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Una pastorale giovanile attenta ai “diritti umani”?

 

Riccardo Tonelli

(NPG 2003-01-3)

 

Uno sguardo al passato

Alla fine degli anni Sessanta stava crescendo una forte sensibilità verso la dimensione politica di ogni intervento. Qualcuno era arrivato ad affermare che tutto è politica, perché la politica è tutto. La sensibilità politica era nata nel clima vivacissimo del rinnovamento ecclesiale suscitato dal Concilio… tant’è vero che leaders, gruppi, istituzioni impegnati in politica avevano, quasi sempre, come riferimento comune una matrice ecclesiale.
Questa sensibilità era trasmigrata facilmente dall’ambito dell’impegno sul sociale a quello più formalmente ecclesiale, suscitando reazioni molto diverse: dall’entusiasmo delle intuizioni nascenti alla reazione, spesso nervosa, di chi si sentiva toccato sul vivo e sollecitato a mettere in discussione quello che sembrava pacifico e consolidato.
Purtroppo la scarsa disponibilità a dialogare e l’incapacità di cogliere la radice più matura delle intuizioni hanno prodotto spesso esiti tristi, non ancora adeguatamente assopiti.
Qui si colloca una pagina importante della storia della nostra rivista.
Il gruppo di redazione ha intuito l’urgenza di inserirsi nel dibattito, prendendo posizione in modo non equivoco. L’abbiamo fatto nel nome della pastorale giovanile e delle scelte teologiche ed educative che andavano maturando. Eravamo convinti che non era possibile restare alla finestra. Nello stesso tempo avvertivamo la responsabilità di una rilettura e di una progettazione educativa matura su questi venti di rinnovamento.
Purtroppo anche la rivista ha risentito degli echi del momento ecclesiale. Qualcuno ci ha accusati di abbandonare il terreno del nostro lavoro, per invadere campi altrui. Le questioni della politica mettevano alla scoperto una serie di nodi teologici e antropologici che il Concilio aveva lanciato ma che erano davvero molto lontani da costituire una mentalità operativa. Anche sulla frontiera opposta… ci siamo fatti nemici decisi: l’attenzione verso l’educativo ha portato a privilegiare il terreno del prepolitico, l’urgenza della formazione, la ricerca di interventi gestibili e interiorizzabili. E tutto questo non poteva trovare d’accordo chi invece preferiva le espressioni forti, i gesti ad effetto, una ricerca di collaborazione sulle cose concrete senza nessuna verifica sulle ideologie che stavano a monte.
Oggi tutto questo polverone si è depositato… non sempre con i necessari guadagni di sensibilità, maturazione teologica, presenza là dove si costruisce il futuro nel nome e per l’esperienza del Crocifisso risorto.

Dalla politica ai “diritti umani”

Ogni tanto fa bene dare uno sguardo, almeno rapido, al passato. Serve a scoprire che i guai non sono sempre originali e inediti, e dà quel tanto di conforto concreto e operoso che spinge a trovare soluzioni per quelli attuali. Nel caso di questo dossier può essere utile per evitare che qualche lettore, dimenticando quello che è stato sofferto, sperimentato e costruito, rilanciasse la stessa domanda di un tempo: con tutte le cose urgenti che la pastorale giovanile è chiamata ad affrontare… perché interessarsi (o forse… perdere tempo) su una questione certamente seria ma non specifica?
Proprio questa è la questione in un dossier sui “diritti umani”. L’attenzione a temi come la politica (una volta) e i “diritti umani” (oggi) va considerata come un soggetto marginale nella pastorale giovanile… una di quelle attenzioni a cui, per fortuna, qualcuno è attento per una sensibilità vocazionale speciale… ma da considerare l’originale che suona fuori dall’orchestra… cui si fa riferimento per coprirsi le spalle e documentare che la comunità ecclesiale non era assente? O, al contrario, si tratta di una tematica tanto centrale rispetto a ciò che è specifico della pastorale giovanile, fino al punto che, se fosse assente, mancherebbe una dimensione qualificante?
Nessuno oggi mette in discussione la necessità di interessarsi della “promozione dei diritti umani”. Sarebbe un controsenso imperdonabile. Ciò che viene posto in discussione è la sua collocazione nel quadro di un progetto ecclesiale di pastorale giovanile. Si può discutere di quanto la pastorale giovanile ecclesiale debba interessarsi di sport, di musica giovanile, di scuola… o di attività educative di questo tipo. E le risposte sono diverse. L’attenzione ai “diritti umani” fa parte dell’insieme delle urgenze utili, preziose… ma facoltative o, al contrario, è qualcosa di specifico, che riguarda il cuore stesso del progetto di annuncio di Gesù e di impegno per la realizzazione della sua salvezza?
In ultima analisi al centro c’è, ancora una volta, una ricerca su quale debba essere la specificità, anche formale, della pastorale giovanile, con la voglia ricorrente di fare elenchi, per distinguere saggiamente tra le cose necessarie, quelle utili e quelle di contorno…
Un esempio può servire a stare un poco di più sul concreto.
Oggi da molte parti si insiste sulla necessità di porre con decisione al centro di ogni progetto di pastorale la persona di Gesù il Signore e il suo messaggio di salvezza. Il richiamo è davvero prezioso per aiutarci a non dimenticare i rischi e le delusioni di una stagione della pastorale giovanile tutta giocata all’insegna delle astuzie metodologiche, convinti di avere finalmente trovato a questo livello la soluzione di tutti i problemi.
Certamente non è corretto generalizzare, come fa qualcuno che arriva a concludere che tutto il passato è stato realizzato all’insegna dell’autosufficienza presuntuosa, vuoto dei contenuti fondamentali della fede, più preoccupato delle cose che affascinavano i giovani che dell’impegno serio che loro andava prospettato. È certamente più corretto riconoscere che in certe affermazioni, che oggi possiamo considerare solo “polemiche”, c’era la necessità di ritrovare qualcosa che si era perduto nelle pieghe di un certo soprannaturalismo o di un po’ di magismo religioso.
Oggi però sembra che questi anni di faticosa maturazione siano passati invano e basti qualche citazione biblica, la partecipazione ad avvenimenti solenni, un aumento di espressioni di religiosità… per assicurare la capacità di vivere una esperienza cristiana secondo le esigenze del vangelo.
Purtroppo questi modi di fare, superficiali ed esteriori, sono utilizzati persino per organizzare una classifica… di giovani bravi e meno bravi, di esperienze che danno consolazione e di altre che preoccupano. Altre volte, le espressioni di alcuni giovani, che hanno veramente interiorizzato i modelli irrinunciabili dell’esistenza cristiana e rappresentano una preziosa indicazione di futuro, diventano il punto di riferimento dei giovani di oggi, quasi che potessero indicare la linea di tendenza più comune, che solo un po’ di miopismo ottuso non è disposto a riconoscere. E così si dichiara che “i giovani” cercano preghiera e spiritualità, sono disponibili alle cose più impegnative quando sono presi per il verso giusto… Quello che vale certamente per alcuni, diventa indicativo per tutto il variegato universo giovanile.
La distinzione tra cose centrali e cose marginali, impegni irrinunciabili e impegni facoltativi… nasce da una visione della pastorale contro cui abbiamo sempre reagito – nei tempi della riscoperta della politica e di fronte alle urgenze dell’educazione… – perché separa e contrappone là dove invece il riferimento alla persona di Gesù, al suo messaggio e alla testimonianza dei suoi discepoli chiede di unire, facendo unità e cercando l’integrazione che accoglie la differenza e suggerisce la complementarietà.
Questo è il punto della questione. L’attenzione ai “diritti umani” ci spinge a verificare dove stia la specificità della pastorale giovanile, in ordine alla maturazione personale della fede e alla formulazione di una autentica esperienza cristiana. Siamo oggi allo stesso snodo in cui ci siamo trovati trent’anni fa di fronte alla riscoperta della politica.

Un riferimento decisivo

Per affrontare seriamente la questione, attiviamo un confronto, disponibile e critico, con Gesù, la sua prassi e la testimonianza dei suoi discepoli.
Non si tratta di cercare qualche citazione biblica a suffragio di affermazioni solenni, e neppure è sufficiente gettare nella mischia della ricerca qualche passo di documenti magisteriali. L’esperienza vissuta in questi anni ci ha aiutato a maturare uno stile diverso: il confronto tra i nostri problemi e il vissuto normativo ecclesiale. I nostri problemi lo illuminano, lo interpretano, lo liberano, in qualche modo, del peso dei modelli culturali in cui si è espresso. La testimonianza autentica della fede guida l’attenzione ai problemi attuali, orienta la loro ricomprensione più profonda e decide le direzioni di soluzione.
Quale preoccupazione Gesù ha consegnato ai suoi discepoli, quando li ha sollecitati a percorrere in lungo e in largo il mondo conosciuto, per annunciare la buona notizia del Vangelo e della prossimità del regno di Dio? Per rispondere, in questi anni abbiamo spesso meditato la storia di Pietro che guarisce lo zoppo alla porta Bella del Tempio. È narrata in Atti 3 e 4.
“Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta ‘Bella’ a chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l’elemosina. Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: ‘Guarda verso di noi’. Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. Ma Pietro gli disse: ‘Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!’. E, presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio ed erano meravigliati e stupiti per quello che gli era accaduto” (Atti 3,1-10).
Letto così, sembra il resoconto di un gesto prodigioso, che finisce tutto lì. E invece è importante continuare la lettura del documento. La riassumo.
Lo zoppo guarito dal racconto della storia di Gesù, grida tanto di gioia che lo fermano per schiamazzi nel recinto sacro del tempio. Quando i sommi sacerdoti vengono a sapere che c’è stato di mezzo Pietro, interrogano lui, per andare alla radice del disordine. Qui viene il bello. Pietro dice: “Sapete perché questo zoppo cammina dritto e sano? Perché tutti sappiano che non possiamo essere vivi se non in quel Gesù che voi avete crocifisso e ucciso e il Padre ha risuscitato da morte”.
C’è un riferimento stretto tra la storia di Gesù, la guarigione fisica dello zoppo e la vita piena (anche contro la morte).
Rispetto a quello che conosciamo della prassi di Gesù per la vita, Pietro aggiunge qualcosa di nuovo e di inedito. Non solo guarisce come ha fatto tante volte Gesù, ma racconta anche la storia di Gesù. Al gesto, per la cui realizzazione Gesù spesso ha chiesto la fede in lui e nella potenza del Padre, Pietro aggiunge il racconto della sua fede appassionata nel Crocifisso risorto. Dice, con forza, che solo in questa fede, impegnata a confessarlo ormai come il vivente, è possibile avere pienamente e definitivamente la vita. Il racconto della storia di Gesù nella confessione di fede dei suoi discepoli, l’entusiasmo e la fede che suscita in coloro cui è rivolto, danno la pienezza della vita. C’è un intreccio profondo tra guarigione e confessione che Gesù è il Signore. La guarigione risolve i problemi fisici. La confessione di fede nel Risorto supera le barriere della morte fisica e assicura una pienezza impensabile di vita, nonostante la morte.
I due momenti non sono però slegati. Si richiamano invece reciprocamente. Il gesto che ha ridato vita alle gambe rattrappite dello zoppo, dà forza e serietà alla proposta di Gesù; la decisione che dà pienamente la vita, offerta come dono misterioso e accolta nella fede, va oltre la guarigione: riguarda un gioco di libertà e di amore, un sì ad un mistero di vicinanza. Senza questa decisione di fede nel Signore Gesù non c’è vita piena; nonostante l’eventuale guarigione dalla malattia o la liberazione dall’oppressione resteremmo prigionieri della morte, presto o tardi.
Per questo, i discepoli di Gesù si mettono in giro per il mondo a parlare di Gesù e della sua resurrezione. Non lo fanno solo con belle parole. Parlano con i fatti, ma poi moltiplicano le parole che ripetono il racconto della storia di Gesù.
La guarigione dello zoppo e tutti gli altri gesti miracolosi che i discepoli compiono, esprimono, in modo simbolico, che la storia di Gesù, raccontata nella loro fede appassionata, è vera e autentica: non parla solo di vita, ma ne anticipa i segni nel piccolo e nel quotidiano. Quello che conta veramente, quello che il racconto della storia produce più intensamente e misteriosamente (la realtà rispetto al suo segno) è proprio la vittoria della vita sulla morte.

Un rapporto molto stretto

La meditazione della prassi della comunità apostolica, secondo la testimonianza appena citata di Pietro, non porta solo a concludere sulla importanza del “far camminare gli zoppi” per annunciare in modo autentico che solo Gesù è il Signore. Ma ci sollecita a qualcosa di molto più impegnativo. Tutto questo è davvero decisivo nella questione di cosa sia specifico della pastorale giovanile ecclesiale.
La discussione sul rapporto tra evangelizzazione (la affermazione che Gesù è il Risorto, unico nome in cui avere la vita) e promozione umana (il far camminare lo zoppo sano e spedito, restituendogli quella dignità umana che la sua malformazione fisica gli aveva tolto), a confronto con questo testo risulta teorica ed astratta. Non si tratta di elaborare formule di compromesso, che indichino il dosaggio degli ingredienti. Si tratta invece di due momenti, diversi nella loro specificità (almeno sul rapporto tra parole e fatti), ma così profondamente collegati da costituire un unico intervento. Le parole interpretano i fatti (“lo zoppo cammina… perché tutti sappiano che Gesù è Risorto”, dice con forza Pietro). I fatti danno autenticità e significatività alle parole (tutti possono constatare quello che è capitato: un fatto inedito e imprevedibile). Come ricorda Evangelii nuntiandi, studiando il processo di evangelizzazione (EN 20-23), senza fatti, anche il più bel annuncio sarebbe vuoto e inverificabile; senza parole, il fatto resterebbe equivoco, incapace di trascinare verso la sua manifestazione più piena.
La reciprocità tra l’annuncio di Gesù e la guarigione dello zoppo influenza la qualità dei due processi e, in qualche modo, li consegna alla loro autenticità. Li libera dalla possibilità di una mutua strumentalizzazione ma anche dalla pretesa di autonomia, come se si potesse realizzare l’una esigenza a prescindere, almeno implicitamente, dall’altra. Questo è il bello dell’esperienza cristiana e la novità della sua pretesa di essere al servizio della vita, piena e abbondante, per ogni persona.
Non c’è bisogno di insistere sulla insignificanza di un annuncio che non faccia camminare gli zoppi. Qualche cosa è stato appena annotato. Molto è stato rilanciato con forza in questi anni. C’è da sperare che la convinzione teorica diventi, finalmente, prassi vissuta nella Chiesa attuale come lo era nella comunità apostolica (si veda il libro degli Atti degli Apostoli).
Il secondo aspetto invece merita una sottolineatura speciale, proprio per inquadrare meglio il tema di questo dossier.
Questa è dunque la convinzione che sta alla radice della proposta: la pastorale giovanile assume come sua dimensione irrinunciabile l’impegno “politico” della promozione dei diritti umani, per fedeltà al Signore che annuncia; riporta però in questo processo, comune a tutti gli uomini di buona volontà, una serie di esigenze, riconducibili alla esperienza normativa del Crocifisso risorto, che permettono a questo servizio di essere veramente promozionale per l’uomo.
La logica è la stessa con cui, in altri contesti, è stato studiato il rapporto tra evangelizzazione ed educazione. L’evangelizzazione si realizza in uno stile rispettoso delle logiche educative. L’educazione ritrova nel confronto con l’evento evangelizzato quella ispirazione normativa che le restituisce autenticità nel pluralismo delle diverse antropologie.
Riprendiamo questa esigenza approfondendo due aspetti. Non sono gli unici coinvolti, come è evidente; ma sono veramente centrali nel nostro progetto.

Gesù è l’unico nome in cui avere vita

L’impegno di promozione dei “diritti umani” comporta non solo il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni persona, ma anche una reale condivisione di risorse, per creare le condizioni concrete per l’esercizio di questa dignità.
È fuori discussione il rapporto tra promozione della dignità della persona e condivisione solidale delle risorse disponibili. Non è sufficiente affermare il rapporto; è indispensabile analizzarne la qualità.
Basta una condivisione solidale delle risorse per restituire dignità e soddisfacente prospettiva di futuro?
Purtroppo le cose non sono disponibili a tutti: una seria opera di condivisione è indispensabile per un progetto di promozione dei diritti umani per tutti. Chi resta a mani vuote si ritrova spesso deprivato di ogni esperienza di dignità. Ma anche coloro che se ne sono accaparrate in misura... sufficiente, si accorgono presto che le cose non ci bastano davvero a risolvere i problemi dell’esistenza.
Il confronto con l’esperienza del Crocifisso risorto ripropone un modo nuovo di affrontare le cose. La restituzione della dignità perduta o conculcata è piena solo quando riusciamo a possedere pienamente il senso della nostra esistenza, di tutte le esperienze che ne costituiscono la trama e, persino, di quella situazione limite che di fatto mette in crisi ogni pretesa di autosufficienza: la morte. Confrontati con la provocazione della morte, ritroviamo il senso più alto della nostra esistenza, proprio riconoscendone il limite più invalicabile.
La morte ci restituisce alla qualità e all’autenticità della nostra vita. Essa non è un incidente di percorso, di cui possiamo evitare il confronto, quasi fosse statisticamente irrilevante rispetto al problema centrale.
In qualche modo, dovremmo essergliene grati: essa è un supplemento di libertà in un mondo di costrizioni pericolose e alienanti, anche se opera con mano pesante e senza permetterci di giocare a nascondino...
Sul confine della finitudine, l’uomo si ritrova “diverso” dalle cose e dagli altri esseri viventi. Entra nel mondo affascinante e misterioso di una vita irrepetibile.
Chi sa vivere l’esperienza della finitudine, come verità di se stesso, sofferta e scoperta, alza al Signore il grido della sua vita, ritrova la gioia di vivere e la libertà di sperare. Convive, nella pace e nella gioia, con la propria finitudine, perché si sente nell’abbraccio accogliente di Dio.
L’esperienza della finitudine apre alla capacità di affidamento. Ci fidiamo tanto della vita, da anticipare, in modo maturo e programmato, quell’affidamento al suo mistero a cui la morte ci costringe.

Dai diritti ai doveri

La pastorale giovanile si impegna, come suo servizio specifico, per una promozione piena dei “diritti umani”.
Quali?
Viviamo in una stagione di largo e diffuso pluralismo. Non è davvero facile decidere quali tratti di personalità possano dire, in autenticità, il livello di maturazione umana verso cui siamo in trepida tensione. I modelli sono diversi e i suggerimenti si incrociano in un vortice che spesso produce frastuono e incertezze, arrivando persino a scatenare e a giustificare l’esasperata soggettivizzazione dei giudizi e delle decisioni. Molte volte resta l’impressione che il “per me” diventi l’ultimo e decisivo criterio di autenticità. Abbiamo bisogno di stabilire dei criteri, capaci di fare ordine tra le differenti proposte.
Non basta certo il consenso ottenuto cercando il punto minimo di intesa, per riuscire a mettere d’accordo tutti, rispettando le posizioni culturali, ideologiche, educative di ciascuno. E non è sufficiente coprirsi le spalle citando buoni documenti su cui si è raggiunto – magari a fatica – un certo consenso.
Chi è impegnato nell’educazione e soprattutto chi riconosce che in questo servizio sta giocando la qualità del progetto di pastorale giovanile, pretende un confronto più normativo, capace di mettere in crisi le posizioni raggiunte e di spingere il processo di maturazione educativa verso soglie veramente promozionali in autenticità e in solidarietà.
Il confronto con Gesù di Nazareth ci può aiutare a ricomprendere l’esito del processo di maturazione personale e sociale. Non pone un’altra soglia, alternativa o successiva a quella verso cui sono in cammino gli uomini impegnati alla promozione dei diritti umani. La ripensa e la riformula “nella verità” dell’essere uomo e donna nel progetto di Dio.
Una pagina del Vangelo abbiamo riscoperto, in questi anni, come emblematica a questo proposito. È citata spesso come la storia del “buon samaritano”, l’invito cioè a “farsi prossimo”.
“Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: ‘Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?’. Gesù gli disse: ‘Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?’. Costui rispose: ‘Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso’. E Gesù: ‘Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai’. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: ‘E chi è il mio prossimo?’. Gesù riprese: ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?’. Quegli rispose: ‘Chi ha avuto compassione di lui’. Gesù gli disse: ‘Va’ e anche tu fa’ lo stesso’” (Lc 10,25-37).
Al centro della parabola il dottore della legge e Gesù stesso collocano la “cosa” che conta di più: la verità della propria esistenza secondo il progetto di Dio.
“Cosa devo fare per avere la vita eterna?”, chiede il dottore della legge con una espressione classica nelle Scritture ebraiche. Gesù accoglie la domanda e risponde, rimandando alle due condizioni fondamentali suggerite dalla Legge: l’amore a Dio e l’amore verso il prossimo.
Con questo richiamo tutto sembrava risolto. E invece qui si scatena la novità del Vangelo, che trasforma un’affermazione conosciuta e ripetuta in qualcosa che provoca, sollecitando verso una personale scelta di campo.
Il dottore della legge riprende la conversazione sul tema in cui riconosce di avere dei dubbi: chi è il prossimo? Gesù risponde, capovolgendo le posizioni. Non si tratta di elencare “chi” è prossimo e chi non lo è, definendo la situazione oggettiva di partenza. La questione non riguarda gli altri, ma l’atteggiamento personale nei confronti di chiunque. Gesù chiede infatti di “farsi prossimo”. Trasforma la situazione fisica di vicinanza o di lontananza, in una vocazione, che interpella la libertà e la responsabilità personale.
L’invito di Gesù è molto impegnativo. L’altro è spesso senza voce: non ha nemmeno la forza di chiedere aiuto. Eppure, in questa sua situazione, egli è sempre un forte imperativo ad ogni persona. Gesù gli dà voce, invitando ad accogliere il grido silenzioso di chi soffre e ha bisogno di sostegno. Può sentire questa voce solo colui che vive nella compassione. Questo atteggiamento, che rende presente la compassione di Dio verso ogni uomo, permette di interpretare la chiamata dell’altro e sollecita a farsi prossimo nei confronti di ogni persona che attraversa la nostra esistenza.
Costruiamo la nostra esistenza solo se accettiamo di “uscire” da noi stessi, decentrandoci verso l’altro. L’esistenza nella concezione evangelica, è quindi un esodo verso l’alterità, riconosciuta come normativa per la propria vita. Una vita decentrata nell’impegno non è dunque il banco di prova dove “applichiamo” quello che abbiamo appreso, meritandoci così il dono della vita nuova. Essa è invece l’esplosione di tutta la nostra vita quotidiana, perché esistiamo per amore e siamo impegnati a costruire vita attraverso gesti d’amore.
Così, come ricorda il titolo del paragrafo, la promozione dei “diritti” umani diventa impegno verso una progressiva coscienza dei personali “doveri” di solidarietà.

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