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Parole e fatti


Riccardo Tonelli

(NPG 2005-03-31)

 

La Chiesa era in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo.
E avvenne che mentre Pietro andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che dimoravano a Lidda. Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su un lettuccio ed era paralitico. Pietro gli disse: “Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto”. E subito si alzò.
Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saròn e si convertirono al Signore.
A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità, nome che significa Gazzella, la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì. La lavarono e la deposero in una stanza al piano superiore.
E poiché Lidda era vicina a Giaffa i discepoli, udito che Pietro si trovava là, mandarono due uomini ad invitarlo: “Vieni subito da noi!”. E Pietro subito andò con loro. Appena arrivato lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro.
Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi rivolto alla salma disse: “Tabità, alzati!”. Ed essa aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere.
Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti e le vedove, e la presentò loro viva. La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore.
Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone conciatore
(Atti 9, 32-43).
 

In questi anni, le nostre comunità ecclesiali hanno riscoperto la gioia e la responsabilità dell’evangelizzazione.
I discepoli di Gesù si rendono conto, infatti, di avere un dono grande da offrire a tutti, capace di collocarsi in quella attesa di senso e di speranza che sta inquietando tante persone. Riconoscono di non potersi nascondere di fronte a questa responsabilità. Così, collocati in modo esplicito e consapevole dalla parte della vita, hanno purificato quella intenzione di fondo che ha spinto, troppe volte, ad annunciare il Vangelo soprattutto per fare dei proseliti.
Ci chiediamo però, con ansia: come evangelizzare? Sappiamo che l’interrogativo sul modo comporta la preoccupazione di individuare quei contenuti espressivi che restituiscano al Vangelo la forza di bella notizia anche oggi, e, nello stesso tempo, introduce la spinosa questione delle modalità comunicative, in una situazione culturale come è la nostra, dove sono esplose tante cose che prima erano pacifiche e ne stanno sorgendo tante altre, inedite e imprevedibili.
I due interrogativi sono tanto centrali nella riscoperta dell’evangelizzazione che dalla risposta che ad essi riusciamo a maturare sta (o cade) la riscoperta stessa dell’evangelizzazione.
Il piccolo testo riportato in apertura racconta la reazione di Pietro dopo l’evento straordinario della Pentecoste. L’ho scelto perché mi sembra molto significativo proprio in ordine al tema su cui vogliamo pensare. Non è certo però l’unica pagina con cui confrontarci: per fare riferimento pieno agli “Atti” dovrei citare moltissime altre pagine e lo farò proprio nel coro della riflessione.

Una prassi che ci aiuta ad affrontare i nostri problemi

Nell’evangelizzazione un gruppo di persone si scambiano, dentro la comunità ecclesiale, esperienze di senso che fanno riferimento a Gesù di Nazareth e a tutti gli interrogativi che riguardano la quotidiana esistenza. Per questo, chi proclama, come fa Pietro, che Gesù è il Signore, non offre ai propri interlocutori qualche informazione che presume sia da essi ignorata, ma propone una esperienza che ha dato senso alla sua vita. E lo fa con la pretesa che funzione anche per essi come orizzonte e decisione nuova di senso.
Ai tempi di Pietro e dei suoi amici, il rapporto tra contenuto dell’evangelizzazione e ricerca di senso all’interno di una esperienza religiosa era abbastanza facile e spontaneo, perché la dimensione religiosa forniva l’orizzonte globale dell’esistenza. Le difficoltà sorgevano non sul piano dell’interesse da conquistare, ma su quello del riferimento a quel Gesù che molti contestavano proprio su questa pretesa salvifica.
Oggi le cose vanno molto diversamente.
Facciamo fatica a collegare ricerca di senso e di speranza ad un riferimento religioso. E, quando siamo disposti a procedere in questo stile, vogliamo decidere noi, autonomamente e in piena soggettività, a chi (o a che cosa) consegnare la voglia di prospettiva sicura.
Per Pietro si trattava perciò di mostrare come l’attesa di suoi concittadini poteva essere risolta definitivamente in Gesù. Per noi si tratta di spalancare questa attesa, di mostrare che non tutte le risposte vanno bene, di sfondare il confine della propria autonomia per affidarci ad un mistero che ci supera e ci contesta.
La novità sta nella qualità del problema e, di conseguenza, nella necessità di trovare linee originali di azione che riproducano nell’oggi quello che è stato realizzato nel lungo cammino della comunità ecclesiale.
Di riflessioni teoriche su queste questioni ne abbiamo fatte tante, una più bella dell’altra.
La meditazione del libro degli “Atti” non le butta per aria né tanto meno pretende di sostituirsi ad esse. Propone però una prospettiva di radice. Ci può davvero aiutare a ripensare esperienze e riflessioni per radicarle maggiormente sul vissuto della prima comunità apostolica.

Riscoprire l’evangelizzazione come comunicazione

Cominciamo allora dai nostri problemi e dalla consapevolezza che in questi anni abbiamo maturato. Tutto questo ci fornisce un quadro di interrogativi con cui dar voce alle esperienze raccontate nel libro degli “Atti”.
L’esperienza e la riflessione di questi anni hanno aiutato le comunità ecclesiali, impegnate nel rinnovamento dell’evangelizzazione, a scoprire quanto l’evangelizzazione ha in comune con qualsiasi processo di comunicazione interpersonale, anche se non può, certamente, ridursi alle sue logiche. Ogni comunicazione avviene sempre attraverso dei segni: essi sono il qualcosa che viene detto. Sono segni perché rendono presente una realtà più profonda e nascosta, manipolabile solo attraverso le sue rappresentazioni simboliche. L’evangelizzazione non solo partecipa a questa logica, perché è una comunicazione identica a tutte le altre comunicazioni con cui ci scambiamo ragioni per vivere e per sperare. Vi partecipa in un modo tutto speciale perché l’oggetto che la parola vuole esprimere è sempre misterioso: l’amore di Dio che si rende vicino all’uomo e la decisione della persona di piegare la propria libertà per accogliere questo amore.
Non tutti i segni possiedono la stessa intensità evocativa. Alcuni, anzi, sembrano fatti apposta per nascondere invece di rivelare. Di qui l’interrogativo che inquieta oggi molte comunità ecclesiali: quali segni possiamo produrre per evangelizzare oggi?
Lo sappiamo e non possiamo certo dimenticarlo, quando ci mettiamo alla ricerca dei segni attraverso cui realizzare quella comunicazione speciale che è l’evangelizzazione: Dio è sempre mistero santo, sottratto ad ogni tentativo di cattura nelle nostre parole e nelle logiche della nostra sapienza. Come possiamo assicurare senso e speranza alla vita, facendo appello ad un Dio ineffabile e incomprensibile?
La questione è molto inquietante anche a causa di una conquista che la maturazione culturale attuale considera come irrinunciabile: una delle regole fondamentali di ogni linguaggio è la sua verificabilità. Il criterio di distinzione tra proposizioni sensate e proposizioni insensate (dal punto di vista conoscitivo) è, come dicono gli addetti ai lavori, il principio di verificazione: il senso di una proposizione è il metodo della sua verifica.
Ci troviamo in una specie di vicolo cieco. Vogliamo scatenare una difficile attesa di speranza, capace di andare oltre la nostra quotidiana presunzione: e questo è già difficile. Vogliamo poi far sperimentare che l’attesa di speranza trova il suo esito nell’affidamento totale al Dio di Gesù. E questo è molto più complicato perché non possiamo far sperimentare il riferimento decisivo di tutta la proposta.
Se analizziamo il linguaggio dell’evangelizzazione al filtro di questi criteri, scopriamo che proprio non basta giocare con aggettivi qualificativi per rinnovare l’evangelizzazione né tanto meno è sufficiente procedere sull’onda dell’entusiasmo.
Vanno progettate cose serie e impegnative.
Ci dà un contributo davvero prezioso il racconto degli “Atti”: da riscoprire come prassi e da riformulare nella nuova situazione sociale e culturale.

La proposta del racconto degli “Atti”

Quali parole possiamo pronunciare per parlare di Dio, rispettando la sua ineffabilità e producendo comunicazioni verificabili?
Le pagine del libro degli “Atti” (quella citata in apertura e le molte altre a cui possiamo fare riferimento) non suggeriscono certamente una risposta in termini teorici. Raccontano fatti e propongono interpretazioni di questi fatti. Tocca a noi cercare e realizzare fatti simili e impegnarci a costruire le ragioni adeguate e generalizzabili.

Le parole interpretano i “fatti”

Uno dei documenti più interessanti al riguardo è costituito dal discorso di Pietro, riportato in Atti cap. 4, davanti al tribunale ebraico. Deve giustificare la guarigione dello zoppo, avvenuta alla Porta Bella del Tempio, che ha suscitato tanto scalpore, da preoccupare i gestori dell’ordine pubblico e i difensori della tradizione.
Pietro, con poche battute, capovolge la questione: da accusato diventa accusatore.
Gli contestano una guarigione. Pietro non si ferma a discutere su questo fatto. Lo interpreta nel suo significato più vero.
Vuole dire a tutti che Gesù è il Signore, l’unico nome in cui avere la vita. Non ha parole adeguate, anche perché sta confrontandosi con coloro che avevano messo a morte Gesù proprio su questa pretesa. Produce un fatto, eloquente nella sua forza immediata: lo zoppo cammina. Il caos fatto entrando nel tempio è una questione piccola e relativa. Quella grossa è: ora cammina, cammina nel nome di Gesù e come segno della sua potenza.
Lo zoppo cammina non perché Pietro ha trovato un rimedio portentoso, capace di restituirgli la salute fisica. Cammina nel nome di Gesù: la gioia sfrenato con cui salta e balla entrando nel tempio è scandalosa, non perché disturba la sacralità del posto, ma perché proclama che solo Gesù è il Signore, in una lingua che più convincente non c’è.
La parola convincente non è quella pronunciata con il suono della voce. Il fatto che lo zoppo cammina, questa è la parola convincente. Parlano i fatti… diventano però significativi e comprensibili perché sono “interpretati”: riportati al loro significato ultimo e definitivo.
La stessa cosa fa Pietro a Lidda e a Giaffa. Vuole annunciare anche in quel contesto che Gesù è il Signore della vita, l’unico nome che dà salvezza. E semina la sua strada di fatti portentosi: la guarigione di Enea, la resurrezione di Tabità. Persino per restituirsi il diritto di entrare nella casa di un pagano, racconta il fatto della tovaglia imbandita e dell’invito che viene dall’alto di prendere e mangiare.
I fatti non sono eventi portentosi che lasciano a bocca aperta… o fanno concorrenza alle leggi normali della natura. L’aveva immaginato il mago Simone (At 8, 9-25), che chiede a Pietro la ricetta… ma raccoglie una sgridata furibonda. Sono “parole forti”, che le “parole parlate” interpretano, svelano, orientano verso il significato più pieno: sempre e solamente “Gesù è il Signore”.
La cosa non è nuova. L’ha inaugurato Gesù stesso questo stile.
Basta pensare all’incontro tra Gesù e i discepoli di Giovanni, interessati a sapere, a nome del loro maestro, se di Gesù ci si poteva fidare anche davanti alla morte (Mt 11, 2-6).
 I discepoli di Giovanni interrogano Gesù: “Gesù, Giovanni sta languendo nel carcere duro di Erode. Ha bisogno di una parola di speranza. Tu sei la vita… dici che chi si affida a te ha la vita… È vero o sono solo parole? Quale vita offri al tuo amico Giovanni?”. Insistono: “Dicci chi sei e corriamo a riferirlo a Giovanni. Sta aspettando con ansia a due passi dalla morte”.
Gesù risponde subito. “Volete sapere chi sono io e se ci si può fidare delle mie parole? Io non ho solo pronunciato parole. Le mie parole sono i fatti. Guardatevi d’attorno: i ciechi ci vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi si ritrovano la pelle fresca di una fanciulla, i morti risorgono, i poveri, quei poveretti che nessuno fila, sono invece quelli che ricevono per primi le notizie più belle”. Gesù parla di sé producendo la litania delle sue opere dalla parte della vita.
I discepoli di Giovanni restano di stucco. Un’occhiata d’intesa e via di corsa dal loro maestro. La risposta l’hanno pronta: “Giovanni, puoi fidarti di Gesù. Prima di dire quello che dice, lo compie. Dove c’è lui, davvero la vita vince sulla morte”.
Gesù li blocca al volo. “Fermi: aspettate. Non ho finito di dirvi quello che dovete riferire a Giovanni. Vale per lui, ma vale per tutti. Ascoltate con attenzione”. Si fermano, stupiti e un po’ curiosi.
Gesù aggiunge, a voce forte, perché tutti lo possano sentire.
“Riferite a Giovanni l’elenco dei fatti di vita. Ma non dimenticate di aggiungere: beati quelli che sanno leggere dentro questi fatti e ritrovano le ragioni della speranza nel profondo dei fatti”. I discepoli di Giovanni vanno in crisi. Restano di sasso. “Che significa questa aggiunta? Cosa riferiamo al maestro?”. Gesù li consola: “Non preoccupatevi: riferite e basta. Giovanni capirà. Giovanni è un uomo grande e coraggioso. Nessuno è più grande di lui. Capirà… non preoccupatevi”.

Quali “fatti” oggi?

Esistono ancora, nelle comunità ecclesiali, persone che per evangelizzare privilegiano la via di una comunicazione fatta solo di messaggi verbali. Ma sono eccezioni, ormai. Per fortuna, è diffusa la consapevolezza che il segno da produrre per evangelizzare non è, prima di tutto, un messaggio, ma l’esperienza viva di una persona nella comunità dei credenti, che si fa messaggio. Nell’evangelizzazione, l’esperienza di Gesù diventa veramente messaggio per ogni uomo, nella continua progressiva espansione del vissuto della fede ecclesiale dentro la trama del senso che gli uomini incessantemente costruiscono e ricercano nella loro storia.
Il fare esperienza di vita nuova e la produzione di esperienze a favore della vita sembrano perciò l’unica parola, capace di dare parola al mistero.
La conclusione è bella ma molto impegnativa.
Ci rendiamo conto che l’orientamento non è privo di problemi. La produzione di esperienze capaci di farsi messaggio e l’elaborazione di questo messaggio a partire dall’esperienza non sono compiti facili, come confermano molte prassi ecclesiali.
L’esperienza, invece di aprirsi in messaggio, resta bloccata nella sua iniziale fase di esperienzialismo: diventa oggetto di consumo, capace di allargare ulteriormente quella frammentazione interiore e quella soggettivizzazione sfrenata della propria esperienza, che porta lontano dalla fede e dalla speranza. Per molti inoltre l’esperienza di produzione di vita nuova possiede già le sue buone ragioni. Perché interrogarci su ragioni più profonde, se bastano già quelle elaborate autonomamente? E poi c’è il rischio di perdere l’elaborazione veritativa che nei secoli si è andata progressivamente consolidando nel vissuto ecclesiale.
Non è questo il contesto adatto per risolvere questioni così impegnative. Le difficoltà non possono certamente spingere a fare marcia indietro, privilegiando gli approcci intellettuali e solo veritativi. Qualche pagina del libro degli “Atti” ci aiuta a trovare vie di soluzione. Mi riprometto di meditarle.
Mi sta a cuore affrontare un’altra questione, molto più radicale: quali fatti produrre oggi per dire che Gesù è l’unico Signore?
Gli “Atti” raccontano molti fatti, tutti veramente convincenti: guarigioni, interventi strepitosi, resurrezioni, conversioni impreviste, testimonianze coraggiose… In una situazione come la nostra in cui sono sempre più rari i fatti forti e imprevedibili narrati dagli “Atti”, che si fa?
Per fortuna, possiamo con gioia citare gesti di vita e di speranza, che hanno protagonisti alcuni grandi discepoli di Gesù. Madre Teresa parla con i fatti. E come lei tanti altri nostri fratelli. Spesso i loro gesti sono coperti dal silenzio, perché le logiche culturali attuali sono tutte orientate verso altre direzioni. Ma i fatti restano. E danno conforto a chi avverte forte il dovere di annunciare il Vangelo e si trova povero e sprovveduto, quando tenta di produrre fatti eloquenti.
Quali fatti, dunque?
Non c’è una risposta né assoluta né perentoria.
Una prospettiva però è certa: fatti che allargano la vita, restringendo i confini della morte, e consolidano la speranza, contro l’onda insorgente della disperazione.
Siamo in una prospettiva veramente alternativa a quella ricorrente: il coraggio del perdono vince la vendetta e il sopruso; l’accoglienza incondizionata supera la pretesa della omologazione; la solidarietà dà concretezza alle responsabilità; l’amore che si fa servizio diventa la grande e decisiva legge che regola i rapporti tra le persone e i popoli; la fiducia nei mezzi poveri e nell’educazione diventa la strada privilegiata per la trasformazione. In una parola, i fatti da produrre per evangelizzare sono prima di tutto i fatti di Vangelo, alternativi a quelli di buon senso e di perbenismo. Le comunità ecclesiali diventano così spazio dove sperimentare che solo Gesù è il Signore, perché in esse si respira un clima di speranza e si condivide un servizio impegnato alla vita.
Anche i fatti più convincenti hanno bisogno di una parola che li interpreti e li ricolleghi alla pasqua del Crocifisso Risorto. Per questo, quando sorge inquietante la domanda: “Chi te lo fa fare?”, “Perché così e non secondo il modo normale di agire?”, ciascuno di noi, in timore e tremore, può dire come Pietro: “Non possiamo fare a meno di parlare di quelle cose che abbiamo visto e udito” (At 4, 20). In una solidarietà ecclesiale, ampia e sicura, che va da Gesù di Nazareth ai protagonisti del libro degli “Atti”, a tanti nostri fratelli che hanno riempito la storia del loro amore alla vita che si fa servizio, persino alle nostre povere scelte di vita… possiamo gridare forte: “Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 11-12).


 

 

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