Juan E. Vecchi

 

(NPG 92-06-29)

 

 

 

La riflessione sulla solidarietà viene oggi suggerita da un insieme di fenomeni difficilmente classificabili. È un'aspirazione diffusa che sale dal profondo delle coscienze, dal cuore degli avvenimenti storici, e si manifesta sotto forme inedite e quasi inattese.

Il bisogno di solidarietà

La solidarietà appare oggi come un'esigenza indifferibile di fronte alla latitanza o fuga dagli impegni pubblici da parte di adulti e giovani; come possibile risposta a macrofenomeni mondiali preoccupanti, quali il sottosviluppo, la fame, lo sfruttamento. Sembra dare un principio di soluzione alle carenze irrisolte intorno a noi, come l'accoglienza di chi arriva sprovveduto e indifeso. Offre una certa terapia a gesti e atteggiamenti disgreganti, quali l'omertà, l'indifferenza, l'insensibilità di fronte alla sofferenza. Ispira iniziative esemplari come i piani di aiuto, il volontariato e i movimenti di opinione che vanno modificando il rapporto precedente tra privato, sociale e politico e fanno sentire in maniera pressante l'interdipendenza tra mondi che fino a ieri sembravano lontani e autonomi.

Sarebbe lungo ma non difficile corredare con dati quest'impressione generale di urgenza sentita e ancora non totalmente risolta di solidarietà. Li troviamo questi dati nella nostra vita quotidiana, e l'informazione ce li offre a getto continuo. Provengono dall'ambito vicino e lontano. Vanno dal debito estero che penalizza più della metà del mondo con la perdita sistematica dei guadagni dovuti al proprio lavoro, all'intolleranza di un qualsiasi quartiere nostrano verso un gruppo di immigrati o nomadi; dalla sperequazione economica che lascia un quinto dell'umanità senza il cibo necessario per sopravvivere, alla presenza di un malato o handicappato nel nostro cerchio più ristretto; dal fallimento dei sistemi che tentavano di risolvere questi problemi attraverso la tecnica e il monopolio dell'iniziativa, all'impostazione educativa, in famiglia o nella scuola, ispirata inconsapevolmente al criterio del profitto individuale.

Le dimensioni della solidarietà

L'esigenza di riflessione è dunque non soltanto attuale, ma di applicazioni quotidiane e su vasta scala. La solidarietà infatti suppone simultaneamente una visione del mondo e una concezione della persona. L'interdipendenza viene eretta a chiave interpretativa dei fenomeni positivi e negativi dell'umanità. Niente ha una spiegazione esauriente o una soluzione ragionevole se viene rinchiuso in sé e considerato in forma isolata. Ogni fenomeno va rapportato o equilibrato: insieme formano la trama e il tessuto della storia umana. Povertà e ricchezza, denutrizione e spreco, inquinamento e forme di produzione, guerra e potere, criminalità e pace, Nord e Sud... sono fenomeni correlati, anche se non in maniera meccanica né uniforme. Tra di essi media la visione che ci si fa della vita e del mondo e si impone la responsabilità della coscienza umana.

Sulla stessa linea la persona va considerata non come un essere che prima si costituisce «in sé», incomunicata, e soltanto in un secondo momento, quasi come per un dovere etico, si orienta verso gli altri. Essa invece plasma la sua esistenza originale nel rapporto, percepito e assunto responsabilmente; riesce ad essere se stessa nella realizzazione di una interdipendenza obiettiva e arricchente. La persona è apertura. Riesce a vivere nella storia, invece nel proprio guscio si esaurisce.

La solidarietà si estende dunque simultaneamente agli atteggiamenti e alle strutture: riguarda il livello privato e quello pubblico, attinge il livello personale, sociale e politico; comprende l'ambito familiare, nazionale e internazionale, senza possibilità di delega da parte di nessuno.

Ciascuno di noi ha la sua parte nella tranquillità domestica. Ma nondimeno nella pace del mondo. Essa pure dipende da noi. L'ambiente e la giustizia internazionale dipendono da noi: da noi educatori, pastori, cittadini, intellettuali o semplicemente esseri umani. Se è vero che il mondo è diventato un villaggio, non è possibile vivere da persone consapevoli assumendo soltanto la prospettiva del focolare, del quartiere o del paese. Alcune evidenze collettive che oggi si impongono e determinano decisioni a raggio mondiale, ebbero inizio da una mobilitazione delle coscienze, delle opinioni, delle collaborazioni più umili e in apparenze insignificanti.

Per una cultura della solidarietà

Proprio per questo si auspica una «cultura» della solidarietà e per essa si vorrebbe lavorare. All'infuori di essa ogni sforzo o piano risulta insufficiente non soltanto per risolvere questioni internazionali, ma anche semplicemente per affrontare con dignità e profondità umana i problemi che appaiono nell'ambito immediato. Cultura è dunque la parola chiave, quasi una cifra ancora non chiarita che sta ad indicare sinteticamente la portata dell'attuale impegno.

Infatti i gesti esemplari di solidarietà abbondano. Le affermazioni di principio e le dichiarazioni di generosità non mancano Anzi forse anche in questo campo si rileva uno scompenso tra predica e pratica. Persone generose e ben ispirate si trovano dappertutto.

Ma c'è una frattura tra i diversi ambiti in cui si svolge la vita, tra gesti quotidiani e mentalità collettiva, tra sentimenti personali ed espressioni sociali, per cui una sembra essere l'etica delle convinzioni e un'altra quella delle responsabilità pubbliche.

Parafrasando l'Evangelii Nuntiandi si direbbe allora che anche riguardo alla solidarietà «bisogna raggiungere e quasi sconvolgere i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita» (n. 19).

La cultura in effetti richiama non tanto a fatti spontanei, pur numerosi, ma ad una elaborazione razionale e sistematica delle energie personali e reali di cui dispone l'uomo per affinare il suo spirito e trasformare il mondo. Indicatori della sua validità e incidenza sono le ispirazioni che raccoglie dalla storia, le nuove intuizioni che nel confronto col presente mette all'opera, l'organicità delle manifestazioni nei diversi ambienti in cui si svolge la vita, la condivisione collettiva a livello di coscienza e di consenso sociale di tali ispirazioni e realizzazioni.

Sarebbe ottimistico e fuori misura pensare che siamo molto avanti nel cammino di questa cultura. Così come non corrisponde a verità ignorare le enormi energie che si stanno muovendo nella linea della solidarietà. Si tratta dunque di un «compito», di una realtà da costruire piuttosto che di un'eredità da mantenere. Siamo agli inizi, alla partenza, come in un esodo verso un'altra forma di pensare l'umanità e, di conseguenza, di convivere nel mondo. Il crollo dei muri, pur aprendo spiragli di futuro e provocando gesti apprezzabili di comprensione, ci ha lasciati ideologicamente ancorati ad un esasperato individualismo che viene temperato soltanto da una solidarietà, quasi festiva, del «tempo libero», degli «intervalli». Non si è detto che la nostra concezione della società è, per scelta, individualistica e che l'uomo consumista è la controfigura dell'uomo solidale?

Parlare di cultura della solidarietà è passare dalle buone azioni individuali ad un principio organizzativo dell'esistenza sulla base del bene comune e della reciprocità; ad un riferimento centrale in un sistema di valori e di rapporti; da un umanesimo dell'io, ad un umanesimo del «noi», dell'alterità, a partire dalla realtà arricchente ed esigente degli altri. Ciò, piuttosto che fare qualche elemosina in oggetti, denaro o tempo, comporterà operare un capovolgimento di letture, valutazioni e persino di vocabolario. Sotto le parole medesime infatti, e tanto più nelle reazioni abituali, covano pregiudizi, intolleranza, contrapposizioni ancestrali, autosufficienza corporativa, senso di superiorità.

Solidarietà e educazione

L'educazione è sempre in bilico tra la cultura già elaborata, quella che si intravvede e quella che si «sogna»; un po' a rimorchio del presente, un po' in attesa del domani, un po' rivolta verso il futuro lontano. Si propone come socializzazione di quello che si è già conquistato e come anticipazione di quello che si insegue, in parte calcolato, in parte ancora sconosciuto. Realizza questa intenzione preparando persone capaci di fare sintesi critiche del presente, di affrontare l'imprevisto, di provocare il nuovo. Ma viene sempre colta di sorpresa da fenomeni repentini che prendono corpo più velocemente del previsto. Le tocca rincorrere le do mande, accelerando la propria evoluzione. E quindi vivere sull'attenti.

Il rapporto tra educazione e cultura della solidarietà presenta oggi proprio questo profilo: espansione inattesa della prospettiva e della esigenza, impostazione, mentalità e programmi educativi al guinzaglio degli eventi, bisogno assoluto di premere sul cambiamento per mettersi alla testa.

Il pensiero pedagogico cristiano e la pratica cristiana dell'educazione patiscono pure questo ritardo. Non di rado sono visti come forme eminenti di affermazione individuale, appena temperate da passeggeri interessi caritativi e da un'informazione sommaria su una dottrina sociale cristiana. Sollecitazioni a modificare rotta non mancano in numerosi documenti della Chiesa universale e delle chiese particolari, tra cui emergono le encicliche sociali e soprattutto la «Populorum Progressio» e la «Sollicitudo Rei Socialis». Ultimamente l'esortazione «Christifideles laici» addita la solidarietà quale segno e asse dell'evangelizzazione di cui il mondo odierno ha bisogno. Essa può far presa sul mondo, sollevare domande e rivelare un «senso nuovo» proprio per la sua capacità di trasformare i rapporti tra gli uomini. Si tratta di proclamare il «Vangelo della carità»: di unire due dimensioni essenziali ed inseparabili: operare la verità nell'amore.

Infatti la fede, se vuole incidere sulla vita e sulla storia umana, deve generare cultura, senza lasciarsene imprigionare in una forma particolare e contingente. Se è vera, la fede diventa ispirazione, fonte ed energia di espressioni culturali permeate dalla carità.

I credenti dunque ritrovano motivi, modelli e spinte alla solidarietà nella contemplazione del mistero di Dio e nella esperienza religiosa che segna profondamente la loro esistenza.

Essi confessano con la mente e con le opere che Dio ha fatto l'uomo suo interlocutore, capace di ascoltarlo e di dirgli la sua parola non «a vuoto», ma come partner della sua signoria sul mondo, che l'ha collocato in rapporto di comunione con sé, superando la sola dipendenza e riconoscendogli responsabilità in un contesto di reciproca collaborazione, senza eliminare la distinzione che c'è tra il creato e l'Assoluto.

In quanto membro del popolo di Dio il credente conserva memoria e fa oggi esperienza della solidarietà che il Signore opera nell'alleanza, tante volte violata e altrettante riofferta. In forza di essa Dio gli è vicino, eppure si mantiene a quella distanza e nascondimento che gli lascia autonomia e lo spinge all'impegno senza termine.

La condivisione e il dono totale di Dio hanno luogo nell'Incarnazione e nella Pasqua, dove Egli si manifesta come un «essere per-gli-altri», un Dio per noi.

Non soltanto assume la nostra vita, ma paga i nostri debiti e compensa le nostre mancanze, con libertà e per puro amore. In Cristo il cristiano conosce un Dio che si è rivelato ed è in se stesso comunione, condivisione e donazione: è Trinità.

A sua immagine è fatto l'uomo e il mondo. La rivelazione, la confessione e la contemplazione di questo mistero non può essere accanto, sopra, o dopo la storia umana. Sarebbe proprio un'alienazione.

L'esperienza di Dio porta, dunque, il credente a percepire l'amore come l'unica energia capace di costruire la storia, e a tradurre questo Amore in riconoscimento della dignità degli altri, in condivisione dei beni, in donazione totale di sé, in impegno per creare le condizioni in cui ciascuno possa realizzare la propria vocazione e sviluppare le proprie ricchezze. È la carità «che non passa», quello che resta della fede.

Il circolo - percezione storica, fede, cultura, educazione - diventa così fecondo. Le indicazioni che ne possono scaturire vanno al di là dei gesti individuali e isolati. Si propongono di creare mentalità e orientare le coscienze. Contengono un seme che richiederà tempo per produrre tutti i frutti, ma questi saranno all'altezza delle urgenze del mondo.