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La narrazione come laboratorio per la sequenza temporale


Narrare per la speranza /7

Riccardo Tonelli

(NPG 2007-04-35)


Assistiamo oggi ad un dato preoccupante: la crisi della sequenza temporale. Chiamo «sequenza temporale» il tipo di rapporto che viene instaurato, condiviso teoricamente e sperimentato praticamente, tra passato, presente, futuro, cioè tra le tre dimensioni fondamentali del tempo. Il tempo, infatti, nella sua accezione più classica, dice il rapporto esistente tra quello che sta prima di noi, che ci viene consegnato e che sperimentiamo nell’oggi, e il domani verso cui siamo in continuo cammino.
Questa crisi pone gravi problemi educativi e pastorali, perché la questione del tempo e della ricostruzione di una sua corretta scansione nei modelli di personalità, è centrale rispetto alla qualità della vita, del suo senso e della possibilità di viverla in modo autentico e maturo.
Il fatto, come tutte le realtà che hanno a che fare con la qualità della vita, ha inoltre un influsso decisivo anche in ordine alla esperienza cristiana. L’esperienza cristiana viene infatti dal passato, apre verso il futuro, dà senso al presente, nel rapporto che instaura tra memoria e prospettiva. Senza una matura ricostruzione della sequenza temporale, di conseguenza, non c’è spazio per la speranza e siamo brancicanti nel buio attorno al senso.
Questa convinzione fonda una nuova regola di sintassi comunicativa per l’evangelizzazione, orientata a favorire la ricostruzione di una matura scansione temporale, come esigenza e come esito.

Per comprendere meglio la questione

Incominciamo a comprendere con attenzione come stiano andando le cose. Nessun serio intervento educativo e pastorale può far a meno di una conoscenza attenta e riflessa dell’esistente.
La tradizione educativa e pastorale aveva una sua scansione precisa del rapporto tra passato, presente e futuro. Il riferimento fondamentale stava nel passato, considerato il luogo dei progetti realizzati secondo modalità ottimali. Avevamo l’abitudine di chiamare il passato «l’età dell’oro». Educazione religiosa, riferimento ai testi della fede, celebrazioni liturgiche, procedevano fondamentalmente in questa logica. Persino la lingua… veniva dal passato.
Il presente era solo un banco di prova, dove si poteva sperimentare e verificare se e come le proposte erano state concretamente assimilate. Il futuro funzionava come il tempo dell’appagamento dei sogni, del premio o del castigo, al massimo il tempo del riscatto, perché venivano finalmente riordinate le cose secondo il progetto originario, facendo eventualmente arrivare i nodi al pettine.
Oggi la qualità della scansione è profondamente mutata.
Scarso è il riferimento al passato. Il giorno di ieri è lontano e dimenticato. È considerato, al massimo, per quello che fa rimbalzare sull’oggi. Avvenimenti che hanno occupato, qualche giorno fa, le prime pagine della cronaca sono ora un ricordo tenue e sfumato. L’accenno nostalgico «ti ricordi di...» è tacitato immediatamente, con la scusa dei molti problemi che ci attraversano, oggi, l’esistenza.
Il futuro è considerato inquietante e preoccupante. «Dove andremo a finire?» ci chiediamo ogni tanto, con una punta di nostalgia che rasenta la disperazione. L’attenzione e le preoccupazioni sono tutte concentrate sul presente... e si tratta, spesso, di un presente rapido e accecante, come il guizzo del fulmine in un temporale estivo.
Tutto questo pesa sull’educazione e sulla pastorale.
La rottura della tradizionale scansione temporale non permette più di consegnare ad altri qualcosa che viene dal passato. L’adulto si riduce al silenzio. I documenti del passato sono ritenuti insignificanti e incomprensibili.
Senza radicazione nel passato, il presente diventa una rincorsa di frammenti sganciati da una storia. L’esito è lo scarso livello di identificazione nei confronti di quanto è già dato. Molti cercano persino di fermare il tempo, rallentando la sua crescita, per non essere costretti ad immergersi in responsabilità ingovernabili. La perdita di memoria si traduce in una diffusa crisi di identità o la riduzione in identità deboli e fragili, unico rimedio gestibile per una stagione di crisi.
L’incertezza sul senso produce la ricerca affannosa di esperienze «mordi e fuggi», che spesso sollecitano a sfidare persino la morte come ripiego nei confronti dell’anonimato e della noia.
Sarebbe interessante chiederci perché le cose vanno così. Ma il discorso si farebbe lungo. Certamente non possiamo però dimenticare che la ragione di fondo è legata alla stagione culturale che stiamo vivendo e ai processi strutturali che l’hanno scatenata. Va affrontata di conseguenza allargando l’orizzonte ben oltre le raccomandazioni e la buona volontà.

Ricostruire la scansione temporale attorno al presente

Abbiamo bisogno di ricostruire una nuova sequenza temporale, vivibile e gestibile per gente «del presente», per consolidare la speranza dentro una matura qualità di vita.
Come possiamo operare?
La questione non è, prima di tutto, di metodo, se metodo è organizzazione delle risorse per assicurare il raggiungimento di un obiettivo. La domanda sul «come» ne comporta una, più radicale e pregiudiziale, sul «verso dove» orientare progetti e fatiche.
Come si vede, riaffiora la funzione del rapporto con il passato nel processo di evangelizzazione.
L’evangelizzazione richiede necessariamente il ripiegamento forzato sul passato? Per comprendere il significato della proposta cristiana, dobbiamo restituire conoscenza e amore verso il passato? La proiezione verso il futuro, fondamentale per l’esistenza cristiana e il suo annuncio, comporta una continua trasfigurazione del presente per sperimentare quello che attendiamo con trepida speranza?
Sono convinto che non sia praticabile né corretto tentare di spostarsi alla centralità del presente. Correremmo il rischio di estraneità rispetto alla cultura attuale e di incomprensibilità rispetto alla lingua dominante. Qualcosa però va tentato per recuperare quella memoria appassionata del passato, senza di cui non c’è spazio per l’evangelizzazione. Come?
La fatica educativa e pastorale va concentrata nell’abilitare a possedere in modo pieno e autentico il presente, lasciandoci misurare dalle esigenze che lo pervadono per riscrivere verso il futuro la fedeltà.
Prima di tutto, nell’attenzione al presente, tipica della cultura attuale, posso recuperare interessanti dimensioni di verità e di autenticità che avevamo dimenticato. Per i credenti, infatti, l’oggi è sempre un «oggi di salvezza». Le grandi cose che Dio compie per il suo popolo si realizzano in un misterioso processo di contemporaneità (la liturgia ricorda che «oggi Cristo è nato per noi»…); oggi il futuro promesso viene sperimentato come ragione fondamentale di speranza e di prospettiva.
Nello stesso tempo, però, abbiamo bisogno di un «possesso» maturo del presente, in un modo di viverlo davvero diverso da quello ricorrente. Il presente, infatti, non può ridursi ad una successione casuale di eventi: va ricostruito il rapporto con il passato e la responsabilità verso il futuro. Solo così «siamo» il tempo che produciamo.
Per questo, il recupero nella memoria degli eventi che ci avvolgono, come l’aria che respiriamo, è condizione pregiudiziale per vivere il presente in una intensa esperienza di senso.
Fare memoria per dare senso al presente non coincide con la ripetizione del passato, ma richiede quella capacità di discernimento critico che permette di interpretare il vissuto.
Al presente restituiamo quelle esigenze che la cultura attuale ha permesso di riscoprire come dimensione irrinunciabile di ogni esistenza autentica: la riscoperta della soggettività come realtà non pattuibile, la solidarietà in chiave orizzontale, il «gusto» della vita e la voglia di felicità… Facendo memoria, siamo abilitati ad accogliere queste esigenze e a riformularle all’interno di quella dimensione di oggettività che la vita si porta dentro. Il tempo e la sua scansione determinano una specie di piattaforma esistenziale per questa esperienza: il presente è radicato nel passato e aperto in responsabilità non pattuibile verso il futuro.
Sul presente, riconquistato e vissuto in modo autentico, possiamo ritrovare il senso della vita.
Senso è ragione e fondamento della nostra concreta esistenza, capace di interpretare i singoli avvenimenti e ricondurli ad unità. La sua ricerca è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, ed è tensione verso qualcuno o qualcosa che offra le buone ragioni di ogni decisione e scelte importanti. Queste «buone ragioni» non ce le possiamo dare noi, da soli. Troppi eventi le mettono in crisi, nel momento in cui pensiamo di non aver più bisogno del contributo di altri. Esse sono un dono, che ci viene da lontano. Vengono dagli altri, dal passato, da quella trama di eventi e persone per cui e in cui esistiamo. Vengono, alla radice, da Dio che si è fatto vicino, tempo nel nostro tempo, per essere la ragione del nostro vivere e sperare. Il futuro è parte del presente perché ne rappresenta il sogno e la realizzazione, almeno nella promessa.
L’attenzione verso il presente sollecita, nello stesso tempo, ad una profonda capacità prospettica.
Alle sfide dell’oggi vogliamo rispondere con un’azione che sappia prevedere, riorganizzare, ridefinire compiti e priorità, inventare risorse e ridisegnare l’uso di quelle disponibili.
Anche questo è un momento della memoria: l’oggi, ricompreso dalla prospettiva del passato, si protende verso un futuro nuovo.
La proiezione verso il futuro restituisce serietà alla memoria ed evita di bruciare tempo ed energie nel vuoto rincorrersi di rimpianti del passato.
La tentazione è facile. Nelle situazioni di crisi, quando i problemi incombono e sembrano pronti a sommergere le persone, riaffiora la nostalgia dei «bei tempi». Si consolida l’impressione che allora tutto filasse a puntino e che, in ultima analisi, è sufficiente ritornare con coraggio a ripetere quei gesti, per non dover più fare i conti con le crisi che ci investono.
Lo sguardo verso il futuro restituisce così alla fedeltà la capacità inventiva. Nel progetto, pieno del rischio del futuro, rimettiamo in gioco la capacità di servire la vita e di consolidare la speranza.

La funzione del racconto

Lo strumento privilegiato per questa ricostruzione sapiente nel presente del rapporto con il passato e verso il futuro, è costituito dal «racconto»: «Tutto ciò che si racconta accade nel tempo, prende del tempo, si svolge nel tempo; e ciò che si svolge nel tempo può essere raccontato nel tempo», ricorda P. Ricoeur.
La narrazione propone eventi del passato. Essi sono il centro del racconto e il fondamento della speranza che vogliono comunicare.
Nella narrazione facciamo diventare «oggi» quegli eventi, lontani, a cui riconosciamo una decisiva importanza per l’oggi.
Li risvegliamo dal letargo, come ricordava una precedente regola di sintassi, perché ne abbiamo bisogno. Senza di essi il nostro oggi sarebbe perduto, sommerso nel mare ingovernabile di fatti che conducono alla disperazione, perché sembrano privi di senso e di prospettiva, dal momento che la loro trama esistenziale è di difficile lettura e di più complicata interpretazione.
Ce li condividiamo con gioia perché riconosciamo che per tanti nostri amici, sprofondati nel passato, sono stati preziosi, ricchi di prospettiva e capaci di orientare scelte decisive di vita.
Nella fede, che sa leggere tra le righe della storia, sappiamo ritrovare la mano potente di Dio che ha guidato i fatti, il volto rassicurante di Gesù che ha questi fatti ha saputo imprimere un ritmo nuovo per la vita, il protagonismo dello Spirito che dà la gioia di sognare e l’esperienza di vedere i sogni realizzati.
La liturgia ha elaborato un suo modello narrativo: con la formula «in quel tempo» introduce la proclamazione del testo del Vangelo, per offrire una datazione sicura al fatto narrato.
Quello che è capitato «in quel tempo», è destinato a diventare però contemporaneo al narratore e a colui cui la narrazione è offerta. Quel tempo diventa il nostro tempo, immerso nei nostri problemi e nelle nostre attese, spalancato verso il futuro della nostra speranza. Il passaggio da «quel» tempo al «nostro» tempo non viene assicurato, prima di tutto, perché si cambiano i nomi, i luoghi, le datazioni degli avvenimenti narrati. L’operazione può essere giustificata e diventare significativa in alcune circostanze. Ma non è per nulla necessaria e, soprattutto, non può essere considerata sufficiente.
Se narro la storia del «buon samaritano», cambiando personaggi, circostanze, problemi e soluzioni… non trasformo automaticamente «quel» tempo nel «nostro» tempo. Il racconto potrebbe restare una bella favoletta a lieto fine, incapace di fondare la speranza. Può diventare racconto di speranza solo se la radice di autenticità della narrazione è collocata in quell’evento che l’ha resa possibile e vera. Esso sta ancora prima del fatto narrato, che resta fondamentalmente parabola di una vicinanza più alta e concreta, quella di Dio, il buon samaritano di ogni uomo, quella di noi nei confronti di ogni persona che soffre ai bordi della vita, e quella dei tanti «samaritani» che sanno accogliere il grido di chi è nel bisogno. Questo evento, sprofondato nel mistero del tempo, i cui frammenti percorrono lo sviluppo del tempo, diventa contemporaneo a ciascuno di noi, perché quella esperienza lontana è attualizzata nell’oggi: l’oggi di Dio per noi e l’oggi di coloro che, sapendo farsi prossimo, danno volto a Dio per noi.
Senza il collegamento al passato, il racconto può risultare simpatico e attraente; può persino suscitare stupore e interesse; ma non rassicura sul suo esito. La sua forza di speranza sta nell’evento passato che viene trascritto come contemporaneo all’oggi.
Nella evangelizzazione, realizzata attraverso racconti salvifici, nasce una nuova scansione temporale: quello che è esigito per la qualità della vita, viene così sperimentato e assimilato. Alla radice sta un fatto del passato: preciso e situato. Esso però pretende di avere qualcosa da indicare per l’oggi. Per questo spalanca verso un futuro di responsabilità e di speranza.

La responsabilità del narratore

Il protagonista di tutto il processo è, alla radice, il narratore: un adulto, impegnato nel ministero educativo e pastorale, attraverso modalità comunicative.
L’adulto è custode della memoria collettiva, interprete privilegiato di quell’insieme di ideali e di valori comuni che reggono e guidano la convivenza sociale. L’adulto lo è per quello che rappresenta e lo è per la sua funzione educativa.
Tre annotazioni possono aiutare a comprendere meglio questa funzione.

Testimoni del senso

La crisi di trasmissione culturale, tipico della nostra stagione, diventa crisi di senso e diffusa esperienza di orfanità sul senso.
Nella ricerca di senso, la persona si mostra disposta a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sull’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita. Nell’avventura del senso, cercato sperato sperimentato, ci fidiamo tanto dell’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.
Purtroppo, oggi è davvero difficile vivere questa esperienza. Il servizio alla sua maturazione rappresenta una delle sfide più alte di ogni servizio educativo. Lo sanno molto bene gli educatori, impegnati soprattutto a livello giovanile. Facciamo, infatti, molta fatica ad accettare le offerte di senso che altri ci consegnano, anche perché sono in crisi i meccanismi di trasmissione di queste proposte. Come reazione, affidiamo la questione del senso ad un semplice gioco di soggettività. Incapaci di invocare o delusi sull’oggetto del nostro cercare, molti sono trascinati verso l’angoscia o vengono tristemente ributtati nella alienazione del consumo e dell’autosufficienza.
Tocca all’educatore ricostruire nuove esperienze di senso, attraverso l’offerta, forte e gioiosa, dei fatti di speranza che il passato ci consegna e che nel racconto diventano attuali.

Testimoni del mistero che attraversa il tempo

L’esperienza di fede dei discepoli di Gesù ci rivela una dimensione decisiva del tempo: la presenza del tempo di Dio nel tempo dell’uomo. Il nostro tempo non è solo scandito nel ritmo di passato, presente e futuro; esso è già abitato da Dio, che ha preso dimora tra noi, diventando tempo per noi, lui che è l’eterno e l’inaccessibile.
Il nostro tempo è il tempo felice di Gesù il Signore.
Questa consapevolezza è decisiva per vivere in responsabilità e in speranza il tempo: quello felice che scorre come un lampo e quello triste e pesante, che ci preme addosso come una cappa di terrore e di morte.
Questa certezza, fondata sulla fede, porta a constatare la necessità di sviluppare la riconquista del presente, come dono e come responsabilità nell’incontro consapevole con Gesù di Nazareth.
L’adulto diventa testimone del vissuto per il senso della vita, in modo pieno, quando riesce a condividere e a comunicare la sua esperienza del Crocifisso risorto, che dà speranza anche alle situazioni più disperate.

Ricostruire una rete relazionale intergenerazionale

La testimonianza del vissuto e del mistero che lo avvolge, è resa possibile, nella situazione culturale attuale, attraverso la ricostruzione di una rete relazionale, capace di ritessere il dialogo tra le generazioni, attorno al senso e alla prospettiva dell’esistenza.
Qualcuno deve ricominciare. Chi di certo non può tirarsi indietro su questo compito è proprio l’adulto. Uno dei modi è proprio quello, tipico dell’adulto, di essere narratore del «già vissuto».
Chi narra la propria storia personale, segnata dalla storia esigente della vita e dei frammenti inquietanti di altre storie, ricostruisce di fatto una rete relazionale intergenerazionale, sulla forza del vissuto. Lo stretto legame che lega gli avvenimenti raccontati al fluire del tempo, intrecciando nella storia narrata il presente con il suo passato e il suo futuro, fa scaturire spontaneamente l’invito a «Bada! Sta’ attento a quello che viene detto! È importante per la tua vita!». Eventi insignificanti diventano esempi coinvolgenti. La storia raccontata appella all’interlocutore, con la stessa intensità con cui si sente coinvolto il narratore. Egli si sente piegato verso questa avventura; si rende conto di doverla accogliere in sé, proprio perché si sente «ospitato» nel racconto.
Sono i fatti a chiedere attenzione, rispetto, disponibilità: fatti evocati in un’onda di emozioni, che porta ad «amarli», a sentirli «nostri», anche se hanno protagonisti lontani. Chi racconta, ama la realtà raccontata e la fa amare. Lo fa per la vita. Per questo chiede una decisione, raccontando storie.

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