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Imparare una nuova lingua


Narrare per la speranza /5

Riccardo Tonelli

(NPG 2007-02-54)


Stiamo pensando a progetti coraggiosi di evangelizzazione, per dare speranza a chi la cerca con l’ansia dell’assetato.
Per farlo in modo adeguato, è indispensabile far crescere in modo consapevole questa ricerca di speranza e indirizzarla nella direzione corretta. Chi è in crisi, corre il rischio di aggrapparsi alla prima tavola di sicurezza che gli scorre tra le mani. Ma questo non risolve i problemi. Anzi li acutizza e, qualche volta, spinge alla disperazione più nera.
Ma non basta.
Chi alza le braccia verso una ragione di senso che sta oltre il proprio vissuto, ha diritto di incontrare le due braccia robuste che lo sanno afferrare.
Il primo compito (quello che fa crescere verso il mistero, in una matura ricerca di senso) è affidato a processi educativi. Il secondo (quello che consegna all’esperienza di vita nuova) è risolvibile solo attraverso un annuncio, forte e coraggioso.
Di questo annuncio stiamo studiando le regole di sintassi comunicativa.
Due di queste regole sono state analizzate nell’articolo precedente. Due – e di respiro impegnativo – sono suggerite in questo contributo.
Per svegliare il testo «scritto» (i documenti della nostra fede) da quella specie di letargo in cui sono collocati, come testi scritti, abbiamo bisogno di una seria capacità esegetica, per riconoscere il significato autentico del testo stesso. Ma questo non basta. Nell’evangelizzazione quella pagina (anche quella pagina del Vangelo a cui vogliamo fare riferimento) deve diventare viva, con la stessa forza provocante in cui risuonava nelle prime comunità cristiane. Come realizzare questo? La prima regola di sintassi comunicativa pone l’esigenza e suggerisce qualche linea di azione.
Una seconda impegnativa questione riguarda le modalità linguistiche da utilizzare nell’atto comunicativo: la «lingua», nel senso più ampio del termine. Qui la questione si fa seria. Veniamo da una tradizione che ha privilegiato dei modelli linguistici spesso rigidi, preoccupati soprattutto del rispetto delle modalità formali… quasi come quelli che utilizziamo per commentare i codici giuridici e le regole matematiche. L’articolo lancia l’esigenza di immaginare una nuova lingua, che assomigli maggiormente a quella con cui ci condividiamo le esperienze forti della vita e soprattutto diciamo alle persone che amiamo la nostra vicinanza e il nostro amore.

Narrare per… svegliare dal letargo

Tutte le comunicazioni si realizzano all’incrocio di tre poli: l’autore (colui che propone un testo, lancia il racconto, inizia la comunicazione), il messaggio (ciò che viene condiviso), il destinatario (colui a cui si rivolge la comunicazione).
Sempre il processo è bidirezionale. In ogni comunicazione, infatti, attorno al messaggio si invertono le parti tra autore e destinatario. Per semplificare le cose, concentro la mia attenzione soprattutto su quella direzione del processo che, in qualche modo, gli dà origine. Cose simili potrebbero essere dette nella prospettiva opposta.
L’accordo sull’esistenza dei tre poli della comunicazione è abbastanza facile.
Le differenze, non piccole, nascono quando si cerca di immaginare la qualità del rapporto e la sua funzione in ordine al messaggio.
Anche questa volta, per ragioni di chiarezza, devo semplificare un poco le cose. Indico le due posizioni più comuni: non sono le uniche, ma sono certo le più diffuse e serie. Ne immagino poi una che solo fino ad un certo punto è alternativa. Le prime due riguardano la dimensione oggettiva della evangelizzazione, quella che permette di incontrare i contenuti della fede nella loro autenticità. La terza invece pensa soprattutto alla evangelizzazione in atto, al momento cioè in cui qualcuno condivide con altri la sua esperienza di Gesù nella fede della Chiesa.
La prima prospettiva è quella «storico-critica»; la seconda quella «strutturale»; la terza quella «narrativa». La terza ipotesi non è un giusto equilibrio tra i due estremi, ma qualcosa di decisamente alternativo. Essa sposta il punto di prospettiva dal «testo in sé» (o dal messaggio come evento dato e codificato), al «testo per me», come qualcosa che mi riguarda solo se mi accorgo che davvero mi riguarda.
La lettura storico-critica si orienta verso il polo dell’autore, cercando di conoscere di quali fonti si sia servito, come le abbia interpretate e come le abbia trasmesse. In questa prospettiva il messaggio viene compreso come il frutto di un’impresa redazionale, tutta concentrata sull’autore, che il destinatario può far propria solo penetrando i suoi schemi redazionali.
Esiste anche un altro modello di lettura, in auge qualche decennio fa, come reazione alla rigidità del primo modello e alla scarsa attenzione al contesto di cui soffriva la presunzione di poter raggiungere dati oggettivi da mettere davanti al destinatario.
Si chiama modello «strutturale». La lettura strutturale si interessa del messaggio, convinta di poterlo decifrare lavorando fondamentalmente sul testo, così come attualmente appare.
I due modelli sono preziosi. Riguardano però soprattutto la natura del contenuto comunicato. Possiamo spostare l’attenzione verso l’atto comunicativo, quello che fa diventare il contenuto oggettivo «evento per me». Qui si colloca, come dicevo, il terzo modello, diverso dai precedenti, proprio per la sua funzione originale. La sua comprensione e realizzazione introduce ed esige nuove regole comunicative.
Esso riguarda la dimensione soggettiva e interpersonale dell’evangelizzazione. Per questo dialoga con le due posizioni precedenti (soprattutto con la prima), ma percorre altre direzioni rispetto alle loro logiche.
Questo modello concentra la sua attenzione sul «destinatario» della proposta. A lui riconosce una funzione fondamentale nella comunicazione stessa… fino al punto da rifiutargli il titolo di «destinatario» (che farebbe pensare ad un ruolo prevalentemente passivo), per attribuirgli invece un compito preciso anche nella comprensione e attualizzazione del messaggio.
Da molte parti si fa riferimento ormai a questo modello, qualche volta esagerandone persino il significato e la funzione.
Io lo propongo lasciandomi ispirare da quell’abbondante letteratura che studia la modalità narrativa anche nella evangelizzazione. Non la voglio ripetere, perché in questo contesto mi preme soprattutto ricordare solo la regola comunicativa conseguente.
Questo modello di comunicazione pone la massima attenzione sull’effetto soggettivo prodotto dal messaggio, per immaginare le condizioni che assicurino la piena comprensione del messaggio, la sua interiorizzazione e la sua risonanza nel vissuto personale. In questo modo, il testo (il racconto) diventa un momento di interscambio, quasi a livello esistenziale, tra l’autore e il lettore, tra il narratore e colui cui la narrazione è offerta.
Si potrebbe persino concludere con la constatazione – ricca di grosse risonanze pratiche – che il testo, nella sua redazione ufficiale, è un testo «incompiuto»: esso si completa continuamente quando è offerto ad un nuovo lettore, lo coinvolge e lo appassiona tanto da affidargli, a sua volta, il compito impegnativo di continuare a narrare le stesse storie, per restituire all’evento narrato tutta la sua forza di vita e di speranza.
Si realizza così quell’evento di fede che sta alla radice dei testi del Vangelo: trascrizione dell’esperienza fatta stando con Gesù, sotto l’ispirazione dello Spirito di Gesù e in profondo ascolto dei destinatari, essi sono riscritti continuamente nella comunità che narra, nella stessa fede e in una progressiva attualizzazione.
Cito un documento davvero eloquente. Non è certo l’unico, ma è tra i più commoventi e, per molti aspetti, di grande attualità: «Sono venuti con le armi e hanno circondato la basilica prendendone possesso. Noi, ignari della tua sublimità, ci dolevamo di questo, ma altra era l’opinione della nostra imprevidenza, altra l’azione della tua grazia. Sono entrati i Gentili, ma sono entrati veramente nella tua eredità, poiché quelli che erano venuti come Gentili, sono diventati cristiani; quelli che erano entrati per impossessarsi dell’eredità, sono divenuti eredi di Dio. Ho, come difensori, quelli che credevo nemici; ho, come alleati, quelli che ritenevo avversari. Di chi è questo dono, di chi è quest’opera se non tua, Signore Gesù? Tu vedevi armati venire alla tua chiesa; per questo, gemere il popolo e accorrere una folla, perché non sembrasse che consegnava la basilica di Dio, e quindi essere impartito ai soldati l’ordine di usare la forza. Perché, nel frattempo, non si commettesse qualche gesto di follia, ti sei posto tra le due parti, Signore, e di due ne hai fatto una sola. Perciò ti siano rese grazie, o Cristo. Non un ambasciatore, non un messo, ma Tu, Signore, hai salvato il tuo popolo» (S. Ambrogio, Lettera 7, nn. 20-21, in riferimento ai fatti della Settimana Santa del 386).
Pensiamoci ancora un poco, lasciandoci ispirare dalla citazione di Ambrogio, che legge un testo della Scrittura chiedendo alla gente di Milano di ripensare all’assedio dei «barbari» (come li chiamavano), per far loro scoprire quello che invece hanno felicemente vissuto.
Il testo che possediamo e su cui vogliamo realizzare un confronto salvifico, si trova come «in letargo», depositato quasi inerme nelle pieghe della storia e delle tradizioni. L’impresa esegetica ce lo ricostruisce nelle sue pieghe di autenticità. In qualche modo ci aiuta a scoprire quale sia il nucleo centrale e autentico con cui confrontarci, e cosa invece debba essere compreso come aggiustamenti e inserimenti successivi. Anche l’analisi strutturale, preziosa certamente, ci aiuta a raggiungere meglio il valore del documento, la sua originalità e il suo inserimento in un contesto, sociale e culturale, che ci aiuta a decifrarlo meglio.
Analisi esegetica e analisi strutturale lasciano però il testo «inerte». Per svegliarlo, ci vuole qualcosa di più, tanto originale da fare un salto di qualità.
Nel documento citato Ambrogio parla dell’oggi che inquieta fortemente i suoi ascoltatori. Legge il testo della Scrittura dentro questa sfida. Lo fa parlare sul vissuto quotidiano. Lo rende vivo. E così diventa fonte di speranza.
Il modello evocativo, tipico della narrazione, affida il testo all’amore appassionato del narratore e del lettore perché solo in quell’evento speciale che è l’atto comunicativo (nella narrazione) «noi» ci immergiamo in esso, lo facciamo nostro, lo scopriamo un evento per noi. Davvero lo ridestiamo dal letargo per restituirgli la forza di vita e di speranza che possiede.
Questa constatazione sollecita alla riconoscenza e alla responsabilità.
Siamo riconoscenti all’autore che ci consegna una parte di sé, come gesto di fiducia e di amore nei nostri confronti. Siamo chiamati a togliere i sigilli per restituire vitalità.
Questo ci apre alla responsabilità: il testo non è nostro… anche se è per noi. Interveniamo su esso per riscoprirne quello che l’autore ha depositato in esso, come gesto di amore nei nostri confronti.
Nella narrazione si realizza un incontro-dialogo tra un testo che l’autore ha «abbandonato» alla ricerca di qualcuno interessato ad esso, e il «lettore» che accoglie l’invito e dà un significato nuovo al testo, attento a collocarsi dentro il progetto dell’autore da scoprire e accogliere (attraverso una corretta e competente esegesi), perché solo nell’autenticità dell’evento e del messaggio che lo comunica, può nascere senso all’esistenza e speranza nel suo esito.

Una esperienza che si fa messaggio

Una importante regola comunicativa è quella che riguarda il tipo di linguaggio da utilizzare nella evangelizzazione, la fonte da cui attingere le informazioni da condividere e soprattutto la modalità espressiva in cui realizzare questa condivisione.
Mi lascio ispirare da un autore (Van Buren) che ha studiato la qualità del linguaggio in ordine alla sua utilizzazione.
Quando parla del linguaggio religioso, di quello cioè che utilizziamo per condividere le esperienze fondamentali dell’esistenza, del senso e della speranza, parla di «linguaggio di frontiera». Egli immagina che i modelli comunicativi vadano distesi in una specie di piattaforma linguistica, che ha un suo centro e una sua periferia. Solo quando collochiamo il nostro linguaggio all’interno di questa piattaforma condivisa, possiamo realizzare una comunicazione corretta, tale da permettere agli interlocutori il confronto, la condivisione e la decisione sul merito della proposta.
All’interno della stessa piattaforma ci sono però diverse collocazioni. Il nostro linguaggio ne deve scegliere una, orientandosi tra le differenti posizioni. La decisione di quale sia questa collocazione dipende dalla natura dell’oggetto comunicato e dalla funzione che si intende riservare alla comunicazione stessa.
La comunicazione di regole matematiche, le norme giuridiche e quelle economiche esigono formulazioni denotative precise ed esigenti. La scelta di altre modalità risulterebbe a scapito della comunicazione stessa. Le dichiarazioni di amore, la poesia e l’arte si collocano alla periferia di questa piattaforma: dalla modalità denotativa ci si sposta decisamente verso quella evocativa, dove prevale il riferimento all’oggetto attraverso giochi di libertà e responsabilità molto personali. Al centro della piattaforma si richiede la ripetizione delle formule. Alla periferia prevale la loro invenzione, misurata sull’evento che si vuole condividere.
Il linguaggio religioso, di sua natura (e cioè per l’oggetto di cui riferisce e per l’intenzione che regola il rapporto interpersonale), è di frontiera. Non solo non può collocarsi al centro della piattaforma linguistica assumendone logiche ed esigenze (come fosse una espressione giuridica o economica). Ha persino bisogno di sporgersi oltre il confine naturale per poter rendere più efficacemente presente l’evento comunicato. Ha le sue regole. E le deve osservare. Ma sono quelle di un linguaggio di frontiera e non quelle di un linguaggio di centro della piattaforma linguistica.
Quando diciamo che Dio ci ama non possiamo assolutamente pretendere un linguaggio denotativo, come se formulassimo regole matematiche o giuridiche. Siamo davanti ad un gioco di libertà e responsabilità, che nasce dall’esperienza di chi condivide qualcosa della sua esistenza e si preoccupa di suscitare nuovi eventi esperienziali. Diventa spontaneo pensare alle battute con cui Giovanni inizia la sua prima Lettera: «Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi».
Due indicazioni operative possono aiutarci a concludere questa riflessione.
La prima riguarda la fonte delle informazioni. Ci sono notizie che provengono dallo studio e della ricerca. Anche quando le condividiamo con passione, non ci appartengono; chi avvia la comunicazione si riconosce solo una specie di tramite funzionale. Nessuno gli chiede conto della sua vita, quando afferma il teorema di Pitagora o qualche legge della termodinamica. Il contenuto della fede, a cui diamo voce nell’atto di evangelizzazione, è fondamentalmente qualcosa della nostra esistenza: un evento, donato gratuitamente a noi, incontrato in un gioco misterioso di libertà che dialogano, che abbiamo gioiosamente condiviso e che vogliamo allargare verso altri, perché la vita che è nata in noi, diventi anche vita donata per altri.
Anche nel processo di evangelizzazione lo studio e la ricerca sono indispensabili, il confronto con le fonti autorevoli della fede è irrinunciabile; ma nell’atto comunicativo – che è l’evangelizzazione in atto concreto – scatta in primo piano il vissuto personale che si fa annuncio gioioso.
La seconda conclusione riguarda la «lingua» adatta per questo tipo di comunicazione. Con una espressione provocatoria, mi piace ricordare che, nell’atto dell’evangelizzazione, dobbiamo affrettarci a dimenticare la lingua che utilizziamo per altre comunicazioni, per sperimentarne, apprenderne, utilizzarne un’altra, molto diversa.
La lingua da dimenticare è… il «matematichese»: lo strumento linguistico attraverso cui comunichiamo le informazioni, sicure e precise, del centro della piattaforma linguistica (le nozioni di matematica e le norme giuridiche…).
Quella da apprendere e utilizzare è l’«amorese»: lo strumento linguistico attraverso cui, con parole e segni, diciamo ad altri il nostro amore, la nostra stima, i nostri progetti di vita. Essa è la lingua tipica della «linguaggio di frontiera».
Lo so che qualcuno può storcere il naso di fronte a questa impegnativa regola comunicativa. Prima di decidere… l’invito a pensarci con attenzione.
Non sto suggerendo un modello linguistico per i trattati di teologia. In essi non mi fa problema constatare la prevalenza di un linguaggio preciso, da centro della piattaforma linguistica alla condizione che si sappia rispettare l’indicibilità del mistero di Dio su cui stiamo riflettendo.
Il mio invito riguarda l’atto della evangelizzazione: la fatica di trasformare una espressione denotativa in un annuncio evocativo. Questa, del resto, è la struttura dei Vangeli, il racconto dell’esperienza fatta stando con Gesù, che i discepoli consegnano a tutti, perché la vita incontrata diventi vita e speranza anche per noi.

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