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Educare alla fede nei luoghi informali

 

Riccardo Tonelli

(NPG 2002-07-46)



Ciascuno di noi, quando si mette a fare progetti e si tira su le maniche per realizzarli, ha una sua ragione di fondo. Questa intenzione non sempre è esplicita e soprattutto non possiamo dare per scontato che essa rappresenti qualcosa di condiviso tra i nostri collaboratori. È indispensabile esplicitare e verificare.

Una proposta

Faccio una proposta come punto di confronto. Essa ha come riferimento l’esperienza che i discepoli di Gesù hanno avuto stando con lui.
Essi non avevano la preoccupazione di fare dei proseliti. Erano rimasti colpiti dalla veemenza con cui il loro maestro ha rimproverato ai maestri della legge questo modo di fare: “Voi fate lunghi viaggi per terra e per mare, pur di riuscire a convertire anche un solo uomo: ma poi, quando l’avete conquistato, lo fate diventare degno dell’inferno, peggio di voi” (Mt 23, 15). Al contrario, hanno imparato a condividere la passione che ha riempito tutta l’esistenza del Maestro: “Io sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa” (Gv 10, 10).
In concreto, questa dovrebbe essere l’intenzione della presenza e dell’azione dei discepoli di Gesù anche oggi, nei luoghi tradizionali dove si fa pastorale e in modo speciale in quelli che il titolo della relazione identifica come “luoghi non formali”:
– aiutare a vivere: suggerire un modo concreto di qualità di vita e mostrare la sua praticabilità e consistenza (al servizio della vita e della speranza);
– facendo toccare con mano che la ragione di fondo e di consistenza di tutto questo è l’esperienza di Gesù il Signore.

Le conseguenze

Questa intenzione pone conseguenze di grande peso. Qualche esempio:
– ripensa alla qualità della evangelizzazione: è giocata attorno alla qualità della vita;
– ripensa l’urgenza dell’annuncio di Gesù e della sua esperienza: per consolidare la vita e la speranza;
– non riesce più a dividere in “vicini” e “lontani”, perché utilizza come riferimento la vita e la speranza;
– e neppure riesce a valutare l’esistente sul tipo di domande che raccoglie… per questo l’operatore di pastorale fatica a concludere… che i giovani… della strada non hanno domande;
– anche la distinzione tra pastorale in luoghi formali e pastorale in luoghi informali… funziona solo come indicazione di comodo. La distinzione non è sulla variabile spazio-tempo, ma sul livello;
– riscopre, in ultima analisi, che il problema da affrontare e risolvere è davvero comune a tutti: la vita, il suo senso, la speranza e la sua affidabilità.

Dall’intenzione una ricomprensione della realtà

Ogni buon progetto parte dalla ricomprensione della realtà. Abbiamo bisogno di raccogliere informazioni, riconoscenti a tutti coloro che hanno qualcosa da suggerirci. Nel profondo dobbiamo però cogliere le “sfide” che interpellano la nostra pretesa di avere un progetto da offrire.
Quali?
L’intenzione funziona come precomprensione: spinge cioè a leggere la realtà, cogliendo ciò che è particolarmente rilevante e inquietante, oltre le suggestioni facili o la raccolta di problemi poco veri e meno rilevanti.

Una situazione di emergenza sulla vita

Non è difficile infatti raccogliere le sfide che il nostro tempo lancia a chi ama la vita e la vuole piena e abbondante per tutti.
Viviamo, infatti, in una situazione in cui questa vita è in stato di emergenza.
Per molti diventa impresa impossibile vivere una vita, così come il Dio della storia l’ha progettata per gli uomini e le donne che chiama figli suoi.
Molti hanno superato l’emergenza sulla possibilità della vita. Ma si trovano alla ricerca, disperata o rassegnata, di una qualità che la renda vivibile.
Su tutti preme l’ombra della morte: quella quotidiana, che ci accompagna come un nemico invisibile e pervasivo, e quella violenta e conclusiva, che sembra bruciare ogni progetto. Non sappiamo più bene dove radicare la nostra speranza.

Una diffusa orfanità

Ho l’impressione che questa situazione produca uno stato di diffusa orfanità sul senso.
Senso è ragione e fondamento della nostra concreta esistenza, capace di interpretare i singoli avvenimenti e ricondurli ad unità. La sua ricerca è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, ed è tensione verso qualcuno o qualcosa che offra le buone ragioni di ogni decisione e scelte importanti.
In situazione di orfanità viviamo male e cerchiamo tutte le vie di uscita possibili.
Nella ricerca di senso, la persona si mostra disposta a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sull’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.

Compiti urgenti

Sul problema della vita, del suo senso e di quell’insuperabile minaccia alla vita che è la morte, la fede cristiana è chiamata a misurarsi. Continuare l’esperienza di Gesù e dei suoi discepoli significa, in concreto, annunciare il Vangelo dentro questi problemi, con la preoccupazione che questo annuncio risuoni veramente come “bella notizia”.

Due compiti

Due sono di conseguenza i compiti di un progetto di pastorale giovanile, impegnato per la vita e la speranza.
Da una parte, esso si preoccupa perché cresca in ogni giovane la ricerca di ragioni per vivere e per sperare. Impariamo a vivere a braccia alzate, nella trepida ricerca di due braccia robuste, capaci di afferrare la nostra fame di vita e di felicità. La comunità ecclesiale incoraggia e sollecita questo atteggiamento esistenziale. Lo sostiene con i giovani che lo stanno spontaneamente sperimentando; lo scatena in quelli che hanno rimosso ogni confronto con la morte, da buoni figli di questa nostra cultura, e non si pongono più alcun problema di senso.
Dall’altra, la comunità ecclesiale ripensa al Vangelo per restituirgli la forza di salvezza “dentro” e “per” la vita quotidiana.

Facili o difficili?

Il primo compito è abbastanza facile. Viviamo infatti in una stagione culturale in cui è forte la consapevolezza dei tanti problemi che attraversano l’esistenza, anche se sono diversi i modi in cui si esprime questa drammatica emergenza.
Il secondo è molto più impegnativo. Una lunga tradizione teologica e pastorale sembra stranamente spingere in direzioni diverse. Diventa urgente, per realizzare correttamente i compiti della pastorale giovanile, riscoprire l’esperienza di Gesù e dei suoi discepoli. L’annuncio non è mai un vuoto gioco di parole, verificato sui parametri della congruenza formale tra soggetto e predicato. I fatti sono la prima e più eloquente parola. Le parole della verità interpretano i fatti.

Organizzazione delle risorse

Finalmente possiamo interrogarci sul come è possibile intervenire, in questa situazione, misurati dai problemi che abbiamo individuato, premuti da alcune precise preoccupazioni.
In questa prospettiva offro alcuni suggerimenti.

Il luogo privilegiato della pastorale: l’educativo

Una constatazione ci sfida e ci interpella: le persone (i giovani soprattutto) definiscono sempre di più la loro identità personale, colgono i problemi ed elaborano le risposte al di fuori dei luoghi educativi tradizionali. I luoghi della vita quotidiana vengono spesso vissuti come luoghi alternativi rispetto a quelli tradizionali, progettati come luoghi di “protezione” e di crescita.
I luoghi della vita quotidiana sono i luoghi di fatto di un buon progetto educativo e pastorale e della sua realizzazione.
La comunità ecclesiale li riconosce in modo consapevole e ripensa la sua relazione con essi, soprattutto attraverso l’impegno responsabile di adulti.
Stimo importante e qualificante porsi seriamente il problema e immaginare soluzioni motivate, soprattutto in una stagione in cui molti tendono a superare il coinvolgimento in attività e campi che sembrano svigorire la forza profetica dell’esperienza cristiana.
Tre cose:
– Ripensare i luoghi tradizionali in funzione dei luoghi reali di vita: non sono oasi verso cui convogliare i giovani, ma spazi di esperienza da cui rilanciare verso la vita.
– Produrre attenzione verso alcuni luoghi educativi veramente “di tutti” i giovani: la scuola, lo sport, la musica & C, il lavoro, la notte…
– L’attenzione alla quotidianità esige un rilancio della funzione dell’adulto come componente indispensabile di ogni processo educativo, in quanto testimone di un vissuto e propositore anche critico di modalità di vita (anche di vita cristiana). Una dimensione particolare di questa presenza è costituita dall’assunzione di impegni educativi nell’esercizio di funzioni professionali abitualmente considerate lontane da ogni impatto educativo, operando un coinvolgimento su questa responsabilità delle figure di adulti che di fatto attraversano la vita dei giovani.

Aiutare i giovani a diventare “persone invocanti”

Il terreno di confronto e di scontro è la “qualità della vita”. Quale?
A questo livello il pluralismo sta di casa e si ha spesso l’impressione che attorno alla vita ruotino tutte le proposte. Persino i mercanti di morte… giustificano le loro pretese con la scusa di… migliorare la vita.
In questi anni abbiamo raccolto la qualità della vita attorno alla capacità di “invocare”. Di conseguenza, abbiamo progettato la pastorale giovanile come abilitazione all’invocazione e esperienza di saturazione, gioiosa e responsabilizzante, dell’invocazione.
L’espressione va spiegata, per non diventare equivoca.
Nel contesto di queste riflessioni, invocazione ha un significato preciso. Significa un atteggiamento personale di affidamento a qualcuno che sta oltre il proprio vissuto, tra l’esperienza e la speranza. Indica quindi uno stile di esistenza: il superamento del limite, riconosciuto e accolto, per immergersi, in modo più o meno consapevole, nell’abisso del mistero di Qualcuno o Qualcosa che sta oltre, di cui ci si fida e a cui ci si affida. Spesso questa “realtà” non è stata ancora incontrata in modo esplicito, ma essa è implicitamente riconosciuta capace di sostenere la personale domanda di vita e di felicità, e di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
Una immagine può aiutare a decifrare meglio il senso dell’espressione: gli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sulla pista dei circhi.
In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto, protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.
L’esercizio del trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il “salto mortale” le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle, restituendo alla vita. Nell’esercizio al trapezio, nulla avviene per caso. Tutto è risolto in un’esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte.
Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte. Essa è il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.

Educazione e evangelizzazione per la vita e la speranza

L’invocazione è una esperienza di vita quotidiana, frutto di intelligenti processi educativi. Può essere educata. Viene educata però in due modalità che possono apparire all’opposto. Viene educata quando l’educatore opera sui germi iniziali di invocazione e attiva processi capaci di svilupparli, fino ad un esito soddisfacente. Viene però educata anche quando l’evangelizzatore (l’educatore cioè che fa proposte, ponendo davanti alla persona il mistero in cui la nostra vita è avvolta e la sua personale esperienza di questo mistero) evangelizza, con decisione e coraggio, rispettando però modalità comunicative capaci di suscitare libertà e responsabilità.
Questo è il punto: l’invocazione si propone come il luogo esistenziale privilegiato dove il Vangelo può risuonare come una buona notizia per la vita e la speranza. Vanno però superati i modelli solo responsoriali: ti offro una risposta solamente quando hai una domanda coerente. L’offerta della risposta, quando è realizzata in modo “sensato”, è capace di scatenare la domanda stessa, di educare cioè l’invocazione.
I due processi (educare alla domanda e scatenare la domanda stessa offrendo risposte) si incrociano sulla stessa piattaforma dell’invocazione e della sua educazione.
La vita quotidiana, nel suo ritmo normale, è carica di germi di invocazione. Per questo ogni domanda e ogni esperienza si porta dentro frammenti di invocazione. Va accolta, educata e restituita in autenticità al suo protagonista.
Per questo, l’invocazione è educabile. Un certo processo educativo la può sostenere e sollecitare adeguatamente. Serve la maturazione della persona e la spalanca verso l’attenzione e l’apertura sul trascendente.
L’evangelizzazione, nello stesso tempo, quando risuona dentro la ricerca di senso che attraversa ogni esistenza, può scatenare questo processo di maturazione dell’invocazione; lo sa provocare in coloro che vivono ancora distratti e superficiali; lo satura in coloro che sanno ormai esprimere autenticamente la loro voglia di vita e di felicità.
L’evangelizzazione non può quindi essere realizzata in un dopo cronologico rispetto alla maturazione dell’invocazione, anche se esige un buon livello di invocazione, per risuonare come buona notizia. La scansione è solo logica, fino al punto che la stessa evangelizzazione diventa un ottimo momento educativo in ordine alla maturazione e al consolidamento dell’invocazione.
Educhiamo all’invocazione per permettere alle persone di spalancarsi sul mistero annunciato. Evangelizziamo il Dio di Gesù per dare pane a chi lo cerca e sorgenti d’acqua fresca all’assetato; ma lo annunciamo con forza e coraggio per far crescere la fame e la sete di pienezza di vita.
I due processi non possono essere sperimentati e proposti come se fossero alternativi. Purtroppo, qualcuno le vive così, producendo conseguenze che considero preoccupanti. Educare senza evangelizzare è troppo poco per un buon progetto di pastorale giovanile. Evangelizzare ignorando le logiche esigenti dell’educazione, ci porta verso forme di esperienza religiosa rigide e reattive.

Fare proposte

All’interno di questo forte servizio educativo, un buon progetto educativo e pastorale deve prevedere anche la proposta ai giovani di un progetto di vita, con esplicito riferimento a Gesù nella comunità ecclesiale. Non si tratta di assicurare proseliti… ma di servire la vita… e la vita richiede l’immersione nel mistero di Dio per essere assicurata in pienezza anche di fronte a ciò che la mette inesorabilmente in crisi (dolore e morte).
L’urgenza va rilanciata con forza, per non ridurre il servizio pastorale ad una supplenza di servizi educativi che competono alle istituzioni civili, lasciando il compito evangelizzatore… alle vecchie logiche indottrinanti.
Alcune concrete attenzioni.

* Il confronto con modelli ed esperienze diffuse spinge a riconoscere l’urgenza di esperienze forti, capaci di scatenare attenzione e crisi, per aprire verso l’inedito e, di conseguenza, di personalità forti, capaci di creare identificazione e ascolto. Lo esige anche la qualità della proposta cristiana, che non può essere ridotta a qualcosa di scontato e tranquillizzante. Questo è l’ambito delle “esperienze capaci di provocare”:
– il contatto con situazioni di emergenza e la disponibilità al “volontariato”;
– ricomprensione della dimensione provocante di esperienze non governabili (morte, dolore, amore…);
– affidamento di responsabilità alte: “sentinelle del terzo millennio”.

* È di grande importanza la scelta di “fare proposte facendo fare esperienze:
– partecipazione a grandi avvenimenti;
– progettazione di esperienze significative;
– incontro con testimoni;
– la partecipazione alla vita di gruppi.

* In una situazione culturale come è l’attuale non possiamo però dimenticare che l’urgenza di fare proposte è fortemente collegata alla qualità delle proposte stesse. Soprattutto non possiamo ignorare, in qualsiasi proposta, la necessità inderogabile di assicurare sempre le condizioni irrinunciabili per favorire l’interiorizzazione della proposta e la sua capacità liberante e responsabilizzante.

* Inoltre, in un tempo di larga complessificazione è doveroso offrire pluralità di proposte, come espressione differenziata di un quadro unitario fondamentale. Questa pluralità di proposte è una risposta a situazioni differenziate. In questo modo le proposte diventano concrete, aperte verso tutti, orientate verso i referenti concreti cui vuole rivolgersi.

Dire l’esperienza cristiana oggi

Molti giovani, in termini più o meno espliciti, si chiedono: cosa mi capita se accetto la proposta cristiana e mi consegno al progetto di vita in esso contenuto?
La risposta alla domanda “chi è il cristiano?” non può essere realizzata ripetendo alla lettera, magari con qualche rapido aggiustamento, quello che ci proviene dalla tradizione e dal vissuto di coloro che, nella loro vita, hanno elaborato una risposta, forse alta e impegnativa, alla questione. La loro proposta, infatti, è sempre il tentativo di mediare, concretamente e storicamente, la decisione radicale per Gesù di Nazareth e i modelli culturali del tempo e dello spazio in cui essi sono vissuti.
Ci rendiamo conto però, abbastanza facilmente, che non basta spolverare con qualche etichetta evangelica i modelli culturali dominanti. Essi spesso si portano dentro delle logiche che hanno davvero poco da spartire con il Vangelo e sollecitano i discepoli di Gesù a ritrovare il coraggio dei martiri, capaci di prendere le distanze dalle logiche dominanti, anche a costo della propria vita.
Che fare allora?
Una interessante via di soluzione è stata sperimentata durante la “giornata mondiale della gioventù” e affidata dal Papa ai giovani che ha incontrato: realizzare nuovi modelli di inculturazione della fede e del vangelo e trasformare le nostre comunità ecclesiali in “laboratori” dove sperimentare e far sperimentare questi processi.
Questa è la grande sfida che l’oggi ci lancia. Possiamo essere cristiani e offrire ai giovani una proposta di vita centrata su Gesù il Signore, solo se riusciamo a coniugare, in espressioni nuove, la fedeltà al vangelo e la fedeltà all’oggi. Molte delle cose sperimentate durante la “giornata mondiale della gioventù” mostrano esempi e direzioni di cammino.

Un sogno sulla pastorale giovanile

La comunità ecclesiale crede che il Vangelo di Gesù è una “bella notizia” per tutti i giovani. Per questo, annuncia Gesù di Nazareth con forza e con coraggio, facendo camminare gli zoppi e restituendo la vista ai ciechi. Essa fa un annuncio, che è di senso e di speranza contro la morte. Le parole che dice sono, prima di tutto, la vita che torna nelle gambe rattrappite del povero paralitico e negli occhi spenti del cieco dalla nascita. In questo modo, realizza “una pastorale giovanile [...] della gioia e della speranza, che trasmette il lieto messaggio della salvezza ad un mondo tanto spesso triste, oppresso e disperato, in cerca di liberazione” (Puebla. L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina, 1205).
Si lavora davvero così?
È difficile rispondere in modo convincente. Forse è meglio spostare l’angolo di lettura: dalle analisi ai sogni.
Questa proposta è come un lungo sogno sulla pastorale giovanile. Chi dedica le giornate e gli anni a pensare a problemi e progetti di pastorale giovanile, ogni tanto se li sogna anche di notte. Come capita in ogni sogno, gli elementi si confondono e le prospettive sono sovrapposte.
Si intrecciano indicazioni già realizzate, di immediata costatazione, e punti che sono molto lontani dall’essere realtà.
Questo è il bello dei sogni: non è detto che sia tutto esatto, corretto e adeguato; ma lo si sopporta... tanto è solo un sogno.
C’è però il rischio felice che, presto o tardi, qualcosa del sogno si traduca in vissuto quotidiano... se abbiamo il coraggio di desiderarlo intensamente e se ci buttiamo nell’avventura sognata con speranza operosa.

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