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Invocazione

Riccardo Tonelli

(NPG 2001-07-47)


Ogni tanto, nella trama dell’esistenza personale e collettiva, capita un fenomeno strano: una espressione ritorna all’improvviso sulle labbra di tantissime persone, fino al punto da trasformarla in una specie di criterio implicito di appartenenza. Basta pensare a «impegno politico» qualche anno fa, a «gruppi», «animazione», «itinerario», «esperienza» nel nostro passato più recente, a «discernimento», «laboratorio» oggi… solo per citare espressioni dell’ambito educativo e pastorale. In questa situazione si scatenano dei fenomeni linguistici che richiedono una certa attenzione.
L’espressione, prima di questo uso diffuso, esisteva già nel repertorio culturale di un insieme sociale… ma aveva una valenza e una risonanza poco significativa.
Il suo senso poteva essere tranquillamente ricavato sfogliando un buon dizionario. All’improvviso essa diventa portatrice di modelli culturali e operativi nuovi. Uno dei suoi significati (uno di quelli che il dizionario proponeva) assume la funzione di dominante, fino al punto che l’uso, in un certo contesto, fa riferimento solo ad esso, mentre rimane deluso e frastornato chi continua a ritrovare il suo senso solo tra quelli suggeriti da un buon dizionario.
Attorno all’espressione si crea così una polarizzazione di consensi e, di conseguenza, nascono reazioni critiche e rifiuti. Qualcuno riesce persino a catalogare le persone sulla quantità di volte in cui quella espressione ritorna nella conversazione e nelle dichiarazioni.
«Invocazione» è una di quelle espressioni speciali; ad essa la riflessione pastorale elaborata da «Note di pastorale giovanile», in questi ultimi anni, fa richiami frequenti. È facile constatare che si tratta di un’utilizzazione particolare. Va scoperta, con la calma necessaria, per evitare un uso non adeguato o il rischio di raccogliere il termine senza condividere il significato.

Cosa è per noi «invocazione»

La prima cosa da fare è la classica (e sempre preziosa) precisazione dei termini. In questo caso, è d’obbligo l’indicativo «per noi», perché non possiamo certamente pretendere di avere il monopolio semantico del termine.
L'espressione «invocazione» è utilizzata qui con un significato preciso. Indica uno stile di esistenza: il superamento del limite, riconosciuto e accolto, per immergersi, in modo più o meno consapevole, nell'abisso del mistero di Qualcuno o Qualcosa che sta oltre, di cui ci si fida e a cui ci si affida. Spesso questa «realtà» non è stata ancora incontrata in modo esplicito, ma essa è implicitamente riconosciuta capace di sostenere la personale domanda di vita e di felicità, e di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita. Il vocabolario della lingua italiana offre altri significati: richiesta, preghiera, supplica, grido. Nel contesto delle nostre riflessioni pastorali invocazione significa invece un atteggiamento personale di affidamento a Qualcuno che sta oltre il proprio vissuto, tra l’esperienza e la speranza.
Una immagine può aiutare a decifrare meglio il senso dell’espressione: gli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sulla pista dei circhi.
In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto, protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.
L’esercizio del trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il «salto mortale» le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle, restituendo alla vita. Nell’esercizio al trapezio, nulla avviene per caso. Tutto è risolto in un’esperienza di rischio calcolato e programmato.
Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte.
Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte. Rappresenta, nella nostra ipotesi antropologica, il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.

Invocazione è esperienza di trascendenza

L’invocazione è una esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, alla ricerca delle buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nello stesso tempo, essa è già esperienza di trascendenza, sporgenza verso il mistero dell’esistenza.
Lo è ai primi livelli di maturazione. L’uomo invocante si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sull’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
Lo è soprattutto nella espressione più matura, quando ormai la ricerca personale si perde nell’accoglienza del mistero dell’esistenza. Ci fidiamo tanto dell’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.
Anche quando la persona raggiunge il livello più alto di maturazione religiosa, l’invocazione non si spegne, come se la persona avesse finalmente raggiunto la capacità di saturare tutte le sue domande esistenziali. A questo livello è riconsegna al silenzio inquietante di una presenza che sta oltre la propria solitudine, che viene dal mistero della trascendenza.
Superiamo il limite della nostra esistenza per immergerci nell’abisso sconfinato di Dio.
Fondati nella fiducia, ci affidiamo all’abbraccio di Dio.

Riunificare l’esistenza attorno all’invocazione

L’invocazione non è riducibile ad una delle tante esperienze che riempiono la vita di una persona, paragonabile per esempio alla ricerca del lavoro o a qualche hobby che impegna le energie nel tempo libero... Essa rappresenta invece, di natura sua, il tessuto connettivo di tutte le esperienze di vita: quasi una nuova radicale esperienza che interpreta e integra le esperienze quotidiane, in un qualcosa di nuovo, fatto di ulteriorità cosciente e interpellante.
La capacità di riunificazione sta nella ricerca di un significato per la propria vita, sufficientemente armonico e capace di dare consistenza al senso e alla speranza.
Al livello iniziale l’invocazione è soprattutto tensione verso un ulteriore, capace di dare ragioni e fondamento all’esistenza personale.
Ogni frammento di vissuto ed ogni esperienza personale, infatti, lancia e satura qualcuna delle tante domande di senso e di speranza che salgono dalla nostra quotidiana esistenza. Queste diverse domande si ricollegano in una più intensa che attinge le soglie profonde dell’esistenza: a questo livello, la domanda coinvolge direttamente il domandante e, normalmente, resta domanda spalancata verso qualcosa di ulteriore, anche dopo il necessario confronto con le risposte che ci costruiamo o che accogliamo come dono che altri ci fanno.
Al livello più alto e maturo, quando la domanda stessa si perde nell’abisso del mistero incontrato e sperimentato, l’invocazione è affidamento ad una «presenza» che è sorgente della vita dello stesso domandante. Nell’abbandono ad un tu scoperto e sperimentato, l’io ritrova la pace, l’armonia interiore, la radice della propria speranza. Come si nota, la riunificazione non sta nel «possesso», ma nella «ricerca»: non sono i dati sicuri quelli che possono fondare l’unità, ma la tensione, sofferta e incerta, verso un ulteriore e la riconsegna di tutta la propria esistenza a questo «evento», sperimentato e incontrato, anche se mai posseduto definitivamente.

L’invocazione come preziosa esperienza di incontro

La descrizione, appena suggerita, aiuta a rispondere alla domanda che sorge spontanea: perché consideriamo l’invocazione come una esperienza importante nel nostro progetto di pastorale?
Abbiamo sempre sostenuto la necessità di pensare e progettare la pastorale in una logica di continuità tra la maturazione della persona attorno alla qualità della vita e la crescita della esperienza di fede. I due processi non sono né alternativi né sostitutivi l’uno dell’altro. Si richiamano e si integrano reciprocamente. L’esperienza di fede si inserisce nel cammino di maturazione personale, come suo completamento e come saturazione delle domande che da esso scaturiscono. La maturazione della persona e la definizione della qualità di vita esige un confronto con un progetto normativo offerto alla libertà e responsabilità personale, per organizzare risorse e processo in una situazione di complessità, pervasiva come è l’attuale e in un clima culturale in cui i valori evangelici non sono certo quelli dominanti.
In questo senso, abbiamo parlato spesso di integrazione tra fede e vita, di quel processo (educativo e pastorale, nello stesso tempo) attraverso cui viene riunificata la persona attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio, testimoniato nella comunità ecclesiale attuale, riorganizzazione realizzata in modo da considerare Gesù Cristo il «determinante» sul piano valutativo e pratico. L’integrazione tra fede e vita viene assicurata quando si realizza un incontro pieno tra la domanda che sale dalla vita quotidiana e l’esperienza di fede che incontra questa domanda, la satura e la immerge in un mistero molto più ampio e coinvolgente della stessa domanda, come una folata improvvisa di vento che butta all’aria tutto quello che con cura avevamo cercato di ordinare.

Invocazione e fiducia nella vita

L’invocazione rappresenta un luogo privilegiato di incontro, di convergenza e di trasformazione.
Essa è tutta dalla parte della vita, concreta e quotidiana, della persona che sta maturando. Non è un intervento progettato dall’esterno né suggerito quasi come esercizio di abilitazione. Sono «io», signore della mia esistenza, che mi lancio verso qualcuno o qualcosa che sta fuori di me, di cui avverto il profondo bisogno, per trovare ragioni di vita e di speranza, dalla scoperta gioiosa e inquietante della mia stessa vita. Alzo le braccia verso le braccia robuste di chi si manifesta capace di afferrarmi, perché senza queste due braccia accoglienti sarei nel rischio mortale di sfracellarmi. Lo faccio nell’incertezza operosa della speranza e nella fragile consapevolezza dell’esperienza.
Questo gesto, tutto mio e tutto proteso fuori di me, affonda le sue radici nella mia storia, in quanto ho già sperimentato tante volte. È un momento, come tanti altri, del mio vissuto quotidiano. Esso è però tutto proteso verso l’oltre (una esperienza di trascendenza, come ricordavo qualche battuta prima), perché mi rendo drammaticamente conto di non poter bastare da solo.
La vita mi è restituita solo se accetto di consegnare le sue ragioni a qualcuno che sta fuori di me. In fondo, scopro, d’esperienza diretta, che solo nella speranza sono rassicurato sulla vita.
Non si tratta però di una speranza cieca, un esercizio di volontà ingiustificato… che rilancia verso l’oltre solo perché non potrei fare altrimenti. Le braccia robuste che mi afferrano le ho già incontrate tante volte. L’abbandono al mistero che mi avvolge ha già prodotto tante volte segni di rassicurazione.
Ma «questa volta» (come tutte le volte concrete) sono nel rischio: la certezza è nel futuro e nella consegna all’incerto.
Il fondamento dell’invocazione, quell’atteggiamento che trasforma un gesto rischioso in una esperienza gioiosa, sta nella fiducia verso la vita stessa, di cui l’amico che mi accoglie è segno e testimone. Mi fido della vita: per questo mi affido al rischio quotidiano del vivere, ripartendo continuamente appena ho sperimentato la sicurezza.
Se qualcuno chiede «Perché fidarsi della vita?», avvertiamo quanto sia difficile una risposta, tracciata nella trama fredda della razionalità. Scopriamo che la risposta corre in una specie di itinerario logico di ragioni, di cui l’una spalanca all’altra e ciascuna contiene, almeno implicitamente, tutte le altre.
Ci fidiamo perché la vita merita fiducia, come abbiamo tante volte sperimentato. Ci fidiamo perché la vita è più grande di quello che appare e constatiamo. Ci fidiamo perché la vita è avvolta in un mistero, immenso e rassicurante. Ci fidiamo – con una consapevolezza differenziata – perché il nostro Dio è il Dio della vita, colui che l’ama tanto da volerla piena e abbondante per tutti.

L’invocazione per una… continuità discontinua

Suggeriamo una pastorale di continuità tra maturazione umana e crescita nella fede, affermando con forza, però, la necessità di momenti propositivi e di salti bruschi di percorso. La continuità… ha sempre il tono e il sapore della discontinuità.
L’esperienza di invocazione assolve bene a queste esigenze: una ragione in più per considerarla luogo privilegiato di educazione e educazione alla fede.
Posso, infatti, lanciarmi verso le braccia robuste che mi afferrano, solo se accetto di staccarmi dalle altre sicurezze. Chi ha certezze, non invoca, ma si ancora più fermamente alle proprie personali certezze. Anche la stessa esperienza di fede può diventare rassicurante e bruciare la capacità di invocazione o può, al contrario, spalancare maggiormente verso l’invocazione se quello che ho già sperimentato mi spinge a nuovi e più coraggiosi «esercizi al trapezio».
L’invocazione rappresenta dunque l’indice più alto di maturazione cui la persona può giungere, anche attraverso la guida educativa e, nello stesso tempo, il luogo in cui il Vangelo può risuonare veramente come proposta significativa e salvifica, perché capace di saturare l’invocazione e di rilanciarla verso il mistero della fede cristiana.

Educare all’invocazione

Il consolidamento e lo sviluppo della capacità di invocazione sono un tipico problema educativo. Riguardano, in altre parole, la qualità della vita e l’influsso dell’ambiente culturale e sociale in cui essa si svolge. Abbiamo bisogno di restituire all’uomo una qualità matura di vita; e lo facciamo entrando, con decisione e competenza, nel crogiolo dei molti progetti d’uomo sui quali si sta frantumando la nostra cultura.
Non tutto però può essere ridotto a interventi solo educativi. L’educatore credente sa che senza l’annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l’uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l’incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita. Questo incontro è sempre espressione di un dialogo d’amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento dell’uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell’iniziativa di Dio.
Le due convinzioni non possono essere sperimentate e proposte come se fossero alternative. Purtroppo, qualcuno le vive così, producendo conseguenze che considero preoccupanti. Educare senza evangelizzare è troppo poco per un buon progetto di pastorale giovanile. Evangelizzare ignorando le logiche esigenti dell’educazione, ci porta verso forme di esperienza religiosa, rigide e reattive.
Di qui la convinzione: l’invocazione è una esperienza di vita quotidiana, frutto di intelligenti processi educativi. Può essere educata. Viene educata però in due modalità che possono apparire all’opposto. Viene educata quando l’educatore opera sui germi iniziali di invocazione e attiva processi capaci di svilupparli, fino ad un esito soddisfacente. Viene però educata anche quando l’evangelizzatore (l’educatore cioè che fa proposte, ponendo davanti alla persona il mistero in cui la nostra vita e avvolta e la sua personale esperienza di questo mistero) evangelizza, con decisione e coraggio, rispettando però modalità comunicative capaci di suscitare libertà e responsabilità.
Questo è il punto: l’invocazione si propone come il luogo esistenziale privilegiato dove il Vangelo può risuonare come una buona notizia per la vita e la speranza. Non accetto però i modelli solo responsoriali: ti offro una risposta solamente quando hai una domanda coerente. L’offerta della risposta, quando è realizzata in modo «sensato», è capace di scatenare la domanda stessa, di educare cioè l’invocazione.
I due processi (educare alla domanda e scatenare la domanda stessa offrendo risposte) si incrociano sulla stessa piattaforma dell’invocazione e della sua educazione.
Sono consapevole che la vita quotidiana, nel suo ritmo normale, è carica di germi di invocazione. Per questo ogni domanda e ogni esperienza si porta dentro frammenti di invocazione. Va accolta, educata e restituita in autenticità al suo protagonista.
Per questo, l’invocazione è educabile. Un certo processo educativo la può sostenere e sollecitare adeguatamente. Serve la maturazione della persona e la spalanca verso l’attenzione e l’apertura sul trascendente.
L’evangelizzazione, nello stesso tempo, quando risuona dentro la ricerca di senso che attraversa ogni esistenza, può scatenare questo processo di maturazione dell’invocazione; lo sa provocare in coloro che vivono ancora distratti e superficiali; lo satura in coloro che sanno ormai esprimere autenticamente la loro voglia di vita e di felicità.
L’evangelizzazione non può quindi essere realizzata in un dopo cronologico rispetto alla maturazione dell’invocazione, anche se esige un buon livello di invocazione, per risuonare come buona notizia. La scansione è solo logica, fino al punto che la stessa evangelizzazione diventa un ottimo momento educativo in ordine alla maturazione e al consolidamento dell’invocazione.
Educhiamo all’invocazione per permettere alle persone di spalancarsi sul mistero annunciato. Evangelizziamo il Dio di Gesù per dare pane a chi lo cerca e sorgenti d’acqua fresca all’assetato; ma lo annunciamo con forza e coraggio per far crescere la fame e la sete di pienezza di vita.
Da questa convinzione nasce il doppio impegno che da sempre caratterizzato il cammino di «Note di pastorale giovanile»: pensare, da una parte, a processi educativi e culturali, capaci di riconsegnare ad ogni persona la vita, nella sua dimensione piena e interpellante, determinando il cammino da percorrere e la meta della qualità di vita; progettare, dall’altra momenti e di modelli di evangelizzazione, capaci di accogliere la voglia di vita e di felicità, facendo scoprire che solo in Gesù possiamo essere pienamente e definitivamente nella vita.
Su questi due temi è inutile allungare la ricerca, perché dovrei ripetere tante cose note e, soprattutto, riportare alla lettera contributi già apparsi in questa rubrica (basta pensare alle voci «evangelizzazione», «passione per la vita», «educazione e pastorale», per citare quelle più rilevanti).

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