Ripartire... dai giovani

Inserito in NPG annata 1991.


Esperienza e proposta di convocazione giovanile - Diocesi di Mantova

A cura di Riccardo Gobbi

(NPG 1991-05-67)


Mantova è una diocesi ai confini con la Lombardia, incuneata tra il Veneto e l'Emilia Romagna, caratterizzata da uno sviluppo economico prevalentemente agricolo. I suoi giovani, eredi della ricchezza che caratterizza quella che i sociologi chiamano «la terza Italia», godono nel bene e nel male di una situazione esposta alle influenze culturali di tre regioni così diverse, soprattutto per tradizioni e sensibilità religiose.
I problemi e le tensioni che attraversano il mondo giovanile in questo contesto sono da tempo oggetto della responsabilità pastorale diocesana. Ultimamente, tuttavia, alcuni fattori contingenti hanno stimolato e risvegliato un nuovo impegno. La felice occasione è costituita dal IV centenario della morte di S. Luigi Gonzaga (1568-1591), originario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova.
L'evento, che riguarda il patrono universale della gioventù, supera l'interesse particolare di una città. Lo sottolinea Giovanni Paolo II, che per l'occasione, accogliendo l'invito del Vescovo, ha voluto venire in visita pastorale a Mantova nel giugno del 1991.
In rapporto a questi eventi la comunità diocesana ha dedicato al mondo giovanile il momento di studio più significativo dell'anno: la XXII Settimana Pastorale. Durante l'importante esperienza, nel contesto di incontri, relazioni e dibattiti, di particolare significato è stata l'assemblea giovanile dell'8 settembre, di cui qui si intende riferire.
Ecco dunque il racconto dell'esperienza nelle sue varie fasi e il materiale di preparazione.

LA PREPARAZIONE

La giornata è stata preparata attraverso alcune scelte mirate a coinvolgere e a sensibilizzare tutta la comunità diocesana sul problema giovanile.
- Il primo passo è consistito nel potenziamento del Centro di pastorale giovanile che a Mantova esiste già da alcuni anni Ognuno dei dieci vicariati ed ogni realtà ecclesiale impegnata nel settore ha offerto i propri rappresentanti per la costituzione di un Consiglio che ha iniziato la sua attività di riflessione e orientamento sulla base delle linee di lavoro degli anni precedenti.
- Un secondo impegno è stato quello di conoscere con più precisione ed in forma aggiornata la realtà mantovana. Per questo si sono coinvolti gli operatori pastorali «in servizio» attraverso un confronto sulla condizione e sui problemi della vita giovanile del nostro territorio.
A tal fine è stata preparata una griglia (cf scheda) con la quale si è operata una lettura della situazione esistente guidata e coordinata dai responsabili del Centro di pastorale giovanile. Riportiamo solo alcuni tratti della morfologia emersa, selezionando e riassumendo l'abbondante materiale.
* Lo scarso spessore della spiritualità. È la difficoltà dei giovani alla percezione del senso di Dio e della fede. Essi infatti si sentono facilmente «appagati», «soddisfatti» dalle «cose che possiedono e consumano con abbondanza». Si accontentano di vivere alla giornata e difficilmente si lasciano coinvolgere in una ricerca più profonda e ampia sul senso della vita. La Parola di Dio, l'Eucaristia, i sacramenti, spesso, non costituiscono un punto di riferimento significativo.
* Il problema dei «giovani-lontani». È la parte più consistente: sono coloro che non frequentano più la chiesa e le proposte della formazione cristiana. Le motivazioni (delusione, indifferenza, insofferenza) non sempre esprimono in modo adeguato la situazione giovanile. Molti di essi infatti rimangono disponibili a forme di impegno di volontariato, si interrogano ancora sui valori di fondo che dirigono la vita... ma non trovano nella chiesa soddisfazione e appagamento.

GRIGLIA DI LETTURA DELLA SITUAZIONE

In ogni vicariato gli operatori pastorali si sono confrontati sui punti della seguente griglia. La sintesi dei contributi è stata la base conoscitiva in rapporto alla quale si è preparata l'assemblea giovanile dell'8 settembre.
1. Chi sono gli animatori delle attività per i giovani nella parrocchia? È soltanto il sacerdote? Ci sono anche laici che si interessano dei giovani? Qual è il ruolo specifico o le attenzioni che ciascuno cerca di attuare?
2. Quali sono gli ambiti nei quali soprattutto si lavora:
- spiritualità
- catechesi (incontri settimanali, quindicinali...)
- impegni di carità-missionarietà
- attività straordinarie (ritiri, campiscuola, attività vicariali e diocesane...)?
3. In quale di questi ambiti si incontrano le maggiori difficoltà?
4. Emergono con frequenza problemi di fede, di acquisizione del senso di Dio? Qual è il senso di chiesa che i giovani riescono a maturare?
5. Quali sono i contenuti maggiormente richiesti o affrontati negli incontri formativi: di tipo dogmatico, morale, spirituale, liturgico, caritativo... Quale di questi costituisce più problema di altri?
6. Quale metodo di lavoro viene privilegiato (oratorio, associazioni, animazione, spiritualità di Taizé, spiritualità di Assisi...)?
7. Negli incontri di gruppo quali tecniche e strumenti di lavoro vengono usati (dinamica di gruppo, test, questionari, cineforum, teatro, pellegrinaggi...)?
8. L'attività giovanile è ristretta ai giovani che partecipano alle attività dei gruppi o della parrocchia? Come si tengono presenti i praticanti della domenica e i «lontani»? Si fa qualcosa per loro?
9. Ci sono problemi di rapporto tra associazioni e altri gruppi?

* Il rapporto dei giovani con la comunità cristiana. Il problema della situazione giovanile rimanda immediatamente alle inconsistenze delle «comunità cristiane». In esse spesso l'impegno di fede è caratterizzato da fretta, insofferenza, tradizionalismo, superficialità... Come possono i giovani essere stimolati nella loro ricerca religiosa? Come dunque le comunità cristiane cristiane possono essere per loro vere educatrici?
* La necessità di un progetto di pastorale giovanile. Si è notata molta dispersione e diversità nei tentativi di intervento quasi esclusivamente ai giovani che frequentano. Per questo si è avvertita l'urgenza di riferimenti ad un progetto di pastorale giovanile di facile e immediata attuazione. Esso non deve però cadere dall'alto, ma coinvolgere gli animatori delle comunità e valorizzare le loro esperienze e i loro contributi.
* L'urgenza della formazione degli animatori. Numerosi sono gli operatori della pastorale giovanile impegnati nelle parrocchie, soprattutto nell'arco dell'età adolescenziale. Tutti hanno rivendicato la necessità di una maggiore formazione personale sia teologica sia metodologica, sentendosi spesso inadeguati alle esigenze del loro compito. Tutti gli animatori hanno espresso l'esigenza di una maggior chiarezza e coerenza negli orientamenti della pastorale giovanile.
- Un terzo momento forte della preparazione è stato la valorizzazione di un tradizionale incontro giovanile diocesano, costituito dalla veglia di Pentecoste, quest'anno pensata già nella prospettiva del centenario aloisiano. Il titolo della celebrazione orientava i giovani ad una vita impegnata, alla luce della figura di S. Luigi: «Accogliere lo Spirito per il coraggio di spendersi».
«Accogliere lo Spirito» afferma il primato dell'azione gratuita di Dio che sempre è a disposizione con la sua ricchezza e benevolenza per la vita dell'uomo e della vita.
«Il coraggio» esprime la scommessa che il mondo giovanile sa ricevere i doni dello Spirito, pur nella difficile situazione culturale del nostro tempo.
«Spendersi» significa la capacità di superare il proprio individualismo e la propria chiusura per imparare ad essere «dono e servizio» in modo gratuito nella vita, proprio come S. Luigi ha fatto della propria esistenza.
È la logica della parabola dei talenti, che fa comprendere il senso del verbo «spendersi»; S. Luigi ha trovato nel dono di se stesso il senso autentico della propria vita.
La veglia, forte di una grande e qualificata partecipazione, ha dimostrato davvero il desiderio deciso da parte dei sacerdoti, degli animatori e dei giovani stessi di partire con il piede giusto per la celebrazione del centenario.

LA GIORNATA GIOVANILE «... SE VUOI»

In base ai rilievi emersi dall'indagine, nel contesto della recente settimana pastorale diocesana, ci si è interrogati sulla situazione giovanile oggi nei diversi ambiti: sociologico, ecclesiale, pastorale-educativo e spirituale.
Durante il lavoro si è ritenuto importante non solo «parlare dei giovani» ma anche «lasciar parlare i giovani».
La comunità cristiana ha sentito l'esigenza di interpellarli direttamente, per sentire dal vivo le loro esigenze, difficoltà e richieste.
Come «lectio divina» si è scelto il passo evangelico del giovane ricco (Mt 19, 16-22).
Egli vuol incontrare Gesù perché è desideroso di conoscere e approfondire strade più significative e autentiche di realizzazione di senso; non è soddisfatto delle scelte che hanno caratterizzato la sua vita fino a quel momento.
La Chiesa mantovana ha fatto proprio il modo con cui Gesù si è rivolto al giovane: «se vuoi».
Si tratta di una modalità che provoca una risposta di grande responsabilità: mette in gioco infatti la libertà umana, alla ricerca della sua maturità, della sua realizzazione autentica.
L'invito «se vuoi» si ripropone ai giovani oggi con la stessa insistenza e tenacia con cui Gesù l'ha posto al giovane del suo tempo.
«Se vuoi» esprime la volontà della Chiesa di credere nei giovani, nelle loro possibilità, nella loro capacità di scelte adeguate.
Alcuni passi salienti dell'incontro tra Gesù e il giovane ricco sono diventati i temi generatori di una riflessione, attuata in gruppo per tutta la mattinata, che aiuta a camminare verso il Cristo:
- «...Dio solo è buono»: il senso di Dio oggi;
- «Se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti»: i frutti dell'educazione cristiana;
- «Io ho sempre ubbidito a questi comandamenti»: l'impegno morale, libero e responsabile, richiesto al credente;
- «Cosa mi manca?»: la radicalità della risposta cristiana;
- «Va', vendi quello che possiedi... poi viene e seguimi»: le condizioni per un impegno di servizio.
Come si può constatare dalle cinque schede che riportiamo di seguito, si è cercato di dare la possibilità ai giovani di esprimere in termini concreti il loro vissuto religioso attraverso una metodologia adeguata.

Metodologia e temi

Il lavoro di gruppo della mattinata nelle cinque parrocchie di accoglienza si è svolto nel modo seguente: breve presentazione dell'argomento affidato da parte dell'incaricato diocesano a tutto il gruppo a partire dalle schede preparate e inserite in un libretto che è stato il sussidio dell'intera giornata;
- l'assemblea è stata suddivisa in piccoli gruppi diversificati in base all'età: 17-19 anni e 20-25 anni; ogni gruppo ha ricevuto un grande foglio di carta che riportava il tema da trattare e alcune parole o frasi di riferimento desunte dalla scheda di lavoro;
- nel gruppo il lavoro si è articolato in due fasi: nella prima mezz'ora i partecipanti hanno riflettuto in silenzio sul tema, leggendo con calma la scheda e rispondendo personalmente, anche per iscritto, alle domande; nella seconda mezz'ora ognuno ha potuto esprimere un'idea, un'osservazione e scriverla con un pennarello sul foglio; gli altri, a loro volta, hanno potuto scrivere osservazioni proprie, ma anche rispondere a quelle degli amici che avevano scritto precedentemente con sottolineature, aggiunte, linee di collegamento, ecc.; l'approfondimento è continuato poi oralmente;
- al termine dell'approfondimento ogni gruppo ha preparato una metafora (un'immagine, un simbolo, un esempio) per riassumere in modo efficace l'approfondimento del lavoro svolto;
- mentre i partecipanti si sono riposati, gli animatori, riuniti, hanno confrontato le metafore scelte nei vari gruppi e ne hanno scelte alcune (due o tre) da proporre all'assemblea per la scelta definitiva;
- assemblea: i giovani riuniti di nuovo insieme hanno scelto la metafora da presentare nella sintesi del pomeriggio.
Essa è stata disegnata, cantata o presentata con altre modalità particolari.
Il lavoro è durato circa due ore.
La dinamica è sfociata nell'Aula Magna del seminario dove ogni gruppo ha presentato agli altri, con linguaggi molto vari e gradevoli, un messaggio riassuntivo del lavoro svolto.
Alla dinamica assembleare ha fatto seguito una partecipata celebrazione in cattedrale.
Nel contesto della preghiera ad ogni partecipante è stata consegnata la prima parte di un oggetto-simbolo; l'altra parte verrà data dalle mani del Vescovo, il quale la congiungerà a quella dei giovani durante la veglia di Pentecoste (18 maggio '91) al termine del cammino annuale, che costituirà la preparazione più prossima all'incontro con Giovanni Paolo II in giugno.
Nei tempi antichi il «simbolo» era un segno di riconoscimento o di legittimazione (un anello, una medaglia, una piastrina...) composto di due parti che combaciavano perfettamente e che, una volta riunite, costituivano la prova sicura della conoscenza o della verità che si voleva sostenere ed accettare da parte di due persone.
A ciascuno dei contraenti veniva data una parte dell'oggetto, che costituiva così la prova e la certezza dell'unione effettuata.
L'esperienza è stata assunta in ambito religioso per esprimere l'alleanza, l'amicizia tra Dio e l'uomo, cui ciascuno si è impegnato ad essere fedele.
L'oggetto del simbolo è Gesù Cristo, l'unico garante dell'unione uomo- Dio.
Sulle parti dell'oggetto consegnato ai giovani mantovani è riportata l'immagine di un pellicano, un preziosissimo simbolo cristiano che significa la disponibilità al sacrificio di se stessi per donare la vita agli altri; è il simbolo dunque del sacrificio-dono di vita di Gesù.
Una antica favola, infatti, proprio considerando il modo con cui il pellicano nutre i suoi piccoli (puntando il becco sul petto per poter gettare fuori più comodamente i pesci dalla flessibile borsa posta sul suo petto, per cui le sue piume bianche sono arrossate di sangue) sostiene che il pellicano si lacera il petto e dà vita e nutrimento con il suo sangue ai suoi nati.
Il pellicano dovrebbe diventare il simbolo di riferimento per il cammino di fede di questo nostro anno, nel IV centenario della morte di S. Luigi, perché esso esprime la totalità della risposta chiesta da Gesù al giovane ricco e a tutti i giovani d'oggi.

La voce dei giovani

Che cosa hanno detto i giovani che hanno preso la parola in questa esperienza? Sostanzialmente tre cose.
La prima: essi sono e si sentono giovani di questo tempo, con tutti i condizionamenti, le pesantezze, le frammentarietà della cultura di oggi ma anche con le sue ricchezze e i suoi aspetti positivi.
Se da una parte infatti è stato contestato il «vivere alla giornata», dall'altra si è evidenziato un severo bisogno di concretezza, di chiarezza, di non dispersione nel teorico.
Per molti versi il nostro tempo presenta notevoli condizionamenti (la carriera, il nichilismo, il «menefreghismo», il perbenismo...) e a partire da queste situazioni il giovane è portato ad intendere la vita come una «scala» sulla quale doversi arrampicare.
La seconda: i giovani percepiscono un profondo bisogno di ricerca, di perfezione, di realizzazione.
«Il cubo magico di Rubic», scelto come una delle metafore presentate in assemblea, ha un profondo riferimento alla ricerca di senso.
Chi si accinge a lavorare su questo oggetto sa che non sarà semplice, che potrà scoraggiarsi, ma il desiderio di vederlo completo è troppo forte, tanto da dare la forza d'insistere, di andare avanti.
La caparbietà della ricerca è emersa a più voci come desiderio di realizzazione di senso nella vita.
La terza: la positiva predisposizione al vivere cristiano.
Tanti giovani hanno parlato di «pesantezza», di «fatica» ma è stata interessante la sottolineatura che il segreto non sta nel trovare esperienze diverse, ma nel vivere in modo autentico quelle di sempre. La riscoperta e l'accoglienza dunque del patrimonio dei valori che la chiesa mette a loro disposizione ha trovato disponibili i giovani.
Interessante in questo senso la metafora proposta, nella sintesi del pomeriggio, «il sasso gettato nell'acqua»: nella misura in cui il sasso cade pesante, provoca proporzionatamente tanti cerchi concentrici; il vissuto della fede provoca «testimonianza» nella misura in cui è efficace.
L'8 settembre è stata una giornata molto intensa, vissuta con entusiasmo e partecipazione, ed ha lanciato un segnale positivo alla comunità cristiana e a tutto il territorio.
Certamente il messaggio conclusivo della giornata, voluto dai giovani per la diocesi ed inviato al Santo Padre (cf scheda alla fine), esprime con ricchezza tutta questa carica di sofferenza e gioiosa ricerca.

IL CAMMINO ATTIVATO

La settimana pastorale, la giornata giovanile, il messaggio conclusivo del Vescovo in vista dell'anno del centenario di S. Luigi Gonzaga, hanno coinvolto tutta la diocesi in un cammino di crescita sul problema giovanile. Tra le molte iniziative che ne sono scaturite ricordiamo quelle di maggior significato.
- Un itinerario annuale unitario per i gruppi adolescenti e giovani, improntato sulle beatitudini evangeliche, indicazioni evangeliche di fondo per la realizzazione cristiana della vita; in particolare il cammino annuale suggerisce le beatitudini che hanno caratterizzato la figura di S. Luigi (beati i poveri in spirito; beati i puri di cuore; beati i misericordiosi).
L'itinerario dà la possibilità dunque di acquisire in modo nuovo la statura spirituale di S. Luigi e di considerare come è possibile in modo concreto accoglierne l'esempio per diventare «santi» oggi.
- Un approfondimento ed un aggiornamento dell'attuale progetto diocesano di pastorale giovanile. Si è incaricato del compito il consiglio pastorale diocesano, che ha creato una bozza di partenza, a partire dalla quale coinvolgere nella riflessione tutti gli operatori parrocchiali (i consigli pastorali parrocchiali e gli animatori della pastorale giovanile).
- La preparazione dell'incontro della Chiesa locale e in particolare dei giovani con Giovanni Paolo II il 22-23 giugno '91.
Così scrive il Vescovo annunciando la visita pastorale del Santo Padre alla Chiesa di Mantova: «Le nostre intenzioni e il nostro cammino ecclesiale, come sappiamo, avranno nel corso dell'anno il conforto e la autorevole guida del Santo Padre, che attendiamo a Mantova nel giugno prossimo, per la ricorrenza del IV centenario della morte di S. Luigi Gonzaga. Egli non è l'illustre ospite" che viene a Mantova dopo secoli. È Padre che viene a casa sua, nella famiglia che vive a Mantova e che da Mantova costituisce con le altre chiese particolari l'unica Chiesa cattolica.
Viene non a distrarci dal nostro cammino, e men che meno ad appesantirlo, ma a portare di persona a noi i singolari carismi e il singolare ministero apostolico che Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi successori per il fondamento, l'edificazione, la comunione nella fede e la carità missionaria di tutta la Chiesa».
La venuta del Papa a Mantova per celebrare S. Luigi si delinea particolarmente feconda per il nostro progetto pastorale, nel contesto della giornata mondiale della gioventù, che Giovanni Paolo II ha annunciato, per sollecitare i giovani di tutto il mondo a incontrarsi e a credere nella profonda identità cristiana, così come Paolo la rivela con le emozionate espressioni della lettera ai Romani. «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura; avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per gridare: Abbà, Padre!» (cf 8, 14-17). Il nostro cammino diocesano continuerà col Papa a Czestokowa, il 14-15 agosto 1991, per unirsi a quello di tutti gli altri giovani del mondo ed in particolare dell'Europa, nella comune ricerca del volto di Cristo.

TRACCE PER IL LAVORO DEI GRUPPI

«... Dio solo è buono» (il senso di Dio oggi)

Una domanda di partenza

«Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» (Mt 19, 16).
È l'interrogativo d'inizio, comune ad ogni persona che si interroga sul senso della vita. Ognuno di noi infatti, in particolare chi è giovane, è spesso coinvolto da domande di senso che mettono in crisi il proprio essere e le proposte scelte.
In particolare quando il riferimento è alla «vita eterna», cioè alla realizzazione della vita nella sua pienezza, nella sua massima potenzialità, percepiamo la profondità e insieme l'incertezza della nostra esistenza.
Il giovane del vangelo dunque è ben motivato, positivamente predisposto alla problematizzazione del proprio vivere.
Non è superficiale, non si accontenta di vivere alla giornata senza motivazioni o obiettivi di fondo, ma vuol capire, lasciarsi coinvolgere, sente «la domanda» come parte di sé, del suo vivere, del suo crescere.
Come percepiamo in noi la problematizzazione del senso esistenziale? Tendiamo ad un atteggiamento superficiale di chiusura? Ci accontentiamo di vivere alla giornata senza aprirci al senso del mistero?
Nella bontà della domanda, il giovane dimostra una preoccupazione che Gesù corregge con estrema chiarezza. Il giovane infatti si rivolge a Gesù chiedendogli «che cosa deve fare per ottenere la vita eterna». L'attenzione è sui verbi «fare» ed «ottenere»: molto spesso infatti il nostro interrogarci è indirizzato più al fare che all'essere; la risoluzione del senso non è tanto questione di valore da assumere, di uno stile da accogliere, ma di impegni da assolvere, scelte concrete da trovare; il giovane del vangelo si dimostra sicuro di sé, preoccupato dal fare, abituato allo stile del «possedere», del «mettere le mani su».
Gesù fa capire che per risolvere le domande di senso non si tratta di «fare per ottenere» ma di «essere, entrare in rapporto, avere a che fa-, re...», dunque di uno stile di vita da assumere.
Nel mio modo di vivere sono spesso dominato dal fare concreto, oppure mi interrogo sulla qualità, sulle modalità di stile delle mie scelte di vita?

La domanda di fondo

Gesù fa capire al giovane che la domanda fondamentale di senso non può non condurre all'interrogativo di Dio: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Dio solo è buono!» (Mt 19, 17a).
Il senso della vita si risolve in Dio. Dio appare non come un oggetto da conoscere e possedere, non come un padrone che chiede di assolvere degli impegni, ma come una persona con cui rapportarsi, una persona che agisce secondo criteri di bontà. Il «buono» di Dio non comporta principalmente doveri da assolvere ma soprattutto un modo di essere, uno stile di vita da accogliere.
Gesù indica dunque il punto di partenza sbagliato nell'interrogarsi su Dio, per comprendere il valore che il Dio buono può dare alla vita umana: non si tratta di fare delle cose, ma di lasciarsi coinvolgere dalla «qualità» di vita che Dio vuol dare al vissuto dell'uomo, dalla «perfezione» che Dio ha pensato per la vita dell'uomo.
Dio non è una sorta di oggetto o di padrone che comanda, ma è una persona interessata alla realizzazione vera e autentica della vita umana.
Qual è dunque il nostro modo di considerare la realtà di Dio?
Interrogarsi su Dio diventa allora interrogarsi sulla vita, sull'uomo: la domanda «chi è Dio per me?» diventa più precisamente «chi sono io per Lui?».
Il mistero di Dio rimanda al mistero di ciascuno di noi. Ci rendiamo conto infatti che il senso di Dio si risolve soltanto in una realtà significativa di vita, non soddisfatta da condizioni provvisorie e limitate ma aperta ad una dimensione di totalità.

La ricerca delle risposte

«Uno solo è buono».
La storia dell'uomo ha dato tante risposte: i tentativi sono stati numerosi. La risposta religiosa è sempre stata unica: affermare che solo Dio è il Signore e non ci si può piegare agli idoli.
Come vive l'uomo di oggi questa ricerca?
La tentazione è quella di chiudersi e arroccarsi nelle proprie certezze di tipo materiale e accontentarsi di quanto si riesce a «possedere». L'uomo di oggi tende ad ergersi come unico signore, ignorando il mistero di Dio (è possibile constatare il fallimento di questa posizione nelle conseguenze che essa ha provocato: il degrado ambientale, l'ingiustizia elevata a sistema, il razzismo, l'egoismo personale e collettivo...).
Quando l'uomo di oggi va alla ricerca di Dio, spesso lo fa dallo sgabello della sua arroganza; anche chi è cristiano in questo senso può mancare di responsabilità.
È facile infatti ridurre Dio ad un concorrente geloso della nostra vita, del nostro desiderare; oppure pretendere di spiegarne con l'intelligenza e l'elaborazione teorica il significato, quasi come se possedessimo la chiave di risoluzione del mistero della trascendenza.
Si tratta dunque di ritornare a interrogarsi su Dio, a partire dalle proprie responsabilità di vita, senza chiudersi con arroganza nelle sicurezze che oggi il mondo sembra proporre. È possibile questo oppure la «scommessa su Dio» non ha più nessun valore?

«Se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti».
(i frutti dell'educazione cristiana)

La risposta di Gesù al giovane ricco, desideroso di avere la vita eterna, apparentemente non è nulla di particolarmente nuovo. L'osservanza dei comandamenti, infatti, è il modo più concreto e normale di vivere la fede da buon israelita. Essa non contiene nulla di diverso da quello che il giovane già conosce in virtù dell'educazione ricevuta. Anche alla ulteriore domanda «quali comandamenti?», la risposta di Gesù non offre alcuna novità. Egli infatti si limita ad indicare i comandamenti tradizionali, ben noti al suo interlocutore.
Nulla di strano, dunque, se il giovane sembra quasi sorpreso ed insoddisfatto. La sua ricerca della vita eterna, in fondo, è ricerca di una novità e di una perfezione che l'educazione tradizionale ricevuta nella comunità familiare e sociale, almeno in apparenza, sembra non offrirgli.
Se si è accostato a Gesù è proprio perché da lui, personaggio così singolare, capace di predicare con autorità in forme inconsuete, si aspetta qualcosa di diverso.
Cerchiamo allora di capire il vero significato della risposta di Gesù, che non è così scontata come potrebbe sembrare. Essa non si limita a ripetere la tradizione, ma annuncia al giovane qual è lo stile della ricerca religiosa.
Essa non è ricerca dello straordinario, del nuovo a tutti i costi, del diverso, di ciò che non viene dall'educazione che si è ricevuta; la vita eterna cercata dal giovane non è nelle cose eccezionali; ma consiste nel vivere in modo autentico le indicazioni più comuni e consuete ricevute nell'educazione comunitaria. Il segreto non sta nel trovare esperienze diverse, ma nel vivere in modo autentico quelle di sempre. Per questo Gesù orienta il giovane ad approfondire la propria ricerca all'interno del patrimonio di valori che la comunità familiare e sociale nella quale è cresciuto gli hanno offerto.
Nel nostro contesto attuale i giovani sembrano rifiutare e considerare in termini di indifferenza l'educazione religiosa ricevuta nelle loro comunità di appartenenza. La formazione cristiana impartita oggi ai ragazzi risente sicuramente di una certa «scontatezza» o «banalità»; essa è vista come pedaggio da pagare per poter assolvere al dovere dei sacramenti. È difficile far percepire la positività e la freschezza di una qualità di vita impostata sui comandamenti da intendere come valori-atteggiamenti di vita.
Emerge l'impostazione precettistica religiosa contro il senso di una scelta di fede libera e responsabile che sa dare qualità e autenticità alla vita delle persone. L'educazione cristiana, fondata sui comandamenti (che Gesù nel Nuovo Testamento ha «completato» indicando la motivazione che deve guidare il comportamento di vita cui i comandamenti si riferiscono) ha come obiettivo di raggiungere la felicità, la soddisfazione piena della vita di una persona.
Il giovane del vangelo riconosce di aver già interiorizzato questa prospettiva; rispondendo a Gesù «tutte queste cose io le ho sempre vissute», dimostra di aver imparato non tanto ad osservare esteriormente la legge, ma a viverne lo spirito; aveva già intuito che il «non far questo» ed il «non far quello» dell'Antico Testamento altro non comportavano se non una disponibilità totale alla proposta salvifica liberatrice di Dio; vivere i comandamenti per il giovane era diventato la logica conseguenza di una libera scelta: quella di aderire a Dio, che si era rivelato in più occasioni amoroso, pietoso, fino a dare la vita per la salvezza dell'umanità.
1 - Nella nostra educazione cristiana forse anche noi, non meno che al giovane ricco, è stata offerta una formazione etica costituita da norme da osservare. Su quali maggiormente hanno instistito i nostri genitori, animatori o educatori in genere? Quale atteggiamento è opportuno avere nei confronti di esse? (di rifiuto? di contestazione? di accoglienza? di rigida osservanza?) Qual è il nostro modo di considerare l'educazione cristiana ricevuta? Sappiamo cogliere la «qualità di vita» insita nei comandamenti?
2 - I giovani, all'interno della Chiesa, talora possono sentirsi insoddisfatti. Perché, secondo te? «Cristo sì, la Chiesa no»: questa famosa frase sintetizza un atteggiamento molto ricorrente nel mondo giovanile. Che cosa può voler dire? Lo condividi? Perché? Quali rischi può nascondere questa affermazione?
3 - A volte può capitare anche a noi di ricercare la novità nella vita spirituale, magari esperienze religiose emotivamente intense e inconsuete. Quali sono le condizioni perché questa ricerca sia autentica e non frutto di una equivoca rincorsa dell'emotivo sradicato da una continuità col quotidiano, o capace di celare una scarsa disponibilità personale ad un impegno spirituale serio?

«Io ho sempre ubbidito a questi comandamenti».
(l'impegno morale, libero e responsabile, richiesto al credente)

«Tutto questo io l'ho osservato». Può essere una forma di presunzione? Il giovane del vangelo si riferisce sicuramente all'impegno vissuto nella sua esperienza di crescita religiosa; un impegno che ha trovato l'equilibrio tra i momenti di disponibilità e le inevitabili negligenze e trasgressioni; è evidenziato dunque anche se questo non implica la perfezione.
Il giovane ha cercato dunque di impostare una vita «normale» di onestà e di impegno quotidiano: non solo è stato onesto nell'amministrazione del suo patrimonio, non ha rubato, non ha mentito, ha onorato i suoi genitori, ma ha anche amato: ha fatto elemosine, è stato generoso con i poveri, si è preoccupato dei malati... Si tratta dunque di un giovane impegnato, che ha cercato di impostare la propria vita sui criteri di lealtà e giustizia.
Sono questi i riferimenti fondamentali dell'impegno morale richiesto al giovane.
Gesù non ha indicato subito «vai a vendere...», ma consegna come primo mandato l'osservanza dei comandamenti, cioè consegna l'impegno morale quale connotazione primaria e fon damentale della vita cristiana.
Il problema morale così impostato incontra oggi nel mondo giovanile diversi contrasti e difficoltà; anzi esso costituisce uno dei nodi problematici più tipici della condizione giovanile, perché attorno ad esso si intrecciano le questioni dei bisogni e dei valori, delle scelte e dei progetti.
Vediamo allora di confrontarci con alcune «posizioni morali» dei giovani di oggi, per valutare quali provocazioni può offrire l'esempio evangelico del giovane ricco.
Adottando la terminologia di F. Garelli potremmo dire che la morale dei giovani si caratterizza in tre modelli.

La morale del non assoluto

Un dato che si può ricavare dall'analisi fenomenologica dei comportamenti giovanili è l'emergere di atteggiamenti di forte relativismo morale. Sembra si voglia privilegiare anche nella dimensione etica un'esperienza meno intensa e più diffusa del valore, in un'epoca in cui è venuta meno la normatività universale alla quale far corrispondere un progetto pratico da realizzare nella storia col consenso unanime delle persone.
In questa linea sembra prevalere una situazione di frammentarietà propria di chi non si preoccupa di individuare nella propria esistenza un filo conduttore unitario, dato che l'obiettivo che si pone è quello dell'autorealizzazione, non quello della coerenza dei comportamenti a determinati valori di vita. È in crisi il concetto di norma morale; ci si vuol liberare da una concezione del valore come norma ultima, oggettiva, esterna alla coscienza, che può dare significato a tutta l'esperienza. Il «sé» diventa criterio assoluto di moralità, senza mediazioni istituzionali o ideologiche.
Nell'attuale situazione culturale, sempre più contrassegnata dalla «cultura del nulla», dalla consapevolezza che viviamo in un'epoca di «prese di congedo» che lasciano l'uomo occidentale smarrito, senza garanzie fondamentali, i giovani non rifiutano i princìpi morali, rifiutano piuttosto un'etica degli imperativi, un'etica cioè che vuole impegnarsi per dei valori assoluti «costi quel che costi».

La morale della non tensione

Un altro pericolo maggiore a cui sono oggi esposti i giovani, forse più grave del relativismo, è quello del «rilassamento», ossia di una sorta di «inerzia morale», conseguente ad una incapacità di progettazione storica, essendo il mondo moderno e post-moderno «un mondo senza destino».
Sembra oggi che la prospettiva della soddisfazione individuale, più che dipendere da un bene collettivo, venga considerata come obiettivo valido in se stesso e da ottenere in termini immediati. Si considera pertanto morale ciò che è significativo qui e ora.
Molti comportamenti dei giovani sembrano già avere un valore per sé, presentano un senso finito, non si inseriscono in un quadro di progettualità ampia, non fanno parte di un disegno di forte tensione.
Più che di insensibilità si potrebbe parlare di disincanto nei confronti di molte prospettive sociali, dove il disincanto è la concezione che non esistono strutture, valori e leggi obiettive, ma che tutto è posto, creato dall'uomo, per cui esiste un forte senso del condizionamento sociale e dell'impotenza individuale.
Nel complesso si può dire che la condizione giovanile non è attraversata da forte tensione, quanto da una ambigua riduzione dell'etica ad arbitrarietà situazionale.

La morale della non perfezione

La fragilità delle posizioni in precedenza esposte viene legittimata da un diffuso «pensiero debole» che predica una fondamentale precarietà delle scelte nella società complessa e che sembra alieno dal cosiddetto ideale della perfezione. I giovani avvertono che è velleitario, utopico, improponibile tendere alla perfezione all'interno di schemi prefabbricati e normativi, imposti dall'esterno che esigerebbero obbedienza e sottomissione.
La tendenza alla riappropriazione del corpo e del piacere coincide con la caduta delle etiche dell'obbligazione e del dovere, del sacrificio e dell'impegno, e con l'emergere di atteggiamenti realistici e pragmatici. In questa linea d'appagamento, la bassa tensione, lo scarso peso dell'idealità e del dover essere, possono rappresentare da parte dei giovani un meccanismo di difesa, quasi una soglia che attesta l'improponibilità di mirare ad obiettivi più impegnativi. Di qui, in una situazione di scacco, il non porsi troppi problemi, il vivere aderenti alla vita quotidiana, l'accettare il ritmo del «vivere alla giornata».
Il giovane appare refrattario alle opzioni fondamentali, alle grandi prospettive, ad una tensione caratterizzata da forte progettualità. In particolare si può dire che è estranea ai giovani l'idea di perfezione come metodo, cioè l'idea di dover assumere regole, condizioni, atteggiamenti in base ai quali soltanto è possibile parlare di «progresso morale».
Di fronte a questo quadro il giovane del vangelo interroga il giovane di oggi sui punti seguenti:
- la morale del non assoluto: esiste qualcosa di «buono» su cui informarsi, ed anzi esiste Uno solo buono, per cui non è possibile privare la morale da una fondazione teologica e da riferimenti puramente soggettivi;
- la morale della non tensione: il giovane del vangelo ha sicuramente sperimentato l'impegno (= tutto questo io l'ho osservato) in uno sforzo di osservanza dei comandamenti;
- la morale della non perfezione: il giovane non è contento e non si appaga di quanto ha già fatto, ma è alla ricerca di «ciò che gli manca» nella prospettiva appunto di una perfezione da raggiungere.
Quali sono in merito alle posizioni morali presentate e alle provocazioni del giovane ricco le considerazioni, i problemi, le emergenze... per la qualificazione dell'impegno morale del giovane di oggi?

«Cosa mi manca?».
(la radicalità della proposta cristiana)

- Il giovane ricco ha sicuramente percepito nella sua esperienza che non è sufficiente la realizzazione dei comandamenti per vivere la totalità della proposta cristiana. Non si sarebbe posto la domanda «cosa mi manca?» se non fosse stato sollecitato da un desiderio più profondo della semplice osservanza morale, pur già necessaria e importante.
Spesso i credenti, soprattutto giovani, sentono il bisogno profondo di andare al di là di un normale quotidiano, di un ragionevole vivere, che, se pur positivo, non offre la pienezza della soddisfazione. Si nota in alcuni casi un bisogno profondo di radicalità di scelte e di impostazione totalizzante di vita per quanto riguarda la realizzazione di se stessi e della propria vocazione.
Chi riesce a compiere, come il giovane del vangelo, il salto di qualità verso la radicalità del proprio impegno di vita, è provocato da domande molto forti e si lascia coinvolgere da scelte decise senza compromessi né tanto meno incertezze di fronte ai condizionamenti.
Nasce qui dunque un primo interrogativo: i giovani oggi sono capaci e desiderosi di chiedere di più, di andare alla ricerca di qualcosa di più del «fare ragionevolmente le cose»? Il giovane è spesso provocato dall'utopia, dal senso ideale dei valori e della vita: c'è qualcosa che impedisce di andare con lo sguardo più in alto? Ci sono condizionamenti o schiavitù che appiattiscono l'agire quotidiano?
Nell'episodio del giovane ricco il «di più» è cercato in Dio. C'è qualcosa in lui e in chi, come lui, si interroga sul senso del proprio esistere, che chiede profondità di rapporti, relazioni senza limiti, e tutto ciò non può realizzarsi se non in Dio. «Va', vendi quello che hai» significa che il senso vero della vita non è da riscontrare nelle cose concrete, materiali, che si possono «possedere», ma in una dimensione più ampia, che supera la realtà e la proietta verso l'eternità.
Per il giovane del vangelo dunque è soltanto in un contesto di apertura al trascendente che è possibile interrogarsi sulla profondità e sulla totalità dell'essere. È abbastanza facile e scontato sentire i giovani parlare di insoddisfazioni, stanchezza, incertezze... La risoluzione non sta in un impegno volontaristico che possa «far andar bene» le cose della vita, ma in un criterio di vita che apra la persona ad orizzonti di senso assoluto: sono gli orizzonti di infinito che Dio ha messo nel cuore di ogni uomo e che ha chiesto di coltivare con pazienza e costanza.
La sete di totalità per il giovane prende il nome di libertà, amore, speranza, giustizia, solidarietà...; si tratta sicuramente di parole roboanti e potrebbero essere desolatamente vuote se non fossero inserite nel contesto della disponibilità evangelica.
È necessario allora a questo punto chiedersi quali possono essere i mezzi per raggiungere le mete dell'infinito. Sicuramente tutti gli elementi della vita spirituale: il silenzio, la riflessione, la meditazione, la preghiera, la liturgia... sono riferimenti indispensabili per crescere nella profondità della vita, per andare al di là del quotidiano ragionevole e positivo ma non sufficiente per esaurire la sete di infinito dell'uomo. Come dunque valorizzare queste esperienze cristiane di fondo?
Una speciale annotazione in questo senso è da dedicare alla direzione spirituale: è un mezzo molto efficace, purtroppo oggi poco sfruttato, per scavare a fondo nelle profondità della coscienza umana e religiosa. Certamente anche i sacerdoti devono rendersi disponibili in modo paziente e costante all'ascolto e al confronto per il consiglio spirituale, ma i giovani devono dimostrare il desiderio vero di «non accontentarsi» e di «non sentirsi degli arrivati».
Non sono da trascurare infine tutte quelle esperienze umane di ricerca in campo culturale, scientifico, filosofico, ecologico che aiutano l'uomo a sentirsi pienamente realizzato in tutte le sue facoltà umane, esprimendole ed usufruendone nel modo più completo possibile.
Qual è la disponibilità all'apertura al trascendente dei giovani di oggi? Quali sono le principali perplessità in questo senso?
Come vengono valutati e usati gli strumenti per l'apertura al trascendente? Quali sono quelli che costano più fatica e difficoltà?
Infine un'ultima annotazione: l'orientamento verso Dio, anche se difficile, faticoso e irto di esperienze immediatamente non soddisfacenti, riempie di fatto il cuore dell'uomo: «tutto ciò che è scritto nella Bibbia è ispirato da Dio, e quindi è utile per insegnare la verità, per convincere, per correggere gli errori ed educare a vivere in modo giusto e perfetto» (2 Tim 3, 16).
La domanda del giovane del vangelo «cosa mi manca?» comporta infatti un necessario seguito. Essa continua con una preposizione, «per», «affinché», di valore finale, che implica il senso della ricerca, il desiderio del cercare e trovare, il coraggio di mettere in discussione le certezze acquisite. Il «per» implica nel giovane un profondo desiderio di cambiare, di crescere. Troppe volte i giovani sono martellati a destra e a sinistra da frasi fatte, da progetti precostituiti che non danno nessuna garanzia di via d'uscita.
I giovani oggi possono capire che soltanto un impegno di vita, serio e disponibile, può dare sostanza e autenticità alla loro vita? Perché tante titubanze, incertezze nei confronti di un impegno e di una dedizione di vita totale e senza riserve?

«Va', vendi quello che possiedi... poi vieni e seguimi».
(le condizioni per un impegno di servizio)

Quali sono le premesse che portano il giovane ricco al punto più alto del cammino di perfezione? Le possiamo ritrovare in due indicazioni molto forti di Gesù.
«Se vuoi»: la proposta di Gesù inizia, come già al v. 17 («se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti»), con la formula «se vuoi». Gesù fa appello alla scelta responsabile e libera di chi lo ascolta. Nelle parole di Gesù ci è rivelato l'atteggiamento di Dio nei confronti dell'uomo: Dio non impone ma si offre, si propone, invita, orienta facendo appello alla libertà autentica dell'uomo. E la vera libertà per l'uomo non sta nella sua decisione autonoma, autosufficiente, che prescinde dal dialogo con Dio. Essere liberi significa invece accogliere liberamente e responsabilmente l'appello di Dio in Gesù Cristo come un «bene» per me, come il massimo bene donato per la mia realizzazione all'interno di un dialogo di confronto, collaborazione e disponibilità reciproca.
L'azione di Dio nei confronti dell'uomo non è dunque di imposizione: i giovani sanno recepire il contesto di libertà e di responsabilità in cui dovrebbe svolgersi l'esperienza cristiana?
«... essere perfetto»: Gesù non si accontenta di fare appello alla libertà del giovane ricco, ma indica anche la meta, l'obiettivo della scelta responsabile: «essere perfetto».
Ma di quale perfezione si tratta? Non tanto dell'atteggiamento aristocratico di un piccolo gruppo di scrupolosi osservatori della legge, e neppure dello sforzo individualista di chi, puntando solo sullo sforzo ascetico, vuole raggiungere una perfezione morale.
La «perfezione» di cui parla Gesù è la vita stessa di Dio che viene donata, partecipata all'uomo come capacità nuova di amare. All'uomo è reso possibile amare come ama Dio stesso: ciò può accadere soltanto se l'uomo accoglie pienamente il mistero del Regno che si rende presente in Gesù. Solo accogliendo il mistero del Regno e vivendo la «nuova giustizia» donata in esso, l'uomo può trovare in sovrabbondanza la realizzazione di quella sete di perfezione nell'amore che è presente in ogni cuore e che non è possibile raggiungere facendo conto unicamente sulle proprie risorse.
Perché di fronte a questo tipo di proposta c'è molta titubanza e incertezza oggi da parte dei giovani? Perché l'educazione cristiana non riesce a far percepire la positività e la totalità della sua esperienza?
Siamo così arrivati all'apice della proposta di Gesù al giovane ricco.
«...Va’, vendi quello che possiedi...»: l'invito ad accogliere e vivere nella libertà la «nuova giustizia» del Regno è un invito serio, impegnativo. È un invito di amore che coinvolge tutta la vita della persona, che la impegna seriamente e totalmente. «È evidente qui il salto di qualità tra l'umano e il divino: un invito umano si può accettarlo o rifiutarlo e non ne viene un gran danno. Dio invece è così misterioso e grande che, invitando, impegna e richiede una scelta che cambia la vita, la trasfigura, la fa nuova» (C.M. Martini).
Questo rinnovamento, questo salto di qualità è possibile solo se, in qualche modo, si scopre il valore grande incomparabile del Regno. Solo quando l'uomo scopre il «tesoro» o la «perla preziosa», trova il coraggio di vendere quello che possiede. Ma è vero anche l'altro aspetto: la prova che un giovane ha veramente scoperto il mistero di Dio e del suo Regno consiste nel fatto che inizia a compiere delle scelte che toccano in concreto la sua vita, che ne trasformano sostanzialmente l'orientamento. Essendo il Regno il valore supremo, esso impegna tutto l'uomo: non è «una delle tante cose», e per questo non posso dedicargli solo «un po'» della mia vita. Per dire veramente «sì» al Regno, devo dire anche dei «no». Per obbedire liberamente a Gesù, devo rinunciare ad altre voci e ad altre realtà che possono impedire o limitare la mia risposta libera e totale.
Quali sono i condizionamenti che impediscono ai giovani di accettare il salto di qualità che li porta alla totalità del loro impegno di vita? Conosciamo persone, situazioni in cui abbiamo visto praticare questo tipo di scelta? Da che cosa oggi è necessario «distaccarsi» per poter vivere la totalità della proposta cristiana?
«... poi vieni e seguimi»: l'invito di Gesù continua con l'indicazione della sequela; vendere i propri beni, lasciare le cose su cui si conta è finalizzato al «seguire Gesù». «Vieni e seguimi!»: cioè non solo metti in pratica i miei comandamenti senza lasciarti condizionare, ma anche «vieni a condividere il mio stile di vita». Gesù invita alla sequela, invita cioè a condividere in tutto la sua vita, la sua amicizia, il suo modo di donarsi a Dio e ai fratelli. Chi accetta di seguire Gesù, uomo nuovo, diventa lui pure una nuova creatura e gradualmente, nel cammino della sequela, impara ad amare come Gesù, a pensare come Lui, a scegliere come Lui. Si realizza così ciò che afferma S. Paolo: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me». La sequela di Cristo, per dono della sua grazia, diventa imitazione. Come Gesù ha manifestato l'amore di predilezione di Dio per i piccoli e per i poveri, così anche il cristiano è chiamato a testimoniare la gratuità dell'amore di Dio: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
Qui si apre per un giovane l'affascinante cammino del discernimento vocazionale. Non si può infatti seguire
Gesù in modo generico e vago, ma secondo una particolare vocazione (matrimonio, professione in un contesto di maturità laicale, ministero presbiterale, professione religiosa, consacrazione laicale...).
Si constata, soprattutto nei giovani, una certa difficoltà nella maturazione della propria vocazione personale; si tende facilmente a rimandare, a non affrontare il problema in termini precisi: perché assistiamo a questa fragilità di scelte mature e definitive?

MESSAGGIO DEI GIOVANI MANTOVANI AL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Beatissimo Padre,
noi giovani mantovani ci rivolgiamo a Lei all'inizio del cammino durante il quale celebreremo il IV centenario della morte di S. Luigi Gonzaga.
Ci sentiamo direttamente interpellati da questo straordinario avvenimento, che ci porta a riflettere sulla figura di un giovane capace di vivere in modo coerente la propria figliolanza da Dio, scegliendo il Cristo attraverso un'esperienza esemplare delle beatitudini.
Egli si presenta a noi oggi come figura provocatoria a fronte di una realtà giovanile facilmente apatica e poco coinvolta nella realizzazione di grandi idealità eppure sempre tesa a dar senso pieno alla vita.
All'inizio dell'anno pastorale il nostro Vescovo ha voluto riunire tutti i giovani interessati alla proposta cristiana, per ascoltare le loro esigenze e difficoltà.
Abbiamo accolto l'invito e ci siamo incontrati con serietà, desiderio di ricerca e clima di gioia sincera nella giornata dell'8 settembre '90, festa della Natività della Beata Vergine Maria.
Riteniamo giusto ora condividere con Lei alcune nostre valutazioni e preoccupazioni, perché ci accompagni
come Padre universale della Chiesa e possiamo già da questo momento sentirci in spirito di comune ricerca, fino al giorno in cui nel mese di giugno, se Lei vorrà, nella visita alla nostra chiesa mantovana, ci potremo incontrare.
Ci siamo interrogati sul significato del nostro «essere figli», accogliendo l'invito - che Vostra Santità ha fatto a tutti i giovani del mondo per la VI Giornata mondiale della Gioventù - a riflettere sulla parola di S. Paolo: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà Padre!» (Rom 8, 15-17).
Ci ha guidati nella comprensione di questa realtà cristiana la figura del giovane ricco: «Che cosa mi manca?... Se vuoi, va', vendi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi!» (cf Mt 19, 16-22).
Il primo dato della nostra riflessione è molto serio ma non possiamo nasconderlo: sono o sembrano essere pochi i giovani alla ricerca di significati di vita profondi e autentici. La proposta evangelica sembra quasi non interessare; essa è considerata troppo ideale e dunque impossibile ad essere praticata. Anche quando, coinvolti nelle attività pastorali delle nostre comunità, riusciamo ad approfondire e capire l'impegno cristiano, spesso tutto ciò rimane una convinzione interiore che non sa trovare sbocchi concreti nel vissuto quotidiano.
Abbiamo scoperto di avere - anche senza esserne consapevoli - una concezione di Dio molto ristretta e personale; quasi ognuno di noi ha un suo Dio da pregare e al quale chiedere ciò di cui ha bisogno.
È sinceramente impegnativo capire come S. Luigi abbia potuto «lasciare tutto» per vivere un'esperienza di totale dedizione al Signore; e come oggi noi - giovani di questo nostro tempo - potremo accogliere e realizzare senza tristezza la stessa chiamata.
Dovremo sempre meglio capire che Dio vuole la nostra felicità, la nostra realizzazione di vita, anche se a volte sembra che Dio non abbia risposte convincenti per il nostro vissuto e che ci crei problemi ed ostacoli. Non è facile dunque sentirci «figli»; ma è tutto!
È emerso anche un modo particolare di considerare la comunità ecclesiale; molto spesso è vista come una struttura faticosa e opprimente, che non favorisce l'esperienza cristiana, anzi l'appesantisce e la rende contorta; il senso di Chiesa è molto debole e il vissuto evangelico è lasciato ad occasioni particolari o straordinarie.
Non siamo però con tutto questo pessimisti; ci siamo raccontati anche esperienze di disponibilità cristiana molto belle e significative. E se la realtà globale del mondo giovanile di fronte alla proposta di fede ci è apparsa realisticamente fragile e lontana, ci siamo resi conto che in essa agisce efficacemente lo Spirito del Signore Gesù, e che noi dobbiamo con più sicurezza mettere in causa la nostra docilità a Lui: la nostra vocazione e la nostra decisa risposta.
È importante per noi questo anno aloisiano; la nostra chiesa mantovana si sta interrogando in modo nuovo sul problema giovanile e ci auguriamo che possa intuire le strade più percorribili per l'accoglienza del nostro essere figli. Per parte nostra, intendiamo disporci con nuove energie ad accogliere seriamente l'invito del Signore: «Andate anche voi a lavorare nella mia vigna!» (cf Mt 20).
Chiediamo anche a Lei, Beatissimo Padre, l'aiuto per una comprensione nuova della nostra dignità di figli di Dio, per un'adesione più sicura e motivata alla fede e alla testimonianza cristiana.
È per questo motivo che desideriamo incontrarLa nel giugno prossimo.
Vogliamo anche mandarLe un segno: il nostro Vescovo, come impegno per il cammino giovanile di riscoperta del valore della fede, ci ha consegnato il primo pezzo di un «simbolo» che sarà completato al termine dell'anno, se ci vedrà coinvolti e interessati.
In esso è scolpita la figura del pellicano, che esprime il valore del dono di se stessi, come S. Luigi insegna con la sua dedizione di vita.
Consegniamo anche a Lei il primo pezzo del simbolo, come forma di amicizia che fin da ora ci accomuni e ci faccia sentire in comunione ecclesiale. Nell'incontro di giugno potremo completare il simbolo, quando farà dono della Sua presenza e della Sua parola di pastore universale ai giovani della nostra chiesa mantovana. Una volta completato, il simbolo ci ricorderà con chiarezza il nostro vero rapporto con il Signore Gesù: «Che cosa mi manca?... Se vuoi, vieni e seguimi».
RingraziandoLa con profondo ossequio e riverenza, chiediamo con forza l'intercessione della Vergine Santissima - che qui veneriamo come «Incoronata Madonna delle Grazie» - e di S. Luigi per il Suo apostolato tra i giovani del nostro tempo, per i quali dimostra sempre tanta attenzione e preoccupazione.

4 ottobre 1990, festa di San Francesco d'Assisi
I giovani della diocesi di Mantova