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Esperienza

Riccardo Tonelli

(NPG 2001-02-71)



Esperienza è una parola quasi magica. Tutto passa di lì: la possibilità di fare proposte, la loro significatività e la loro capacità di incidere, la valutazione delle stesse proposte e, persino, il giudizio sugli stessi educatori.
La scuola, entrata in crisi per la contestazione dei suoi contenuti, ritorna tra le attese dei giovani sulla misura che le si riconosce di veicolare esperienze interessanti.
La catechesi, poi, ha ritrovato credito e ascolto perché ha scelto la via del confronto di esperienze e, nello stesso tempo, la diffusa innegabile crisi attuale viene attribuita all’eccessivo e incontrollato spazio affidato alle esperienze.
Le esperienze, insomma, sono la soluzione dei problemi e la causa degli stessi.
Come tutte le parole eccessivamente utilizzate, la formula «esperienza» è minacciata di una grave svaporazione di significati. La citano tutti, i difensori e i nemici, ma basta un minimo di capacità critica per constatare quanto sia diverso l’orizzonte semantico evocato. Spunta il dubbio, motivato e ragionevole, che senza un previo accordo sul significato… sia davvero inutile tentare confronti e scelte.
Noi, poi, siamo tra quelli che parlano molto della necessità di «far fare esperienze» nell’ambito dell’educazione alla fede. Se non ci mettiamo d’accordo sul significato del suggerimento, non possiamo essere né creduti né giudicati.
Per questa ragione, questa voce ha una sua particolarissimo urgenza.

Le ragioni di un cambio di prospettiva

In una cultura della oggettività, il diritto e la possibilità di collocare una proposta dove si cerca e si produce il senso della vita, era segnato prevalentemente dalla discriminante vero/falso. Quando una proposta era oggettivamente vera, possedeva il diritto di essere offerta con decisione. Al diritto del proponente corrispondeva il dovere di ogni persona saggia di accogliere. Al massimo, difficoltà e resistenze erano tollerate sul piano della prassi spicciola, per rispetto della costitutiva debolezza dell’uomo.
Oggi, le logiche sono molto diverse. La discriminante è tracciata sulla frontiera della significatività. Solo quello che è sentito come soggettivamente significativo, perché si colloca dentro gli schemi culturali che una persona ha fatto ormai propri, merita di essere preso in considerazione. Ci si interroga sulla verità solo dopo aver risposto affermativamente alla domanda della significatività. Quando la proposta è avvertita come poco espressiva, è fuori gioco, perché è fuori dal gioco personale.
È facile costatare i limiti dei due modelli. Meno facile risulta l’invenzione di alternative. La mia ipotesi percorre la via della significatività per accedere a quella della verità: fare proposte, facendo fare esperienze. Far fare esperienze è un modo, intelligente e maturante, di fare proposte.
Chi sollecita altri a fare precise esperienze, gli fa di fatto proposte impegnative e incidenti. Quando una proposta è offerta attraverso una esperienza, essa ritrova una carica particolarissima di significatività.
Diventa capace di superare la scorza dell’indifferenza e quella, non meno pericolosa, di una specie di falsa tolleranza che il pluralismo sembra esigere, per toccare veramente le corde dell’esistenza. La forza comunicativa, evocata dalle esperienze, sollecita spontaneamente verso decisioni impegnative e coinvolgenti, anche in un tempo di basso investimento sul piano dei progetti.

Se questa è esperienza...

Cosa significa «fare esperienza»? Quali condizioni traducono in una reale esperienza il fatto di compiere certi atti e di partecipare a determinati eventi?
Il tema dell’esperienza è stato studiato a lungo nell’ambito educativo e pastorale. Questa è la mia proposta: si fa esperienza quando la persona riesce a collegare realtà, pensiero e linguaggio nell’unico gesto compiuto. Mi spiego, spendendo una parola di precisazione sui tre elementi e sul loro intreccio.
L’esperienza comporta prima di tutto un contatto vitale con la realtà, nella sua forza provocante che, in qualche modo, precede l’atteggiamento personale. Questo contatto deve risultare non troppo lontano e difficoltoso, per non apparire estraneo; né troppo familiare, perché altrimenti non provocherebbe a sufficienza.
In questo confronto disponibile, che giudica la nostra soggettività, è dischiusa la possibilità di prospettive sorprendenti, nuove e promozionali. Questo contatto, però, non è solo fredda oggettività. Esso è sempre riempito dai ricordi, dalle sensazioni e dai progetti di colui che fa esperienza. Esperienza è quindi interpretazione soggettiva di dati oggettivi. Interpretando (operando cioè sul reale attraverso il nostro pensiero), noi identifichiamo ciò di cui abbiamo fatto esperienza.
Da una parte, infatti, raccogliamo ed evidenziamo gli elementi d’interpretazione che trovano la loro ragione e fonte nella realtà sperimentata, che il nostro pensiero rende trasparente; dall’altra, colmiamo questa realtà della nostra soggettività, fino al punto che attraverso il nostro pensiero interpretante noi abitiamo in un mondo diverso da quello abitato da persone che hanno fatto esperienze differenti dalle nostre.
È importante mettere in evidenza che questa interpretazione del vissuto non è un fatto di ordine puramente razionale, ma coinvolge tutta la persona, anche se richiede un momento di riflessione sull’interpretazione esistenziale, per favorire l’integrazione riflessa del vissuto.
Infine, chi ha fatto esperienza sente il bisogno di comunicarla, a sé e agli altri. Racconta quanto gli è capitato e tale narrazione pone in movimento qualcosa di nuovo. Per raccontare (interiorizzando in modo riflesso quello che si è vissuto e comunicandolo agli altri), serve un linguaggio.
Può essere utilizzato l’insieme dei segni linguistici accumulati nello sviluppo della tradizione, oppure ci si può sentire sollecitati a produrre nuovi sistemi simbolici, perché si costata l’insufficienza di quelli già posseduti. È evidente che parlo di linguaggio in senso globale: sistemi simbolici verbali e non-verbali (parole e gesti), anche se riserviamo un compito importante alla parola, soprattutto nel momento riflessivo, come atto di metacomunicazione dell’esperienza stessa.
Facendo così, allacciamo profondamente parola, gesto e vissuto.

Comunichiamo il vissuto attraverso sistemi simbolici

Ricordo un dato… di esperienza comune (come si nota, utilizzo il termine esperienza secondo modalità diverse da quelle appena indicate, tante per dare il buon esempio…).
Tutti siamo felici di raccontare quello che abbiamo vissuto. Per farlo, cerchiamo le parole più adatte. Spesso scopriamo che le parole non sono affatto sufficienti. E allora ci scateniamo in gesti, riti, espressioni le più disparate. L’insieme di parole, riti, gesti, espressioni sono un «sistema simbolico», a nostra disposizione per condividere con altri quello che abbiamo vissuto.
In genere il sistema simbolico che utilizziamo, lo recuperiamo dal nostro contesto di vita e dalla tradizione culturale di cui siamo parte.
Molte volte ci basta e ne avanza. Al massimo, lo personalizziamo con qualche particolare tutto nostro.
Altre volte, invece, ci va davvero stretto. Abbiamo l’impressione che il vissuto da condividere sia tanto nuovo e fresco che se lo esprimiamo con il sistema simbolico tradizionale corriamo il rischio di rovinarlo o di ridimensionarlo eccessivamente. In questo caso, avvertiamo la gioia e l’urgenza di immaginare nuovi sistemi simbolici. Gli altri stentano a comprenderli… ma chi ha vissuto le stesse nostre esperienze li avvertono ricchi e preziosi. In questo modo, la cultura e il linguaggio che la abita, si evolvono: crescono, si arricchiscono, si allargano. Purtroppo, non mancano i casi in cui si realizza un vero impoverimento: ad espressioni ricche, cariche di tradizioni, di patrimonio comune, sono sostituite espressioni di gergo, senza storia e senza spessore, che bruciano la dimensione comunitaria e sociale della comunicazione.

Nuovi sistemi simbolici per un nuovo vissuto

Le esperienze arricchiscono il vissuto, soprattutto quando sono davvero «lavorate» per cogliere il messaggio di cui sono cariche. Il vissuto, arricchito, viene condiviso con gli altri. È, come dicevo, una gioia e una responsabilità. Per fare questo, diventa necessario ricorrere ai sistemi simbolici che ne permettono l’espressione verso l’esterno: parole, gesti, riti.
Molte volte, quelli che la tradizione ci consegna sono interessanti e sufficienti. In questo caso, si realizza un arricchimento nella direzione del loro spessore esistenziale. Gesti e parole che prima risuonavano abbastanza formali e un poco vuoti, diventano vivi, perché piene della vita concreta del protagonista. Basta pensare, per fare un esempio, al modo nuovo con cui si parla di «servizio» da parte di un giovane che ha vissuto una forte esperienza di lavoro per i più poveri, rispetto al modo con cui ne parla chi non ha mai piegato la propria schiena per fare qualcosa di utile a favore di chi soffre. Altre volte, invece, affiora la percezione, più o meno riflessa, del loro limite. Ci si rende conto che sono stati elaborati per esprimere orientamenti e valori che non sono più quelli che il vissuto ha scoperto e vuole condividere. L’esperienza stessa ha permesso di incontrare un quadro interessante di nuovi sistemi simbolici. Non possono essere riportati di peso nel ritmo della quotidianità.
Così sono aperte strade nuove. I sistemi simbolici tradizionali, da una parte, sono rivitalizzanti; dall’altra ne sono sperimentati di nuovi.
L’esperienza ha raggiunto il suo livello più alto di maturazione. Quello che è stato incontrato, nel contatto provocante con la realtà, viene condiviso con altri attraverso la «parola», dopo che è diventato patrimonio personale di vita, nella forte interiorizzazione del messaggio in essa contenuto.

Allacciare parola ed esperienza

E così ho sottolineato una dimensione centrale del «fare esperienza»: il suo collegamento intrinseco con la «parola».
Troppo spesso abbiamo contrapposto parola ed esperienza. E così la parola è rimasta vuota rincorsa di suoni, senza agganci con l’esistenza, e il fare esperienza è diventato una ragione in più d’incomunicabilità.
L’attuale condizione giovanile soffre pesantemente di queste contraddizioni. Non sa comprendere il linguaggio degli adulti e lo giudica lontano dalla vita; nello stesso tempo ne parla uno di proprio, tanto frammentato e povero da diventare inespressivo: quasi un gergo schiuso solo a pochi iniziati.
È urgente superare questi limiti, per le gravi conseguenze che hanno in campo educativo e pastorale. Bisogna ridare ai segni linguistici il sapore della vita e trasformare le esperienze in nuovi segni linguistici, carichi di espressività allargata e condivisa.
L’esperienza, vissuta e comunicata, arricchisce la collettività, perché le dona nuovi simboli e trascina quelli esistenti verso la concreta realtà.

La «vita quotidiana» prima e dopo l’esperienza

Ho ricordato l’importanza del «fare esperienza» per fare proposte. Devo subito aggiungere un altro rilievo, per precisare la prospettiva in cui possiamo collocarci nella ricerca di esperienze attraverso cui fare proposte. Essa riguarda il diverso rapporto che si instaura con la vita quotidiana.
La vita quotidiana è la trama normale del vissuto di una persona, quell’insieme di avvenimenti, lieti o tristi, normali o solenni, in cui siamo in rapporto con tutti gli altri e la cui soluzione preme, di fatto, sull’esistenza di tutti.
L’esperienza, soprattutto quella programmata per ragioni educative, è un frammento della vita quotidiana, sottratto al ritmo normale, per essere controllato e governato a piacimento.
Sul modo con cui il frammento si collega nel tutto le posizioni si dividono.
Per qualcuno l’esperienza, come spazio sottratto al ritmo normale, rappresenta una specie di ideale, da coltivare quasi in alternativa e da moltiplicare il più frequentemente possibile. Chi la pensa così, sarebbe felice se potesse assicurare una piena esclusione dalle esigenze e dai contatti della vita quotidiana, trasformando questa stessa vita in qualcosa che assomiglia al tempo programmabile del «fare esperienza». I segni di questa intenzione sono molti e di facile lettura: si cerca l’isolamento, anche fisico, con la preoccupazione di non introdurre «distrazioni» in questo momento felice, i temi di riflessione sono molto diversi da quelli duri cui siamo costretti a farci attenti nel ritmo della quotidianità, i gesti, le espressioni, i compagni di avventura sono puntigliosamente differenti da quelli normali...
Qualche altro, invece, pensa al «fare esperienza» come ad un processo al rallentatore rispetto al ritmo normale. Resta indiscussa l’esigenza di sottrarsi un poco dal ritmo normale, per pensare, rivedere e progettare.
Queste istanze sono assicurate però soprattutto a partire dal tono e dal modo. L’oggetto su cui si riflette (su cui si fa esperienza) è quello della quotidianità. Viene «smontato»: analizzato, verificato e riprogettato, in un ritmo che assomiglia alla riproduzione «rallentata» (come s’usa con la moviola per qualche avvenimento rilevante). Rallentare il ritmo ossessivo della quotidianità e rendere possibile, in un’analisi calma e tranquilla, il ritorno ripetuto sugli stessi avvenimenti, è solo la condizione per poter «possedere» fino in fondo quello che stiamo vivendo e che purtroppo ci viene tanto spesso sottratto a causa del ritmo del nostro vivere.
Nel primo caso, l’esperienza è più importante della quotidianità. Nel secondo caso essa è invece solo funzionale a vivere in modo più maturo la propria esistenza. Per questo al centro resta la vita quotidiana. Il «fare esperienza» è per la sua qualità. Io vedo la seconda ipotesi come l’unica seria. Per questo affermo, in modo perentorio, che «prima» e «dopo» l’esperienza sta, irrinunciabile, la vita quotidiana.

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