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Modelli comunicativi a confronto


Narrare per la speranza /3

Riccardo Tonelli

(NPG 2006-05-49)


L’evangelizzazione, quel complesso processo comunicativo attraverso cui i discepoli di Gesù servono l’attesa di senso e la ricerca di speranza, richiede, certamente, il pieno rispetto dei contenuti della fede cristiana. Possiamo dare speranza a chi la cerca con la trepidazione dell’assetato, solo se proponiamo eventi del mistero di Dio e del suo amore, e interpretazioni autentiche. Non basta assicurare l’ascolto e l’interesse. È indispensabile che l’uno e l’altro siano orientati verso quello che può davvero rassicurare.
Tutto questo riguarda però la formulazione della fede cristiana. Nel momento della condivisione delle esperienze personali, quando l’evangelizzazione si fa atto concreto di evangelizzazione, la preoccupazione dell’ortodossia sui contenuti richiede una contemporanea attenzione circa la correttezza del processo comunicativo. Anche i migliori contenuti non producono esperienza personale di senso e di speranza, se il processo comunicativo è disturbato da qualcuno dei tanti fattori che possono inquinare la comunicazione.
Oggi spesso siamo più attenti ai contenuti che al processo, anche come reazione alla diffusa soggettivizzazione. È un grosso guaio pastorale giocare tutte le carte sul processo senza un minimo di rispetto verso l’autenticità della proposta cristiana. Ma non è meno rischioso limitare attenzioni e preoccupazioni alla sfera dei contenuti, ignorando le esigenze del processo comunicativo.
Sui contenuti abbiamo già tante raccomandazioni autorevoli. Le do per scontate e concentro la mia riflessione sul processo, per cogliere esigenze e momenti.

Segni denotativi e segni evocative nella comunicazione

L’evangelizzazione, come ogni comunicazione, si svolge sempre in una struttura simbolica. Per comunicare non ci scambiamo cose o oggetti. Assumiamo, produciamo e ci scambiamo dei segni, con la speranza che l’interlocutore li sappia decifrare e possa così giungere alle realtà che essi richiamano.
L’evangelizzatore, chiamato a porre la sua competenza al servizio della potenza di Dio, ha così una doppia responsabilità. Da una parte egli deve porre dei segni riconoscibili e comprensibili. Dall’altra è impegnato a spalancare le porte del mistero di Dio, verso quella realtà, misteriosa e indicibile, che il segno può solo evocare.
Il rapporto tra il segno e la realtà percorre sentieri differenti. Esistono dei segni che denotano in modo preciso una realtà; altri invece la richiamano più vagamente, costringendo l’interlocutore ad un supplemento di fantasia interpretativa.
Anche nel primo caso l’operazione non è mai meccanica. Ad ogni segno corrisponde però un preciso «oggetto» culturale; ed è importante utilizzare i segni corretti per evitare che la comunicazione sia disturbata e il messaggio indecifrabile.
Nel secondo caso la decifrazione del segno verso l’oggetto esige un coinvolgimento più intenso da parte dell’interlocutore ed una maggiore responsabilità personale. Il segno stesso la invoca, perché non si pone mai in termini univoci rispetto al referente.
I segni del primo tipo, quelli che richiamano abbastanza bene la realtà di cui vogliamo parlare, li chiamiamo «i segni denotativi». Diciamo «pane», «libro», «casa» oppure stringiamo la mano ad un amico che incontriamo o gli stampiamo un bacio sulla fronte. Recuperiamo da un repertorio, riconosciuto e consolidato, questi segni per esprimere quello che vogliamo comunicare; e siamo certi che il nostro interlocutore li sa decodificare, raccogliendo il messaggio che vogliamo lanciargli.
Gli altri segni, quelli in cui il richiamo alla realtà è meno immediato e sicuro, li chiamiamo «i segni evocativi». Anche in essi esistono due significati: uno è primario, l’altro è secondario. Il significato primario è già fissato nel suo uso e ci colloca in un mondo di realtà note e largamente disponibili. Esso è evocato dalla parola o dal gesto, lanciato nella comunicazione. Quello secondario, invece, è molto più misterioso e impegnativo, tutto da scoprire per accedere pienamente al messaggio comunicato.

I problemi che incontriamo quotidianamente

Nella prassi quotidiana siamo alle prese con situazioni molto concrete. In esse il rapporto tra segni denotativi e evocativi e, soprattutto, la qualità degli interventi da realizzare sono messi a dura prova.
Sono convinto che sia utile pensarci ancora un poco con calma, quasi per chiarire meglio lo stato della questione.

Segni spesso vuoti

Suggerisco qualche esempio, derivato dalla nostra quotidiana opera di evangelizzazione. E poi ci rifletto un poco.
Desidero comunicare ad un gruppo di giovani i contenuti centrali dell’esperienza cristiana. Sento la gioia e la responsabilità di dichiarare: «Dio è un padre che ci ama, fino al punto che se anche il nostro cuore ci inquieta non possiamo mai dimenticate che Dio è più grande del nostro cuore». Di fronte a una situazione di angoscia voglio regalare speranza attraverso l’affermazione grande e solenne che Gesù è la nostra salvezza, l’unico nome in cui poter ottenere vita e speranza, capace di dare prospettiva e futuro ad ogni nostra invocazione. Ho scoperto che la diffusa crisi di senso assomiglia molto alla situazione disperata di un assetato in ricerca di sorgenti d’acqua fresca. Mi rendo conto perciò di poter suggerire una grande ragione di senso, attualizzando l’esperienza che Gesù ha fatto vivere alla donna samaritana, incontrata al pozzo di Sichem: «Io sono l’acqua viva. Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete». Mi piacerebbe che i giovani reagissero con le stesse parole della samaritana: «Dammi quest’acqua perché non ci tocchi più la sfortuna di cercare acqua a sorgenti che invece non ne possiedono più neppure una goccia».
Riflettiamo sugli esempi.
Per poter scoprire qual è il significato di Dio nella mia esistenza devo poter conoscere il significato del segno utilizzato: sono in grado di comprendere l’affermazione su Dio, solo se posso comprendere cosa significa «padre». Conoscere il significato verbale dell’espressione «padre» è quindi la condizione minima per la correttezza della comunicazione. Non basta però conoscere il significato verbale della espressione utilizzata, quello che ogni buon vocabolario mi fornisce, e neppure è sufficiente decifrare il segno nella trama della cultura in cui esso è posto. Per potere apprezzare il dono di Dio per me ho bisogno di scoprire che il riferimento a padre chiama in causa un’esperienza bella, felice, preziosa per la mia esistenza.
Se io ho capito la parola utilizzata, ma ho vissuto un’esperienza non felice di rapporto con il padre, quando mi sento dire che Dio è padre, penso spontaneamente alla triste esperienza fatta. L’indicazione di chi è Dio per me non potrà mai suscitare gioia, perché scatena il ricordo di qualcosa che invece è fonte di tristezza.
Veramente, si richiede la comprensione della espressione utilizzata, e si richiede soprattutto che questa espressione dica qualcosa di significativo e di grande per la vita concreta quotidiana del destinatario della comunicazione.
Riprendo l’altro esempio fatto sopra. Esso contiene qualcosa di maggiormente impegnativo, che introduce problemi educativi e culturali, particolarmente urgenti oggi, proprio in ordine alla significatività dell’evangelizzazione.
Gesù dice di essere l’acqua fresca, capace di dissetare per sempre una sete ardente. Anche in questo caso si richiede come condizione fondamentale di comprendere il significato di base dell’espressione «acqua». Per apprezzare correttamente la proposta che Gesù fa di sé, non basta però sapere cosa significa «acqua» nel nostro vocabolario. Posso apprezzare la parola di Gesù solo se di fronte alla sua proposta mi viene spontaneo reagire con la stessa intensità con cui ha reagito la donna samaritana quando Gesù si è proposto a lei come l’acqua viva, capace di togliere la sete per sempre, liberandola dalla fatica quotidiana di andare al pozzo per attingere acqua.
Per la donna samaritana la proposta dell’acqua era una ipotesi affascinante, perché per lei l’acqua era un bene prezioso. Chi ripropone oggi ai giovani del mondo occidentale il segno dell’acqua, molto difficilmente potrà scatenare la stessa attesa e lo stesso entusiasmo che ha suscitato la proposta di Gesù.
Noi, infatti, facciamo molta fatica a pensare all’acqua come ad un bene prezioso. Possediamo la convinzione pratica che per togliere la sete ci siano mille altre proposte, più interessanti della acqua. Non soffriamo la sete e non dobbiamo fare nessuna fatica per procurarci l’acqua di cui abbiamo bisogno. Ci possiamo permettere il lusso di sciuparla tranquillamente, perché in pratica sembra un bene di poco valore. Ci impressiona davvero poco il pensiero di quante persone invece soffrono per la mancanza di acqua. Ancora meno ci preoccupano le previsioni di futurologia sulle crisi di acqua anche per le nostre terre.

Qualche complicazione in più

Aggiungo un’altra annotazione per cogliere bene il problema su cui stiamo riflettendo.
Quando affermo che Dio è padre, quando dichiaro che Gesù è la salvezza, quando ricordo che solo lui è l’acqua capace di dissetare la nostra sete… utilizzo il verbo «essere»: Dio «è» padre, Gesù «è» l’acqua. Il verbo «essere» ricorda, in qualche modo, l’identificazione tra soggetto e predicato. Questa identificazione va compresa però secondo modalità non univoche. Quando dico «questo è un tavolo», io faccio un’affermazione assoluta. Il verbo «essere» dichiara una identità verificabile e sperimentabile, quasi di tipo empirico. Quando invece dichiaro che Dio è padre, al verbo «essere» va attribuita una funzione molto diversa dalla precedente. Non posso intendere l’affermazione «come fosse padre», perché lo è veramente. Ma la paternità di Dio per me è una paternità tutta speciale e originale, da intendersi in una prospettiva analogica. Per comprendere la diversità fra la prima funzione del verbo «essere» (quella relativa al tavolo) e questa seconda, si esige un raffinato lavoro di intelligenza critica. La comprensione del significato funzionale dell’affermazione è quindi legata a processi informativi ed educativi.
Anche essi sono urgenti e complicati, in questa nostra situazione culturale in cui al reale stiamo sostituendo il virtuale, e il fascino dell’immagine prende il posto della verifica razionale.
Inoltre, oggi soprattutto, ci manca quel luogo di riferimento, che sia capace di far sperimentare come soggettivamente significativo quanto viene proposto. Questo spazio di identificazione avrebbe la funzione fondamentale di sostenere la riespressione personale nell’ordine del senso dei dati proposti.
Sempre, necessariamente, oggettivati. Purtroppo però ci mancano i luoghi di esperienza di senso e di speranza… soprattutto quelli la cui forza propositiva non si fondi eccessivamente sulla pressione di conformità ma, al contrario, risieda sull’esperienza di verità donate ed esigenti.
Siamo trascinati in una sequenza impressionante di luoghi di appartenenza, ma essi sembrano soprattutto dei non-luoghi, spazi in cui la solitudine personale resta, nel frastuono di vicinanze solo fisiche. Qualche volta persino i luoghi educativi sono costretti a trasformarsi in non-luoghi per ragioni di concorrenza.

Un processo a tappe

Cosa possiamo fare per affrontare queste difficoltà… che sono gravi e inquietanti anche se non ci pensiamo?
Avanzo una ipotesi che, riprendendo la distinzione tra segni denotativi e segni evocativi, annotata nella prima parte della riflessione, riafferma quello stretto rapporto tra educazione ed evangelizzazione che ci sta molto a cuore. Suggerisco una serie di possibili interventi concreti, al livello del denotativo (l’ambito tipico dell’educazione) e al livello dell’evocativo (l’ambito specifico dell’annuncio).

L’impegno educativo

La comunicazione in cui si realizza il processo di evangelizzazione richiede un grosso lavoro previo, di carattere informativo e, più concretamente, di tipo educativo, per permettere alle persone di comprendere fino in fondo il senso della propria esistenza e diventare capaci di esprimere un giudizio, maturo e pensoso, sulla proposta che l’evangelizzazione pone davanti alla vita dei nostri interlocutori.
La qualità e l’urgenza di questo processo è determinata dalle situazioni culturali in cui le persone si trovano a vivere. Chi ha fatto una felice esperienza di paternità o chi vive in una situazione dove si respira la preziosità dell’acqua… di fronte all’annuncio che Dio è padre o che Gesù ci offre un’acqua viva, non solo comprende ciò che viene detto, ma lo fa risuonare dentro di sé come una provocazione, seria e inquietante, che lo riguarda profondamente, perché ha qualcosa da dire alla sua vita concreta e quotidiana
Chi, al contrario, è privo di queste condizioni conoscitive (significato delle espressioni) e esperienziali (valore personale della proposta) ha bisogno di essere aiutato a recuperare l’una e l’altra dimensione… per comprendere ciò che viene detto ed essere sollecitato a reagire in modo serio, accogliendo o contestando.
La necessità di assicurare la comprensione del significato immediato e personale dei segni utilizzati nella evangelizzazione, viene risolta attraverso processi conoscitivi, informativi ed esperienziali: dalla conoscenza della lingua utilizzata per arrivare alla realtà significata dal segno «padre», ad una prima fondamentale esperienza del rapporto figlio e padre (quella che il giovane possiede e quella che è possibile fargli progressivamente acquisire), verso quella difficile capacità che porta a dichiarare vero e interessante anche quello che non si riesce a manipolare fisicamente.
Questo è l’ambito del servizio educativo nella evangelizzazione. Non mi piace parlare di interventi di «pre-evangelizzazione» perché gli interventi ricordati riguardano il processo nel suo insieme, dove non c’è un «pre», un «durante» e un «dopo», anche se i differenmti interventi hanno caratteristiche specifiche e collocazioni differenti.
Non voglio dare l’impressione di un determinismo comunicativo, impossibile quando c’è in gioco la libertà e la responsabilità personale. La comprensione dei termini e il richiamo ad esperienze personali, capaci di restituire alla persona il significato esistenziale di ciò che viene proposto, funzionano come preziose mediazioni concrete che rendono possibile una decisione personale.
Le cose da fare sono davvero molte.
Qualche cenno può essere sufficiente per ripensare a tante cose già annotate in altri contesti.
Gli interventi di stile educativo possono riguardare:
– la messa in atto di esperienze educative forti, che aiutino a scoprire quello a cui purtroppo ci siamo disabituati nella nostra cultura. Penso, per esempio, ad un’opera sapiente di risparmio e di valorizzazione dell’acqua, per amarla come Francesco e per desiderarla come la donna samaritana;
– l’acquisizione progressiva di informazioni, per ritrovare quel senso della memoria nella scansione del tempo, che assicura una dimensione forte di solidarietà;
– la liberazione della capacità riflessiva, per abilitarci ad un senso critico maturo;
– la restituzione alle parole del loro spessore storico, per apprendere la difficile arte di non vanificare espressioni che hanno impegnato l’esistenza di tante persone e che purtroppo sono ormai diventate patrimonio di un vocabolario di banalità (penso, per esempio, al senso del sacrificio, alla gestione matura del dolore, al confronto con l’amore…);
– una coraggiosa disponibilità alla verità, per constatare che essa ha diritti inalienabili sulla nostra libertà e non può mai diventare merce di scambio e di contrattazione.
Questi atteggiamenti sono frutto di esperienze impegnative, programmate e interiorizzate nel messaggio che esse si portano dentro, come in questi anni abbiamo fortunatamente scoperto e vissuto.

Finalmente… un annuncio forte e deciso

Il lavoro educativo che ha permesso di comprendere il significato più ampio della comunicazione, non può concludersi nell’acquisizione di nuove conoscenze. L’affermazione che Dio è padre diventa vera per me solo quando io decido di voler essere figlio suo e di orientare la mia vita da figlio di Dio. Resta la possibilità di scegliere la decisione suicida di voler fare a meno di Dio nella mia vita. In ogni caso la comunicazione è piena e autentica quando è capace di scatenare una reazione personale coraggiosa, giocata nel livello misterioso dell’esistenza dove è in gioco la libertà e la responsabilità personale nel dialogo tra l’amore di Dio che chiama e la disponibilità personale ad accogliere il suo invito.
A questo livello nessun processo educativo è sufficiente o adeguato. Il mistero dell’incontro di due libertà ha bisogno di essere sostenuto e servito attraverso modalità comunicative di tipo evocativo. Nessuna parola sapiente può dire qualcosa che resta indicibile… anche se questo qualcosa è, in ultima analisi, la ragione unica e decisiva della nuova esperienza di senso.
Il confronto con il senso più profondo della nostra vita, quel mistero, collocato oltre ogni esperienza quotidiana, per cui sono disposto al rischio di affidare ad essa la ricerca di senso e tutta la mia esistenza, esige modalità comunicative originali.
Questo è l’ambito della narrazione: uno stile di evangelizzazione che trasporta fuori dalle sicurezze dei modelli argomentativi per immergere in esperienze evocative. L’educazione ha assicurato un prezioso contributo, ma ora si ferma alle soglie del mistero della libertà e della responsabilità. Lascia il terreno all’annuncio gratuito e provocante, l’unica modalità che può aprire le porte dell’esistenza all’incontro con eventi altrimenti indicibili.
La narrazione non dà informazioni altrimenti sconosciute, ma aiuta a vivere, intrecciando le grandi esperienze che stanno alla radice dell’esistenza cristiana (le esperienze di Gesù, dei suoi primi discepoli e quelle della Chiesa) con le attese di vita e di speranza di chi ascolta e con l’esperienza di chi inizia la comunicazione. Essa cerca di raggiungere la globalità a partire da qualche frammento significativo, immagina un modello linguistico in cui anche l’interlocutore si senta coinvolto nelle cose proposte, sollecitato a costruire l’informazione stessa, disposto a mettere in gioco libertà e responsabilità.
Il narratore crede profondamente alla sua storia. Non si gioca sulla autenticità dei particolari e neppure si entusiasma perché è riuscito a strappare dal silenzio del tempo qualche elemento prima ignoto. Egli ci crede perché la storia, che altri gli hanno raccontato, l’ha sperimentata come un pezzo della sua esistenza: un taglio improvviso di luce abbagliante e un frammento insperato di esperienza, che gli ha restituito la vita in un orizzonte nuovo di senso.
L’esperienza vissuta gli dà il diritto di continuare a raccontare.
Lo si nota da mille particolari. Egli evangelizza con forza perché non può far tacere la parola che gli è stata affidata. Ma lo fa con gioia e con coraggio, perché ne ha sperimentato tutta la potenza salvifica e si impegna a coinvolgere altri in quello che ha vissuto in prima persona.
Su questo tema ritornerò nei contributi successivi, suggerendo una serie di «regole comunicative» (una specie di sintassi della narrazione).

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