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Il servizio dell’autorità


Riccardo Tonelli

(NPG 2004-09-58)

 

Trovandosi a Milèto, Paolo fece venire da Efeso i responsabili di quella comunità. Quando arrivarono, Paolo disse loro: “Voi sapete come io mi sono comportato con voi per tutto questo tempo: dal primo giorno che arrivai in Asia fino a oggi. Ho lavorato per il Signore con profonda umiltà. Ho sofferto e ho anche pianto. Ho dovuto subire le insidie degli Ebrei a rischio della vita. Voi sapete che non ho mai trascurato quello che poteva esservi utile: non ho mai cessato di predicare e di istruirvi sia in pubblico che nelle vostre case. A tutti, Ebrei e Greci, ho raccomandato con insistenza di cambiar vita, di tornare a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù. Ed ora, ecco: io devo andare a Gerusalemme senza sapere quel che mi accadrà. È lo Spirito Santo che mi spinge. Durante tutto questo viaggio lo Spirito Santo mi avverte e mi dice che mi aspettano catene e tribolazioni. Tuttavia, quel che più mi importa non è la mia vita, ma portare a termine la mia corsa e la missione che il Signore Gesù mi ha affidato: annunziare a tutti che Dio ama gli uomini. Ecco: io sono passato in mezzo a voi annunziando il regno di Dio; ora so che voi tutti non vedrete più il mio volto. Per questo, oggi, vi dichiaro solennemente che se qualcuno di voi non accoglie il Signore, io non ne ho colpa. Io infatti non ho mai trascurato di annunziarvi tutta la volontà di Dio. Badate a voi stessi e abbiate cura di tutti i fedeli: lo Spirito Santo ve li ha affidati e vi ha fatto essere loro pastori. Dio si è acquistata la Chiesa con la morte del Figlio suo, e ora tocca a voi guidarla come pastori. Io so che, quando sarò partito, altri verranno fra voi e si comporteranno come lupi rapaci. Essi faranno del male al gregge. Perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse e cercheranno di tirarsi dietro altri credenti. Perciò state bene attenti, e ricordate che per tre anni, notte e giorno, non ho mai smesso di esortare ciascuno di voi anche con le lacrime. Ed ora, ecco: io vi affido a Dio e alla parola che annunzia il suo amore. Egli ha il potere di farvi crescere nella fede, e di darvi tutto quel che ha promesso a quelli che gli appartengono. Io non ho desiderato né argento né oro, né i vestiti di nessuno. Voi sapete bene che alle necessità mie e di quelli che erano con me ho provveduto con il lavoro di queste mie mani. Vi ho sempre mostrato che è necessario lavorare per soccorrere i deboli, ricordandoci di quello che disse il Signore Gesù: C'è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Quando ebbe finito di parlare, Paolo si inginocchiò con i responsabili della chiesa di Éfeso, e insieme si misero a pregare. Piangevano tutti, si gettavano al collo di Paolo e lo abbracciavano. Erano molto tristi, specialmente per quello che Paolo aveva detto: “Voi non mi vedrete più”. Poi lo accompagnarono fino alla nave (Atti 20, 17-38).

Un fatterello come ambientazione

Un giorno, un gruppo di giovani mi ha chiesto di stare con loro durante una riunione per aiutarli a verificare la loro situazione ed eventualmente suggerire loro qualche indicazione che potesse risultare utile per superare lo stato di crisi in cui avevano l’impressione di trovarsi. Ho accettato volentieri, perché mi sembrava un servizio valido e, in qualche modo, l’utilità poteva ricadere anche su di me che, soprattutto in quei tempi, dedicavo parecchio del mio tempo a studiare la vita dei gruppi giovanili ecclesiali.
Ho passato un poco di tempo in silenzio, ascoltando e osservando.
Non c’è voluto molto per constatare quanto fosse vero che il gruppo stava attraversando un momento di particolare crisi. Su tutte le questioni i pareri erano abbastanza discordanti. Ciascuno cercava di fare prevalere il proprio, senza dedicare un minimo di attenzione e di passione a quello che gli altri dicevano. In una situazione come questa era veramente difficile decentrare il gruppo verso compiti seri, un modo prezioso per risolvere molte questioni autoreferenziali.
Il gruppo stava assieme, nonostante queste difficoltà oggettive, perché ciascuno aveva l’impressione di guadagnarci qualcosa dalla convivenza: c’erano persone simpatiche con cui condividere un po’ di tempo, la partecipazione alla vita del gruppo rappresentava un’occasione per potere uscire di casa, organizzare qualcosa assieme, superare orari e limitazioni.
Un’osservazione più attenta mi ha portato a concludere che un membro di quel gruppo esercitava una autorità particolare su tutti gli altri. Era quello che tentava di risolvere le questioni, pretendeva di dare il parere conclusivo, tirava le somme sui problemi aperti, cercando di orientare il gruppo verso il suo modo di vedere le cose. Quel personaggio esercitava sul gruppo una autorità, che forse il gruppo gli riconosceva un po’ rassegnato, che non serviva però a far crescere il gruppo ma diventava fortemente gratificante per colui che esercitava questo tipo di potere.
Ho preso poi la parola tentando di suggerire una mia diagnosi, per chiedere al gruppo la sua verifica ed eventualmente progettare assieme quel tanto di terapia che potesse essere utile alla ripresa di vita nel gruppo.
Ho detto: “Mi sembra che il vostro gruppo sia in crisi perché in esso è presente un modello di gestione dell’autorità poco maturo, troppo centrato su una persona e di conseguenza per nulla responsabilizzante”.
Alla mia diagnosi ha reagito immediatamente e con forza quel membro del gruppo sulla cui persona veniva concentrata l’autorità. Mi è parsa molto interessante la sua reazione. Non ha detto: “Non è così… io sto facendo un servizio che mi è stato richiesto… la tua impressione non è corretta”. Mi ha detto invece con grande sicurezza: “Non è possibile che ci siano conflitti e crisi di autorità… perché nel nostro gruppo l’autorità è Gesù Cristo. Lui dirige. Lui comanda. A lui ci riferiamo tutti perché solo in lui possiamo trovare la via sicura di soluzione dei nostri problemi”.
Ho fatto molta fatica a rendere il gruppo consapevole che si era creato un alibi pericoloso. Colui che faceva del suo servizio una presa ingiustificata di potere aveva bisogno di una copertura ideologica e per questo metteva davanti il nome santo di Gesù. Per uscire dallo stato di crisi era necessario fare la fatica di chiamare le cose con il loro nome per elaborare poi un modello alternativo di esercizio dell’autorità.

Il nodo della questione: l’esercizio dell’autorità

Ho raccontato un fatterello di esperienza diretta che, almeno a prima vista, non c’entra molto con la pagina del libro degli “Atti” su cui propongo di riflettere. Il contesto è certamente molto diverso; come differenti sono i protagonisti e gli esiti.
Un elemento comune però c’è: l’esercizio dell’autorità. Ed è questo che giustifica la scelta e orienta la mia proposta.
Paolo racconta un pezzo della sua esistenza in relazione con le persone che ha incontrato; mette in risalto la qualità di questa relazione e lo stile con cui ha esercitato l’autorità che gli veniva riconosciuta. L’indicazione ci interessa moltissimo, perché siamo tutti alla ricerca di un modello di esercizio di autorità. E ci piacerebbe tanto raccontare che l’esercizio di una relazione d’autorità si è concluso con l’abbraccio caldo della commozione e della nostalgia.
Una cosa va subito detta, a scanso di equivoci.
La questione dell’uso del potere non riguarda solo coloro che hanno un mandato ufficiale e formale di esercizio dell’autorità. In qualche modo riguarda davvero tutti, perché tutti abbiamo compiti di autorità nei confronti degli altri. Non possiamo certamente leggere il racconto di Paolo a Mileto, applicandolo appassionatamente a l’uno o all’altro delle persone che hanno rapporti formali di autorità nei nostri confronti, contestandone un modello di esercizio o sognando, per essi, un modello diverso.
Abbiamo tutti autorità nei confronti degli altri, perché la radice dell’autorità reale sta nell’influsso e nel condizionamento che la relazione interpersonale si porta dentro, in modo costitutivo e intrinseco.
Quando entriamo in relazione con altre persone – in modo formale, come capita spesso, o in modo informale, come capita sempre – il nostro modello di esistenza e di pensiero li segna: diventa proposta. Può essere forte e persino seducente, se la nostra personalità è accattivante o la carichiamo di forza persuasiva. Può essere invece debole, incerta, se il nostro modo di fare denuncia dubbi e incertezze. In ogni caso, però, non è mai neutrale. Ha molta ragione l’autore del salmo che, interpretando la voce dei malvagi, dice: dobbiamo organizzarci e far fuori il giusto, perché con il suo modo di fare giudica e contesta la nostra vita. Ci dà fastidio: per questo dobbiamo ribellarci.
In ogni relazione interpersonale siamo di fronte ad un esercizio di autorità, che produce una reazione sul piano dell’esercizio del potere.
Questo gioco informale di potere, che investe ogni relazione interpersonale, può essere trasformato in formale, quando viene elevato con una notifica ufficiale. L’autorità informale diventa formale. Può mettere a fondamento del suo esercizio di potere tutta l’autorevolezza che la relazione gli riconosce; o deve lottare contro un riconoscimento negativo, che nessuna investitura ufficiale è in grado di modificare.
Coprire questo esercizio spontaneo (istituzionale o meno) di autorità con riferimenti religiosi è un’operazione subdola. L’etichetta non muta la qualità del vino contenuto nella bottiglia… al massimo avanza esigenze di qualità che danno responsabilità più alte. La copertura religiosa propone, infatti, a coloro verso cui l’autorità viene esercitata, l’invito ad una lettura della realtà, capace di andare maggiormente nel profondo. Sulla forza del riferimento trascendente, confessiamo che non possiamo limitare il nostro giudizio e la nostra reazione a quello che constatiamo, ma cerchiamo di decidere in base al mistero che riconosciamo presente “dentro”. Operiamo così in una dimensione sacramentale.
Tutto questo riguarda non i soggetti che esercitano autorità, ma l’atteggiamento di coloro che di questo esercizio sono oggetto. In questo contesto, invece, alla scuola di Paolo vogliamo riflettere proprio sul modo con cui viene esercitata l’autorità.

Un modello di esercizio dell’autorità

Con questa lunga premessa possiamo ritornare all’esperienza di Paolo, raccontata, in termini autobiografici, ai responsabili della comunità di Efeso.
Paolo ripensa alla sua relazione con i membri della comunità e, di conseguenza, all’esercizio dell’autorità nei loro confronti. Si propone come modello… e ne era molto consapevole per la trasformazione suscitata in lui dallo Spirito di Gesù, fino al coraggio di dichiarare ripetutamente: “Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1). Mette così in evidenza alcuni tratti che possono diventare una specie di manuale di confronto per l’esercizio, formale e istituzionale, dell’autorità e, per quanto ci riguarda, per ogni relazione interpersonale. In qualche modo, le indicazioni trascendono i tempi e le culture… e arrivano, fresche e impegnative, fino a noi.
L’esperienza di Paolo diventa così per noi, impegnati sempre in esercizi di autorità (formale e informale), una specie di grande profezia, da realizzare giorno dopo giorno.

Il confronto dalla conclusione della storia

Prima di tutto è interessante il conforto dall’esito.
Spesso, davanti alla necessità di scegliere, restiamo incerti. Nessuna indicazione è perentoria e nessuna può essere ripetuta di peso solo perché ci è andata bene. Abbiamo necessità di verificare su un riferimento, che chiami a responsabilità nella libertà. La storia di Paolo ci propone un sogno sulla qualità della relazione e sull’esercizio dell’autorità. La validazione del sogno sta nell’esito: la nostalgia di chi teme di non poter più rivedere quel volto caro, rassicurante, accogliente, di cui si riconosce il dono prezioso e il cui allontanamento forzato produce nostalgia. L’annuncio “non mi vedrete più”, non scatena la reazione felice del “finalmente”, ma quella accorata del rimpianto.

Il coraggio di chiedere la verifica

Paolo non approfitta della poesia dell’ultimo incontro per evitare il rischio di far guardare all’indietro. Al contrario, apre il suo racconto autobiografico sollecitando ad una verifica coraggiosa. Elenca quello che ha fatto, ha progettato, ha realizzato e ha sofferto, chiamando come testimoni coloro che hanno constatato in prima persona tutto questo.
Paolo rischia. Sarebbe stato triste se, sul più bello dell’elenco, una voce prima e un coro poi… avesse gridato: non è vero… i fatti parlano chiaro e sono diversi dalle parole.
La verifica è un atto dovuto. Viene sfuggita quando i responsabili temono che i fatti ricadano addosso come macigni, a contestare le promesse.
Paolo la può invocare perché la sua presenza è tutta sulla linea dei fatti.
Il nostro esercizio d’autorità forse lo è un poco meno.
La verifica diventa allora atteggiamento penitente, impegnato a ricostruire quello che non è stato realizzato.

Condivisione e solidarietà

L’abbiamo tutti, forte, il desiderio di poter dire alle persone con cui condividiamo gioie e responsabilità: “Non ho mai trascurato nulla di quello che poteva esservi utile”. Paolo lo dice alla comunità di Efeso, suggerendoci un modo concreto di esercizio dell’autorità all’insegna della “solidarietà”.
Solidarietà esprime, in questo contesto, l’incontro di due atteggiamenti: la condivisione piena e la responsabilità che non fa trascurare nulla di quanto è necessario.
Nella solidarietà matura queste due dimensioni sono vissute come aspetti complementari di un unico atteggiamento. La condivisione, che diventa accoglienza e compassione, ci aiuta a sperimentare l’unità profonda che ci lega, in una rete d’amore in cui ciascuno è importante per quello che è, e ha qualcosa da offrire e tanto da esigere proprio per quello che è. L’esercizio dell’autorità non colloca su un gradino più alto, da cui poter osservare tutto e decidere su tutto. Determina invece una qualità di relazione e carica di una responsabilità sempre nuova l’esercizio di questa relazione.
La responsabilità porta non solo a non trascurare nulla di ciò che è dovuto. Restituisce il coraggio di dire e fare ciò che esige la maturazione e la promozione delle persone. Nella relazione non sono ricercate le espressioni dolci e gratificanti, ma quelle vere e quelle urgenti.
Realizzare la responsabilità nella condivisione restituisce uno stile originale di esercizio del servizio di promozione e di provocazione. Trasforma l’esperienza di accoglienza in una accoglienza liberatrice e promozionale.
Ricordiamo tutti, come esempio alto di esercizio di autorità accogliente, l’atteggiamento di Gesù nei confronti di Zaccheo. La dichiarazione di Gesù: “Vengo a cena a casa tua”, segno altissimo di accoglienza, scuote Zaccheo e lo spinge ad una conversione radicale.
Nell’unico gesto, esercizio concreto di autorità, sono riunificati l’abbraccio e il rimprovero.

La “volontà di Dio”

La relazione interpersonale e il servizio dell’autorità sono verificati e misurati sulla causa grande che siamo tutti impegnati a servire.
Sulla causa si realizza quel decentramento verso la verità a cui l’autorità è chiamata.
Paolo lo dice. E lo avverte tanto importante da aggiungere “in modo solenne”. Dichiara: “Non ho mai trascurato di annunciare tutta la volontà di Dio”.
Le sue parole – e i fatti di cui esse sono interpretazione – vanno comprese proprio all’interno del percorso di solidarietà appena suggerito.
Annunciare la “volontà di Dio” è compito irrinunciabile dell’esercizio dell’autorità. Chiunque è impegnato in un esercizio formale, lo sa di esperienza diretta; e ne ha paura, perché non è davvero facile evitare i rischi di eccessiva sicurezza o di rassegnata permissività. Anche sul livello della relazione interpersonale, il richiamo alla “volontà di Dio” spaventa e inquieta: non sappiamo mai quale sia il gesto e la parola adeguata, nel momento in cui confessiamo di essere chiamati a dare volto concreto a Dio.
La “volontà di Dio” non è un dato esterno… su cui ciascuno di noi potrebbe essere tentato di constatare “io non c’entro”, “lo devo fare: non prendetevela con me”. Oppure, secondo un modello simile: “questo va detto: piaccia o non piaccia”, “non posso tirarmi indietro”. La testimonianza di una “volontà”, grande e misteriosa, interpella tutti: chi la proclama e coloro a cui viene proposta. Tutti misura e tutti giudica. Le espressioni con cui l’autorità la ricorda, documentano questa dimensione interpellante.
I problemi non ci sarebbero se potessimo essere certi su quale sia il contenuto della “volontà di Dio”, magari sul favore di un previo accordo o di una rivelazione rassicurante. La volontà di Dio da proclamare e il progetto impegnativo che essa interpreta, continuano ad essere realtà misteriose. Non sono possedute da nessuno. Nessuno possiede le categorie sufficienti per spiegare. Nessun può pretendere di parlare a nome di questa “volontà”, proprio nel momento in cui la testimonia. Siamo di fronte ad uno dei livelli più alti di quell’esercizio dell’autorità su cui ciascuno è chiamato a verificarsi e verso cui siamo tutti in faticoso, quotidiano cammino.
Paolo è tra i pochi fortunati che può dire di aver proclamato in modo sicuro la “volontà di Dio”, fino al punto da denunciare chiunque osi dire il contrario. Noi… non abbiamo questa fortuna né possiamo pretenderla, a nessun titolo. L’alternativa non è il silenzio ma l’invito a cercare assieme, decentrandoci verso quel progetto grande e impegnativo che vogliamo servire.
L’autorità ha il compito di porre davanti questo progetto, di cercarne assieme fondamento e modalità, di chiedere a ciascuno (se stesso e gli altri) il confronto continuo.

“Mani pulite”

Colpisce certamente la nostra sensibilità attuale la forte dichiarazione di Paolo di aver guadagnato il pane necessario con la fatica delle proprie mani, anche quando l’esercizio del suo ministero poteva autorizzarlo a vivere sulle spalle della comunità.
Non è solo l’impegno di guadagnare il necessario per il proprio sostentamento. C’è molto di più: la dichiarazione che la comunità e l’autorità è libera da pastoie burocratiche, da giochi di potere, da collegamenti – magari a fin di bene – da cui poi non ci si riesce più a distaccare.
La cosa è seria. La libertà di Paolo, che i fatti confermano proprio nel momento della verifica, diventa un sogno profetico per le nostre comunità e per chiunque in esse esercitata autorità, formale e informale.

Affidati al Signore

Il sogno, alto e impegnativo, inquieta e mette in crisi.
Non vogliamo ridimensionare il sogno sulla qualità dell’esercizio dell’autorità per essere rassicurati. La vogliamo sognare alta questa qualità nuova di esistenza, per essere profezia per tutti e mostrare con i fatti che davvero il potere, qualsiasi tipo di potere, può diventare sostegno alla vita e alla speranza di tutti.
Il fondamento di questa pretesa ci viene ancora suggerito da Paolo: l’affidamento personale a Dio e alla Parola che annuncia il suo amore.
Sogniamo in grande e viviamo nel timore e nella speranza perché viviamo pienamente affidati a Dio.
Di lui ci fidiamo e a lui affidiamo la nostra fatica e il nostro quotidiano impegno. Da parte nostra ce la mettiamo davvero tutta, cercando di immaginare linee di esercizio concreto e preciso. Ma sappiamo che l’esito desiderato è un dono. Sta a cuore a Dio, prima che a noi; il consolidamento della vita e della speranza si radica sulla sua operosità, misteriosa e potente, prima che sulle nostre mani tremanti.
L’esercizio dell’autorità richiede perciò una continua riscoperta della spiritualità evangelica del “soltanto servi”: “Quando un servo ha fatto tutto quello che gli è stato comandato, il padrone non ha obblighi speciali verso di lui. Questo vale anche per voi! Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: Siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare” (Lc 17, 10).

Una conclusione che ciascuno vorrebbe far propria

Chiunque ha autorità verso altre persone – e ho ricordato ripetutamente che questa situazione riguarda tutti, anche se a titoli diversi – dovrebbe rileggere frequentemente le righe di conclusione del racconto: la partenza produce tristezza… perché resta la nostalgia di una esperienza bellissima, che non potrà essere ripetuta.
Purtroppo non sono poche le occasioni in cui la reazione è proprio all’opposto: finalmente… meglio tardi che mai.
Possiamo citare moltissimi fatti, a commento dell’una e dell’altra prospettiva.
Sono passati molti anni, ma il ricordo è vivissimo. Al funerale di Mons. Tonino Belo la gente piangeva e ciascuno ripeteva all’altro: abbiamo perso un padre. La stessa cosa si è verificata al funerale di Mons. Savio, vescovo di Belluno, stroncato da un male che non perdona.
L’autorità che sa farsi servizio, riproducendo nella propria esperienza quotidiana i tratti che Paolo dichiara di aver vissuto con la comunità di Efeso, lascia una traccia vivissima. La sua partenza produce nostalgia. Il ricordo resta vivo e forte, come un dono che ha aiutato a vivere e ha restituito speranza.
L’esito lo sogniamo tutti. Possiamo immaginare che si realizzi, in piccola o grande misura, solo se il ritmo delle scelte quotidiane riproduce quello stile di esercizio che fa dell’autorità un dono prezioso, per la vita e la speranza di tutti, segno sacramentale efficace dell’autorità del Padre e dell’esistenza di Gesù.

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