favorire e sostenere? La domanda è preziosa per verificare la nostra vita personale e per abilitarci a dare una mano alle tante persone che ci sollecitano un aiuto a questo riguardo.

Suggerimenti dai discepoli di Emmaus

Pensavo a queste questioni, convinto di non poter proporre Gesù a me e agli altri solo facendo un bel discorso o suggerendo la lettura di qualche libro edificante. Ho incontrato la storia di quei due discepoli che abbiamo imparato a chiamare «i discepoli di Emmaus», anche se uno almeno un nome ce l’ha… ma è meno rilevante di questo appellativo.
Cleopa (questo è il nome di uno dei due) e l’altro collega hanno incontrato Gesù e gli hanno consegnato la vita e la speranza, attraverso tre momenti forti, precisi e distinti. La loro storia è la nostra storia quotidiana. Riscoprendola, ce la sentiamo raccontare in anticipo. E possiamo verificare le nostre avventure quotidiane di discepoli di Gesù.
La loro storia merita davvero tutta la considerazione. Ci suggerisce come incontrare noi Gesù e come aiutare gli altri ad incontrarlo.

Il coinvolgimento in una esperienza che dà entusiasmo

Non sappiamo in quali circostanze Cleopa e il suo amico hanno incontrato Gesù. Di altri discepoli lo sappiamo. Gesù li ha chiamati personalmente. Li ha sollecitati a lasciare barca e reti per andare con lui. Qualcuno, come Levi che diventa Matteo, si è offerto lui direttamente, tanto felice di lasciare tutto per seguire Gesù, da organizzare un gran pranzo con gli amici per condividere questa gioia.
Dei due discepoli di Emmaus non abbiamo particolari previ da raccontare.
Però, di sicuro, qualcosa è successo. E di sconvolgente.
Avevano voglia di cose nuove. Attendevano, come tutti i buoni ebrei, il messia promesso che rimettesse in ordine le cose. Si sono infilati nel gruppo degli ascoltatori di Gesù… prima curiosi nel vedere quanta gente lo ascoltava, poi interessati e coinvolti, perché l’esperienza con questo strano personaggio prendeva e affascinava. Poi ci hanno pensato con calma. Ne hanno parlato con gli amici. Sono tornati da lui, con quel tanto di senso critico che faceva loro dire: «Questa volta non mi imbrogli. Voglio capirci. Decido io e non il fascino con cui tu mi avvolgi».
Le difficoltà non sono mancate.
Molte venivano proprio dal loro interno.
Perché rischiare? Ne vale la spesa? E se fosse tutto un imbroglio? Ce ne sono già stati tanti come lui, in questi tempi duri… si sono trascinati dietro le folle e poi sono finiti male loro e i loro seguaci…
Le difficoltà più grosse venivano dagli amici e dai parenti, sempre ricchi di buoni consigli e di suggerimenti verso la prudenza.
Un bel giorno, però, hanno deciso.
D’accordo… ne vale la spesa. Si sono presentati a Gesù, dichiarando la loro voglia di seguirlo, contro il buon senso, i calcoli e le prospettive di vantaggi, i buon consigli dei sapienti, la paura di rischiare troppo.
Gesù ha frenato subito il loro entusiasmo. «Pensateci bene. Non ci guadagnerete nulla. Le volpi hanno le loro tane… ma io e i miei amici non abbiamo neppure una pietra dove posare il capo. Ci sarà da faticare… neppure il tempo per mangiare un boccone… e poi niente mezze misure».
Questo realismo ha dato il colpo di grazia. Hanno deciso per Gesù. È bello seguire uno che non cerca seguaci fanatici. Ma dà dei compiti impegnativi: c’è una perla preziosa da scoprire, ed è tanto bella che vale la spesa di perdere tutto pur di conquistarla.
La storia dei due discepoli di Emmaus propone una scuola vocazionale: una proposta forte, la verifica nel segreto della propria interiorità, il rischio di una decisione, che oscilla sempre tra i pro e i contro.

La crisi e un modello per gestirla

Ci avevano sperato tanto. Avevano accettato l’invito di Gesù con entusiasmo. Avevano lasciato tutto per seguirlo, affascinati dalla sua persona e convinti della sua causa.
Ora però tutto sembrava finito. Nel peggiore dei modi.
I suoi nemici avevano catturato Gesù. L’avevano sottoposto ad un processo che era tutto una presa in giro. L’avevano condannato, come fosse un malfattore, lui che aveva solo fatto del bene a tutti quelli che aveva incontrato. Poi, dopo averlo torturato, l’avevano ucciso. Tutto era finito così. Gesù aveva promesso di vincere anche la morte. L’aveva fatto con quella degli altri. Con la sua però... nulla da fare. Gesù era stato cancellato dagli occhi e dal cuore dei suoi amici. Avevano vinto i suoi nemici. Tutto doveva ritornare come prima.
Pazienza... era stato un bel sogno, finito troppo presto e nel modo più tragico.
Adesso non c’era proprio più nulla da fare. Bisognava tornarsene a casa, con l’amarezza della nostalgia e con un pizzico di vergogna. Era necessario riprendere in mano gli attrezzi del lavoro, abbandonati con troppa foga qualche mese prima.
Ritornare... quelli di prima: come se nulla fosse accaduto, superando persino il sorriso beffardo degli amici di un tempo, che non avevano capito la strana voglia di mettersi dietro quel tipo di Nazareth, che stava facendosi un mucchio di nemici con le sue idee.
Molti discepoli avevano già preso la strada del ritorno. Adesso toccava anche a loro. Buoni buoni, avevano deciso di ritornare ad Emmaus, a casa propria. Come se nulla fosse successo.
Camminavano senza scambiarsi una parola. Non ne avevano più: le ultime si erano spente in gola con il saluto triste agli amici che restavano a Gerusalemme.
All’improvviso, si avvicina un viandante, spuntato quasi dal nulla. Veniva come loro dalla direzione di Gerusalemme. Ma non l’avevano notato prima.
«Buongiorno». «Salve». «Dove andate?». «Veniamo da Gerusalemme e torniamo a casa nostra ad Emmaus. Manca ormai poco, per fortuna».
Insiste il pellegrino: «Posso unirmi a voi? Io vado oltre. La strada è lunga e, di questi tempi, anche un po’ pericolosa. Possiamo farci compagnia?».
«Accidenti... che facce tristi avete. Non l’avevo notato prima. Mi sembrate appena spuntati da un funerale. Mi sbaglio?».
La risposta è pronta. Le parole corrono come uno scroscio di pianto. «Veniamo davvero da un funerale. Ne parla tutta Gerusalemme. Come fai a non saperlo? Hanno ucciso Gesù di Nazareth. Era nostro amico e nostro maestro. Noi stavamo con lui, condividevamo la sua passione per la liberazione d’Israele e la sua speranza nel futuro di Dio. L’hanno ucciso, inchiodato sulla croce, dopo un processo che sembrava studiato apposta per condannarlo».
Una pausa per prendere fiato e per riandare agli ultimi bagliori di quella speranza che aveva loro infiammato il cuore.
«Aveva fatto solo del bene: guariva gli ammalati, trattava bene i poveri, aveva una parola buona anche per i peccatori. Ha resuscitato persino dei morti. Hai sentito parlare di sicuro di Lazzaro, quello di Betania. Gesù l’ha riportato in vita, tre giorni dopo che era morto. Purtroppo parlava con eccessiva libertà di Dio e della legge. Voleva troppo bene alla povera gente.
L’hanno ucciso. Chi? Lo sai di sicuro... i romani, ma con la complicità dei nostri sacerdoti e dei dottori della legge...
Prima di morire, aveva promesso che sarebbe ritornato in vita, anche lui, come il suo amico Lazzaro. Ma ormai sono passati tre giorni... e non è capitato proprio nulla».
Il secondo incalza: «Proprio nulla... non è vero. Sai, nel nostro giro c’erano anche delle donne. Stavano con noi per servire Gesù. Un paio di loro dice di aver visto Gesù risorto. Nessuno ci crede. Sono donne fanatiche... Se lo sono immaginato, accecate dal dolore e dall’amore.
I capi, Pietro e i dodici, non hanno visto nulla.
Tutto è finito. Torniamo anche noi a casa».
«Calma. Non correte troppo nelle conclusioni», riprende la parola lo strano compagno di viaggio. «State facendo una lettura scorretta degli avvenimenti. Vi fermate a quello che avete visto con gli occhi. Mi spiace per voi: siete un po’ ciechi. Non sapete leggere dentro gli avvenimenti».
«Aiutaci tu... se ci riesci».
«Volentieri. Ascoltate».
Un passo dopo l’altro si avvicinano a casa. Un passo dopo l’altro, il compagno di strada aiuta a rileggere gli avvenimenti dal mistero che si portano dentro. Cita brani della Scrittura. Ricorda profezie antiche e nuove. Rende attuali lontani ricordi.
Neppure nei tempi in cui stavano con Gesù, avevano vissuto un’esperienza simile. Allora erano tutti proiettati verso il futuro. Si erano quasi dimenticati del passato. Il presente e i progetti su esso erano troppo importanti per pensare ancora al passato.
Adesso, invece, dal presente vanno verso il passato. Lo ricomprendono, immergendolo nel mistero di Dio. Le cose meravigliose che Dio ha compiuto per il suo popolo, diventano una specie di nuova lettura del presente. Anche il buio, l’incertezza e il dolore cambiano tono. Brillano di qualcosa che non avevano mai scoperto.
Si guardano negli occhi. «Strano... ma allora non hanno ucciso la nostra speranza. Ce l’avevano spenta. Avevano tentato di spegnerla ed eravamo caduti nella trappola. Senza passato il nostro presente diventava disperato. Tornavamo a casa perché eravamo senza futuro. Invece... c’è speranza. Aveva ragione Gesù quando ci parlava del chicco di grano che deve morire per diventare spiga».
«L’hanno ucciso... ma non hanno vinto. Dio vince la morte. Era tutto programmato nei piani misteriosi di Dio».
Spontaneamente sulle labbra affiorano le parole dei Salmi. Hanno un sapore nuovo. Non se n’erano mai accorti prima.
«E se tornassimo a Gerusalemme?». «Domani. Oggi è tardi. Non possiamo rifare il cammino di notte. È troppo pericoloso. Domani».
Poi, ormai, ecco le prime case di Emmaus. Sono arrivati a destinazione: domani mattina, alle prime luci, si torna a Gerusalemme.

Lo svelamento nel sacramento e la passione evangelizzatrice

La storia non finisce qui.
Sono convinto che il bello stia proprio in quel che segue.
Lo conosciamo. Ci abbiamo meditato tante volte. Lo dobbiamo riprendere, per farci aiutare dai due discepoli di Emmaus a scoprire come verificare personalmente l’incontro con Gesù e come aiutare gli altri a realizzare questo compito irrinunciabile.
Due eventi mi hanno colpito. Mi hanno aiutato a leggere tante volte la mia storia personale. Per questo sono felice di riconsegnarla, in compagnia di Cleopa e del suo amico.
Il viandante misterioso è Gesù. Lo è prima ancora che se ne fossero accorti. Persino gente che aveva passato due anni, gomito a gomito con Gesù, travolti dalla paura di una barca in un lago in tempesta, non riconosce Gesù e lo prende per un fantasma… di cui avere paura: qualcuno che sale dal regno dei morti per far strada ai condannati dal mare in tempesta.
Lo scoprono, lo incontrano veramente, lo chiamano per nome, con lo stesso entusiasmo con cui l’avevano chiamato tante volte prima della crisi, solo… nello spezzare il pane. Può sembrare strano. Ma è così: per loro e per noi.
Lo svelamento avviene non nello splendore della trasfigurazione e neppure nella raffinatezza delle riflessioni, ma nell’oscurità del sacramento.
Essi vedono qualcosa che avevano già sperimentato. Superano il segno per incontrare l’evento. Nel segno vivono l’esperienza piena dell’incontro.
Questa è l’avventura più affascinante dell’esperienza cristiana, la riconsegna totale di sé a Dio in Gesù.
Ci piacerebbe poterlo vedere faccia a faccia. Descrivere il suo volto. Essere sicuri della sua volontà. Puntare tutto sulla dichiarazione: l’ho incontrato, l’ho visto… te lo racconto come ti racconto gli altri avvenimenti della mia vita quotidiana.
Eppure non è così. Gesù, volto e parola di Dio, è mistero grande sempre, da accogliere nel silenzio adorante e contemplante. Parliamo di lui nella fragilità delle nostre parole, che rompono il silenzio e ci riconsegnano più intensamente al silenzio.
Ho paura di coloro che sono tanto sicuri da dare l’impressione di averci fatto quattro chiacchiere a tu per tu, tra compagni di merenda. Magari sono più fortunati di me… la mia paura è solo nostalgia. Ma sono convinto che questa sia una dimensione irrinunciabile dell’esistenza cristiana, per non diventare atei per eccesso di devozione.
Il secondo evento ci riporta con i piedi per terra, offrendoci indicazioni molto più facilmente verificabili.
Il compagno di viaggio aveva spiegato tutto e i due discepoli avevano capito bene come erano andate le cose. Ne sono convinti… ma solo con la testa. Le gambe sono frenate: è tardi, le porte della città saranno chiuse, è inutile forzare i tempi… si torna domani mattina.
L’incontro con Gesù cambia tutto, perché è questione di «cuore». Tornano immediatamente a Gerusalemme. Il timore del lungo viaggio di ritorno, della notte e delle porte chiuse non vale più niente. Ci si rimette in viaggio e basta… per riempire tutta Gerusalemme – e il mondo intero – dell’esperienza gioiosa di aver incontrato Gesù.
Questa passione è l’unità di valutazione dell’autenticità dell’incontro. Nessun ostacolo riesce più a frenare il discepolo.
Ho riletto gli «Atti degli Apostoli» e ho scoperto che essi contengono la storia affascinante di gente che ha riempito il mondo del fuoco che aveva scatenato l’incontro con Gesù. Ne fanno di tutti i colori e diventano coraggiosi fino alla follia e liberi di quella libertà che nasce dall’amore.
Ho trovato così un prontuario per fare l’esame di coscienza.

Gesù, chi sei?

I due simpatici discepoli di Emmaus sono proprio due amici preziosi. Nella loro compagnia possiamo scoprire il cammino ideale per incontrare Gesù. Soprattutto ci aiutano a sperimentar chi è lui, il Signore. Ce lo mostrano come ci sta a cuore scoprirlo: chi è per noi e come far ardere il nostro cuore per lui.
Non ci consegnano un trattato di cristologia, a cui fare riferimento per scoprire qualche raffinato segreto, e neppure ci dicono tutto quello che andrebbe detto. Ci raccontano la loro esperienza. Il volto di Gesù lo dobbiamo ricostruire noi, raccogliendo le tessere che ci consegna chi l’ha incontrato personalmente… e mettendoci un poco del nostro, per dare colore vivo al mosaico e riconoscerlo la ragione decisiva della nostra esistenza.
Mi ha fatto pensare molto quello che essi hanno sperimentato.
Avevano Gesù vicino, camminava e parlava con loro. Spiegava i documenti della fede, come sapeva fare lui. E non l’hanno scoperto. È rimasto uno sconosciuto compagno di viaggio. Certamente avevano sentito raccontare dai colleghi la meravigliosa avventura del Monte Tabor e se lo aspettano così, immerso nella luce e in compagnia di testimoni autorevoli.
Sulla strada sembrava uno come loro… forse più istruito e con uno stile di relazione speciale. L’hanno incontrato e sperimentato invece quando ha spezzato il pane durante la cena e ha condiviso la coppa di vino. L’hanno confessato il Signore della loro vita, quando è sparito dal loro sguardo. L’incontro è stato tanto coinvolgente, da costringerli ad abbandonare la casa sicura per ricominciare il viaggio da capo. Sono tornati di corsa a Gerusalemme per riempire tutta la città e il mondo intero del nome di Gesù, il crocifisso risorto.
Lo so che è difficile, soprattutto per noi gente che vogliamo toccare con mano. Ma non credo ci siano alternative. Gesù lo incontriamo solo nel sacramento di qualcosa che si vede e che deve trascinarci verso il mistero che si porta dentro: l’Eucaristia, la Chiesa, i fratelli, la storia. Quello che sperimentiamo può essere bello o meno riuscito. È sempre però la porta obbligata per incontrare lui, il Signore, nella verità, adorarlo, lasciarci trasformare e impegnarci nella sua causa.
Ogni tanto cerchiamo una scorciatoia e ci buttiamo sulle strade più facili dello splendore, del miracolistico, dello straordinario. Ho paura che, se ci pensassimo in autenticità, saremmo costretti a concludere: nonostante le facili apparenze… perché non ci ardeva il cuore, anche se sembrava tutto bello sulla forza dell’entusiasmo.

 

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