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Itinerari di educazione alla fede /1. L’orizzonte, i criteri, i «contenuti», i processi


1. L’orizzonte, i criteri, i «contenuti», i processi

(NPG 2005-08-3) 


Occorre che gli operatori pastorali «ripensino la proposta educativa pastorale», andando «oltre le soglie della timidezza apostolica, che rischia di chiuderci in una pastorale delle attività o del trattenimento, e offrire una pastorale veramente missionaria, capace di coinvolgere i giovani, di farli crescere pieni di vita e orientarli, in un’esperienza di fede, verso un rapporto personale con Gesù Cristo...».
L’invito del Rettor Maggiore dei Salesiani impegna non solo i figli di don Bosco, ma è un monito a chiunque si occupa di educazione ed evangelizzazione nella chiesa, non solo dei giovani.
E nell’attuale momento di cammino della Chiesa italiana, con la pubblicazione della Terza Nota Pastorale sull’Iniziazione cristiana e con il documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, questo appello si intreccia felicemente con le indicazioni ecclesiali e con la nuova prospettiva missionaria della comunità cristiana, in chiave sia di primo annuncio che di cammino di apprendistato della vita cristiana (secondo il modello catecumenale), in un tempo in cui fede e vita cristiana non si danno più come scontati o eredità culturali e sociali.
Come rivista di pastorale (giovanile) ci sentiamo interpellati e provocati.
Negli anni passati (anni 80) avevamo presentato modelli di itinerari di educazione alla fede per varie fasce d’età (fanciulli, preadolescenti, adolescenti, giovani), che ruotavano attorno a quattro aree tra loro interagenti (l’identità umana, l’incontro con Cristo, l’appartenenza ecclesiale, l’impegno della propria vita). Era un’ipotesi, una proposta da valutare, da sperimentare, da arricchire, soprattutto nei suoi movimenti logici ed esperienziali, e nella ricerca di esperienze capaci di suscitare e consolidare atteggiamenti. Una proposta che è circolata nelle comunità ecclesiali.
Oggi abbiamo bisogno di rivederla criticamente, in consonanza con nuove sollecitazioni, nuove scoperte, nuovi fuochi di attenzione.
Questo e il prossimo numero di NPG – che sono da considerare un’unità – sono un primo approccio al tema, offerto nella usuale modalità con cui siamo soliti affrontare le tematiche educative e pastorali: una revisione del vissuto, un’analisi critica, un’indicazione di nuove promettenti piste di lavoro.
Operiamo anzitutto una revisione critica sulle proposte di educazione alla fede elaborate in precedenza e che si sono tradotte in diversificate prassi. Lo strumento di lavoro è un’intervista a tutto campo a esperti e testimoni, per una verifica sia del piano concettuale che metodologico che sottostà alla nostra visione degli itinerari di educazione alla fede. Sono persone che hanno le mani in pasta, perché hanno lavorato negli anni passati sugli itinerari nel loro impianto di base e in diverse esemplificazioni. Le competenze chiamate in causa sono: la pastorale giovanile, la teologica biblica, la catechesi e la liturgia.
Segue una riflessione-proposta, ancora sotto forma di intervista (che ha il vantaggio di poter proporre le domande che stanno a cuore) al successore di S. Giovanni Bosco, il santo dei giovani e della proposta di santità a tutti («Io voglio insegnarvi un modo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri, contenti e additarvi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, talché voi possiate dire: Serviamo al Signore in santa allegria. Tale è appunto lo scopo di questo libretto, servire al Signore e stare allegri» (da Il giovane provveduto).
È un’intervista che tocca temi che stanno a cuore all’educatore nel suo desiderio di permettere e offrire al giovane un cammino di fede e di vita cristiana affascinante e possibile. È un’intervista carica di realismo e di ottimismo, di fiducia e di passione: per il giovane e il Vangelo, con la saggezza che viene dall’esperienza di educatore e di studioso della Parola di Dio.
Nel prossimo numero di NPG (dicembre) andremo sul concreto di storie ed esperienze: presenteremo esempi di cammini di educazionne-evangelizzazione dei vari movimenti e associazioni ecclesiali che si interessano dei giovani.
Ma il discorso non termina qui, con indicazioni e piste di lavoro e l’invito «generico» agli operatori. Oltre al prossimo numero, come già abbiamo detto, NPG continuerà con altri studi di approfondimento su cosa significa «venire alla fede», così come «narrato» sia in alcuni itinerari biblici sia attraverso alcune figure emblematiche. Nelle Note citate sopra sono continuamente citati personaggi – o cammini di fede – come la Samaritana, Emmaus... il cieco nato, Filippo e il funzionario negli Atti... Ma anche figure come Abramo e alcune vocazioni.
Esse sono da riprendere, sia per verificare i processi del venire alla fede come esplicitati nella Scrittura, sia per evidenziarne anche i processi «umani» (bisogno, domanda, ricerca, accoglienza, risposta, conversione, impegno...).
L’appoggio alla Scrittura è rilevante non solo per la «modernità» di questo approccio narrativo, ma per il motivo teologico che in essa la storia dell’uomo è indissolubilmente intrecciata a quella di Dio, sia nel venire dell’uomo a Dio (nella sua struttura esistenziale è già inscritta la trascendenza, la domanda-ricerca di senso, di infinito, di Alterità e Ulteriorità) sia soprattutto nell’irruzione-presenza di Dio all’uomo (Dio che viene all’uomo, scatenando la sua stessa domanda-ricerca). I due processi non vengono così divisi né collocati in sequenza, ma entrambi sono esigiti nel loro reciproco richiamo.
L’analisi biblica mostra così sia la gratuità del dono che il richiamo alla libertà umana che viene interpellata sia all’incontro che al cammino, chiamando così in causa tutto un processo pedagogico-educativo che può anche essere chiamato «pedagogia di Dio».
Nell’esame di questi itinerari o personaggi biblici non mancherà una ripresa in chiave di teologia pastorale per coglierne e analizzarne le dinamiche e i nodi.
Seguiranno anche proposte di alcune esemplificazioni e modelli per particolari situazioni giovanili (giovani che vivono un’esperienza di amore e coppia, giovani lavoratori nel precario, giovani universitari, giovani in ricerca o che iniziano un cammino di avvicinamento alle fede, o in preparazione dei sacramenti...).


ITINERARI DI EDUCAZIONE ALLA FEDE

Un confronto interdisciplinare: orizzonti e linguaggi

Intervista a C. Bissoli, A. Domenech, G. Ruta, D. Sigalini, R. Tonelli, G. Venturi

A cura di Giancarlo De Nicolò


UNA SCELTA ANTROPOLOGICA E TEOLOGICA

Domanda. Da più di venti anni NPG ha riflettuto sugli itinerari di educazione alla fede e ha elaborato un modello ed esemplificazioni per fasce di età. Era un discorso nuovo per la pastorale giovanile, fino ad allora concentrata sulla necessità di fare progetti. A quale istanza volevano rispondere?
È da osservare anche che negli stessi anni la Congregazione Salesiana proponeva gli itinerari di educazione alla fede come concretizzazione della proposta pastorale salesiana ispirata al sistema preventivo di don Bosco.

Ruta: Il passaggio dal progetto agli itinerari penso che fosse dettato da un criterio di concretezza e aderenza alla realtà giovanile. Il progetto era già il primo passo, ma rimandava ad ulteriori procedure. Le grandi linee potevano restare eteree, se non ci fosse stata l’intuizione e l’elaborazione di itinerari che contemperassero insieme le variabili a cui le linee progettuali rinviano: in particolare l’attenzione alle età e all’evoluzione di crescita dei soggetti non poteva essere disattesa dall’intenzionalità educativa e dalla gradualità richiesta ad ogni educazione e pastorale giovanile.

Sigalini: La prima preoccupazione che avevamo era soprattutto di offrire agli animatori una capacità di servire i giovani oltre l’improvvisazione e la stagnazione.
L’improvvisazione che nel gruppo poteva essere scambiata per spontaneità. Quante volte si iniziava dicendo: ragazzi che facciamo oggi? Se negli anni ’70 questa domanda arrivava perfino tardi perché i giovani erano già al lavoro e si doveva disciplinare l’apporto di tutti, negli anni ’80 la risposta era il classico: boh!? E la vita di gruppo viveva di rimedi, non certo di mete educative applicate. L’itinerario aveva il compito di sminuzzare con continuità nel tempo e lungo tutti gli incontri la trama di una cammino verso un obiettivo.
La stagnazione ne era la prima conseguenza, e in più riduceva gli ideali a assembramento di esperienze non sempre propositive di ideali alti. Il percorso definito poteva invece offrire all’animatore un punto di arrivo verso cui muoversi e orientare le energie del gruppo e la vita delle persone.

Bissoli: Ritengo che tale intuizione abbia corrisposto ad un bisogno per altro espresso con gli stessi termini in ambito catechistico (cf la Lettera dei Vescovi per la riconsegna del «Documento di Base» nel 1988). Si trattava cioè di superare l’omogeneizzazione della proposta pensata eguale per tutti per una reale fedeltà (almeno tendenzialmente) al singolo giovane, e per questo risultava necessario «sagomare» una procedura adeguata, espressa appunto dall’icona dell’itinerario.
In ciò NPG ha visto giusto, ma probabilmente ha anticipato i suoi lettori, cioè l’operatore medio attivo sul campo. Quando si è profeti si è attuali, il che non vuol dire automaticamente attuabili e immediatamente attuati.

Domenech: Innanzitutto ritengo molto importante non opporre né separare il concetto di «progetto» da quello di «itinerario». Il Capitolo Generale 23 dei Salesiani (1990) propone un «cammino di educazione alla fede» che nella sua integralità e complessità corrisponde alla «proposta educativo-pastorale salesiana»: un processo unitario che, dall’incontro con i giovani nel punto in cui si trovano, li stimola e accompagna a sviluppare tutte le loro risorse umane, li orienta verso l’incontro con Gesù Cristo, matura in loro una responsabile appartenenza sociale ed ecclesiale, fino alla scoperta della propria vocazione nell’impegno di trasformazione del mondo secondo il progetto di Dio.
L’itinerario o meglio, al plurale, gli itinerari, sono l’applicazione concreta di questa proposta o di questo cammino a destinatari e contesti determinati e diversificati.
Il progetto presenta gli obiettivi verso cui puntare, mentre l’itinerario esplicita i passi concreti da fare secondo i contesti e i destinatari per raggiungere le mete previste; il progetto crea e promuove l’unità di sforzi e di interventi, mentre l’itinerario assicura la concretezza dei passi da compiere e il rispetto della diversità dei destinatari. Con un’immagine evocativa, gli itinerari sono come «le gambe» del progetto.

Tonelli: Sono passati molti anni da quando NPG e una fascia alta e significativa della pastorale giovanile salesiana ed ecclesiale, hanno incominciato a parlare di «itinerari».
L’indicazione riguarda, in questo caso e in modo esplicito, i processi di educazione alla fede, in quella attenzione all’educazione che da sempre ha caratterizzato il nostro modello di pastorale giovanile.
Dopo i primi entusiasmi, le critiche e i rifiuti, siamo arrivati all’attuale situazione, molto impegnativa, di verificare il tutto, per cogliere meglio il significato, la funzione e il limite.
Questo è un dato prezioso. Non significa di certo impegnarsi per tornare indietro, sopraffatti dalla nostalgia, ma fare il punto, per cogliere vantaggi e limiti, problemi e prospettive.
La prima questione è quella di fondo: perché la scelta degli itinerari nell’educazione alla fede.
Ho partecipato in prima persona a tutto il cammino. Posso dire qual è la ragione che ci ha spinto a questa scelta di campo, almeno sul piano pratico e concreto. È evidente che non pretendo di dire le cose in modo assoluto. Metto solo in gioco il mio punto di vista e la mia sensibilità.
La necessità di assicurare collaborazione tra persone che hanno sensibilità e responsabilità differenti, ha sollecitato le comunità educative a scegliere la via dei «progetti». Il progetto infatti vuole assicurare convergenza operativa sugli orientamenti di fondo di un processo educativo, rispettando e accogliendo la diversità e riorientandola verso un servizio più pieno alle persone dei giovani. La decisione di operare per progetti risponde, in ultima analisi, ad una sapiente scelta di metodo. Il suo valore sta proprio su questo fondamento e sull’esperienza quotidiana di molti che si sono resi conto di quanto sia difficile collaborare, accogliendo la diversità, se non si assicura un confronto e un incontro su dimensioni fondamentali che stanno sopra la diversità stessa.
Negli anni dei progetti si è fatta strada l’attenzione alla vita, concreta e quotidiana, come condizione irrinunciabile di ogni proposta pastorale. La motivazione è stata decisamente teologica, anche se la sensibilità operativa proveniva di frontiere diverse.
L’attenzione alla vita è stata come una folata improvvisa di vento che butta all’aria sicurezze consolidate e fa riscoprire qualcosa che sembrava inesorabilmente perduto.
Ci siamo resi conto infatti che la vita andava presa sul serio, proprio nel cuore di quel processo che intendeva servirla, per restituirla piena e abbondante ai suoi protagonisti.
La vita richiede dinamicità, progressività in una logica di maturazione e non di accumulo, convergenza e organicità anche a partire da profonde divergenze e preoccupazioni.
La scelta di lavorare per progetti andava benissimo… ma stava nascendo l’impressione di aver bisogno di correttivi che restituissero dinamicità e progressività a qualcosa che era minacciata da staticità, troppa previsionalità, eccessivi meccanismi metodologici che scontravano con la difficile programmabilità della crescita. E così, un poco alla volta, è spuntata l’idea di «itinerario», non solo o non unicamente un progetto «con le gambe» (come qualche volta si dice) al servizio della vita, ma un progetto nella stessa logica della vita.
Da questo punto di vista il passaggio dal progetto all’itinerario corrisponde al passaggio dall’attenzione prevalentemente metodologica alla coraggiosa scommessa antropologica e teologica.
Il confronto tra dimensioni metodologiche (quelle del progetto) e antropologiche e teologiche (quelle dell’itinerario) non vanno considerate come di reciproca esclusione, come se scegliere l’itinerario dovesse significare abbandonare il progetto o viceversa. Al contrario, si tratta di due esigenze complementari: l’attenzione metodologica non può essere abbandonata mai, anche se è parziale rispetto a prospettive più vaste.
La mia convinzione, a questo proposito, è tanto forte che chi difende il progetto senza spalancarsi verso l’itinerario… mi sembra prigioniero proprio di quel mondo che invece vorrebbe migliorare.
Certo, diventa urgente chiarire i termini per fare confronti… altrimenti ci si confronta sulle parole, innestando un gioco riduttivo che purtroppo sta andando tristemente di moda. 

PER UNA LOGICA UNITARIA E GRADUALE

Domanda. Quali sono le caratteristiche principali del modello degli itinerari?

Sigalini: Per me sono state soprattutto il tentativo, non sempre riuscito, ma molto nobile, di offrire una educazione globale, che tenesse sempre unite fede e vita, contenuti e esperienze, ragionamenti e sentimenti, momenti di riflessione e di azione, comunione e missione. E questo è dovuto alla famosa scansione delle quattro aree (dell’identità personale, dell’incontro con Cristo dell’appartenenza ecclesiale, della vita come vocazione), mentre altre realtà educative dividevano tranquillamente l’intervento educativo in percorsi diversificati: il percorso catechistico, il percorso liturgico, il percorso vocazionale, il percorso culturale… lasciando al contesto di creare quell’unità assolutamente necessaria ad ogni giovane. Il risultato però era di lasciar solo il giovane a darsi una visione unitaria della vita e della fede. Impresa che si è rivelata impossibile nel cambiamento della società.
L’altro scopo è di scandire gradatamente il cammino con una sequenza logica di passi calibrati e quindi garantire una continuità di percorso. Il tormentone «da… a...» di venerata memoria voleva appunto aiutare a fare i passi secondo la gamba e tutti nella stessa direzione.

Ruta: La personalizzazione e la socializzazione, l’orientamento e la gradualità, l’esperienza e prospettiva del futuro: sono a parer mio i tre binomi che compongono l’itinerario, che esorcizzano i rischi della deresponsabilizzazione e dell’individualismo, dell’occasionalità e della fretta, della frammentazione e della mancata percezione e consapevolezza del tempo. Purtroppo la cultura di oggi non aiuta e non spinge in questa direzione; è una difficoltà in più, ma che non può arrestare la tensione ad andare avanti.

Bissoli: Mi sembra che si possano sintetizzare nel modo che segue. Teologicamente, essi rappresentano una ripresa – godendone l’efficacia – del modo di Gesù del Vangelo che annunciava il Regno in un cammino permanente con discepoli che camminavano con lui: dal «Venite e vedete» dei primi discepoli (Gv 1,39) alla compagnia con i due viandanti di Emmaus (Lc 24,13s). Antropologicamente, gli itinerari intendono giungere alla situazione reale delle persone (alla maniera che Gesù faceva con i suoi uditori). Pedagogicamente, mirano a sviluppare tale densità teologico-antropologica tramite un procedimento articolato, organico, per momenti successivi.

Domenech: Quando si parla d’itinerari si fa riferimento non tanto ad uno schema metodologico di organizzazione delle azioni, ma soprattutto e innanzitutto a una mentalità o modo di concepire e pianificare l’azione educativa e pastorale: come un processo unitario e non soltanto come un insieme di aspetti o settori, un processo organico e non soltanto come la giustapposizione di interventi e un processo progressivo nel quale i diversi interventi si collegano tra loro e si integrano a vicenda.
In questo modo il modello degli itinerari favorisce l’andare oltre i primi passi verso mete e passi più profondi e impegnativi, il passare da proposte generiche a proposte differenziate secondo la diversità di persone e di situazioni, il preferire alla molteplicità la gradualità e collegamento dei diversi interventi e azioni.
Una seconda caratteristica fondamentale di tale modello è l’azione comunitaria. Esso concepisce l’azione educativa e pastorale non come basata su un’impostazione e «gestione» lasciata al singolo individuo (animatore, referente, educatore...), ma su un impegno e condivisione comunitario, cioè di un gruppo di persone che mettono in comune, al servizio di un progetto condiviso, le proprie risorse e capacità, in mutua collaborazione e complementarietà. Secondo questa impostazione comunitaria non basta mettersi d’accordo per distribuirsi il lavoro, collaborare in esso sommando sforzi, ma è fondamentale condividere valori, criteri e obiettivi, riconoscere, rispettare e integrare le diverse competenze e capacità di ogni persona nello sviluppo della missione comune, nel lavoro particolare di ognuno non perdere mai di vista l’insieme del cammino e del impegno. Se non si cresce in questa mentalità e in questo modo di impostare i propri interventi, è impossibile realizzare itinerari.
Una terza caratteristica è la personalizzazione: essa permette di superare la tentazione di pensare il lavoro educativo e pastorale come l’applicazione di uno schema generico prestabilito nel quale il centro è costituito dalle idee da imparare o dalle norme da praticare o dalle abitudini da acquisire; ma dove il centro è l’esperienza di vita da suscitare e approfondire, i dinamismi personali da risvegliare e sviluppare, il modo di vedere la realtà e di reagire in essa da «contagiare» e far maturare. L’itinerario, e particolarmente l’itinerario educativo e più ancora quello pastorale, richiede di collocare al centro la persona nella sua libertà, chiamata e interpellata da Dio, attraverso la vita e la storia da far crescere secondo un progetto unico e originale.

Venturi: Per una risposta a questa domanda mi ispiro fondamentalmente ai tre Documenti sull’iniziazione cristiana, che mi sembrano offrire un modello ben specifico che deve essere integrato con quello educativo e pastorale che conosciamo e che qui stiamo analizzando. In concreto, per offrire dei criteri più che dei contenuti, mi sembra che occorra fare attenzione al soggetto, e cioè situarsi dentro le sue esperienze, la sua cultura, la sua storia…; e fare attenzione all’Attore principale, lo Spirito, che è all’opera proprio nelle esperienze, nella cultura, nella storia del soggetto, del giovane.
Ed è in base a queste attenzione che si può delineare un processo che si sviluppa attraverso fasi o tempi successivi tra loro correlati, con esperienze plurime armonicamente correlate (parola-annuncio – celebrazione – esperienze vitali), con il ritmo della traditio-redditio (la traditio può avvenire solo quando si è suscitata la domanda; essa in effetti deve risultare una risposta), con passaggi segnati da riti che immettano in una nuova situazione (caratteristica della novità).
È ovvio che la parola a cui si è accennato non è solo quella biblica, ma anche quella che emerge dalla vita, dalle esperienze.

Tonelli: Itinerario evoca tutto quello che il termine «progetto» si porta dentro. E aggiunge, quasi come coagulante, la dinamicità della vita.
La meta è pensata come progressione, organica e articolata di mete intermedie che si portano dentro già la meta globale, in modo germinale. Gli interventi non sono immaginati solo in prospettiva funzionale, come se fossero gli strumenti di cui qualcuno si serve per far progredire il processo di maturazione. Sono invece esperienze vissute, capaci di far procedere il cammino con la forza propositiva riconosciuta al fare esperienza.
La sottolineatura non è di poco peso. Chi pensa al metodo con una logica di prevalente strumentalità, s’accorge di avere a disposizione un bagaglio di «cose», più o meno ampio; e le utilizza, selezionando quelle che hanno dato buoni risultati o cercando, nel fondo del cassetto, qualche risorsa inedita per dare una virata improvvisa al ritmo.
Nell’itinerario prevale invece la soggettività dei giovani, guidata e incanalata dalla presenza, accorta e amorevole, dell’educatore. Le risorse sono comprese in reciproco collegamento e sono valutate pertinenti nella misura in cui riescono a scatenare esperienze nuove. Adulti e giovani, assieme, camminano verso una meta, facendo esperienza di quanto è stato consolidato e, nella tensione e nel contatto con chi l’ha già raggiunto, di quello verso cui si è in cammino.
Nel progetto queste indicazioni sono affermate, a partire da buoni principi pedagogici. Nell’itinerario sono sperimentate e vissute.
Ma c’è di più, proprio a partire dal riferimento alla vita.
L’itinerario si caratterizza per la ricerca di obiettivi intermedi, capaci di assicurare attraverso movimenti progressivi il raggiungimento dell’obiettivo globale. Quale rapporto li collega? E, di conseguenza, in quale logica vanno selezionati? Il rapporto tra obiettivi intermedi e obiettivo finale è sullo stile dell’assemblaggio di elementi, verso una totalità presente solo nell’insieme? Oppure gli obiettivi intermedi esprimono quello finale già pienamente, anche se solo germinalmente?
La vita umana e l’esperienza di fede sono come un seme: si portano dentro tutta la pianta in quel minuscolo frammento di vita in cui si esprimono.
Per una forza intrinseca e in presenza di condizioni favorevoli, progressivamente l’albero della vita e quello della vita nuova del credente esplodono in qualcosa di continuamente nuovo.
Le foglie, il tronco e i rami non si aggiungono dall’esterno. Non sono materiali da assemblare. Sono già presenti in germe: il seme è già la pianta, anche se lo diventa giorno dopo giorno.
L’itinerario si distingue dal progetto proprio perché assume pienamente la logica del seme.
L’itinerario è quindi un progetto che si fa progressivamente e che in ogni fase di realizzazione possiamo considerare come già attuato, anche se non ancora pienamente. I diversi movimenti rappresentano espressioni parziali e provvisorie di un tutto, già pieno e completo ad ogni tappa, anche se in modo ancora germinale e sempre proteso ad uno sviluppo successivo.
Per concretizzare maggiormente il discorso e verificare la mentalità personale con cui sono visti questi processi, riprendo il paragone accennato poco sopra.
La logica dell’assemblaggio è quella che caratterizza il modo con cui sorge un edificio o con cui un appassionnato integra di optional la sua automobile.
Nei primi passi, molti elementi mancano. Se ne accorgono tutti. La casa è solo alle fondamenta. L’automobile ha il minimo necessario per poter camminare. Poi, intervento dopo intervento, sono aggiunti gli elementi successivi. Ora sono davvero sotto la sguardo di tutti.
Nella logica dell’assemblaggio, si può parlare di un minimo indispensabile e di abbellimenti, preziosi ma opzionali.
La logica del seme è molto diversa: il seme contiene già tutta la pianta, anche se devono passare lunghi inverni prima che essa esploda in tutta la sua espressione rigogliosa. Gli elementi non si aggiungono dall’esterno; esplodono per una forza interiore, poste le condizioni che favoriscono la crescita.
Il seme è già la pianta anche se lo deve diventare. Le aggiunte successive non sono piccoli optional di un fanatico, ma esplosione della ricchezza vitale contenuta nella vita in germe. La crescita è continua: solo la morte la può bloccare.
L’itinerario vuole distinguersi dal progetto per il ritmo in cui si svolge: non solo imprime dinamismo a quello che di natura sua è statico; lo fa come il seme rispetto alla pianta.

UN LABORATORIO, NON ITINERARI PREFABBRICATI

Domanda. Chi ha cercato di metterli in pratica, di applicarli ai cammini concreti di animazione con e per i giovani, ha incontrato difficoltà che vanno certamente analizzate, come una specie di «ingabbiatura forzata» o eccessiva «settorializzazione» delle aree, l’impressione di una certa concentrazione sulla cosiddetta prima area della maturità umana e dell’identità, o anche l’aver pensato lo strumento dell’itinerario soprattutto per i gruppi, mentre oggi non sono più molti i gruppi che fanno incontri continuati.
Dove vede le difficoltà concrete di un itinerario? O esse esprimono la debolezza dello strumento?
 
Sigalini: Oggi le difficoltà concrete stanno nel fatto che gli itinerari sono stati pensati per la vita di gruppo: un gruppo compatto, di buona tenuta aggregativa e comunicativa, entusiasta, più luogo informale che istituzionale. In esso i giovani e gli adolescenti si trovavano bene e si cercavano. Oggi la tendenza è di vedere i gruppi come spazi soprattutto istituzionali, dove andare a compiere un dovere richiesto dalla parrocchia o dalla associazione o dal fascino per l’animatore. Il gruppo è frammentato, manca di continuità (i 10 di oggi diventano i 13 di domani, dei quali 7 mancavano all’incontro precedente…). Il gruppo è molto più aperto su quello che capita o su quello che si può sperimentare all’esterno, sono aumentate le possibilità di comunicazione, le reti stesse formative. Già allora si prevedeva di sviluppare l’approccio alle aree in maniera diversa. Cioè certi contenuti potevano essere approfonditi con una riunione attorno a un tavolo, altri in una esperienza di preghiera, altri ancora in una attività concreta (cf al riguardo AA.VV. Itinerari di educazione alla fede, Elledici 1995, pag. 261ss). Non so se con diversi adattamenti si può ottenere l’obiettivo che ci si era prefissi; sta di fatto che occorre assolutamente renderli più flessibili, più capaci di intercettare le modalità di comunicazione dei giovani di oggi, senza per questo dare l’idea di un adattamento al ribasso.

Bissoli: La difficoltà di procedere per itinerari non è solo della pastorale giovanile. Anche nell’ambito strettamente catechistico (dei Catechismi italiani) bisogna riconoscere che l’invito a fare itinerari è stato praticamente evaso, dato anche il fatto che era obbligatorio l’uso diretto dell’unico testo di Catechismo (sia pure per età). Quindi più che smettere di fare itinerari, si deve attendere e lavorare per preparare un terreno migliore.
A mio parere si dovrebbe innestare fra di loro più direttamente il momento antropologico, teologico (cristologico), ecclesiologico: è essenziale che quando si dice il primo si possa esprimere anche l’altro, giacché il contenuto della Rivelazione è sempre contenuto bipolare, una relazione di alleanza fra Dio e l’uomo, per approdare al terzo polo: è un’alleanza condivisa in comunità di fede.
Ma qui non va dimenticato, come annota il Direttorio Generale per la catechesi, che non di rado bisogna considerare come unicamente possibile il momento missionario di «umanizzazione» (o precatecumenato) per creare nel soggetto la disponibilità all’annuncio esplicito della Parola di Dio (n. 184-185).
In secondo luogo occorre non consegnare itinerari prefabbricati agli operatori, ma fare effettivo laboratorio con loro, accompagnarli nella messa in atto, farne verifica, migliorare l’itinerario. Il distacco fra la carta stampata dei catecheti e l’azione dell’operatore o catechista è ancora troppo grande.

Ruta: Un fraintendimento di fondo che ha portato a disertare il modello proposto, mi sembra quello di aver visto nella proposta degli itinerari un copione da eseguire e travasare sic et simpliciter nella realtà, senza la fatica di ripensare e riesprimere in base alle caratteristiche reali dei giovani, di un determinato gruppo, dell’ambiente in cui vivono. Allo spartito non ha fatto seguito l’interpretazione e la concertazione dal vivo. È mancata l’arte del progettare itinerari, mettendo in circuito le varie istanze, sia quelle generali esplicitate dalla proposta, sia quelle particolari emergenti da ogni situazione che non è mai identica ad un’altra. È stata anche carente un’attenta e seria onda di ritorno che portasse a rivedere e arricchire, e, perché no, a variare le indicazioni generali contenute nella stessa proposta globale. Questa circolarità (forse) avrebbe evitato la presa di distanza di fatto o di diritto che è stata registrata in più parti.

Tonelli: Oggi siamo in una situazione felice, perché i contrasti e molte accese polemiche si sono decantate. Possiamo vedere le cose con la calma sufficiente per analizzare, decidere, scegliere e trasformare. Lo dovremmo fare. Mi sta a cuore tentare di farlo.
Quando è partita la proposta degli itinerari, come ho già accennato, gli entusiasmi si sono divisi il terreno con le critiche e i rifiuti.
Il tutto si spiega: avevamo fatto tanta fatica a condividere la logica dei «progetti» e adesso ne spunta una di nuova, che sembra buttare tutto all’aria. Qualcuno invoca il diritto alla tranquillità, dopo la fatica di entrare in una visione non usuale.
Gli accenni fatti sopra fanno vedere che, secondo me, la questione era davvero molto più profonda e impegnativa. Si trattava di decidere se, come e quando… prendere sul serio la vita quotidiana anche nei processi di educazione alla fede, riconoscendone il mistero non manipolabile e la forza trasformatrice intrinseca, nella pasqua del Signore risorto.
Lo dico con forza e convinzione: è una questione di fede e di spiritualità. Di fatto, la stagione degli itinerari è coincisa con la grande e felice ricerca di un modello nuovo di spiritualità giovanile, quella che nell’ambito della nostra congregazione abbiamo incominciato a chiamare «spiritualità giovanile salesiana». Le resistenze si incrociavano proprio su queste frontiere: faceva problema la fiducia teologale sulla vita e sui processi che la caratterizzano, nel tentativo di agganciare l’esperienza di fede proprio su queste dinamiche, e non prima di tutto su gesti, parole, interventi, accorgimenti, preoccupazioni.
Mi è facile dichiararlo oggi… a bocce ferme. L’abbiamo sofferto tutti in fase di realizzazione. Le intuizioni erano più forti delle riflessioni e gli orientamenti giocavano più nella direzione della novità e dell’entusiasmo, che su quella della maturazione e della decantazione.
Persino la stagione dei progetti ha trovato resistenze… proprio nel nome della fede e della sua esperienza. Troppi avevano paura di contaminare l’esperienza di fede con procedure troppo all’insegna della astuzia metodologica e della organizzazione delle risorse. Ci vuol poco a scoprire quanti problemi faceva sorgere la scelta di considerare la vita quotidiana come un piccolo seme che cresce verso la sua pienezza per una forza che si porta dentro, frutto della morte e della resurrezione del Signore in atto nella storia quotidiana.
Qualche educatore preferiva dare lui i tempi e controllare lui i processi…
In fondo, riemerge sempre il conflitto tra capacità di affidarsi al mistero e ricerca affannosa (e un poco presuntuosa) delle ricette che lo rendono gestibile e manipolabile. Nei modelli tradizionali prevale la fiducia sui risultati alla sola condizione di porre in atto quello che è prescritto; nella scelta degli itinerari la fiducia sta alla vita e al suo Signore.
La pastorale tradizionale preferisce distinguere tra gli ambiti… e ha introdotto processi previ e processi puntuali: si parla così di preevangelizzazione… importante ma «previa» e di «evangelizzazione»… proprio quello che ci vuole e che conta. L’itinerario pensa in una logica di maturazione progressiva in cui tutto è importante… alla condizione che sia posto nel momento e nel tempo giusto. Ritorna la figura evangelica del seme che è già albero grande anche quando sotto terra sta morendo, quando mette le prime foglie e quando finalmente è capace di accogliere gli uccelli alla ricerca disperata di un punto su cui fare il nido.
Sono davvero mondi diversi.
Forse, l’entusiasmo delle prime intuizioni non ci ha permesso di chiarire a sufficienza e di accogliere con gioia anche le istanze più critiche, quelle che avrebbero permesso un cammino tranquillo e maturativo per tutti. Adesso lo possiamo fare.

Venturi: L’unica cosa che posso dire è che bisogna sempre rispettare la libertà della persona e dello Spirito, sicuri che nella libertà c’è lo Spirito. I tempi delle persone non sono i nostri tempi: ognuno ha il suo tempo e non si può «rubarglielo», altrimenti gli si ruba proprio lo Spirito.
Solo se l’animatore è un uomo di Spirito saprà rispettare lo Spirito.
Programmare va bene, ma bisogna anche saper mandare all’aria i progetti perché la persona non è un programma predefinito.
C’è bisogno della pazienza di... Dio, saper vivere l’attesa.

NÉ PROGRAMMA NÉ CONTENUTI MA UNA MAPPA

Domanda. Si dice talvolta che si sono applicati gli itinerari senza avere mentalità da itinerario. Cosa significa?

Venturi: Probabilmente si concepisce l’itinerario come le rotaie di un treno, come una strada già segnata. Invece essi devono essere «come i sentieri di montagna, di cui non si sa bene chi per primo li tracciò, se un poeta o un asino, ma si rivelano utili per il cammino e rispettosi dei fiori» (Gaetan De Courréges).

Ruta: L’aver confuso il mezzo con il fine, lo strumento con l’obiettivo. La proposta degli itinerari era un quadro di riferimento per avviare processi, era un prospetto orientativo: per qualcuno (forse) era tutto.
È stato come fermarsi di fronte all’orario dei treni, senza arrivare a prenderne uno oppure prenderne uno a casaccio, convinti che l’importante era muoversi e in fretta… Non basta avere mappa e bussola, occorre camminare con le proprie gambe e tenendo conto dei propri bioritmi, sapendo dove si è diretti, considerando attentamente gli eventuali imprevisti e le consequenziali variazioni di rotta.
Tra conduttura forzata della vita e vitalismo educativo c’è differenza e occorre rimanere equidistanti più che sia possibile.

Bissoli: Non di rado si scopre che fra i cristiani non è avvertito un dato base dell’esperienza di fede: questa è sempre un processo, un cammino in avanti, all’inizio e durante e sempre, non un deposito bancario, pur di monete d’oro come sono le verità cristiane. Purtroppo tra noi vige ancora troppo una concezione dottrinalistica della fede, bloccata su verità da conoscere più che su eventi (persone, azioni) da incontrare e fare.
Il che abolisce la pretesa dell’immediatezza, dell’automatismo, della sicurezza di successo, ma richiede riflessione, ponderazione, maturazione… Proprio il Vangelo, come ho già detto, è testimonianza del modo itinerante e quindi progressivo, con cui Gesù ha camminato con l’uomo e lo ha fatto camminare con sé. Finché la fede è concepita come asserto veritativo e la sua comunicazione come una formula matematica, manca la mentalità di itinerario, e dunque anche la fatica di assumere un compito ben più impegnativo. Si è fatto l’equazione di esatto = facile, dimenticando l’altra del giusto = difficile.

Sigalini: Credo forse che tutti abbiano lavorato con molta dedicazione, forse l’itinerario l’avevano in testa più come convinzione, che nelle programmazioni come traccia visibile. Comunque gli itinerari meglio riusciti, e qui bisogna dare atto a tutti gli animatori che hanno fatto dei campiscuola la loro più bella passione educativa, sono quelli che hanno potuto tenere conto di una continuità più forte dei vari momenti formativi e nello stesso tempo di una contiguità abitativa, come il camposcuola.
Qui si poteva e ancora si può vedere una sequenza di passi e una varietà di esperienze che permettono di fare itinerario, di scandire passi calibrati, di coinvolgere le varie dimensioni della vita e di percepire una meta. Se ci fosse anche una esperienza esplicita di missionarietà e non un continuo ripiegarsi all’interno, i campiscuola sarebbero ancora molto formativi.

Domenech: Riprendo le ultime due domande. Credo che le difficoltà e i disagi che molti abbiamo sperimentato nell’applicare gli itinerari, molte volte nascano precisamente da una mancanza di questa mentalità d’itinerario. L’itinerario si concepisce come un «programma» da applicare alla realtà, come il professore che concepisce il libro di testo come i contenuti da trasmettere direttamente agli allievi: ma dal momento che essi sono sempre più diversificati e vivono in situazioni molto differenti, l’itinerario appare come una forzatura, una ingabbiatura impossibile. O anche si pensa all’itinerario come una successione di passi scollegati tra loro, come se fossero «mattoni» o pietre qualunque, basta collocarli l’uno accanto all’altro per costruire un edificio.
Ma l’itinerario non è un «programma già fatto da applicare», come contenuti da trasmettere e assimilare passivamente: esso è invece una «mappa di riferimento» che guida il cammino da percorrere in prima persona, secondo possibilità e situazioni diverse. Le «tappe» in cui è articolato sono aspetti complementari, e sovente devono svilupparsi simultaneamente, anche se con intensità e priorità diverse.
L’itinerario, vissuto con questa mentalità, aiuta a non perdere di vista l’insieme, anche se si guarda l’immediato; a curare l’organicità dei diversi aspetti, anche se si fa attenzione speciale ad uno in particolare; a integrare i diversi interventi, di modo che si arricchiscano vicendevolmente e promuovano un dinamismo e una trasformazione nelle persone e nei gruppi con cui si agisce.
Mi sembra che il pericolo è dimenticare che nell’educazione, e soprattutto nell’educazione alla fede, il protagonista non è il «maestro» che insegna o forma, e meno ancora «il programma» o il «catechismo», ma la persona che si apre liberamente ad un’altra (a Dio), che la chiama e la «provoca»: è l’itinerario di due libertà in dialogo. In questo senso l’itinerario presenta semplicemente alcune costanti, alcuni riferimenti fondamentali che ci aiutino a discernere in ogni momento le sfide e le possibilità presenti e curare l’integrità e organicità delle risposte e dei passi da compiere e già compiuti. Questa è allo stesso tempo la ricchezza e la debolezza di un itinerario di educazione alla fede.

ITINERARI E INIZIAZIONE CRISTIANA: UN’INTEGRAZIONE NECESSARIA

Domanda. Oggi si parla di iniziazione cristiana e catecumenato come «paradigma» per la vita cristiana (cf le tre Note pastorali ecclesiali recenti). La ripresa di questi concetti e delle stesse parole cosa vuole sottolineare in riferimento al diventare cristiani oggi? Rispetto agli itinerari «classici», essi esprimono un modello diverso o sono possibili integrazioni, reciproci contagi?
C’è in effetti difficoltà a coniugare modelli prettamente educativi con altri di riferimento specificamente catechistico e liturgico...

Tonelli: Nella comunità ecclesiale italiana si sta realizzando una esperienza che considero felice e preziosa: l’attenzione verso esigenze nuove e la conseguente introduzione di espressioni nuove. Un esempio tipico è quello della «trasmissione della fede» e della «iniziazione cristiana».
Quando il confronto avviene sulle parole, c’è sempre qualcuno che preferisce l’una all’altra ed è convinto di spalancarsi verso l’urgente e il futuro, solo perché assume le parole nuove.
Le tensioni tra progetto e itinerario erano anche a questo livello. Ed erano sciocche. Sarebbe triste ripetere un esempio di modi di fare ormai superato.
È ben diverso quello che, secondo me, è oggi urgente.
Le espressioni nuove (o riprese dai cammini d’inizio della fede cristiana) rispondono a problemi nuovi e rilanciano istanze nuove. Gli uni e le altre vanno recuperate con coraggio e disponibilità. E sono preziosi tutti i richiami e il coraggio di novità che viene introdotto.
Vedrei dunque un’operazione ancora una volta ermeneutica. La proposta di espressioni nuove va compresa con gioia e trepidazione per scoprire problemi e suggerimenti. Non basta quindi ripetere queste espressioni. In fondo sarebbe come cambiare etichetta alla bottiglia senza per nulla verificarne il contenuto.
Io credo agli itinerari e non mi sembra né necessario né utile abbandonare logica e parole per sostituire con le nuove parole più prestigiose. Mi chiedo invece: quale contributo (di problemi e di prospettive) mi offrono gli amici che utilizzano queste formule? E scopro tantissime cose preziose, che avevamo dimenticato o messo in una prospettiva parziale e scorretta. Penso, per esempio, al coraggio di annunciare con forza il nome di Gesù, di farlo sperimentare nel ritmo tranquillo della vita quotidiana e in quello speciale di situazioni originali… Posso riscrivere tutta la struttura dell’itinerario con queste istanze nuove? Credo proprio di sì e sono convinto dell’urgenza. Mi dispiace cancellare quello che è stato consolidato, con la speranza che la novità faccia migliorare le cose… e non sono disponibile ad affermare che in queste logiche tutto funzionerà, perché la convinzione dello stretto rapporto tra fede e cultura, tra educazione e evangelizzazione… mi ha reso critico rispetto alle formule magiche.

Ruta: Da una parte c’è una sintonia di fondo per la visione itinerante della crescita umana e della maturazione della fede. Dall’altra, occorre distinguere senza separare il binomio educazione-evangelizzazione che caratterizza la nostra sensibilità pastorale, e che trova consensi e spazi d’accoglienza anche in altre realtà ecclesiali. Vi sono nodi da sciogliere circa la centralità della parrocchia (che non significa esclusività), circa i luoghi dell’iniziazione e, soprattutto, la sinergia delle risorse ecclesiali per avere di mira unicamente il servizio dell’uomo e della società, e non la sopravvivenza e l’automantenimento istituzionale. Una cosa da non smarrire o da non svendere assolutamente è la tensione educativa che pervade lo stile di vita e d’azione di tanti che si interessano di ragazzi e giovani, come anche l’attenzione ai giovani più poveri. «Ripartire dagli ultimi» era l’appello del documento originale e innovativo La Chiesa italiana e le prospettive del paese: ma cosa rimane nella sensibilità ecclesiale di oggi?

Bissoli: L’itinerario di educazione alla fede ben compreso ha – sempre secondo il DGC ripreso dagli Orientamenti Pastorali dei vescovi italiani – il profilo catecumenale, senza assumere la rigidità del termine e sapendolo dosare secondo la condizione della fede dei giovani: non battezzati, di iniziazione non compiuta, indifferenti, alla ricerca (ho detto pocanzi che è il momento precatecumenale o missionario che sovente deve antecedere)… È questione di pedagogia anzitutto, in cui si manifestano organicità, gradualità, maturazione, naturalmente accompagnamento, introduzione ecclesiale, cui si affianca una sequenza di contenuti: la Parola di Dio (Bibbia), l’esperienza sacramentale, la vita di comunione, la pratica della diakonia o carità, l’esperienza ecclesiale.
Questo è un punto nodale in cui l’operatore di PG e il catechista (giovanile) e il liturgista devono parlarsi insieme, far parlare cioè i rispettivi fondamenti e convincimenti. Avendo per autorevole riferimento gli orientamenti della Chiesa locale.

Venturi: Direi che non solo è possibile integrare gli itinerari espressi, ma bisogna farlo. Il modello educativo può dare molto a quello catecumenale (ad esempio la pluralità delle esperienze, l’attenzione alle età psicologiche, l’ascolto della storia…).
D’altra parte quello catecumenale può aiutare a valorizzare i passaggi, ad avvicinarsi ai grandi racconti per riviverli simbolicamente nell’esperienza celebrativa.
Mentre l’uno accentua l’umano, l’altro il divino: i due sono chiamati a diventare un solo corpo.
Penso che è giunto il momento di fare «lo sposalizio», perché è richiesto da entrambi i versanti e perché – se mi è concesso fare un riferimento di memoria carismatica – questa è l’esperienza salesiana originaria dell’Oratorio.

Sigalini: Il catecumenato oggi è impostato ancora molto come un cammino scolastico e non vorrei che a livello catechistico e liturgico si pensi di poter, per esempio, aggregare giovani senza tenere conto di tutta questa evoluzione della loro modalità di stare insieme o di cercare esperienze. Sicuramente il catecumenato ha alle spalle una decisione molto più chiara e motivata, per cui la partecipazione può essere più garantita, ma l’esito del cammino può rischiare di essere separato dalla vita e solo celebrativo. Credo che occorra fare una seria comparazione tra itinerari e cammini di catecumenato per favorire contaminazioni e arricchimenti vicendevoli. Pensiamo per esempio al cammino di preparazione al matrimonio, dove i giovani hanno già una loro grande autonomia di pensiero, di comportamenti, di inserimento nella vita del lavoro, voglia di capire e di essere aiutati, ma anche rispettati e valorizzati, resi corresponsabili e orientati sulle cose che contano, stimolati a cercare in profondità e in libertà le loro responsabilità nei confronti della vita.

Domenech: La ripresa del paradigma dell’iniziazione cristiana e del catecumenato per descrivere il «divenire cristiano» sottolinea il profondo cambiamento della situazione nella quale oggi la Chiesa deve realizzare la sua missione: da un contesto caratterizzato dai valori cristiani e nel quale l’educazione alla fede si effettuava nel contesto naturale della famiglia e dell’ambiente sociale stesso, a un contesto sempre più secolarizzato e pluralista nel quale l’opzione di fede non trova appoggio né nell’ambiente né nelle istituzioni sociali. In questo contesto, per molti aspetti abbastanza simile al contesto delle prime comunità cristiane nel mondo pagano, il divenire cristiano non è un processo naturale profondamente inserito nel processo stesso di socializzazione, ma un’opzione personale che si sviluppa in un processo di conversione della mentalità e della condotta e in un apprendistato di vita attraverso la guida e il confronto continuo con una comunità cristiana.
Questo cammino di iniziazione cristiana deve adeguarsi ai diversi tipi di persone e situazioni e per questo le stesse Note Pastorali della Chiesa Italiana parlano di itinerari diversificati, aggiungendo che l’itinerario non costituisce un modello rigido di programma, ma esige il rispetto del cammino personale.
Se si pensa l’itinerario come ho detto prima (come mentalità, anzitutto), credo che si possa affermare che non si tratta di un modello diverso, ma di uno strumento pedagogico attraverso il quale si sviluppa e si vive lo spirito e le finalità dell’iniziazione cristiana.
L’importante è assumere lo spirito dell’iniziazione cristiana, cioè l’iniziativa di Dio che chiama e dello Spirito che ci precede e apre i cuori alla Parola, la centralità di un primo annuncio che conduca ad un incontro personale con Gesù Cristo e alla conversione, e considerare la fede come un rapporto vitale in risposta al dono di Dio, la mediazione fondamentale della comunità cristiana, ecc. Spirito che illustrano molto bene i testi emblematici del Nuovo Testamento.
Si richiede dunque che l’uso degli itinerari risponda ad una visione antropologica e pedagogica veramente integrale che superi una visione dualista per cui la fede si concepisce come alternativa o aggiunta alla ragione, o l’umano come diverso se non opposto al cristiano.

PARADIGMI DEL CAMMINO DI FEDE: LA PROSPETTIVA DELLA SALVEZZA

Domanda. Abbiamo negli scritti del Nuovo Testamento dei passi che sono in genere considerati come emblematici o paradigmatici per il «venire alla fede»: la Samaritana, il cieco nato, i discepoli di Emmaus, l’episodio di Filippo e del funzionario etiope...
Essi esprimono un differente modello di itinerario rispetto al modello «educativo» o solo differenti punti di partenza?

Venturi: Penso che importante sarebbe esaminare l’itinerario che Gesù fa fare ai discepoli. Tali itinerari sono stati introdotti soprattutto nella terza Nota, con l’intenzione (neanche tanto implicita) che diventassero il filo conduttore dei vari itinerari, ma poi constato che sono diventati dei cenni che fondamentalmente non guidano lo sviluppo dell’itinerario proposto.

Ruta: Le icone bibliche cui si fa riferimento e che sono state assunte nella PG hanno tutte la caratteristica della gradualità e possono avere la funzione di paradigma per ogni cammino integrale. Non è possibile separare ciò che è profondamente unito, dividere un cammino in due parti, una che «faccia» il cristiano e l’altra che si preoccupi dell’uomo. Se è vero che le situazioni dei giovani sono differenti (c’è chi è più avanti e chi indietro, umanamente e cristianamente), il processo di maturazione è profondamente unitario. L’espressione della Gaudium et spes (n. 41), una volta tanto usata e forse abusata, andrebbe rimessa in circuito: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo». Senza esigere all’inizio e senza forzare in itinere la risposta di fede dai giovani, essa fa parte delle nostre precomprensioni: che la possiamo dichiarare, che i giovani la conoscano e che sia sotto il loro continuo controllo, è per lo meno corretto educativamente oltre che onesto professionalmente.

Bissoli: I passi biblici citati, e altri ancora, non sono per sé itinerari educativi (non è lo scopo del Vangelo), ma nemmeno semplici «punti di partenza», bensì punti-forza, principi di base, icone esemplari, motivazioni fondanti, direzioni di marcia, scelte di campo… da considerare in ogni itinerario educativo che vuole essere fedele all’intenzione evangelica. Essi conferiscono all’itinerario la prospettiva, che è anche la meta ultima, della salvezza religiosa. Educazione assume un significato allora non pienamente risolvibile in processi puramente umani, ma si apre (concretamente, per l’educatore e l’educando) all’incontro con il mistero di Dio rivelato in Gesù Cristo, così come avviene negli incontri della samaritana, del cieco nato, con i due di Emmaus… È importante non fare opposizione tra itinerario educativo e cammino evangelico, e nemmeno identificazione, ma dialogo fra entità diverse chiamate ad incontrarsi.

Sigalini: Condivido in pieno quanto afferma Bissoli. I modelli di approccio che utilizzano icone bibliche o lectio divina su alcuni brani come quelli citati sono molto usati, ma spesso occorre andare più in profondità. La bibbia non è un testo di pedagogia, e spesso per questo la si svilisce a metodo anziché valorizzarla come evento e salvezza comunicata. La Parola di Dio non può nemmeno essere chiosata parola per parola per sostenere una tesi a noi funzionale, che pensiamo di poterle attribuire. Deve essere chiaro a tutti che questa non è Parola di Dio pura, ma si porta dentro già delle scelte metodologiche che non sono la bibbia, ma una scelta dell’animatore. Per il rispetto della Parola di Dio è più corretto avere un catechismo, di cui è dichiarata esplicitamente la linea teologica ed educativa, che si può aggiornare e perfezionare, piuttosto che far passare per Parola di Dio un nostro modo di proporla o le nostre intuizioni. Resta comunque interessante il fatto che questi metodi hanno fatto emergere, e cioè che si può partire immediatamente dalla bibbia nel lavorare a un itinerario e in seguito smontare la vita pezzo a pezzo alla sua luce e ricostruirla entro una umanità rinnovata.

Tonelli: Il confronto con queste e simili figure evangeliche non solo ci aiuta a comprendere meglio la logica dell’itinerario, ma ci suggerisce che alcune resistenze sono davvero poco motivate. Penso per esempio ad una delle questioni che oggi viene rilanciata con maggior forza.
Qualcuno contesta la scelta dell’itinerario perché ha l’impressione che coincide assolutamente con la rassegnazione educativa e, peggio, pastorale. Non è davvero così… almeno nei nostri progetti.
Il cammino è verso una meta ben precisa, che alcuni sono chiamati a testimoniare con forza e fermezza. Nei confronti di questa meta scatta l’invito pressante verso una decisione. Come possiamo assicurare questa decisione?
Qui sta la differenza… e la reazione verso modelli che sembrano tornare di moda, approfittando del tempo di crisi che stiamo vivendo.
Il modello tradizionale usa la forza per spingere oltre: inquieta rimproverando, promettendo premi o minacciando castighi, proponendo modelli riusciti, che lasciano con il fiato rotto...
Noi immaginiamo un’altra logica, molto diversa. Rappresenta una delle scommesse più esaltanti del modello di educazione alla fede che perseguiamo.
L’abbiamo sperimentato tutti, ogni giorno. Ci sono persone che quando parlano sembrano abbracciare il proprio interlocutore, in un incontro appassionato che ha il sapore gioioso dell’accoglienza incondizionata; e ce ne sono altre invece che, dicendo magari le stesse cose, giudicano nelle parole pronunciate e condannano impietosamente.
Figure tipiche di questo atteggiamento così diverso sono i due personaggi della grande storia dell’accoglienza, raccontata da Gesù: il padre e il fratello maggiore della parabola cd. del «figlio prodigo» (Lc 15, 11-32). Quando il ragazzo scappato di casa ritorna, il padre lo accoglie con un profondo abbraccio di pace e di riconciliazione. Non gli fa nessun rimprovero; non permette al ragazzo neppure una parola di pentimento. Non agisce così per rassegnazione e per indifferenza; e neppure certamente perché ha paura di rovinare tutto, adesso che le cose sono tornate alla normalità. La colpa è stata gravissima. Ha prodotto sofferenze pungenti in tutti. Il padre non può chiudere un occhio, come se non fosse successo nulla. Non è questo lo stile di Dio verso il peccato dell’uomo, che Gesù ci ha rivelato. A chi ha provocato tanto dolore, il padre rinfaccia il suo tradimento con la parola più dolce e inquietante possibile: l’abbraccio della gioia e della festa.
Il figlio maggiore contesta questo comportamento, rinfacciando la cattiva condotta del fratello. Ricorda la disobbedienza del fratello e sottolinea il suo tradimento. La sua parola è dura: un giudizio di condanna senza appello.
Il padre «ospita» il figlio tornato finalmente tra le sue braccia. Il fratello lo contesta e lo accusa.
Il racconto di questa bellissima storia evangelica rende continuamente attuale l’esperienza dell’ospitalità. Raccontandola, Gesù ha ospitato nel sua abbraccio i peccatori disperati. Raccontandocela ogni giorno nella comunità dei salvati, ci ospitiamo reciprocamente nell’abbraccio dell’amore che genera riconciliazione.
L’invito alla decisione e la sollecitazione a procedere oltre, verso cammini più impegnativi nasce dall’«ospitalità». Chi ha fatto un tratto di strada e colui che ha il compito di testimoniare la qualità della strada da percorrere sollecita e inquieta, «abbracciando» l’interlocutore.

LA DOMANDA, L’ANNUNCIO

Domanda. L’attenzione ai destinatari, ai giovani «comuni», ai giovani «poveri» o in ricerca, esige oggi una particolare attenzione al primo annuncio, per risvegliare la domanda e la ricerca o un interesse rinnovato per le domande di senso, il desiderio di un cammino. È una proposta integrabile con gli itinerari o esige un ripensamento dell’offerta e modelli nuovi di accostarsi ai giovani nella prospettiva dell’evangelizzazione?
E, in questa direzione, esistono nuovi spazi per i giovani, nuove esperienze che possono fare da aggancio per cammini specifici di fede?

Bissoli: Chiarirei il primo periodo affermando che se è vero che il primo annuncio deve poter «risvegliare la domanda», è anche vero che «la domanda» esiste e va curata, comunque possa nascere, in modo da aver nel «primo annuncio» il primo, decisivo avvio alla risposta della fede. Quanto all’interrogativo proposto, rispondo che gli itinerari devono preoccuparsi di abbinare in sé «la domanda di senso» con il «primo annuncio della fede». Vorrei dire, da quanto ho capito, che le domande di senso non possono essere eluse dall’itinerario educativo, ma anche le risposte che si danno devono sgorgare con chiarezza, a livello ultimo e decisivo, nel primo annuncio, dalla Rivelazione di Dio nella Pasqua di Gesù Cristo. In fase operativa dovremmo arrivare al nocciolo della questione che è il credere in Dio senza eccessivi preamboli che sanno di preparazione della preparazione della preparazione che non arriva mai al traguardo… Dire in certo modo Gesù Cristo significa già entrare nella sostanza della questione, ossia scoprire e accogliere quale volto di uomo il Cristo dona all’uomo perché si realizzi pienamente.

Domenech: L’attenzione ai giovani «comuni», che vivono, molti di loro, in un ambiente di indifferenza e di superficialità, con una preconcezione negativa della Chiesa e della fede cristiana, esige da noi, come educatori ed evangelizzatori, la proposta di un itinerario specifico che li aiuti a sviluppare la dimensione religiosa della loro esistenza, risvegli in loro il senso di Dio e, in questo modo, li apra e li disponga all’annuncio della prima evangelizzazione.
Per esempio, cercare vie per educare certi atteggiamenti umani che sono alla base dell’apertura a Dio, come l’interiorità (saper entrare in sé, imparare il silenzio, ascoltare se stessi e gli altri in profondità…), la capacità di ammirazione e di meraviglia davanti al bene, al bello, al grande; il senso del dono e della gratuità, la ricerca incondizionale della verità, ecc.
Un altro elemento per questo itinerario è certamente una formazione religiosa critica e sistematica che illumini la mente e sviluppi la ricerca di senso.
Anche l’iniziazione alla pratica della «prossimità»: educare alla comunicazione e condivisione, alla partecipazione e alla responsabilità, alla donazione, al servizio gratuito e alla solidarietà…
Attraverso tutti questi passi certamente la persona si apre e si dispone ad ascoltare l’annuncio e a rispondere ad esso positivamente. In questo senso questi primi passi sono già inizio di un vero cammino di evangelizzazione. Soprattutto quando è animato e accompagnato da una comunità cristiana che testimonia la sua prossimità e il suo desiderio sincero di comunicare vita e senso.

Sigalini: Distinguerei tra primo annuncio e atteggiamenti da primo annuncio da inserire negli itinerari.
Il primo annuncio è quella proposta, centrata sul contenuto fondamentale della fede, che va fatta per mettere le persone in condizione di decidersi per Cristo, per aiutare a cogliere Gesù come salvezza globale della vita, come senso e speranza definitiva, come il Dio della pienezza e dell’eternità. Il primo annuncio non si preoccupa di sistematizzare, di tutta la coerenza dei comportamenti, delle regole di vita, ma di far scattare nella persona la fiducia radicale in Gesù morto e risorto e di far aderire alla sua Parola. È solo un primo atto, che ne esige altri, che chiama in causa un catecumenato, una iniziazione, una catechesi e un mistagogia. Oggi per molti c’è bisogno di questo annuncio con i suoi momenti caratteristici. E sarebbe bello che inventassimo diverse modalità di primo annuncio, come abbiamo lavorato per tanti anni a inventare i catechismi.
L’altra scelta invece è di caratterizzare ogni incontro giovanile nella linea del primo annuncio, cioè sempre con l’attenzione a far scattare in ogni incontro una decisione bella e entusiasta per Gesù.
Per spiegarmi mi rifaccio all’esperienza degli anni ruggenti del ’68. Allora non c’era riunione di gruppo in cui non si leggesse il brano degli Atti degli apostoli che descriveva la vita delle prime comunità cristiane (Atti 2, 42 ss.). I ragazzi lo sapevano a memoria, ma in ogni incontro, prima di azzuffarsi in infinite discussioni su tutto, dalla castità alla politica, entro una nebbia di fumo e talvolta di parole poco evangeliche, immancabilmente con due zeta, volevano sentirsi ridire che era bello vivere in comunità e agganciarsi a una storia che li precedeva e li faceva comunicare con Cristo. Poi si continuava a preparare i volantini, le mozioni e quant’altro. Oggi c’è bisogno di scaldare sempre il cuore dei giovani in ogni occasione per ridirsi il centro della fede che è Gesù, la sua risurrezione, la sua salvezza. Altrimenti non si percepisce il senso di tutta la stessa vita oltre che dei discorsi e degli impegni.

Ruta: Un ripensamento a tutto campo s’impone, comunque. La situazione cambia e le situazioni mutano. Soprattutto per la fascia più svantaggiata occorre ripensare l’intero impianto educativo e pastorale. Occorre maggiore inventiva, creatività e coraggio profetico. Le esperienze dei decenni passati possono aiutare fino ad un certo punto. Pensiamo a nuovi fenomeni che attanagliano i teen-agers, come ad esempio l’alcoolismo… necessitano nuove forme di recupero e di percorsi di umanizzazione alla luce del vangelo. Anche il «primo annuncio» – che è possibile anche in condizioni che ci sembrano impossibili – va ridisegnato a partire dalla tipologia del terreno. Se da una parte il seme contiene in sé la forza esplosiva della vita che non ha mai fine, non è secondario il tipo di terreno in cui esso cade e a cui esso è destinato… Che lo si voglia o no, i risultati sono condizionati dall’humus.

Venturi: Credo che ci sia molto da ripensare, perché noi proveniamo da un presupposto (anche se a parole lo neghiamo) che comunque essi sono stati raggiunti dal messaggio cristiano.
E poi non si tratta di far giungere un messaggio «nostro», ma di far incontrare una Persona che ha qualcosa di significativo da dire.
Il problema non è tanto il comunicare ma, prima, far incontrare, in una modalità ed esperienza dove «io» scompaio (come Giovanni Battista). Il miglior messaggio è far percepire che io l’ho incontrato, che lui mi ha sconvolto (come l’esperienza di Giovanni e Andrea).

DIRE SEMPRE IL CENTRO DELLA VITA CRISTIANA

Domanda. La recente Nota pastorale sulla parrocchia cita tre particolari situazioni di vita che necessitano una particolare attenzione ed «evangelizzazione»: gli affetti, il lavoro, il riposo. È possibile pensare a cammini «parcellizzati» e costruiti su questi ambiti? E questo solleva una questione più ampia: gli itinerari devono per forza di cose essere sempre completi, sistematici, continui?

Bissoli: Il trinomio citato è un richiamo, chiaramente non dogmatico, ma esperienziale, su quei «punti di rottura», su quelle fessure che permettono oggi di far sentire il Dio di Gesù Cristo come Dio di uomini e la fede come una questione non alienante o di sovrastruttura, ma squisitamente umana, riconoscendo ovviamente la differenze fra il donatore (Dio) e il donato (uomo). L’itinerario educativo ha qui il campo per una analisi approfondita di tale trinomio a partire dal mondo degli affetti (che è di tutti), per giungere a quello del lavoro e del riposo che è soprattutto degli adulti. Si noterà la ricchezza antropologica al loro interno, ma anche come nasca da essi una invocazione insopprimibile per un verace compimento, dato che sono esistenziali tanto intimi e grandi, quanto per lo più insoddisfatti. La risposta della fede tanto è intrinsecamente divina e quindi indisponibile alle proprie pretese, altrettanto si incarna nei sentimenti profondi della persona, purificandoli e sanandoli quando occorre.
Quanto poi all’altra questione, l’itinerario educativo nell’ordine della fede non va manipolato di quanto è essenziale (dialogo fra esistenza e parola di Dio), ma nemmeno sovraccaricato di troppi passi. Secondo la diverse situazioni dei destinatari e delle capacità dell’educatore, l’itinerario avrà completezza, sistematicità, continuità idonee. Può far mettere di più il cuore in pace affermare che non esiste l’itinerario perfetto e valido per tutte le stagioni, ma è sufficiente che lo sia per quella stagione. NPG dovrebbe aiutare gli operatori non a copiare gli itinerari di educazione alla fede, ma a ritradurli, a ricrearli nel loro contesto pastorale.

Domenech: Già il nostro Capitolo Generale 23 dei Salesiani, parlando del cammino di educazione alla fede, presentava come suoi nodi fondamentali l’educazione alla coscienza (ai valori), l’educazione all’amore e l’educazione alla dimensione sociale della carità. Tre aspetti chiave nei quali si può giocare la concreta efficacia di un cammino di educazione alla fede, e che richiedono certamente itinerari specifici articolati e orientati all’unico cammino di fede.
Il cammino di fede è unico e globale, ma gli itinerari, come strumenti, possono e devono essere diversificati secondo le esigenze e situazioni, ma sempre orientati e collegati da uno stesso progetto educativo-pastorale integrale.

Ruta: L’itinerario non è il percorso infarcito di tante cose e, meno che meno, di tutto. Nello stesso tempo, tiene presente alcune emergenze o alcuni punti che hanno bisogno di incentivi e particolari propulsioni. Le tre particolari situazioni segnalate dalla Nota pastorale non sono le uniche, ma certamente sono nevralgiche: un cammino umano e cristiano non può fare a meno di prenderle in seria considerazione, perché toccano la sfera relazionale e il senso del tempo.
La quantità gioca un ruolo importante nell’itinerario, ma essenzialmente è la qualità che fa la differenza. Il celebre adagio latino «Non multa, sed multum» riferito a Quintiliano, vale anche qui. E direi soprattutto.

Sigalini: Non ho ancora ben pensato come si dovrebbero caratterizzare gli itinerari nuovi; in prima battuta credo che debbano essere sempre se non completi, almeno avere tutti la capacità di ridire il centro della vita cristiana, come dicevo sopra. Ho un’altra convinzione al riguardo. Oggi o la pastorale giovanile si concretizza nelle vere situazioni come quelle elencate nella Nota dei vescovi, ma anche altre, oppure resta un tenere i giovani nel limbo di una vita astratta e che assumerà una certa definitività da sola senza l’aiuto di una formazione cristiana. Detto in altre parole, credo che oggi i giovani possono fare cammini di maturazione cristiana solo entro esperienze determinanti come la precarietà e il lavoro, l’affettività e le scelte di formare una famiglia, il volontariato e la dedizione agli altri, la scelta di educare e il fare l’animatore, l’apertura al mondo e la missione, il dialogo con tutti e l’ecumenismo, lo studio e la ricerca della verità. Non si tratta di fare movimentismo, ma di fare progetti di approfondimento per la propria vita entro spazi concreti e relazioni dedicate. E questo non per tutta la lunga giovinezza, ma per quel tempo che serve per fare passi decisivi di vita e di fede. Occorre forse una precarietà anche delle scelte pastorali, nel senso di offrire esperienze articolate per saggiare di più la propria propensione a diversificate visioni di vita e tipi di impegno, e maturare quindi scelte vocazionali più consapevoli.

GLI INGREDIENTI DELL’ITINERARIO

Domanda. Come si può costruire oggi un itinerario di educazione alla fede? Quali i punti chiave da mettere insieme? Quale la logica e quali azioni porre in atto da parte dell’educatore, della comunità cristiana?
I punti chiave degli itinerari sono gli atteggiamenti e le esperienze. Cosa vuol dire abilitare ad atteggiamenti e quali esperienze oggi diventano significative per scatenare cammini e consolidare atteggiamenti?

Bissoli: Molti elementi di risposta a questo grappolo di interrogativi sono ricavabili dalle risposte precedenti.
L’itinerario di educazione alla fede non solo si può, ma si deve costruire, se si vuole un cammino serio di fede. Punti-chiave oggi sono racchiusi nell’affermazione dei Vescovi italiani – già citata sopra – secondo cui «la pastorale va configurata secondo il modello dell’iniziazione cristiana». Continuando tale indicazione, si noterà che sono indicati dai Vescovi gli obiettivi e i contenuti che ogni itinerario deve poter recepire: «intessere tra loro testimonianza e annuncio, itinerario catecumenale, sostegno permanente della fede mediante la catechesi, vita sacramentale, mistagogia e testimonianza della carità». Ciò «permette di dare unità alla vita della comunità e di aprirsi alle diverse situazioni spirituali dei non credenti, degli indifferenti, di quanti si accostano o si riaccostano al Vangelo, di coloro che cercano alimento per il loro impegno cristiano» (Comunicare il Vangelo, 59).
In questo quadro vanno considerati sia gli atteggiamenti cui abilitare, come pure le esperienze da rendere significative, che sono quelli e quelle congrui/e alle prospettive della fede: la trascendenza di Dio, il suo amore di dono, il senso di responsabilità, la piena fiducia nel Padre, il passaggio della croce, la fraternità cristiana… Qui rimarco la necessità di porre in termini di apprendistato il diventare e vivere da cristiano (laboratorio della fede). Di fronte a certe forme di eccessiva armonizzazione fra luce della fede e attese umane cui vorrebbero condurre certi itinerari, ritengo che si dovrebbe mettere sul tavolo (e risolverla) la questione di base, se merita essere cristiani e come si diventa. Talora gli itinerari vanno avanti verso la meta della fede, senza dire in partenza che si tratta di una sfida, e così mettere sul chi va là di un’attenzione responsabile quanti si mettono in cammino.

Domenech: Nel documento capitolare sopra citato e nella nostra proposta educativo-pastorale di congregazione salesiana, credo che abbiamo uno schema di riferimento abbastanza chiaro per elaborare un itinerario: le quattro «aree» o le quattro «dimensioni», come i quattro aspetti fondamentali del processo pastorale o del cammino di fede in mutua correlazione e complementarietà, che costituiscono il contenuto vitale e dinamico della proposta educativa.
In ogni dimensione o area si indica un cammino graduale che dagli aspetti più semplici e immediati orienta il giovane o il gruppo verso quelli più profondi e pieni.
Certamente i punti chiavi di un itinerario di educazione alla fede sono le esperienze da proporre (esperienze vissute, riflettute e condivise), la mentalità da maturare (una visione della vita, del mondo, della cultura…) e i valori e atteggiamenti da sviluppare (uno stile di vita coerente e fedele); tutto questo verso un’opzione vocazionale di vita secondo il progetto di Dio. Nell’itinerario si devono articolare questi elementi in modo che da una esperienza vissuta e riflettuta insieme si approfondisca la propria visione della vita e si personalizzino i valori attraverso atteggiamenti che concorrano a formare uno stile coerente di vita.

Ruta: Le domande poste richiederebbero una risposta più articolata. In poche battute, mi sembra di poter dire che il punto di leva essenziale che fa decollare un itinerario è la capacità di condividere sin dall’inizio la progettazione, la realizzazione e la verifica dell’intero percorso umano e cristiano. I soggetti non possono essere sottoposti al gioco della «mosca cieca», bensì vanno continuamente motivati e aiutati ad essere consapevoli e responsabili del cammino. L’itinerario di fede innesca un dinamismo in più rispetto ai percorsi di umanizzazione e puramente filantropici. Dio non sta «in panchina» ma entra in gioco: esige da noi di riconoscerne la presenza e l’intraprendenza, di entrare in rapporto sempre più intimo e di mettersi in cammino con Lui. Chi è, infatti, Gesù il Cristo se non il volto del Dio che cammina con gli uomini? A partire da questa visione, possono diramarsi vari e differenti tracciati che hanno in comune l’orientamento e la meta: la comunione tra Dio e gli uomini e degli uomini tra di loro.

Sigalini: Questa è proprio da un milione di euro. Occorre con pazienza mettersi con i giovani a ripensare quanto detto sopra e con altrettanta pazienza sperimentare. Gli atteggiamenti e le esperienze sono sempre fondamentali, ma non saranno certo solo frutto degli incontri di gruppo e nemmeno di presenze sporadiche a qualche manifestazione. Sta prendendo ancora più importanza la figura di una guida, di relazioni personali forti e di esperienze anche eccezionali, non per la grandiosità, ma per la non ripetibilità, di rete di comunicazioni ampia come il mondo che oggi i giovani abitano.

Venturi: L’agente principale del cammino di fede del giovani è lo Spirito. Nella logica dell’iniziazione l’accompagnatore, la comunità fa il cammino insieme: si pone in ascolto, si converte… coinvolgendo l’iniziando. Non c’è il maestro, ma tutti siamo discepoli, e ciascuno mette a disposizione i doni che ha ricevuto. Ogni anno la comunità si mette in stato di iniziazione, riscopre la gioia degli inizi, perciò è sempre giovane.

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