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Al servizio della speranza

 

Riccardo Tonelli

(NPG 06-04-39)


La Chiesa italiana è impegnata, a diversi livelli, nella preparazione del Convegno ecclesiale di Verona. Il tema scelto «Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo» propone anche un modo concreto di considerare il ruolo dei cristiani nella realtà storica in cui vivono e operano, in continuità con gli orientamenti condivisi nei precedenti convegni ecclesiali.
Tema e taglio sono di grande attualità.
NPG avverte la gioia e la responsabilità di suggerire una sua riflessione, per inserirsi nel comune cammino con il contributo che caratterizza da sempre la sua prospettiva educativa e pastorale:
- cogliere l’urgenza e la qualità del «testimoniare la speranza» nell’attuale contesto sociale e culturale;
- ripensare il tutto «dalla parte dei giovani», per comprendere urgenze, possibilità, suggerimenti operativi, che impegnino i giovani in questa stagione culturale ed ecclesiale.

UN TEMA DI GRANDE ATTUALITÀ

Basta guardarsi d’attorno, nel vissuto e nelle riflessioni che lo interpretano, per constatare quanto sia di urgente attualità il tema della speranza. Davvero, la Chiesa italiana, con questa proposta, si è collocata nel crogiuolo delle attese e delle tensioni di questo nostro tempo.

Il nodo della questione

Viviamo in una stagione dove sembra predominare il disincanto e una sottile pervasiva disperazione.
Abbiamo scoperto tante cose; e ne siamo fieri, giustamente. Ogni tanto però l’incantesimo si rompe e ritornano prepotenti le incertezze che sembravano allontanate per sempre. Alla radice di questa situazione stanno gravi e diffuse incertezze esistenziali: non sappiamo più bene dove ancorare il senso e quella prospettiva di futuro che riconosciamo la condizione indispensabile per fidarci della vita e dei compagni di viaggio che con noi l’attraversano.
Qualcuno ha mille risposte pronte, una per tutte le stagioni. Ma ci rendiamo conto che queste risposte sono davvero poco convincenti e interessano tanto poco a chi si dibatte nella rete delle difficoltà quotidiane.
Eppure chi grida forte parole di speranza riesce a trascinarsi dentro ascoltatori, tra il convinto e il sedotto. Poco importa se poi qualcuno abbandona frettoloso il carro di queste sicurezze, per porsi al seguito di nuovi predicatori di futuro. Qualcuno disposto ad ascoltare lo si incontra sempre, in una stagione come è la nostra dove sono saltate tante sicurezze e persino il riferimento alla trascendenza si è incrinato o scorre all’insegna di quella soggettivizzazione personale che fa da filtro rassicurante.
Tutto questo richiede l’invenzione di risposte urgenti. Non possiamo però giocare le risorse di cui disponiamo senza aver prima individuato il cuore della sfida, quella specie di nodo generatore che può mettere in crisi o risolvere quello che a sguardo superficiale possiamo intravedere.
NPG ha una sua proposta. Maturata in questi anni sotto l’urgenza di tanti diversi problemi, la poniamo al centro di questa riflessione. Può rappresentare, se condivisa, il punto di riferimento da cui interpretare la crisi diffusa e su cui organizzare le risorse disponibili.
Questa è la nostra prospettiva di interpretazione e la sfida che ci inquieta: quale «presenza che comunica» è capace di proporre «cose che contano» (nella verità donata di Gesù, il Crocifisso Risorto) in ordine al senso, in modo da abilitare l’interlocutore a esprimere, nel silenzio della propria interiorità, una nuova esperienza di senso, fondante la speranza, nel nome e per la potenza del Dio di Gesù?
È saggio mettere al centro la speranza. È irrinunciabile però fondarla sulla ricostruzione di una condivisione di ragioni di speranza, capaci di fondarsi nel vissuto quotidiano (quello che lancia sfide alla speranza) e di trascenderlo nello stesso tempo (perché non riusciamo ad incontrare ragioni affidabili di speranza se non sfondando il nostro vissuto). La condivisione di ragioni di speranza è una relazione comunicativa speciale, autorevole e forte, che si preoccupa decisamente di restituire il proprio interlocutore alla sua libertà e responsabilità.

Una ricerca in compagnia

Chi riconosce nella speranza e nella fatica quotidiana di consolidarla e restituirla l’ambito fondamentale in cui testimoniare la propria fede, assume un atteggiamento di ampia collaborazione con tutti. La vita e la sua qualità sono infatti un problema davvero comune a tutti allo stesso titolo: riguarda giovani e adulti, educatori ed educandi, credenti e non credenti.
Per questo, la comunità ecclesiale si impegna in un terreno comune e cerca la piena collaborazione con tutti coloro che amano veramente la vita e vogliono lottare contro la morte. Attorno alla speranza essa sollecita la responsabilità di tutti.
Questa scelta determina, in modo deciso, il senso e la prospettiva della presenza dei discepoli di Gesù nella storia e della qualità del loro servizio. Il servizio alla speranza esclude naturalmente ogni tentazione di fare dei proseliti, sottraendo le persone ai compiti comuni e rinchiudendoli in uno spazio protetto e staccato. Al contrario, testimoniando la speranza, nel nome e nella potenza del Crocifisso risorto, restituisce a ciascuno quella qualità di vita che rimbalza poi come dono per tutti.
Attorno al tema della speranza e alla sua testimonianza ritroviamo così un progetto di identità cristiana.
Al servizio della speranza il cristiano scopre chi è e cosa ci sta a fare. Ritrova per sé la risposta che Gesù ha proposto a Nicodemo che lo interrogava proprio su questo tema (Gv 3).
La sua fede lo sollecita ad una immersione intensa nella vita di tutti. Non pretende un tavolo riservato, quando si siede a mensa, perché la compagnia con gli altri commensali è gradita e ricercata. Possiede però sensibilità, intuizioni, passioni… riconosce esigenze e avverte urgenze che lo costringono ad una parola originale, scomoda, inquietante
Quando tutti scivolano verso la disperazione, sa offrire una parola di speranza che permette di risalire la corrente. Quando serpeggia la convinzione di avere finalmente risolto tutti i problemi o, almeno, di possedere la chiave del futuro, riporta con i piedi per terra e ridimensiona i sogni troppo sicuri.
Sa parlare di morte e di vita. Propone il confronto con la morte per amare veramente la vita. Rilancia la vittoria della vita per restituire a tutti la gioia di essere signori persino della morte.

QUALE SPERANZA

La compagnia attorno alla speranza è una constatazione felice ed esigente. Sappiamo di investire risorse su qualcosa che veramente riguarda tutti. E riconosciamo con gioia che in questa operazione urgente raccogliamo il consenso di tante persone, preoccupate come sono i discepoli di Gesù per l’onda montante di disperazione. Non possiamo però accontentarci di un consenso generico.
Purtroppo il termine «speranza» e il corrispettivo «testimonianza nel nome di Gesù» sono espressioni ripetute con frequenza. E come tutte le parole troppo usate, corrono il rischio di inflazionarsi o di svuotarsi del loro riferimento originale.
Per questo, proprio dentro la compagnia e per la sua autenticità, è urgente dare spessore alle espressioni, tentando, nella stessa riflessione, di armonizzare tutti gli elementi in gioco (il riferimento cristologico, la qualità del servizio di testimonianza, l’ambito preciso della speranza).

Un fondamento sicuro alla proposta

Chiarificare i termini non è mai un’operazione intellettuale. Non lo è soprattutto in questo caso in cui c’è di mezzo l’esistenza quotidiana e la sua prospettiva di futuro.
Abbiamo bisogno di una radice sicura, su cui costruire impegno e responsabilità.

Facciamo memoria

Chi è senza passato o chi ne ha una nostalgia sconsiderata… è senza futuro. Il presente resta prigioniero della sua trama convulsa e ingovernabile. Restiamo avvolti in una pesante coltre di disperazione.
Per ritrovare senso e speranza per il presente e per comprendere bene cosa significa testimoniare la speranza nel nome di Gesù, abbiamo bisogno di scoprire il passato in modo originale: un modo inventivo e non ripetitivo di fare memoria..
Così, per tornare capaci di sognare, riscopriamo una memoria, ricca e stimolante anche per gente dalla memoria corta e dalla pretesa di funzionalità immediata e sicura.
Continuando esperienze felici di questi ultimi anni, facciamo memoria, confrontandoci con il libro degli «Atti degli Apostoli» e, soprattutto, con un certo modo di leggerlo e di meditarlo.
Il capitolo 3 e il capitolo 4 degli «Atti degli Apostoli» sono particolarmente espressiva al riguardo. Gli avvenimenti narrati sono tanto importanti che sono stati la causa che ha scatenato le ire degli scribi e dei farisei, proprio come era capitato spesso con Gesù.
Leggiamo ancora una volta la narrazione del fatto.

«Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio. Erano le tre del pomeriggio, l’ora della preghiera. Presso la porta del tempio che si chiamava la ‘Porta Bella’ vi era un uomo, storpio fin dalla nascita. Lo portavano là ogni giorno, ed egli chiedeva l’elemosina a tutti quelli che entravano nel tempio. Appena vide Pietro e Giovanni che stavano per entrare, domandò loro l’elemosina. Ma Pietro, insieme a Giovanni, lo fissò negli occhi e disse: Guardaci! Quell’uomo li guardò, sperando di ricevere da loro qualcosa. Pietro invece gli disse: Soldi non ne ho, ma quello che ho te lo do volentieri: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina. Poi lo prese per la mano destra e lo aiutò ad alzarsi. In quell’istante le gambe e le caviglie del malato diventarono robuste. Con un salto si mise in piedi e cominciò a camminare. Poi entrò nel tempio con gli apostoli: camminava, anzi saltava per la gioia e lodava Dio. Vedendolo camminare e lodare Dio, tutta la gente lo riconobbe: era proprio lui, quello che stava alla ‘Porta Bella’ del tempio. Così rimasero tutti pieni di stupore e di meraviglia per quello che gli era accaduto» (Atti 3,1-10).

Letto così, sembra il resoconto di un gesto prodigioso, che finisce tutto lì. E invece è importante continuare la lettura del documento. La riassumo.
Lo zoppo, guarito dal racconto della storia di Gesù, grida tanto di gioia che lo fermano per schiamazzi nel recinto sacro del tempio. Quando i sommi sacerdoti vengono a sapere che c’è stato di mezzo Pietro, interrogano lui, per andare alla radice del disordine. Qui viene il bello. Pietro dice: «Sapete perché questo zoppo cammina dritto e sano? Perché tutti sappiano che non possiamo essere vivi se non in quel Gesù che voi avete crocifisso e ucciso e il Padre ha risuscitato da morte».
C’è un riferimento stretto tra la storia di Gesù, la guarigione fisica dello zoppo e la vita piena (anche contro la morte).
Rispetto a quello che conosciamo della prassi di Gesù per la vita, Pietro aggiunge qualcosa di nuovo e di inedito. Non solo guarisce come ha fatto tante volte Gesù, ma racconta anche la storia di Gesù. Al gesto, per la cui realizzazione Gesù spesso ha chiesto la fede in lui e nella potenza del Padre, Pietro aggiunge il racconto della sua fede appassionata nel Crocifisso risorto. Dice, con forza, che solo in questa fede, impegnata a confessarlo ormai come il vivente, è possibile avere pienamente e definitivamente la vita. Il racconto della storia di Gesù nella confessione di fede dei suoi discepoli, l’entusiasmo e la fede che suscita in coloro cui è rivolto, danno la pienezza della vita. C’è un intreccio profondo tra guarigione e confessione che Gesù è il Signore. La guarigione risolve i problemi fisici. La confessione di fede nel Risorto supera le barriere della morte fisica e assicura una pienezza impensabile di vita, nonostante la morte.

Fatti di vita per l’annuncio della speranza

I due momenti non sono però slegati. Si richiamano invece reciprocamente. Il gesto che ha ridato vita alle gambe rattrappite dello zoppo, dà forza e serietà alla proposta di Gesù; la decisione che dà pienamente la vita, offerta come dono misterioso e accolta nella fede, va oltre la guarigione: riguarda un gioco di libertà e di amore, un sì ad un mistero di vicinanza. Senza questa decisione di fede nel Signore Gesù non c’è vita piena; nonostante l’eventuale guarigione dalla malattia o la liberazione dall’oppressione resteremo prigionieri della morte, presto o tardi.
Per questo, i discepoli di colui che voleva tutti pieni di vita, si mettono in giro per il mondo a parlare di Gesù e della sua resurrezione.
Non lo fanno solo con belle parole. Parlano con i fatti, ma poi moltiplicano le parole che ripetono il racconto della storia di Gesù.
La guarigione dello zoppo e tutti gli altri gesti miracolosi che i discepoli compiono, esprimono, in modo simbolico, che la storia di Gesù, raccontata nella loro fede appassionata, è vera e autentica: non parla solo di vita, ma ne anticipa i segni nel piccolo e nel quotidiano. Quello che conta veramente, quello che il racconto della storia produce più intensamente e misteriosamente (la realtà rispetto al suo segno), è proprio la vittoria della vita sulla morte.

Il crocifisso risorto, fonte di libertà

Il fatto appena ricordato (la guarigione dello zoppo alla Porta Bella del tempio) va integrato con il commento di Pietro, costretto a difendersi davanti al tribunale che gli contesta l’operato.
Ci riporta al mistero della nostra esistenza, che si intreccia con l’esperienza della speranza.
Leggiamo il testo:

«Pietro e Giovanni stavano ancora parlando al popolo, quando arrivarono i sacerdoti e i sadducei insieme al comandante delle guardie del tempio. Essi erano molto irritati per il fatto che gli apostoli insegnavano al popolo, ma soprattutto perché annunziavano che Gesù era risuscitato e che quindi i morti risorgono. Perciò li arrestarono e li gettarono in prigione fino al giorno successivo, perché ormai era sera. Tuttavia, molti di quelli che avevano ascoltato la predicazione degli apostoli credettero, e la comunità dei credenti aumentò di numero fino a circa cinquemila persone.
Il giorno dopo a Gerusalemme si radunarono i capi degli Ebrei e del popolo e i maestri della legge. Erano presenti anche Anna, sommo sacerdote, e Caifa, Giovanni e Alessandro, e quanti appartenevano alla famiglia del sommo sacerdote. Fecero venire gli apostoli e incominciarono a interrogarli: Da dove o da chi avete ricevuto il potere di far questo? Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, rispose loro: Capi del popolo e anziani di questo tribunale, ascoltatemi. Voi oggi ci domandate conto del bene che abbiamo fatto a un povero malato e per di più volete sapere come mai quest’uomo ha potuto essere guarito. Ebbene, una cosa dovete sapere voi e tutto il popolo d’Israele: quest’uomo sta davanti a voi, guarito, perché abbiamo invocato Gesù Cristo, il Nazareno, quel Gesù che voi avete messo in croce e che Dio ha fatto risorgere dai morti. Il libro dei Salmi parla di lui quando dice: La pietra che voi, costruttori, avete eliminato è diventata la pietra più importante. Gesù Cristo, e nessun altro, può darci la salvezza: infatti non esiste altro uomo al mondo al quale Dio abbia dato il potere di salvarci» (Atti 4, 1-12).

Le parole di Pietro sottolineano l’unica radice che permette di sperare anche nella più triste esperienza di disperazione e ricordano, nello stesso tempo e con la stessa intensità, la logica nuova che, unica, apre alla speranza.
Nel crocifisso risorto, unico nome in cui avere la vita, si intrecciano tutti i drammi degli uomini, le ricerche appassionate e le delusioni cocenti, le vittorie e le molte sconfitte, la fatica di fare progetti impegnativi e l’esperienza bruciante del fallimento.
Vittorie e sconfitte non sono l’ultima parola. Se lo fossero, ogni speranza sarebbe troppo fragile per dare senso e prospettiva. L’ultima parola è la resurrezione del crocifisso: il cambio radicale e imprevedibile di prospettiva, per la potenza di Dio che genera la spiga dal chicco sepolto sottoterra e costretto alla morte.
La nostra debolezza diventa forza nella dolce compagnia del crocifisso risorto. Se lo incontriamo, lo sperimentiamo e lo annunciamo… può capitare e a ciascuno di noi quello che Pietro e colleghi hanno vissuto. Quel manipolo di impauriti e ignavi non sono una compagnia di falliti (come si erano convinti di essere dopo la morte di Gesù), ma una comunità di uomini coraggiosi e liberi, capaci di trasformare il mondo, verso una umanità nuova, che parla di libertà, di vita, di felicità come ultima e definitiva parola sull’esistenza.

Se questa è speranza…

Facendo riferimento alla prospettiva scelta, consideriamo la speranza il corrispettivo della vita. Vita è esperienza di felicità e di senso, capace di assicurare uno spazio dove sia possibile essere restituiti alla gioia, al protagonismo, alla sicurezza, alla responsabilità. Vita è quindi capacità di trovare quotidianamente senso e futuro anche di fronte all’incertezza, alla sofferenza, al dolore e alla morte.
La vita viene vissuta nella speranza quando siamo in grado di sperimentare, nell’incertezza della ricerca e nella fatica della quotidiana esperienza, che tutto questo ci è consegnato con quella dose di sicurezza che l’esistenza quotidiana permette. Facciamo i conti con il dolore e la morte.
E siamo disposti a gridare forte, anche se con voce rotta dal pianto, che la morte non è l’ultima parola sulla vita ma è una porta da cui transitare – obbligatoriamente proprio per la dignità e l’autenticità della nostra vita – per consolidare, passo dopo passo, felicità e senso nel futuro.
Ci rendiamo conto che tutto questo non dipende da noi: le nostre mani e la nostra potenza collettiva, sono davvero inadeguate per restituirci vita e speranza. Non rinunciamo alla speranza, perché affidiamo ad un mistero più grande, che ci avvolge e che respiriamo (la vita stessa, il suo Signore e Salvatore), il quotidiano consolidamento di una speranza che percorrere i passi concreti del nostro vivere quotidiano.
Speriamo, perché dalla vita alziamo le mani invocando chi ci accolga, ci afferri e ci restituisca alla gioia di vivere e all’esperienza impegnativa del protagonismo esistenziale.
Legando in questo modo vita e speranza, scopriamo che la radice della speranza sta fuori di noi, nelle mani alzate verso un mistero che possiamo incontrare solo sfondando il nostro vissuto. Questo mistero ha un nome, nella testimonianza dei cristiani: Gesù, volto e parola di Dio, unico nome in cui essere pienamente nella vita.

Spazi di disperazione e progetti di speranza

La consapevolezza di affrontare un problema inquietante, che investe l’esistenza di tutti e richiede interventi coraggiosi, comuni e condivisi, sollecita la comunità ecclesiale a «pensare» il servizio alla speranza, ben radicata nella realtà concreta da cui sale il grido della disperazione e che deve essere trasformata per diventare spazio sperimentabile di speranza.
Esiste un reale grido di speranza o predomina la disperazione? E perché? Dove è possibile ancorare operativamente gli eventuali progetti di speranza?
L’impressione diffusa parla di uno stato di diffusa orfanità per eccesso di fiducia sulle cose. La constatazione si amplia, a livello giovanile, per il condizionamento dei modelli culturali sulla sensibilità e fragilità giovanile.
In questa situazione, di mani alzate verso cose di speranza ce ne sono tante. Ci sono presentate persino facili, a portata di mano anche se poi nessuna è sufficiente da sola a raccogliere il grido e si richiede una rincorsa continua verso nuove cose per confortare e sostenere.
L’abbiamo fatto con la seduzione del progresso.
E ci siamo ritrovati con le mani vuote e le delusioni crescenti.
La prospettiva di promozione della vita attraverso i beni quantitativi e il possesso delle cose, ha contribuito alla rottura della tavola dei valori condivisi, quei valori che un tempo facevano sperimentare la speranza anche a coloro che si trovavano deprivati persino del necessario. La speranza si allontana ormai dalla responsabilità, rifiuta il sacrificio che la costruzione del futuro richiede, e si nutre delle delusioni del presente.
Il rapporto tra presente e futuro, che ha nutrito la speranza, viene sostituito dal nuovo collegamento tra presente e desiderio. Il desiderio diventa il modo concreto di vivere nella speranza, il suo grido quotidiano.
Ma la speranza non può essere ridotta al desiderio, perché è speranza solo quando spalanca il presente verso il futuro, ne sperimenta la praticabilità, almeno nel piccolo e nel concreto, e gioca una piena scommessa di fiducia nei confronti del presente, proprio nella ricostruzione continua del suo rapporto con il passato e con il futuro.

TESTIMONIARE LA SPERANZA

Il documento preparatorio al Convegno ecclesiale di Verona, dopo una lettura attenta della situazione attuale, suggerisce di organizzare le risorse disponibili attorno al compito di «testimoniare la speranza».
Il suggerimento merita davvero un rilancio consapevole e convinto.
I discepoli di Gesù chiamati ad intervenire, nel nome e sull’esempio del loro maestro, con coraggio e libertà, lo fanno in molti modi: quello suggerito (la testimonianza) non è esclusivo, ma specifico. L’indicazione è decisamente sbilanciata nella direzione dell’operosità, pensosa e fattiva. Ma si sviluppa in quello stile di compagnia e collaborazione con tutte le persone di buona volontà che caratterizza ormai la Chiesa italiana.
Tutto questo ci sembra veramente concreto e assai suggerente.
I particolari il lettore li può ritrovare facilmente meditando il documento.
In questo contesto, ci sta a cuore sottolineare quegli aspetti che possono riguardare più direttamente l’essere giovani di questo nostro tempo e quella scelta fortemente educativa che NPG persegue.
Per questa ragione, rilanciamo l’invito a «testimoniare la speranza» con tre suggerimenti operativi caratteristici del nostro cammino e complementari nella prospettiva.

Uno sguardo di speranza

Il primo – e forse più urgente – servizio di testimonianza alla speranza si realizza nel modo con cui guardiamo alla realtà, la valutiamo e suggeriamo linee di intervento per la sua trasformazione.

L’esigenza

Nei fatti della nostra vita ci sono delle cose che si vedono e ce ne sono molte altre che invece restano nascoste. Di solito, è facile distinguere tra ciò che si vede e ciò che non si vede. Vedo l’amico che è fisicamente presente vicino a me. Posso sentire la sua voce, gioire (o rammaricarmi) della sua presenza. Questa non è l’unica presenza possibile. Altre persone sono vicine anche se, in questo momento, non lo sono fisicamente. Non le possiamo vedere, se non con gli occhi dell’amore e della fantasia. In questi casi è chiaro ciò che si vede e ciò che non si vede.
Il gioco tra ciò che si vede e ciò che non si vede, non va inteso come la differenza tra un amico che sta fisicamente vicino a te e un altro, egualmente simpatico, che non è in questo momento vicino fisicamente.
In un avvenimento e in una persona, possiamo vedere ciò che, in qualche modo, può essere toccato con mano. Riconosciamo però che non finisce tutto lì. In una persona amata c’è un mistero, grande e profondo, che tutta l’avvolge. Questa realtà invisibile e misteriosa è tanto decisiva da avvertire la persona stessa in un modo specialissimo. Quello che non si vede diventa la categoria attraverso cui impostiamo il nostro giudizio e il nostro rapporto con quello che si vede.
In questo caso, non valgono le leggi del presente e dell’assente. Il rapporto tra ciò che si vede e ciò che non si vede riguarda una persona «presente» o un fatto di cui sono protagonista. Quello che resta misterioso a prima vista decide fortemente la mia reazione nei confronti di quello che vedo.
Certamente, questa lettura in profondità, che arriva al mistero sepolto nelle pieghe del visibile, è una grande, fondamentale esperienza di fede. Lo è tanto esperienza di fede che l’autore della Lettera agli Ebrei fa riferimento a tutto ciò per dare una sua definizione di fede: la fede è quell’atteggiamento che permette di vedere anche quello che non si vede, fino al punto di valutare ed esprimere quello che si vede dalla parte di quello che non si vede. Questo è il testo: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1).
Nel testo citato un piccolo particolare non dovrebbe sfuggirci: le cose che non si vedono sono «sperate»… e cioè attese, desiderate, ricercate. La voglia di verità porta a scavare in quello che si vede per arrivare a mettere le mani, con gioia, sul mistero che si portano dentro. Il mistero, che ciò che si vede si porta dentro, è la ragione e il fondamento della speranza.
Se la speranza dà prospettiva di futuro al presente, abbiamo bisogno di ricostruire le ali della trascendenza, bruciate dal consumismo.

Il processo

Per qualificare questo primo momento del nostro servizio alla speranza, dobbiamo cercare di comprendere bene la qualità concreta del processo di lettura della realtà.
Possiamo immaginare come due livelli di lettura.
In un primo livello di lettura analizziamo e comprendiamo quello che costatiamo, attraverso gli strumenti della tecnica e della scienza. Utilizzando i contributi della sapienza, che l’uomo ha accumulato nel lungo cammino della sua storia, cogliamo anche quella trama nascosta delle cose e degli avvenimenti, che sfugge allo sguardo superficiale e distratto. Leggiamo così il visibile in tutte le sue logiche.
Nel secondo livello di lettura, andiamo alla ricerca del mistero che il visibile si porta dentro. Anche se lo sguardo è diventato penetrante, il mistero resta collocato oltre la nostra scienza e sapienza. Non lo vediamo e non possiamo manipolarlo. Lo possiamo solo invocare e sperare. Eppure lo possediamo già, tanto intensamente da riuscire ad utilizzarlo come chiave di interpretazione e di decisione delle vicende in cui ci sentiamo protagonisti e responsabili.
Questo è il livello specifico della fede, realizzato attraverso la strumentazione tipica della fede stessa: la Parola di Dio che illumina il mistero dell’esistenza.
I due livelli si intrecciano profondamente. Solo in questa trama complessa e articolata siamo nella verità e possiamo fondare la speranza in modo pieno e su radici autentiche.
Una lettura di fede richiede perciò la capacità di uno sguardo complessivo e globale, che corre da quello che si vede a quello che non si vede. Non possiamo sicuramente disinteressarci o, peggio, rifiutare le logiche e le esigenze della prima lettura, quella condotta con gli strumenti della scienza e della sapienza dell’uomo. Esige, però, come momento decisivo il coraggio di contemplare il mistero.
Senza questa immersione nel profondo, fatta di possesso nella speranza e di visione dell’invisibile, restiamo catturati dal fascino di quello che vediamo e ci ritroviamo sperduti nella trama confusa degli avvenimenti, esposti alla tentazione di manipolarli nel nostro egoismo.

Produrre fatti di speranza

Della speranza parliamo producendo fatti. Su questa dimensione si colloca la seconda esigenza attraverso cui possiamo testimoniare la speranza nel nome di Gesù.
La terza – su cui rifletteremo nel paragrafo successivo – ci sollecita a pronunciare parole di speranza, per dare voce e risonanza ai fatti.
Quali fatti vanno prodotti per testimoniare oggi la speranza?
Non è possibile fare un elenco eccessivamente sicuro. Esso va costruito, mettendo a confronto il soggetto che pone questi fatti e il soggetto che li interpreta come fatti di speranza per lui.

La proposta del documento

Possiamo avanzare qualche suggerimento, tutto da verificare e concretizzare.
Il documento preparatorio a Verona 2006 suggerisce alcuni ambiti concreti. All’interno di ciascuno di essi propone anche alcuni interventi precisi: sono i fatti di speranza che dobbiamo produrre per testimoniarla.
Questi sono gli ambiti suggeriti: vita affettiva; lavoro e festa; fragilità umana; trasmissione culturale; cittadinanza.
E a livello giovanile?
Certamente la proposta del documento può essere facilmente estesa anche al livello giovanile.
NPG è abituata a progettare a partire dai giovani. Non si rassegna… ad adattare ad essi quello che è stato pensato su altri referenti.
Per questo avverte l’urgenza di pensare ai fatti di speranza all’interno delle rapide battute – evocative di riflessioni più ampie a cui i lettori di NPG sono abituati – che ci sono servite per descrivere l’attuale contesto culturale, il grido di speranza, la rassegnazione e la disperazione che caratterizza molti giovani di oggi.
In quella situazione di orfanità che caratterizza oggi tanti giovani, non riusciamo a vivere. Diventa spontaneo alzare le mani cercando due braccia robuste che sappiano accogliere e afferrare. Per questo siamo intensamente convinti che mai come oggi i giovani lanciano un grido verso la speranza, originale e inedito, inquietante per la sua urgente drammaticità. Purtroppo, però, quotidianamente constatiamo che molti giovani, per superare l’orfanità, scatenano una ricerca, spesso affannosa e poco critica, di ragioni, di esperienze, di proposte. Alla radice stanno alcune convinzioni pratiche, con cui sono chiamati a fare i conti seriamente coloro che si pongono al servizio della speranza: il senso viene dall’aggregazione; vanno bene le esperienze… purché siano «forti» e non diano troppo da pensare…; anche le esperienze religiose… possono fare la stessa fine.
Di qui la proposta di alcuni esempi, che riprendono quelli suggeriti dal documento, misurati maggiormente sull’essere giovane in questo tempo.

Per i giovani

La scelta educativa ci spinge a pensare in termini di processo: non è possibile offrire risposte… se non dopo aver educato le domande.
In ordine alla speranza, il grido che sale da molti giovani di oggi richiede alcuni precisi interventi che lo restituiscano al protagonista in tutta la sua forza esistenziale (spesso spenta dai modelli culturali dominanti) e lo abilitino ad accogliere le stesse possibili risposte. Il servizio alla speranza deve quindi diventare liberazione nei confronti delle attese false e restituzione alla persona di una trama autentica di progetti.
Si tratta di un’operazione politica ed educativa nello stesso gesto.
Ripensando al cammino percorso da NPG in questi anni, possiamo sottolineare almeno tre ambiti privilegiati. In parte riprendono quelli proposti dal documento preparatorio del Convegno di Verona, e in parte li riscrivono con una attenzione più esplicita verso l’attuale mondo giovanile.
Sono: la riscoperta del limite; la riscoperta della storia; la riscoperta di un modo di scambiarsi esperienze.

* La riscoperta del limite.
La speranza gioca sul terreno fragile dei desideri. Li supera e, in qualche modo, li contesta. Per questo richiede una matura esperienza del limite.
Certamente esistono molti «limiti» nella vita di ogni uomo. Spesso dipendono da cause note e controllabili, anche se non facilmente superabili. Altri, come il dolore e la sofferenza, la morte e i suoi segni quotidiani, dipendono dalla nostra stessa esistenza. Soffriamo e siamo minacciati continuamente dalla morte, perché siamo vivi. Contro i limiti che dipendono dalla malvagità umana, impariamo a ribellarci, eliminandone le radici, dentro e fuori di noi. Con quelli che dipendono dalla nostra esistenza, ci abilitiamo a convivere, per amore di verità.
La coscienza riconquistata del limite può restituirci al coraggio della verità sulla nostra vita e riportarci così alla speranza.

* La riscoperta della storia.
Il secondo ambito è costituito dalla ricostruzione di un maturo senso della storia.
Lo sappiamo bene: la storia, il grembo materno in cui si distende la nostra esistenza, è un intreccio tra passato, presente e futuro. Il rapporto non è mai di somma fisica, come se bastasse aggiungere un elemento all’altro. Si tratta di decidere quello che funziona da riferimento e interpretazione degli altri.
Noi veniamo da una stagione che ha fatto del passato il punto di riferimento; ha affidato al presente solo la funzione di riscoperta del passato e di banco di prova su cui verificare e «meritare» il futuro. Oggi, i giovani di questo tempo sono tutti concentrati sul presente. Il passato è ignorato e il futuro diventa solo qualcosa a cui pensare poco per sopravvivere, superando il rischio dell’incertezza e della paura.
Nel nostro caso e nel loro… abbiamo perso il senso della storia, che è intreccio dinamico e progettuale di passato, presente e futuro.
Servire la speranza in modo sapiente significa godere del presentismo che i giovani consegnano agli adulti, scoprendo il piccolo frammento di oggi che è sempre dono e responsabilità. Significa però nello stesso tempo restituire a chi ha solo il presente la ricchezza del passato, per poter spalancare verso un futuro che è sogno e maturazione.
Così, solo assieme, ritroviamo il senso della storia. Non è davvero poco, per noi, pieni di strane nostalgie, e per i giovani, poveri di tradizione e di proiezione.

* La riscoperta di un modo di scambiarci esperienze.
Il dono del senso (e di conseguenza la speranza, che di senso si nutre) è sempre venuto dagli adulti, dagli educatori impegnati, dalle diverse istituzioni che avevano responsabilità sulla nostra esistenza. Sembra che le cose (quelle da possedere o almeno quelle da sognare) stiano sostituendo queste agenzie, proprio perché esse sono entrate in crisi, a causa della rottura violenta del rapporto di trasmissione intergenerazionale. Nella logica della società dei consumi le cose passano così da un significato funzionale, orientato cioè a risolvere problemi concreti e contingenti, alla pretesa di diventare proposta e esperienza di senso per l’esistenza… con la conseguente disperazione quando le cose non le possediamo, le perdiamo, «costano» troppo rispetto alle nostre possibilità.
Su questa constatazione si colloca il terzo ambito per un servizio concreto alla speranza.
In una cultura della oggettività, il diritto e la possibilità di collocare una proposta dove si cerca e si produce il senso della vita era segnato prevalentemente dalla discriminante vero/falso. Quando una proposta era oggettivamente vera, possedeva il diritto di essere offerta con decisione. Al diritto del proponente corrispondeva il dovere di ogni persona saggia di accogliere. Al massimo, difficoltà e resistenze erano tollerate sul piano della prassi spicciola, per rispetto della costitutiva debolezza dell’uomo.
Oggi – ci piaccia tanto o poco o nulla – le logiche sono molto diverse. La discriminante è tracciata sulla frontiera della significatività. Solo quello che è sentito come soggettivamente significativo, perché si colloca dentro gli schemi culturali che una persona ha fatto ormai propri, merita di essere preso in considerazione. Ci si interroga sulla verità solo dopo aver risposto affermativamente alla domanda della significatività. Quando la proposta è avvertita come poco espressiva, è fuori gioco, perché è fuori dal gioco personale.
È facile costatare i limiti dei due modelli. Meno facile risulta l’invenzione di alternative. Possiamo sperimentare come alternativa la fatica di percorrere la via della significatività per accedere a quella della verità? Il suggerimento è noto ai lettori di NPG: fare proposte, facendo fare esperienze.
Chi sollecita altri a fare precise esperienze, gli fa di fatto proposte impegnative e incidenti. Quando una proposta è offerta attraverso una esperienza, essa ritrova una carica particolarissima di significatività. Diventa capace di superare la scorza dell’indifferenza e quella, non meno pericolosa, di una specie di falsa tolleranza che il pluralismo sembra esigere, per toccare veramente le corde dell’esistenza. La forza comunicativa, evocata dalle esperienze, sollecita spontaneamente verso decisioni impegnative e coinvolgenti, anche in un tempo di basso investimento sul piano dei progetti.

La riscoperta della politica e la scelta dell’educazione

La speranza cristiana è sollecitata, oggi in modo speciale, a riabilitare la politica come luogo dove produrre fatti di speranza, sanandola da quel grave deficit di speranza che la contraddistingue oggi.
La speranza cristiana è chiamata a tenere desta una attesa certa, la destinazione di ogni pezzo di vita sociale verso la sua completezza e di cercare la completezza dentro la concretezza della realizzazione parziale.
Lo spazio civile è il luogo in cui le speranze di ogni persona acquistano dimensione universale, nel confronto delle differenti posizioni, accolte come ricchezza e prezioso contributo.
La dimensione cristiana della speranza conforta nella fatica della condivisone e della realizzazione. Incoraggia nelle difficoltà e orienta nelle prospettive. Mostra i segni del futuro che si va realizzando nella trama intricata del presente.
Il riferimento alla politica nella speranza parte dal basso e trova nelle piccole concrete appartenenze la novità, la solidarietà, la fiducia che sa superare le difficoltà, il coraggio che sa procedere contestando i criteri della monetizzazione di tutto e del finanziamento come condizione irrinunciabile.
La politica, intrisa di speranza e costruita sulla speranza, diventa carità fattiva e operosa.
I discepoli di Gesù sanno di dover verificare la qualità del loro impegno sociale e politico sul piano della competenza e della professionalità. Non possono certo accontentarsi della buona volontà e dell’entusiasmo con cui si gettano nell’azione.
La competenza professionale si esprime in diverse modalità. Tutte hanno una loro urgenza e una loro dignità, quando rappresentano un autentico servizio alla vita. Possiamo scegliere a caso tra le diverse modalità?
Molti operatori di pastorale giovanile, in questi anni, hanno sperimentato un criterio impegnativo per scegliere a ragion veduta tra le diverse possibilità: una forte «scommessa» educativa. L’educazione può diventare una via privilegiata di azione sociale e politica, un grande e originale servizio alla speranza.

Testimoniare è «anticipare»

In tutti i casi è necessario sottolineare una esigenza forte, che attraversa tutti gli spazi possibili di intervento.
Produrre fatti di speranza attraverso la testimonianza significa rendere possibile l’evento che deve accadere e che attendiamo con ansia per la nostra vita quotidiana, riempiendo il presente della prospettiva gioiosa del futuro.
Lo si può dire, facendo riferimento ad uno degli annunci più solenni di speranza e, nello stesso tempo, tanto lontani dal diventare anticipazione, almeno a livello generale.
Pensiamo alla grande promessa messianica (le spade… trasformate in aratri, i bambini e i danni fisici, il leone che si nutre di paglia…): senza fatti queste parole suonano come una triste presa in giro, visto che le cronache riferiscono che le cose vanno spessissimo nella direzione contraria.
Produrre fatti di speranza comporta il coraggio di una inversione di tendenza. Come? Possiamo annunciare questo futuro di speranza solo impegnandoci a rendere possibile e sperimentabile, almeno nel piccolo, quello che attendiamo, attraverso un presenza concreta, coraggiosamente innovativa, concreta e significativa, che sia capace di «indurre» fattivamente l’evento.
A livello giovanile le «spade» da trasformare in aratri sono le capacità personali, la simpatia e la bellezza, la padronanza della parola e la sua incisività… Diventano «aratro» quando tutto questo è posto al servizio della promozione di tutti, della gestione nuova del gruppo, della condivisione e del servizio.
Qualcuno deve mostrare che tutto questo è possibile.
Nella grande compagnia dei discepoli di Gesù e degli uomini di buona volontà possiamo incontrare questi concreti «qualcuno»: Gesù di Nazareth, che si lascia inchiodare sulla croce per mostrare chi è più forte, rinunciando alla collaborazione di una schiera di angeli…; i santi, gli amici vicini che possiamo incontrare sulle strade della nostra vita, di cui spesso si tace perché l’accento corre solo su personaggi di altre logiche.

Narrare parole di speranza

I fatti non bastano: abbiamo bisogno di «parole», che li interpretino e li amplifichino.
Molto lavoro resta da fare per restituire alle nostre abituali parole la capacità di interpretare – in modo consapevole e convincente – i fatti come fatti di speranza, riconducibili all’annuncio del Crocifisso risorto.
Quale modello comunicativo in questo tempo dove sembrano riaffiorare nostalgie per le affermazioni sicuri, articolate, perentorie? Quale modello possiamo immaginare per affrontare la questione nel suo centro nodale, come ricordavamo aprendo questa riflessione?
Il cammino percorso da NPG, in questi anni di faticose sperimentazioni anche sul piano comunicativo, può suggerire qualcosa da verificare, sperimentare, rilanciare.
La prospettiva di fondo dice una preoccupazione che diventa decisiva e discriminante. Sollecita a parlare di speranza ritrovando una fonte nuova a cui attingere le informazioni e una lingua nuova con cui esprimerle.
Si può discutere e dissentire sull’immagine utilizzata per motivare la scelta. È difficile però ignorare la provocazione… e comunque, anche a partire da prospettive diverse, sembra che la conclusione sia irrinunciabile.
Procediamo a passi successivi, riprendendo, a battute veloci, alcune considerazioni già ampiamente analizzate in altri contesti di NPG.

La prospettiva di fondo

I modelli comunicativi possono essere immaginati distesi in una specie di piattaforma linguistica, che ha un suo centro e una sua periferia. Solo quando collochiamo il nostro linguaggio all’interno di questa piattaforma condivisa, possiamo realizzare una comunicazione corretta: capace di rendere in modo corretto i contenuti e, nello stesso tempo, tale da permettere agli interlocutori il confronto, la condivisione e la decisione sul merito della proposta.
All’interno della stessa piattaforma ci sono però diverse collocazioni. Il nostro linguaggio ne deve scegliere una, orientandosi tra le differenti posizioni. La decisione di quale sia questa collocazione dipende dalla natura dell’oggetto comunicato e dalla funzione che si intende riservare alla comunicazione stessa.
La comunicazione di regole matematiche, le norme giuridiche e quelle economiche esigono formulazioni denotative precise ed esigenti. La scelta di altre modalità risulterebbe a scapito della comunicazione stessa. Le dichiarazioni di amore, la poesia e l’arte si collocano alla periferia di questa piattaforma: dalla modalità denotativa ci si sposta decisamente verso quella evocativa, dove prevale il riferimento all’oggetto attraverso giochi di libertà e responsabilità molto personali. Al centro della piattaforma si richiede la ripetizione delle formule. Alla periferia prevale la loro invenzione… misurata sull’evento che si vuole condividere.
Il linguaggio della speranza, quello cioè che utilizziamo per condividere le esperienze fondamentali dell’esistenza e del senso nella grande esperienza di Gesù di Nazaret, per l’oggetto di cui riferisce e per l’intenzione che regola il rapporto interpersonale, è sempre di frontiera. Non solo non può collocarsi al centro della piattaforma linguistica assumendone logiche ed esigenze (come fosse una espressione giuridica o economica). Ha persino bisogno di sporgersi oltre il confine naturale per poter rendere più efficacemente presente l’evento comunicato. Ha le sue regole. E le deve osservare. Ma sono quelle di un linguaggio di frontiera e non quelle di un linguaggio di centro della piattaforma linguistica.
Quando diciamo che Dio ci ama, non possiamo assolutamente pretendere un linguaggio denotativo, come se formulassimo regole matematiche o giuridiche. Siamo davanti ad un gioco di libertà e responsabilità, che nasce dall’esperienza di chi condivide qualcosa della sua esistenza e si preoccupa di suscitare nuovi eventi esperienziali.

L’esperienza personale come fonte

Dalla prospettiva teorica scelta nascono alcune considerazioni pratiche, destinate ad orientare un modello comunicativo per dire la speranza.
La prima riguarda la fonte delle informazioni. Ci sono notizie che provengono dallo studio e della ricerca. Anche quando le condividiamo con passione, non ci appartengono; chi avvia la comunicazione si riconosce solo una specie di tramite funzionale. Nessuno gli chiede conto della sua vita, quando afferma il teorema di Pitagora o qualche legge della termodinamica. Ogni proposta di speranza è fondamentalmente qualcosa della nostra esistenza: un evento, donato gratuitamente a noi, incontrato in un gioco misterioso di libertà che dialogano, che abbiamo gioiosamente condiviso e che vogliamo allargare verso altri, perché la vita che è nata in noi, diventi anche vita donata per altri.
Anche nelle parole di speranza lo studio e la ricerca sono indispensabili, il confronto con le fonti autorevoli della fede è irrinunciabile, ma nell’atto comunicativo scatta in primo piano il vissuto personale che si fa annuncio gioioso.
L’accento sulla esperienza come fonte delle informazioni pone innegabili problemi, ma è difficile immaginare alternative.
L’esperienza si traduce in parole che interpretano e dicono solo una parte di ciò che è stato sperimentato. Abbiamo bisogno di parole autorevoli e consistenti (quelle in cui si dice l’esperienza di fede della comunità ecclesiale) per dare una risonanza più ampia al vissuto personale dell’annunciatore. Ma se queste parole non fanno riferimento all’esperienza di chi le pronuncia, suonano come vuote e insignificanti.

Quale linguaggio dà parola all’esperienza?

La seconda conclusione riguarda la «lingua» adatta per questo tipo di comunicazione. Va cercato e sperimentato un tipo di linguaggio capace di assicurare al massimo una autentica interpretazione dell’esperienza.
Con una espressione provocatoria, proponiamo un invito preciso, verso un modello linguistico nuovo: dobbiamo affrettarci a dimenticare la lingua che utilizziamo per altre comunicazioni, per sperimentarne, apprenderne, utilizzarne un’altra, molto diversa.
La lingua da dimenticare è… il «matematichese»: lo strumento linguistico attraverso cui comunichiamo le informazioni, sicure e precise, del centro della piattaforma linguistica (le nozioni di matematica e le norme giuridiche…).
Quella da apprendere e utilizzare è l’«amorese»: lo strumento linguistico attraverso cui, con parole e segni, diciamo ad altri il nostro amore, la nostra stima, i nostri progetti di vita. Essa è la lingua tipica della «linguaggio di frontiera». Ed è, del resto, la struttura dei Vangeli, il racconto dell’esperienza fatta stando con Gesù, che i discepoli consegnano a tutti, perché la vita incontrata diventi vita e speranza anche per noi.
La scelta della «narrazione» come modello da privilegiare nella comunicazione della fede (di cui spesso si parla in NPG) si colloca qui: un linguaggio che abbandona il matematichese per esprimersi in amorese, per condividere esperienze di speranza: «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1, 3-4).

LA CHIESA COME TESTIMONE DI SPERANZA PER TUTTI

Le riflessione appena fatte per indicare come testimoniare la speranza in Gesù sono soprattutto una proposta teorica. Indicano precise esigenze e suggeriscono qualche linea di azione. Abbiamo bisogno però di qualcosa di concreto. Ne hanno bisogno soprattutto i giovani, poco disposti a proposte che non siano immediatamente verificate sui fatti, soprattutto nel terreno della speranza.
Questa considerazione sollecita e giustifica l’ultimo paragrafo dello studio.
I discepoli di Gesù hanno una pretesa a cui tengono molto, che ha percorso da sempre la loro avventura nella storia: testimoniano a tutti gli uomini, assetati di speranza, il progetto di futuro e la sua consistenza attraverso il volto concreto della Chiesa.
Certo, è più facile dichiararlo che dimostrarlo.
Come ricorda anche il Papa nella sua ultima Enciclica, le pagine meno felici della storia della Chiesa non possono assolutamente far dimenticare i tanti cristiani che hanno riempito il loro tempo di grandi e coraggiosi gesti i cui segni risuonano anche oggi.
Parliamo di speranza con fatti più eloquenti di mille parole nella gioiosa compagnia di questi nostri fratelli. Essi ci incoraggiano e danno credibilità alle nostre parole.
Ancora una volta, abbiamo bisogno di memoria, per guardare il presente dalla parte del futuro.
Al servizio della speranza riscopriamo così la Chiesa: quella che con il coraggio dei martiri serve la speranza di tutti e quella che dalla casa del Padre sostiene e incoraggia la nostra fatica quotidiana.
Tante cose si potrebbero ricordare. Ma non è questo il contesto per farlo.
Un aspetto almeno non lo possiamo dimenticare: la grande e felice esperienza della Chiesa apostolica. Nel sogno sulla Chiesa che gli Atti degli Apostoli ci raccontano, la memoria ci parla di futuro e della sicurezza sulla sua realizzazione. Viene affermata con forza la condizione irrinunciabile per dare forza alla speranza.
Gli «Atti», come sappiamo, non terminano con la morte di Paolo (come sarebbe logico in una «cronaca»), ma nello spaccato felice di Paolo che annuncia il Vangelo di Gesù, nonostante le catene.
La Chiesa di Teofilo, quella a cui Luca dedica gli «Atti» con un classico gioco letterario, è una chiesa che ha paura di quello che sta capitando. Gli «Atti» rilanciano la speranza richiamando la responsabilità dell’annuncio missionario.
I fatti, interpretati bene, spingono alla speranza, se è vero che basta deporre gli ammalati all’ombra di Pietro per far loro ritrovare la salute e che lo zoppo salta e balla di gioia, perché tutti sappiano che solo Gesù è il Signore.
La Chiesa che annuncia la speranza è quella comunità dove si respira una qualità di vita provocante: «La comunità dei credenti viveva unanime e concorde, e quelli che possedevano qualcosa non lo consideravano come proprio, ma tutto quello che avevano lo mettevano insieme» (Atti 4, 32).
Certo, quello che ci viene narrato è un… racconto per sognare. Il sogno è grande, a colori sgargianti, capace di distruggere le nostre quotidiane pochezze. Resta però un sogno, che va progressivamente diventando realtà, nel gioco delle responsabilità personali e della novità prodotta dallo Spirito.
Per questo la comunità apostolica sa accettare la fragilità e la debolezza. Non pretende quella coerenza sicura e fredda che produce poi la disperazione. La debolezza e la fragilità sono una componente fondamentale dell’esperienza di Chiesa. La roccia sicura, che resiste all’infuriare delle tempeste, è solo Gesù. Radicati in lui, siamo forti anche nella nostra debolezza e fragilità. Lontani da lui, crolliamo alla prima onda violenta, come la casa costruita sul terreno sabbioso.
Lo sanno i discepoli. E non si spaventano. Riaffermano la fiducia nel maestro e confermano la loro relazione con colui a cui Gesù ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge.
Nessuno infatti mette in discussione la leadership di Pietro e più nessuno si ritira, per la vergogna di quello che era successo.
Su questa convinzione, condivisa coraggiosamente, nasce il criterio per scegliere il successore di Giuda: il posto di Giuda è per una persona che sia capace di diventare «testimone della resurrezione» (Atti 1, 12-16).
Essere testimoni della resurrezione significa dichiarare con i fatti che il Crocifisso è il Risorto: colui che era stato distrutto, fino a togliergli persino il volto di uomo nel nome della legge, ha vinto la morte ed è vincitore per tutti. Il testimone della resurrezione è una persona di speranza, che inonda di speranza e di ottimismo, per la potenza di Dio, ogni fatto della vita quotidiana.
Questa è la speranza annunciata dagli «Atti».
Il nome di Gesù ridà vita e futuro. Ritroviamo la speranza quando troviamo la gioia e il coraggio di proclamarlo forte.
La proposta degli «Atti» è di grande attualità.
Si colloca nel grido verso la speranza che sale dagli uomini e dalle donne di questo tempo, stretti dall’angoscia della crisi di senso e dalla disperazione dell’onda di morte che ci avvolge. Suggerisce anche la risposta, precisa e perentoria: l’annuncio del nome di Gesù.
Anche noi cerchiamo speranza, nella sofferta compagnia di tanti fratelli in umanità.
Riconosciamo che il dono del Vangelo di Gesù ci è stato consegnato perché lo condividiamo per noi e per gli altri. In questo servizio di evangelizzazione, regaliamo e ci regaliamo speranza.
Nell’annuncio coraggioso del Vangelo sperimentiamo chi siamo e perché ci siamo.
Anche noi oggi, malgrado i rifiuti, le persecuzioni, i ritardi, le incertezze e i tradimenti, continuiamo nella Chiesa l’annuncio del Vangelo della speranza fino ai confini del mondo. E nessuna catena può bloccare la nostra passione evangelizzatrice.

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