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2. Una conversione che è vocazione. Scheda di lavoro

 

A cura di Riccardo Tonelli

(NPG 2009-01-64) 

 

IL TEMA

 

Il racconto di quello che ha vissuto Paolo sulla via di Damasco, lo conosciamo tutti molto bene. Forse è uno degli episodi degli “Atti degli Apostoli” tra i più citati. Molti pittori ne sono rimasti affascinati e ci hanno aggiunto persino il cavallo (che non compare mai in nessuno dei racconti) per dare più colore all’accaduto.

Il contributo di Benzi ci aiuta a comprenderlo bene, nel contesto di tutta l’esperienza di Paolo: condizione fondamentale per poterlo meditare bene e farlo diventare una proposta per noi… una “vocazione”, come dice l’espressione messa a titolo.

Paolo (Saulo, come si chiamava prima dell’avventura di Damasco) non era un cattivaccio, dalla vita sfrenata e dissoluta. Era una persona seria, impegnata, pieno di zelo per Dio. Aveva una visione della fede e della storia che condivide con i suoi amici ebrei… a cui aggiungeva uno zelo specialissimo, frutto della sua convinzione di vita. Voleva la salvezza di tutti. Era convinto che la salvezza veniva solo dall’osservanza piena e scrupolosa della Legge (quella che Dio aveva consegnato a Mosè e al popolo ebraico). E non sopportava la trasgressione. Per questo si è impegnato, persino con un pizzico di ferocia, contro i trasgressori e contro i modelli religiosi che ne giustificavano l’operato. Non poteva, logicamente, sopportare i discepoli di Gesù, ucciso proprio perché trasgressore della Legge dei Padri e da essi proclamato l’unico signore e salvatore.

L’incontro sconvolgente con Gesù sulla via di Damasco, gli mette in crisi proprio la certezza centrale della sua vita.

Scopre Gesù e cambia radicalmente vita. È costretto a riconoscere di aver sbagliato proprio tutto: ci salva lo Spirito di Gesù, se ci affidiamo a lui, come un bimbo nell’abbraccio della mamma. Non rinuncia allo zelo appassionato. Lo orienta in una direzione radicalmente opposta.

Questa è la sua conversione. Questa è la conversione a cui siamo sollecitati quotidianamente: rinunciare alla sicurezza dei nostri punti di vita e della nostra stessa esistenza, per affidarci totalmente a Gesù, scandalo e follia… come lui stesso dice. L’esperienza nuova esplode in una scelta nuova di vita: la conversione diventa vocazione.

 

LA PROPOSTA

 

Di solito, il tema della conversione sembra evocare solo un cambio di vita. Con parole grosse diciamo: dal peccato alla vita nuova. E siccome non ci sentiamo proprio dei peccatori incalliti… concludiamo che la conversione andrebbe benissimo per i trafficanti di morte e di armi, per gli oppressori dei poveri e dei deboli, per gli affamati di potere e di denaro… per tutte quelle persone che vorremmo spazzare via, una buona volta, dalla faccia della terra. Certamente, un poco di pentimento e di perdono va bene anche per noi… ma conversione è parola troppo grossa per riguardarci.

Forse la prima e più importante conversione è proprio questa: scoprire che le cose non sono così e l’esperienza di Paolo ci riguarda direttamente.

Gesù non è un compagno di giochi con cui scherzare o da ricordare nei momenti di difficoltà o quando il calendario liturgico ce lo ripropone. A confronto con Paolo scopriamo due esigenze fondamentali:

•  Gesù è la ragione unica e radicale del nostro modo di vedere la realtà, di comprenderla, di impegnarci per trasformarla. Lui è la nostra vita e la nostra speranza: la nostra salvezza. La conversione ci chiede di provare a guardare noi, gli altri, le cose e gli avvenimenti dalla sua persona, dal suo punto di vista.

    La conversione è cambiare prospettiva, per innamorarci tanto del Crocifisso risorto da trasformarlo nel riferimento costante di una vita che continua a trascorrere come sempre, ma con una testa e un cuore nuovo. Basta leggere il Vangelo per scoprire qual è questo punto di vista radicale.

•  La seconda esigenza che nasce dalla conversione  è la vocazione. La vita di tutti i giorni resta tutta mia… ma non è più mia, perché ci è stato affidato un progetto grande e impegnativo per la cui realizzazione siamo disposti a perdere tutto… Il progetto è quello di Gesù, quello che ha affidato personalmente a Paolo. Paolo segue Gesù perché si sente da lui interpellato.

E OGGI?

Dopo l’esperienza di Damasco, Paolo fonda la sua vita su Gesù e sulla sua proposta di impegno vocazionale. Non fa l’elenco dei peccati di cui chiedere perdono e da cui convertirsi. L’avrà fatto… ma non è il centro della sua conversione. Quando incontra persone immerse nel vizio (gli abitanti di Corinto… per esempio), raccomanda questo stile nuovo di esistenza. Di fronte all’egosimo, chiede una capacità di solidarietà piena.

La sua vita è cambiata, perché è passato da una fiducia riposta nella Legge e nelle tradizioni, in un pieno e totale affidamento di tutta la sua esistenza a Gesù, morto e risorto. La sua conversione va dalla fiducia nella Legge che produce schiavitù, alla esperienza di libertà che Gesù gli ha regalato e che porta alla vita.

Per Paolo e per noi la sua conversione è abbandono dei troppi idoli che attirano la nostra vita e affidamento totale all’unico Signore. Oggi di idoli ne abbiamo tantissimi. Abbiamo fatto diventare persino la libertà un idolo a cui sacrificare tutto.

La conversione è abbandono degli idoli… quelli concreti e quotidiani a cui consegniamo la nostra speranza e la gestione della nostra vita. La conversione è la riscoperta di una libertà, che la morte di Gesù ci ha donato… ma che si realizza in un amore concreto che si fa servizio verso tutti.

 

UNA BUONA NOTIZIA

 

A prima vista, soprattutto per gente come siamo noi molto sensibili ai diritti della nostra libertà e all’esercizio della nostra autonomia, ogni invito alla conversione fa storcere un poco il naso. Abbiamo paura che qualcuno tenti di invadere lo spazio della nostra esistenza, senza neppure bussare alla porta.

Possiamo parlare di “buona notizia” quando siamo invitati alla conversione?

Per Paolo, l’avventura di Damasco è una di quelle belle notizie che riempiono la vita. Come abbiamo visto nel contributo appena letto, ci ritorna tante volte e con entusiasmo e passione. Sembra davvero che quella vissuta sia una di quelle avventure che sentiamo la gioia di raccontare a tutti.

Dalla riflessione sui fatti scaturisce qualcosa che può trasformare davvero l’esperienza della conversione in una vera e forte bella notizia.

L’invito alla conversione non è la solita rottura moralistica, che ci urta. Paolo si sente guidato per mano dalla persona di Gesù che ha grandi progetti su di lui. Per questo… non ci dice “convertitevi”; forte della sua esperienza, ci raccomanda “lasciatevi riconciliare da Gesù”.

Nella conversione scopre di essere diventato un vincitore, perché si affida a Gesù, morte e risorto: non ha più paura di nulla ed è libero da ogni catena.

Scopre, soprattutto, che colui che lo ha chiamato gli affida una responsabilità impensabile. Prima pensava di dover mettere apposto lui le cose, persino giocando pesante; adesso non riesce più a tacere quello che ha visto e vissuto. Afferrato da Gesù, riconosce ormai di vivere solo in lui e per farlo conoscere a tutti.

Pensandoci… mi è venuto un dubbio atroce: l’invito alla conversione, ripetuto spesso come un ritornello noioso, produce delusione, stanchezza, rifiuto… forse perché non l’abbiamo mai sperimentato e proposto come una grande bella notizia?

 

DALLA PAROLA ALLA VITA

 

La preghiera

Prova a pregare, in uno spazio di silenzio e di interiorità pensosa, con le parole del salmo 50 (il salmo classico della conversione): “Pietà di me, o Dio, nel tuo grande amore”.

L’invito alla preghiera, questa volta, è speciale, proprio perché il tema della conversione è speciale. Si propone questo ritmo:

•  prima di tutto preghiamo assieme il salmo 50;

•  poi facciamo un poco di riflessione personale per dire da che cosa (in concreto) siamo sollecitati a convertirci e soprattutto verso quali impegni quotidiani vivere la conversione come vocazione;

•  poi preghiamo nuovamente tutto il salmo: apparirà certamente più nuovo dopo la nostra riflessione.

 

L’impegno

Questo lo devi scegliere tu… con i tuoi amici… per verificare fino a che punto condividi veramente quello su cui abbiamo pensato.

 

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