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Il sogno sulla comunità

 

Riccardo Tonelli

(04-04-58)

 

 

“Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme.

Dio faceva molti miracoli e prodigi per mezzo degli apostoli: per questo ognuno era preso da timore.

Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno.

Ogni giorno, tutti insieme, frequentavano il tempio. Spezzavano il pane nelle loro case e mangiavano con gioia e semplicità di cuore. Lodavano Dio, ed erano benvisti da tutta la gente. Di giorno in giorno il Signore faceva crescere il numero di quelli che giungevano alla salvezza” (Atti 2, 42-47).

 

“La comunità dei credenti viveva unanime e concorde, e quelli che possedevano qualcosa non lo consideravano come proprio, ma tutto quello che avevano lo mettevano insieme.

Gli apostoli annunziavano con convinzione e con forza che il Signore Gesù era risuscitato. Dio li sosteneva con la sua grazia.

Tra i credenti nessuno mancava del necessario, perché quelli che possedevano campi o case li vendevano, e i soldi ricavati li mettevano a disposizione di tutti: li consegnavano agli apostoli e poi venivano distribuiti a ciascuno secondo le sue necessità. Ad esempio: un certo Giuseppe, un levita nato a Cipro che gli apostoli chiamavano Bàrnaba (cioè uno che infonde coraggio), aveva un campo, lo vendette e portò i soldi agli apostoli” (Atti 4, 32-37).

 

 

I discepoli hanno ormai toccato con mano la resurrezione di Gesù e con un coraggio insperato l’annunciano ai quattro venti, contestando persino le autorità religiose (che del resto continuano a riconoscere e a rispettare), quando esse si oppongono; lo Spirito, che Gesù aveva promesso, ha inondato la vita dei discepoli, li ha cambiati dentro, li ha fatti diventare veramente delle persone nuove, disposte a lasciarsi guidare dalla sua potenza.

Questi sono i fatti raccontati. Sono belli, affascinanti… ma saranno poi “veri”? Possiamo anche noi correre il rischio di giocare la nostra vita su questi fatti, con la stessa passione con cui l’hanno giocata i primi discepoli di Gesù?

Noi siamo gente che non si accontenta delle belle parole. Cerchiamo documentazioni certe, per fidarci di quello che ci viene raccontato. Non ci piace dare la nostra fiducia alla cieca o, peggio, chiudere gli occhi di fronte alla realtà, per convincerci meglio di avere ragione noi.

Abbiamo bisogno di prove. E abbiamo il diritto di esigerle.

C’è prova e prova.

Sulle cose che contano, quelle che investono l’esistenza e la segnano dall’interno, non bastano davvero le prove della fredda razionalità e nemmeno sono sufficienti le documentazioni agguerrite che dimostrano, citazioni alla mano, che le cose sono andate così.

Gli “Atti” producono un altro genere di prove.

Secondo il racconto che si snoda pagina dopo pagina, la testimonianza più eloquente della verità della resurrezione è costituita da un gruppo di persone che realizzano una comunità di vita, profondamente originale rispetto a quelle normali. Luca sembra dirci: nessuna spiegazione basta a giustificare questo modello di esistenza comunitaria; l’unica ragione è la forza di quello che è successo, che ha cambiato in modo radicale i ritmi normali di convivenza.

E se ne accorgono quelli che hanno contatti con la nuova comunità. Nasce lo stupore e l’ammirazione che produce la conversione. I fatti sono una parola di vita che diventa annuncio.

Ci fa pensare. I nostri fratelli di duemila anni fa ci lanciano la grande provocazione: perché oggi abbiamo così poco la faccia dei risorti? Non potrebbe essere questa la ragione della diffusa crisi che attraversa l’evangelizzazione?

 

Vivere da risorti

 

Ne siamo convinti e lo ripetiamo spesso.

La questione spinosa è un’altra: quale stile di vita diventa oggi testimonianza provocatoria, capace di generare attenzione e suscitare domande sul senso dell’esistenza?

La risposta non è facile. Il rapido cambio culturale che sta attraversando il nostro mondo ha reso insignificanti una serie di atteggiamenti che per tanto tempo funzionavano come autentica e forte testimonianza, e sta sollecitando verso direzioni nuove. Alla prova dei fatti, si scontrano le novità cercate a tutti i costi e le nostalgie che spingono verso i cammini già consolidati.

Abbiamo bisogno di inventare il futuro (che è qualità dell’oggi), ben radicati sul cammino che altri hanno percorso per noi prima di noi.

Suggerisco, anche per questa spinosa questione, di metterci in ascolto del libro degli “Atti”. Esso descrive la vita della comunità apostolica sottolineando quattro concrete direzioni. Sono la novità di vita della comunità dei risorti, quel modo di essere che è diventato provocante.

Non è sufficiente, di certo, tentare di ripeterlo alla lettera oggi (anche perché, come vedremo tra un momento, si tratta soprattutto di un racconto fatto per sognare). Possiamo però meditarlo, comprenderlo nelle ragioni più profonde e riscriverlo nelle righe, un poco contorte, del nostro presente.

 

La disponibilità all’insegnamento degli apostoli

 

La prima caratteristica della comunità nello Spirito potrebbe far storcere un poco il naso a gente come siamo noi, tutti sicuri sulla competenza acquisita e molto critici nei confronti di chi tenta di dirci qualcosa.

Non riusciamo più a condividere quello che un grande Papa ricordava ai fedeli laici, all’inizio del secolo appena trascorso, costatando la grande fortuna che essi avevano di ascoltare le cose che la gerarchia diceva e di obbedire ai suggerimenti di vita che essa offriva… Ma da quei modelli, troppo autoritari, agli attuali, segnati dalla soggettivizzazione sfrenata e dalla pretesa di autonomia, la distanza è grande.

La comunità apostolica è una comunità che sa ascoltare con gioia l’insegnamento degli apostoli. Riconosce la loro funzione di guida nell’unità verso la verità. E affida ad essi quella responsabilità che loro compete. Lo fa con amore riconoscente.

Gli apostoli e i loro successori sono il luogo privilegiato dove lo Spirito di Gesù si fa presenza e parola per la nostra speranza. Non sono l’unica presenza né possono pretendere di possedere l’unica parola. Ma sono sempre sacramento speciale della presenza di Dio per la nostra vita.

La nostra obbedienza è esercizio di fede. Sappiamo leggere dentro le pieghe della loro umanità, anche quando non sono trasparenti come ci piacerebbe. Ci mettiamo in ascolto… non perché la loro voce è più raffinata di altre.

Ma perché la confessiamo parola di Dio per la nostra vita, in parole umane.

Certamente, nella comunità l’atteggiamento richiede un impegno di disponibilità reciproca. Ancora una volta fa scuola la comunità apostolica secondo il racconto degli “Atti”. I discepoli ascoltano la voce degli apostoli con grande amore. Gli apostoli colgono e interpretano la voce dello Spirito dai fatti della vita quotidiana e dalla stessa esperienza della comunità. Basta pensare a quello che è successo nel “concilio” di Gerusalemme (Atti 15), su cui torneremo più avanti, quando Pietro e Giacomo suggeriscono una criteriologia profetica per discernere il problema all’ordine del giorno.

 

Una condivisione piena e totale

 

La seconda caratteristica rappresenta il vero e più alto miracolo prodotto dalla Pentecoste: gente di razza, culture, provenienza diverse, diventa un unico corpo unificato dall’amore e dalla condivisione.

Il principio unificatore è nel profondo della comunità. L’unità non proviene dalla carne né dal sangue. Non nasce dall’uniformità ricercata e costruita, magari forzando la mano e spegnendo le differenze. Viene dallo Spirito che ha trasformato tutti dal di dentro, facendo della diversità un dono per una comunione più forte e resistente.

L’unità interiore si esprime immediatamente nella costruzione di una trama nuova di relazioni interpersonali, segnate dall’amore gratuito e preveniente, che tenta di assomigliare un poco all’amore di Dio per noi.

L’amore lo si constata dai mille segnali che scaturiscono dalla vita della comunità. È tanto forte e concreto da risuonare anche all’esterno. Lo colgono tutti, anche quelli che non fanno parte del giro. E ne restano stupiti e colpiti. Si chiedono persino cosa ci sia di nuovo tra quella gente, così diversa dalle logiche dominanti… e molti entrano, convertiti, in questa esperienza nuova. Le belle  espressioni di Evangelii nuntiandi, quando parla del processo di evangelizzazione, si radicano proprio su questa esperienza delle origini: “Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella” (EN 21).

L’amore risuona all’esterno della comunità. Non è autoreferenziale, ma operoso e contagioso. Lo mostrano e lo verificano i segni e i prodigi che tutti possono constatare (come ricorda 2, 43). Uno dei più provocanti e sorprendenti è la condivisione totale dei beni: i discepoli vendono i loro beni e li distribuiscono a tutti, per assicurare una reale compartecipazione nella trama della vita quotidiana e sociale.

A Luca la cosa piace tantissimo. Lui sapeva, con realismo, che dove sono i nostri beni, lì c’è il nostro cuore. Il suo Vangelo è tutto punteggiato di racconti, in molti casi originali rispetto agli altri Sinottici, di condivisioni piene dei beni, come espressione di amore concreto. Basta citare le parabole dei debitori (7, 41-43), del buon samaritano (10, 29-37), del ricco stolto (12, 16-21), del fattore infedele (16, 1-8) del ricco che se la gode di Lazzaro che soffre la fame (16, 19-31). Non è tenero nei confronti della ricchezza, perché la riconosce un ostacolo alla disponibilità piena, come capita al giovane ricco (18, 18-23) e a colui che fa progetti per il futuro dalla sicurezza dei suoi granai pieni (12, 15-21).

 

Dalla vita all’Eucaristia

 

La celebrazione dell’Eucaristia riempie la vita della comunità apostolica, assicurando una stretta relazione tra vita quotidiana e celebrazione di questa stessa vita nella memoria del Signore (lo “spezzare il pane”, come dice Luca).

I primi cristiani avevano bisogno di sperimentare un pezzo di futuro nella trama complessa del quotidiano, per ritrovare senso e speranza: scoprire la direzione di vita a cui il Signore chiama e riconoscere i piccoli segni del futuro nella fatica della vita quotidiana. La stessa esigenza l’abbiamo noi.

Lo documenta un testo di appena qualche decennio successivo. Dice la Didaché: se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo il pane quotidiano?

Anche Paolo, scrivendo ai Corinzi in un contesto sociale e temporale molto vicino a questo, ricorda, con toni bruschi, l’esigenza: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta” (1 Cor 27-34).

 

Il tempo della preghiera

 

Anche l’ultima caratteristica della comunità apostolica interpella decisamente la nostra vita personale e lo stile di esistenza delle nostre comunità ecclesiali.

Quello vissuto dalla comunità descritta dagli “Atti”, con tutta probabilità, corrisponde ai tempi e ai modelli di preghiera di ogni buon ebreo, perché nella comunità non si era ancora prodotto il distacco dal Tempio e dalle tradizioni. Non è questo quello che ci interessa. Quello che conta è il fatto. La Chiesa apostolica ha tempi e momenti di preghiera e ad essi è continuamente fedele.

Le cose da fare erano molte, allora come oggi. La comunità non cede al ritmo frenetico degli impegni e neppure concentra le sue preoccupazioni attorno all’invenzione di nuove possibili iniziative. Fa tutto questo, di sicuro… anche se gli “Atti” non si preoccupano di riferirlo, se non con qualche rapida allusione. Ma non trascura la qualità fondamentale del suo esistere.

Gli apostoli soprattutto lo sentono come una responsabilità irrinunciabile: cercano collaboratori a cui demandare eventuali incarichi necessari, per non mettere in secondo piano quello che Gesù ha affidato a loro come prioritario.

Per noi il tempo della preghiera è prima di tutto tempo dedicato alla contemplazione. Ci costa, perché ci resta sempre la tentazione di considerare il tempo della contemplazione come tempo sottratto all’azione o, al massimo, come un luogo tranquillo per progettare meglio le nostre azioni.

L’esperienza degli apostoli e delle prime comunità cristiane ci mette in crisi.

Abbiamo già considerato quello che hanno fatto gli apostoli, appena scesi dal monte dopo la scomparsa di Gesù. Invitati dall’angelo a darsi da fare per realizzare il regno di Dio, si sono ritirati a pregare.

La stessa cosa viene ripetuta nel contesto su cui stiamo riflettendo. La comunità, affannata dalle mille concrete preoccupazioni dell’inizio, dedica un gran tempo alla preghiera. Diventa contemplativa dell’esperienza concreta e quotidiana per essere veramente coinvolta nell’azione secondo la consegna ricevuta da Gesù.

Questa è la nostra vita, secondo il progetto che Dio ci consegna in Gesù.

Nella vita del cristiano, infatti, ci sono dei gesti tutti orientati a celebrare il dono ricevuto; e altri totalmente dalla parte dell’impegno attivo.

I primi sono costituiti dai momenti in cui il cristiano si sottrae al ritmo normale di una vita operosa e si immerge nella preghiera e nelle celebrazioni liturgiche, che fanno pregustare nella speranza il regno promesso.

Attraverso questi gesti il cristiano esprime la sua risposta a Dio mettendo l’accento più direttamente sulla radicalità e totale gratuità del dono. La sua realizzazione nel tempo è confessata tutta dalla parte di Dio; per questo la passione di chi vuole il regno di Dio si manifesta in una contemplazione gratuita e festosa.

Quando il cristiano si immerge nella fatica e nella lotta, costruendo vita e speranza con il sudore della sua fronte, egli esprime invece direttamente la responsabilità dell’uomo nella costruzione del regno di Dio.

La distinzione tra i momenti celebrativi e quelli della prassi operosa è importante. Ci aiuta a cogliere come la stessa passione per il regno di Dio non può esaurirsi solo in alcuni orientamenti. Ci aiuta anche a costatare che i diversi gesti vanno considerati in rapporto all’unica fondamentale passione. Esprimono la ricchezza dell’evento e un modo concreto e specifico di accoglierlo. L’uomo spirituale non esclude la preghiera dalla sua vita solo perché ci sono problemi gravissimi da affrontare, e non può bruciare energie in cose che sembrano inutili ed inefficaci. Neppure però si limita ad invocare la potenza di Dio, chiedendo a lui di farsi carico dei poveri del mondo. Non contempla solamente l’amore di Dio in azione; ma gioca fattivamente la fatica della sua intelligenza e della sua operosità.

 

Un racconto per sognare

 

Un’ultima cosa ce la dobbiamo dire. In fondo… è proprio bella. Serve a dare speranza proprio nel momento in cui le cose appena dette potrebbero gettarci in crisi.

Le pagine degli “Atti” su cui stiamo riflettendo non sono una fotografia della comunità apostolica con cui misurarci per constatare la distanza tra noi e loro. Quello che ci viene narrato è un… racconto per sognare.

Chi vuole mettere in crisi le persone, pone davanti ad esse un modello perfetto, riuscito in tutti i particolari. E così si constata la distanza tra lo stato di fatto e il dover essere proposto. Nascono i sensi di colpa, gli impegni affannosi o le rassegnazioni.

Fa così persino la nostra società per farci acquistare i suoi prodotti, proposti come i salvatori efficaci in tutte le situazioni di disperazione. Prima ci colpevolizza, perché siamo tanto diversi dal nostro modello ideale. E poi ci rassicura, perché esistono i rimedi, facili ed efficaci, a questi malanni. Qualche volta, anche l’educazione religiosa ha percorso le stesse logiche, convinta che più riusciva a mirare alto e più erano assicurati i risultati. Con una buona dose di impegno e qualche sacrificio tutto era risolto: persino la pretesa di meritarci l’amore di Dio, in barba alla gratuità sconsiderata di questo stesso amore.

Il ritratto della comunità apostolica è un racconto per sognare. Il sogno è grande, a calori sgargianti, capace di distruggere le nostre quotidiane pochezze. Resta però un sogno, che va progressivamente diventando realtà, nel gioco delle responsabilità personali e della novità prodotta dallo Spirito.

La conferma che si tratta solo di un sogno viene dalle pagine che seguono.

La comunità procede d’amore e di concordia… e poi risulta che litigano per gelosie di bassa lega: “In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola. Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (Atti 6, 1-6).

Un’altra pagina è più drammatica ancora. Fa quasi da specchio alla constatazione che tutti mettevano in comune i loro beni e persino vendevano quello che possedevano, per assicurare una condivisione piena. Anania e Zaffira (Atti 5) vendono il loro campo ma consegnano agli apostoli solo una parte del ricavato e si tengono il resto. Pietro li condanna e la morte li ghermisce, improvvisa e violenta.

Gli “Atti” raccontano un sogno. Ma si tratta di un sogno speciale. Esso ha Dio come protagonista. Lui è il nostro sogno di futuro che ci permette di vivere il presente, anticipando frammenti di futuro fino alla pienezza, sperimentata nella gioia, del nostro sogno. Egli fa realizzare i sogni. Dalla parte del futuro scopriamo meglio, con uno sguardo molto più penetrante, il limite che attraversa il nostro presente. Non ci disperiamo e nemmeno ci rassegniamo. Continuiamo a sognarlo, nella certezza che i nostri sogni, proprio quando sono belli davvero, avremo la gioia di vederli realizzati.

Per questo, la comunità apostolica è tutta concentrata nella celebrazione dell’eucaristia. In questo evento coniuga il presente, con i suoi problemi, con il passato dove incontra le cose meravigliose che Dio ha realizzato per il suo popolo, e sperimenta la gioia del futuro nelle pieghe sofferte del presente, dove tutti i sogni diventeranno esperienza diretta.

 

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